Dieci anni fa, il 22 febbraio 2005, si spegneva don Giussani. Don Emmanuele Silanos ricorda uno dei giorni più belli della storia del movimento di CL.

Roma, 30 maggio 1998. Raggiungo il mio amico Michele, seduto per terra in mezzo a Piazza San Pietro, stracolma di gente che, sotto il sole di un’estate anticipata, canta, prega, attende l’arrivo di Sua Santità, Giovanni Paolo II. Michele è assieme ai suoi amici seminaristi della Fraternità San Carlo. Io proprio in quelle settimane, devo decidermi se chiedere al loro superiore di poter entrare anch’io in seminario. Ci salutiamo, mi racconta come va. Poi ecco che arriva il Papa. Il saluto della folla, i canti, l’entusiasmo. Poi il silenzio. Cominciano i saluti e i discorsi ufficiali, fino a quando la voce roca, inconfondibile e familiare di don Luigi Giussani inizia a parlare. Quando finisce, di quelle parole una rimane da subito nella mia memoria: mendicanza. «Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Mendicare vuole dire chiedere, domandare. Vuole dire attendere senza pretesa e senza sosta. Mendicare vuole dire pregare.
Da quel giorno, per me la preghiera è legata all’istantanea di don Giussani inginocchiato davanti a san Giovanni Paolo II e all’immagine di un uomo che mendica. E da quel giorno è difficile guardare i mendicanti che popolano le strade delle città dove siamo in missione, da Roma a Taipei, da Nairobi a Santiago del Cile, senza pensare che nel loro gesto, in quella mano aperta e tesa, consiste la vera posizione dell’uomo che prega. E che nel medesimo gesto si rivela Dio stesso che in Cristo mendica il mio cuore. Così che la preghiera è l’incontro tra due mendicanti, tra due povertà.
Accanto a questa, c’è un’altra immagine molto cara a don Giussani e che descrive l’uomo che prega. È un’immagine tratta dai salmi, la modalità più semplice di rivolgersi a Dio che la Scrittura ci ha lasciato (anche Gesù pregava recitando i salmi) e che è oggi il modo di pregare nella Chiesa e con la Chiesa. L’immagine è quella del bambino «svezzato tra le braccia di sua madre» del Salmo 131 che, «nella sua realtà ontologica, non è nient’altro che domanda». Il bambino attende sempre, chiede, domanda. Assomiglia al protagonista dei Racconti di un pellegrino russo che desidera che la propria preghiera coincida col suo stesso respiro. Questa è l’esistenza di ogni uomo: una continua mendicanza, un’attesa senza sosta. E la stessa cosa è chiamata ad essere la nostra preghiera.
Questo è forse il guadagno più grande che ho tratto dal suo insegnamento: per Giussani la fede e la vita non sono due realtà distinte, ma strettamente unite al punto che la preghiera esprime il contenuto stesso di quello che vivo. In ogni istante della propria esistenza ciascun uomo afferma la ragione per cui vive, ragione che per il cristiano è quel Tu a cui chiede continuamente di rivelarsi. La preghiera è questa domanda incessante che si nasconde e al tempo stesso si rivela in ogni desiderio che abbiamo, in ogni scelta che facciamo, in ogni gesto con cui affermiamo il senso della nostra vita.
Così ha vissuto la Madonna. «Maria è tutta domanda» diceva don Giussani. In Lei si compie quella perfetta corrispondenza tra vita e preghiera di cui il mendicante, il bambino, il pellegrino sono immagini profetiche. Maria è continuamente presente nel pensiero e nelle parole di don Giussani negli ultimi anni della sua vita, durante i quali ce l’ha indicata come la strada attraverso cui pregare mendicando che Dio si faccia presente a noi in ogni istante: Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam. Vieni, rivelati, renditi presente in questa fatica che faccio, in questa pagina che leggo, in questo lavoro che mi è chiesto, in questa persona che mi viene incontro, dentro questo pezzo di realtà attraverso cui, ancora una volta, misteriosamente si ripete il miracolo dell’Incarnazione.
La Madonna è l’esempio a noi più prossimo di un’esistenza umana che vive in totale pienezza e perfetta letizia, perché attende, certa e completamente affidata. Ogni volta che recito il rosario imparo da Lei ad affidarmi e a consegnare ad una ad una le persone che il Padre mi fa incontrare, così come lei ha consegnato suo Figlio. È questa l’altra, altissima espressione della preghiera che don Giussani ci ha insegnato: quella dell’offerta. «Signore, riconosco che tutto da te viene, tutto è grazia (…) e te lo offro, e tutte le mattine, e cento volte al giorno, se tu hai la bontà di farmelo ricordare, te lo offro».

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