La preghiera di Gesù
I vangeli ci hanno descritto solo pochi movimenti fisici di Cristo e tra questi hanno privilegiato quelli del suo sguardo.
A volte alzava il capo e gli occhi sulla folla, sui discepoli o semplicemente su ciò che aveva davanti: come uscendo dalla sua concentrazione, rispondeva allora a chi lo interrogava, o prendeva la parola. Luca è il più attento a questo gesto, assieme a Giovanni. Ecco come lo ritrae, per esempio, mentre inizia il grande discorso delle beatitudini: Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Oppure, nel tempio: Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro (Lc 21,1). E Giovanni annota, raccontando la moltiplicazione dei pani: Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). A Giovanni sono rimaste impresse nella memoria altre due occasioni. Quella della risurrezione di Lazzaro: Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato» (Gv 11,41). E poi la grande preghiera sacerdotale, durante l’ultima cena. Qui il gesto di Gesù esprime il suo essere proteso, spiritualmente e fisicamente, nel dialogo con la persona vivente del Padre: Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1).
Perché gli evangelisti sono stati colpiti da questo movimento del capo di Cristo che si leva e indirizza lo sguardo verso l’alto? Perché i discepoli intuivano che, quando parlava, egli usciva da un raccoglimento permanente e traeva da lì le sue parole. Era con loro, ma stava con un Altro. Di qui veniva l’intelligenza e la pertinenza dei suoi interventi. Di qui anche la dolcezza, l’ironia, oppure l’energia e l’ira che di volta in volta connotavano le sue parole. L’unità con il Padre, la sua preghiera, lungi dall’estraniarlo, lo immergeva nella realtà con tanta più forza. Egli infatti viveva il presente con un’intensità pacata e straordinaria.
Ciò che Cristo comunicava era un tutt’uno con il suo rapporto con il Padre, con la sua preghiera al Padre. Io dico al mondo le cose che ho udito da lui (Gv 8,26), la verità udita da Dio (Gv 8,40). A volte la sua predicazione diventava spontaneamente una preghiera esplicita (cfr. Lc 10,17-22), ma tutta la sua comunicazione agli uomini, anche quando rimaneva oggettiva, manteneva la forma della preghiera.
Don Giussani ha scritto che «l’uomo consapevole», ovvero l’uomo cosciente della sua dipendenza da Dio, «è uno spettacolo», perché la sua dimensione spirituale investe la materia, «gli stessi dati fisici e biologici», e li trascina dentro di sé. Per questo, «quando l’uomo incomincia a diventare stabilmente uomo, comincia a esercitare un fascino che nessuno conosce di noi, tra i propri simili, perché è così raro». Questa è la promessa della preghiera: essere un avvenimento di profonda unificazione della nostra persona, attraverso l’abbandono a Dio, la disponibilità, la docilità di chi spera tutto da Lui. La preghiera ci trasforma.
Nella foto, Praga, la piazza della Cattedrale di San Vito (foto Nick Olejniczak).
In libreria per il mese mariano: “Con gli occhi della sposa”
Ci sono tanti modi per parlare della preghiera del Santo Rosario. Don Gianluca Attanasio, prete della Fraternità San Carlo in missione a Napoli, ne sceglie uno del tutto originale: quello del romanzo storico. I misteri del Rosario sono raccontati attraverso la vita di Maria, nella sua quotidianità di madre e sposa. Pagine brillanti e affascinanti accompagnano il lettore alla scoperta del Vangelo, delle figure di Gesù e della Madonna. Sottolineando la continua e stretta attualità che hanno anche oggi con la vita di milioni di uomini.
Il rosario è una preghiera potente, una preghiera di domanda e di contemplazione: è una grande compagnia. Lo si può recitare in macchina, in treno e in aereo, in ginocchio, in poltrona e camminando per strada, di giorno e di notte. Attraverso la preghiera mariana, lo Spirito Santo opera in noi e ci fa ricordare proprio quell’aspetto del mistero di cui abbiamo bisogno in quel momento. Un libro per riaccendere la speranza della vita magnifica che il Signore desidera donarci e per scoprire le tracce di eternità nel nostro vivere quotidiano.
«Queste che leggerete non sono pagine che si esauriscono con la lettura. Sono piuttosto un invito a rifare il percorso che va dalle parole del vangelo, alla persona di Gesù, attraverso i misteri del rosario e le Ave Maria ripetute». (dalla prefazione di mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia – Guastalla).
Gianluca Attanasio
Con gli occhi della sposa
I misteri del Rosario
prefazione di Massimo Camisasca
Edizioni Messaggero Padova 2013
216 pagine – euro 14,00
È tornato primo tra noi
[...] Sono qui innanzitutto per stare con voi, per esprimervi la mia vicinanza, quella della Chiesa. Per assicurarvi che Dio non vi abbandona. Sono qui anche per chiedere che ogni sforzo venga fatto, da parte delle autorità statali e regionali, affinché vengano messe a disposizione dell’opera di ricostruzione le somme stanziate.
Di fronte alle prove che avete vissuto, quando assieme alle case e ai luoghi del nostro ritrovarci, sembrano crollare anche le speranze del nostro cuore, grande è la tentazione dello scoraggiamento. Io stesso visitando qualche settimana fa questa vostra città, vedendo la distruzione causata dal terremoto nelle case e nelle costruzioni pubbliche, mi sono chiesto: se fosse capitato a me, come avrei reagito? Se capiterà a me, come reagirò? Se di colpo non avrò più molte cose che mi hanno accompagnato tutta la vita e che ritengo importanti, se non essenziali, come reagirò?
Ciò che accade, come un terremoto, è misterioso e suscita in noi tante domande. Perché a noi? Perché proprio qui? Perché così tante volte? Ci sono risposte che possono dare i fisici e i geologi, ma non ci bastano. Cerchiamo risposte più profonde. Tra le tante voglio soffermarmi su una: perché emerga nei nostri cuori, nella nostra considerazione, ciò che è essenziale, ciò che non passa, che resta sempre, che ci apre al futuro.
Ciò che è essenziale sono la fede e la carità. La fede: cioè la capacità di guardare ciò che accade non con gli occhi del mondo, ma con gli occhi di Dio. Di vedere in ciò che accade una occasione per convertirci a lui, per uscire dall’egoismo, dalle rivalità, dagli odi, e aprirci alla carità. E infatti il terremoto ha aperto una gara di carità, di aiuto, di sostegno reciproco. Dal male, che non è cancellato magicamente, è venuto un bene.
Oggi è la festa dell’Ascensione. Essa custodisce un grande insegnamento proprio per questa giornata e questa occasione. L’Ascensione è un avvenimento centrale nella storia di Gesù, nella storia di Dio con l’uomo. È iniziato in modo definitivo il mondo nuovo. Gesù è tornato da dove era partito, dal Padre. Lo aveva preannunciato più volte lungo la sua predicazione nella vita terrena. Ma non è tornato come era partito.
È tornato con il suo corpo umano, risuscitato, trasfigurato, ma non dissolto. Il Gesù che è tornato nel seno del Padre, che regna accanto al Padre, è lo stesso Gesù che è vissuto sulla terra, uomo tra gli uomini. È tornato primo tra noi. Là è la nostra casa definitiva, che si inaugura e si apre sulla terra per compiersi oltre il tempo. Non habemus hic manentem civitatem (Eb 13,14). Non è qui, eppure nasce qui. Ciò che nasce qui è la comunione tra noi, è l’amore per Dio e per i fratelli, sono i nostri tentativi di costruire qualcosa che rimanga attraverso le nostre doti, vocazioni, attitudini. Nonostante il terremoto – anzi, se esso ci aiuta a convertirci, proprio attraverso il terremoto – nulla va perduto, tutto ritroveremo e ci verrà consegnato in modo nuovo e trasformato.
Amen
Omelia presso il Centro di Comunità di Reggiolo – Reggiolo, 12 maggio 2013, Solennità dell’Ascensione del Signore
Il fuoco nella neve
«Egli sorge da un estremo del cielo e la sua corsa raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore» .
L’ultima volta che ho letto nel breviario questa frase del salmo 19 non nascondo di aver provato un certo sussulto. Ho guardato fuori dalla finestra e ho visto quello che ormai vedo da mesi: neve! Il termometro impietosamente segnava meno 30 gradi. Subito ho pensato alle parole che don Massimo mi disse prima di partire: «Grande sarà il tuo sacrificio ma ancora più grande è la promessa!».
Sono passati ormai più di quattro mesi dall’arrivo mio e di Paolo Bizzocchi a Novosibirsk, ma anche io, come il salmista, posso dire con la stessa commozione e con un certo timore che il calore di Dio si sente sempre, anche durante l’inverno siberiano. Le nostre giornate sono molto semplici, tutti i giorni andiamo all’università di Akademgorodok (quartiere universitario a un’ora e mezza da casa) dove seguiamo un corso di russo. Finite le lezioni, compiti e poi a casa.
Non nascondo che qui la vita, a volte, è dura. Uscire di casa tutti i giorni presto, quando fuori ci sono trenta gradi sotto zero, mi obbliga a riscoprire e ridire quel “sì” detto a don Massimo un anno fa: è molto difficile iniziare la giornata dando per scontato il mio essere qui.
I quindici minuti a piedi per raggiungere la metropolitana li facciamo in silenzio e sono l’occasione, durante la recita del Rosario, per offrire questa piccola fatica per la mia famiglia, per i miei amici, per la casa e per tutta la Fraternità. È incredibile come nell’offerta quelli che sono lontani diventano misteriosamente vicini. Dicendo “si” il Signore non ci toglie nulla, ma ci libera da quello che è superfluo per poter riconoscere più facilmente l’Essenziale. Il freddo rimane intenso, ma diventa paradossalmente occasione di memoria. Sono grato al Signore che in questo modo mi obbliga tutti i giorni a ricordarmi di Lui. Nei luoghi più bui e freddi è più facile accorgersi del Sole!
E soprattutto questo scenario glaciale, quasi apocalittico, impallidisce e perde di forza in confronto alla bellezza della vita della casa, che di questi mesi è il fiore più bello. Siamo in cinque: Fecondo, Francesco, Javier, Paolo ed io. Il freddo ci costringe ad una vita molto essenziale, le uscite sono poche e passiamo molto tempo insieme, dalle ore di preghiera fino alle cene. La vita comune è per me segno evidente del fatto che Dio si è fatto realmente uomo e compagno. Come in ogni rapporto, ma ancora di più nella vita di ogni casa e di questa casa è necessario il sacrificio più vertiginoso, che a volte è il più doloroso ma sicuramente il più desiderabile: quello di servire la comunione tra i fratelli, uscire fuori da se stessi, dalle proprie idee, convinzioni e pregiudizi, e abbracciare l’altro così com’è, in tutti i suoi pregi e difetti. In questo modo il cielo è come se si aprisse dentro la lotta di ogni giorno, e ci facesse pregustare la bellezza della comunione che vivremo definitivamente in paradiso.
Francesco d’Assisi
«Una notte di primavera dell’anno 1209, papa Innocenzo III fece un sogno. Vide la chiesa del Laterano che stava per crollare. Gli sembrò un’immagine della Chiesa del suo tempo. Ma ecco sopraggiungere un piccolo frate, dall’aspetto umile, vestito poveramente. Appoggiò le mani alla facciata e risollevò l’intero edificio. In lui il Papa riconobbe Francesco».
Esce a firma di Andrea Marinzi e Arcadio Lobato «Francesco D’Assisi», il terzo volume della collana «Storie di uomini, storia di Dio», libri per bambini sui personaggi della Scrittura e della Chiesa.
Andrea Marinzi – Arcadio Lobato
Francesco D’Assisi
Editrice La Scuola
pp. 40 – euro 6.50
«…e per favore non fatevi rubare la speranza»
Le parole di Papa Francesco intitolano la giornata di festa organizzata dagli amici della Fraternità san Carlo di Modena. L’appuntamento è per domenica 28 aprile presso il Centro Scolastico “La Carovana”, via Enzo Piccinini, 20 a Modena.
Ecco il programma della giornata:
Introduzione al libro dell’Apocalisse: brani e immagini sul tema della speranza, ore 10.00 – 12.00 e 14.30-16.30.
Incontro testimonianza con don Emmanuele Silanos, vicario generale della Fraternità san Carlo e Missionario a Taiwan: ore 15.30, incontro rivolto ai ragazzi – ore 16.30, incontro rivolto agli adulti.
Giochi per ragazzi – ore 16.30
Santa Messa – ore 18.00
per informazioni: giornatemissionarie@sancarlo.org
scarica la locandina della festa
Accogliere un altro
Pregate sempre senza stancarvi mai, dice Gesù nel Vangelo di Luca (Lc 18,1). La preghiera è lo svolgersi nella vita di un riconoscimento continuo del nostro rapporto con il Mistero. È quindi una coscienza di sé, più che una cosa da fare. È l’accoglienza di un Altro nella propria vita. Come diceva lo starets al pellegrino russo, si tratta di una dimensione che coincide con il respiro e che fluisce spontaneamente dentro la vita di ciascuno di noi.
Perché questo accada occorre riconoscere la presenza del Mistero che si è fatto carne: Gesù, che è presente alla nostra vita e ci attira sempre di più al Padre, adesso, attraverso ogni cosa e ogni attività. Nel compito che mi è affidato come parroco è fondamentale insegnare a pregare, ma perché questo avvenga occorre che io impari a pregare. Ciò non è mai scontato: è una provocazione di ogni giorno, una sfida, perché la memoria di Cristo non è un fatto che si possa decidere o imporsi, ma un dono che continuamente richiede la nostra libertà. E i casi sono due: o la mette in moto verso Dio o diventa formalismo vuoto.
Fin da ragazzo sono stato educato a pregare con i Salmi, la vera scuola per riconoscere che tutto è dentro il rapporto con Dio, che Dio si interessa di noi anche quando vogliamo presuntuosamente fare di testa nostra. L’esperienza cristiana, educata alla preghiera in Gioventù studentesca, mi ha insegnato a vivere la liturgia come accoglienza di quel rapporto e di quel dono che cambiano, a poco a poco, il modo di agire, di pensare, di guardare, di sentire ogni cosa. Immersi nella preghiera si impara ad amare la liturgia, che è la forma suprema con cui Cristo stesso prega e si offre continuamente a noi.
Un altro punto privilegiato di preghiera nella mia vita è l’amore al canto. Cantare bene è un’educazione a mantenere viva e desta la percezione del Mistero. In parrocchia, oltre ad un bel coro polifonico, abbiamo proposto una piccola scuola settimanale di canto che coinvolge le persone presenti alle celebrazioni feriali: normalmente una ventina di signore anziane che, in maniera veramente commovente, imparano il gregoriano o i canti della tradizione che erano stati dimenticati dopo gli anni Settanta.
Dentro questo cammino di educazione continua alla preghiera sono decisivi il silenzio e l’adorazione. Anche se costituiscono la cosa più desiderata, non sono sempre facili da vivere, perché siamo tentati continuamente di farci distrarre da ciò che sembra più urgente nella vita parrocchiale (o comunque nella vita quotidiana di ogni adulto). Tutto tende ad apparire più decisivo della preghiera, del silenzio, dell’adorazione. Trovare lo spazio e il tempo diventerebbe allora un’impresa ardua, se non nascesse da una gratitudine presente nel mistero della propria vita e della propria vocazione. E così anche l’inevitabile stanchezza e la distrazione non affaticano, perché diventano la possibilità per essere ricondotti a vivere la propria umanità come domanda di misericordia e di stupore per la bontà di Dio.
Nell’immagine, Duccio di Buoninsegna, Maestà, La preghiera sul Monte degli Olivi (part.) 1308/ 1311, Museo dell’Opera del Duomo, Siena.
È proprio Lui
Gesù, che per noi uomini e per la nostra salvezza si è lasciato inchiodare alla croce, è risorto! Questo annuncio, di fronte al quale si trovarono per la prima volta le donne che andarono al sepolcro, ci raggiunge oggi con la stessa vivezza di allora: Cristo è veramente risorto ed è vivo!
Nel vangelo, soprattutto nelle letture che la liturgia ci propone nel tempo di Pasqua, vengono raccontate alcune apparizioni di Cristo risorto. Nei cinquanta giorni che separano la sua resurrezione dalla definitiva ascensione al Padre (cfr. At 1, 3), egli appare a persone singole o a gruppi, in situazioni e luoghi diversi, in Galilea e in Giudea, all’interno di case o all’aperto, lungo una strada o sulla riva del lago. Perché appare Gesù? Non avrebbe potuto affidare l’annuncio della sua resurrezione solo agli angeli? D’altra parte lo aveva detto più volte ai suoi apostoli e ora il sepolcro vuoto poteva bastare come prova storica di quanto aveva loro preannunciato. Invece Gesù si mostra, si fa vedere, toccare, mangia ancora con i suoi… Egli appare per dare loro la testimonianza inequivocabile che proprio lui che avevano visto morire in croce, proprio lui che portava ancora il segno dei chiodi e della ferita del costato, ora è vivo e non muore più. E inizia ad essere presente in una forma nuova nella loro vita.
Come dice Jean Danielou, «la vita del corpo risuscitato di Cristo è misteriosa» (J. Danielou, La risurrezione, Cantagalli, Siena 2008, 54). Innanzitutto egli non è più soggetto allo spazio e al tempo. Nel suo corpo risorto lo spirito domina ormai interamente la materia. Rimane corporeo come prima, eppure può sottrarsi alla vista (cfr. Lc 24, 31), può passare attraverso muri o porte chiuse (cfr. Gv 20, 26): la materia non è annullata, ma è totalmente al servizio dello spirito.
Nessuno ha assistito alla resurrezione, molti invece hanno visto Gesù Risorto e la nostra fede si fonda in prima istanza sulla testimonianza di coloro che lo hanno veduto e toccato. Da questo punto di vista la resurrezione è un fatto storico particolare, che nessuno potrebbe negare. Persino un razionalista protestante come Strauss ammetteva nel XIX secolo: «La formidabile sterzata, che dalla profonda depressione e totale disperazione causata dalla morte di Gesù portò alla forza della fede e all’entusiasmo con cui i primi discepoli lo annunciarono come Messia, non si potrebbe spiegare se nel frattempo non si fosse prodotto un avvenimento eccezionalmente incoraggiante» (D. F. Strauss, Das Leben Jesu kritisch bearbeitet, II, Tubingen 1840, 631632).
Le donne, gli apostoli, i discepoli e gli amici di Gesù non avrebbero potuto produrre un avvenimento simile. Non avrebbero potuto inventare la fede nel Risorto. Soprattutto, una menzogna artificiosamente costruita non avrebbe avuto la forza di spingere uomini e donne tanto semplici e impreparati a percorrere le strade del mondo intero per testimoniare, anche a costo della propria vita, la verità di Gesù presente. È dunque «il Risorto che personalmente suscita la fede» (D. Bonhoeffer, Cristologia, Queriniana, Brescia 1990, 54). La nostra certezza non si fonda su racconti di visionari o creduloni, ma sulla travolgente testimonianza di persone che hanno visto Gesù risorto, sono stati assieme a lui, hanno persino mangiato con lui, hanno ascoltato la sua voce, hanno fatto esperienza del suo sguardo pieno di misericordia, di pace, di perdono e hanno capito che ciò che avevano vissuto con lui era destinato a non finire, a coinvolgere sempre più persone. Ed era possibile vivere assieme come lui aveva insegnato loro perché lui stesso continuava ad essere presente: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20). Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28, 1920).
Se Gesù è con noi, se lui è vivo qui in mezzo a noi, allora la nostra fede, che nasce dalla testimonianza degli apostoli, può fondarsi anche su un’esperienza personale. Egli, dopo la resurrezione, non è apparso a tutti, ma ad alcuni testimoni scelti. È questo il metodo di Dio: egli sceglie alcuni per arrivare a tutti. Così anche noi oggi siamo i testimoni che lui manda nel mondo per annunciare con la nostra vita che egli è vivo, che la morte e il male non sono l’ultima parola. Egli ha vinto la morte e, se ci apriamo alla luce della sua redenzione, dona anche a noi di risorgere già ora da tutte le nostre morti quotidiane. Gesù Cristo, che ha assunto la nostra intera umanità, le nostre miserie, la nostra debolezza fino a morire come ogni uomo, con la sua resurrezione ha spalancato ad ognuno di noi la vita di Dio che non finisce. Egli è la nostra Pasqua, dice san Paolo. Quello che è accaduto in lui è il destino di ogni uomo che a lui si affida. Siamo una “pasta nuova” – continua l’Apostolo (cfr. 1Cor 5,7). Dentro la nostra natura impregnata di peccato e di tenebra Gesù ha immesso un lievito nuovo capace di rinnovare la nostra vita dall’interno. Solo Dio poteva farci questo dono. L’uomo, con tutta la sua intelligenza, con tutta la sua forza, con tutto il suo desiderio, non poteva spostare la pietra che chiudeva come in un sepolcro la sua vita.
Buona Pasqua!
pubblicato su ilsussidiario.net
(foto Kotchka Images)
Il compagno di cammino
Una delle parole che il nuovo Papa Francesco ha usato di più nei suoi primissimi discorsi, e che mi è rimasta subito in mente, è stata la parola “cammino”. Dal balcone sopra piazza San Pietro, quando lo abbiamo incontrato per la prima volta, ci ha detto: “E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo…”.
Anche nella sua prima omelia da Papa ci ha ripetuto questa parola. Ha detto: “Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa”.
Questo “camminare in presenza del Signore” è proprio la pedagogia della Settimana Santa, che trova il suo apice nella vittoria di Cristo sulla morte, e ci orienta verso il nostro destino ultimo: sedere con Cristo alla destra del Padre. Non è casuale che questa settimana, la più ricca e significativa di tutto l’anno liturgico, cominci con una processione, un fisico camminare insieme nella Domenica delle Palme.
Più di una volta ho potuto assistere a questa grande processione della Domenica delle Palme in Terra Santa, partendo dalla Chiesa Francescana a Bètfage – paese indicato dal Vangelo di Marco come il posto dove Gesù inizio il suo percorso verso Gerusalemme su un puledro (Mc 11,1) – e arrivando nella città vecchia, nel cortile di una chiesa che sta appena fuori dal Haram Ash-Sharif, dove si collocava all’epoca il Tempio di Gerusalemme. È una processione piuttosto lunga e, se batte il sole, anche faticosa. Ma è allo stesso tempo una grande occasione di gioia e di unità per la comunità cristiana locale, che prende coraggio nel vedersi così numerosa insieme a molti pellegrini.
La bellezza di quest’evento annuale nella Terra Santa, tuttavia, non si colloca tanto nel trovarsi insieme, ma proprio nel camminare insieme col pastore del gregge, il Patriarca Latino di Gerusalemme. Senza di lui non sarebbe veramente un camminare insieme: è la sua presenza che esprime il motivo della nostra presenza. È lui che ripresenta e diviene segno speciale dell’unico uomo che ci rende tutti una “fratellanza”, come ha detto il Papa: Gesù, il Signore.
Questa è la grande lezione, perciò, della settimana santa, e, al fondo, di tutta la vita cristiana. È la presa di coscienza della compagnia dell’unica presenza che trasforma la nostra vita da una farsa o una tragedia in una avventura umana che vale la pena. Sì, la vita è un viaggio, ma è solo Lui, scoperto al nostro fianco, che ci offre la consapevolezza dello scopo, già intravisto, già incontrato, già presentito.
Mi è capitato, nella vita, di trovarmi di fronte una persona oppressa dal senso di sconfitta, e incapace di affrontare la fatica del cammino. Ciò che allora faccio è porgli questa domanda: se andassi in vacanza nel posto più bello del mondo, col cibo più buono, la salute migliore e le camere d’albergo più confortevoli, ma il tuo compagno di viaggio fosse la persona veramente sbagliata, come sarebbe? Brutto, no?
E se, invece, in un viaggio andasse tutto storto (coincidenze perse, posti deludenti, tempo orribile e un attacco di virus alla pancia), però lo facessi in compagnia di una persona amica, con cui è una gioia stare, come sarebbe? Una bella avventura complicata ma piena di risate, no? Ma allora è la compagnia che fa la vita, non la presenza o assenza di fatti sgradevoli.
Nel cammino di questa settimana santa, ci saranno momenti di grazia, di sublime condivisione e di amicizia da parte del Signore. Allo stesso tempo ci sarà il tradimento, il peccato, la paura, la tortura, il sangue e la morte. E poi ci sarà una gloria che ci fa stare a bocca aperta senza parole. Ma, innanzitutto, è un viaggio in cui prendiamo coscienza di qualcuno con cui vale la pena camminare, dovunque ci conduca questa strada; tanto che possiamo essere, con lui, già certi del destino. Come dice papa Francesco, è un cammino, un cammino di fratelli che hanno scoperto il loro destino comune nel compagno di viaggio che è il protagonista di tutti gli avvenimenti. Buona settimana santa.
Nella foto: una via crucis con il popolo di Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).
La gioia di Giuseppe
La nostra gioia è la gioia di Giuseppe. Lui viveva come ogni uomo giusto, illuminato da pochi bagliori di luce (per lo più incomprensibili), e continuava malgrado l’oscurità a fare il suo lavoro, a provvedere a Gesù e Maria, ad avere fede e speranza, a rinunciare all’affetto tutto umano e giusto per una verginità non scelta, non compresa, anzi inaudita! Tutto ciò faceva nella fede, sostenuta dallo sguardo di amore della sua Amata, che non toglieva il dolore del momento, ma lo riempiva di speranza. Ci sono anche momenti di celeste gioia sulla terra, dove si vede e si tocca la vittoria di Dio. Ma la gioia di Giuseppe, e la nostra, è più la gioia di chi torna da Dio, da Maria, di chi dubita e poi chiede perdono. La gioia è sotto, dentro quella sofferenza che brama l’unità totale, perché affida sempre nuovamente quella totalità nelle mani di chi la può compiere. La nostra croce ha sempre la possibilità dell’offerta, e questa la rende gioia.
Se penso a Giuseppe nella tranquillità di un giorno qualunque durante l’adolescenza di Gesù – i tormenti dell’infanzia passati, il lavoro che va bene, l’unità di cui gode con la sposa e il figlio – penso che pur nella pace assoluta che quei giorni nascosti dovevano essere, lui non abbia dimenticato il caro prezzo pagato dagli innocenti e dalle loro madri. Non ha dimenticato la profezia strana detta nel tempio a sua moglie – «Una spada ti trafiggerà l’anima» – e non ha dimenticato i tre giorni di angoscia nella ricerca del figlio dodicenne, che poi ritrovato nel tempio non lo confortò in alcun modo ma quasi sembrava rimproverarlo. Qual è la gioia che non dimentica tutto questo e rimane gioia? Solo la fede può accogliere tutto ciò nel silenzio, continuamente richiamato dall’esaltazione e dalla tristezza all’umiltà e povertà del pellegrino. È appunto in questo pellegrinaggio che la gioia ci è possibile.
Estratto dal libro Padre sposo amico. Meditazioni su san Giuseppe, edito da Effatà editrice
nell’immagine: San Giuseppe, mosaico di Marko Rupnik e degli artisti del Centro Aletti, nella cappella della Casa di formazione della Fraternità san Carlo
Il sacrificio di Abramo
Il posto che ciascuno occuperà nella storia del mondo è deciso da Dio e non da noi. E quello che Dio decide è la modalità più sicura della fecondità della nostra vita.
Ciò è molto paradossale, ma può essere illuminato pensando alla figura di Abramo e al sacrificio che Dio gli chiede, raccontato nel capitolo XXII della Genesi. Dio chiede ad Abramo che la promessa di una generazione “più numerosa delle stelle del cielo” passi attraverso il sacrificio dell’unico figlio: questo è il paradosso estremo, che contiene in sé tutti gli altri attraverso cui Dio fa passare gli uomini.
Dio in realtà non domanda ad Abramo di uccidere Isacco, ma gli chiede la disponibilità del figlio, cioè che per il figlio si compia ciò che vuole Lui e non ciò che vuole Abramo. Nel cuore dell’uomo abita la tentazione irresistibile di impadronirsi di ciò che Dio gli regala. Isacco rappresentava per Abramo una promessa, e questo contenuto di promessa era entrato nella psicologia di Abramo. Un figlio atteso per decenni che, alla fine, nasce: la tentazione di considerare quel figlio proprietà esclusiva è immensa. Più in generale: quando si ha dovuto patire tanto per avere una determinata cosa, come è possibile vivere il distacco da essa?
Il distacco. Questo è l’insegnamento che Dio ha voluto dare ad Abramo, in linea con tutto l’insegnamento che Dio ha dato a Israele. Il disegno di Dio, che è universale, e quindi si serve di tutto, ha uno scopo ben preciso, che è educare la persona. Educarla, cioè distaccarla dall’idolatria e dalla forma più sottile di idolatria che non è adorare l’idolo, ma è adorare come idolo ciò che Dio ci ha dato. La profondità dell’idolatria sta nel fatto che essa è eminentemente naturale. La tentazione dell’uomo di sentire come proprio ciò che Dio gli ha dato come dono, appartiene alla stessa natura ferita dell’uomo. Per questo è necessaria l’esperienza del sacrificio. Ciò che don Giussani chiama la “distanza”. Entrare in un altro mondo dentro questo mondo.
La fatica che facciamo a comprendere tutto quanto ho detto finora nasce dal fatto che riteniamo che il filo della vita sia tenuto in mano dall’uomo. Occorre ritornare alla radice dell’io, che è la creaturalità, la paternità di Dio. La questione più urgente di oggi, come nota il Papa, è la questione di Dio: la vita dell’uomo è l’espressione di un disegno positivo di cui noi non siamo in grado di tenere tutti i fili.
Il filo dell’esistenza è qualcosa che Dio si incarica continuamente di riprendere in mano: è la complessità della Sua opera. Per questo è importante studiare la Scrittura e studiare la storia della Chiesa alla luce della Scrittura, scoprendo la continuità profonda tra il modo con cui Dio ha agito con Israele e il modo con cui Dio agisce nella Chiesa. Veramente la storia della Chiesa è la testimonianza che Dio tesse continuamente la sua tela e la tesse attraverso tutte le debolezze e le grandezze degli uomini.
Nell’immagine, Marc Chagall, «Abramo e Isacco sulla via verso il luogo del sacrificio», (1931).
La libertà di un uomo senza paura
Quando ho ricevuto la notizia della “rinuncia” di Benedetto XVI al ministero petrino sono rimasto scioccato. Eppure non ho mai, neanche per un istante, pensato che dietro a questo gesto ci possa essere altro che la sua fede e la sua libertà di uomo senza paura.
Mi sono convinto di questa sua straordinaria libertà quando ho potuto osservarla da vicino durante il suo storico viaggio in Terra Santa, nel 2009. Allora lavoravo come segretario privato del patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fuad Twal.
La visita del Papa in Terra Santa è stata una dimostrazione commovente del coraggio che nasce dalla fede cristiana, dall’attaccamento a Cristo risorto. Moltissimi erano stati gli avvertimenti, infiniti i tentativi di dissuadere il papa dall’intraprendere questa visita in un momento in cui, per vari motivi, le tensioni erano particolarmente alte. Molti esponenti della comunità cristiana in Terra Santa gli avevano suggerito di non venire, temendo che il momento non fosse opportuno. I mass-media avevano preannunciato un disastro. Lo stesso Patriarca di Gerusalemme, un entusiasta sostenitore del viaggio, aveva dichiarato alla stampa israeliana: «Una parola fuori posto e avrò problemi con gli ebrei; un’altra ed avrò problemi coi musulmani. Il Papa tornerà a Roma, ma io resterò qui con tutti i problemi». Insomma, la pressione si era fatta sentire. Io stesso ero così in ansia che i giorni prima del suo arrivo non riuscivo a mangiare. E tuttavia il Papa, sicuro di obbedire ad un Altro, era partito.
Ci si poteva aspettare che, con queste premesse, il Papa si sarebbe limitato a dire poco, restando nel recinto dei luoghi comuni che non potevano offendere nessuno. Invece aveva subito sfidato tutti, con suprema serenità, a rimettersi umilmente davanti alla verità che ci ama. Nella moschea principale di Amman, in un discorso in cui ha affrontato gli stessi temi di fede e ragione che aveva sollevato nel famoso discorso di Ratisbona, davanti a centinai di imam giordani, il Papa disse: «Il [nostro] compito è la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana. […] Ci viene ricordato che proprio perché è la nostra dignità umana che dà origine ai diritti umani universali, essi valgono ugualmente per ogni uomo e donna, senza distinzione di gruppi religiosi, sociali o etnici ai quali appartengano».
Il Papa lanciava a tutti una sfida per un sussulto di umanità. A Shimon Perez, presidente dello Stato Israeliano, ha ricordato che, «Secondo il linguaggio ebraico, sicurezza – batah – deriva da fiducia e non si riferisce soltanto all’assenza di minaccia ma anche al sentimento di calma e di confidenza». Con queste parole spingeva gli israeliani a guardare oltre la questione militare e a vedere che una vera sicurezza richiede un nuovo rapporto con gli altri non basato sulla forza. «Una sicurezza durevole è questione di fiducia, alimentata nella giustizia e nell’integrità, suggellata dalla conversione dei cuori che ci obbliga a guardare l’altro negli occhi e a riconoscere il “Tu”». Sfidava i “forti” a una riscoperta del “tu”, della presenza misteriosa dell’altro come la via della pace.
In modo simile, ai profughi palestinesi del Campo di Aida, alla periferia di Betlemme sotto il famoso “Muro di separazione,” il Papa, parlando di educazione dei giovani, disse che una vera educazione ha bisogno di portare i giovani oltre “il forte desiderio di vendicarsi per la perdita e per le ferite. Ci vuole magnanimità per cercare la riconciliazione dopo anni di conflitto. Deve esserci una determinazione ad intraprendere iniziative forti e creative per la riconciliazione». Non adottava la politica delle parti, ma abbracciava le angosce e le speranze di tutti, sfidandoli a nuovi passi umani.
Ma al centro della visita del Papa c’era la cura del gregge sempre più piccolo della Chiesa locale. Il Papa riconobbe pienamente e abbracciò le loro sofferenze e paure, incontrando per una mezz’ora, per esempio, i parrocchiani della Santa Famiglia di Gaza che avevano ottenuto il permesso di venire alla messa di Betlemme. E nella messa celebrata in Manger Square, davanti alla Basilica della Natività, disse che la presenza di Cristo nella loro terra e nella loro stessa città doveva provocare nei fedeli «la costante conversione a Cristo che si riflette non solo sulle nostre azioni, ma anche sul nostro modo di ragionare: il coraggio di abbandonare linee di pensiero, di azione e di reazione infruttuose e sterili». E alla comunità cristiana di Gerusalemme non si limitò a compiangere la loro situazione politica e sociale molto difficile, ma li sfidò a guardare oltre la lotta politica alla speranza cristiana («Siete chiamati a servire… come il lievito di armonia, saggezza ed equilibrio…»), a seguire l’esortazione di San Paolo a «cercare le cose di lassù». Il loro compito, come il suo, è di attaccarsi alla vittoria di Cristo «sul peccato e sulla morte, testimoniando la forza del perdono».
Il papa sfidava il popolo cristiano a porre le speranze in Cristo invece della politica. In questa chiave nella messa a Nazareth, assistita da un numero record di fedeli in Terra Santa, ripropose anche la centralità dell’educazione, indicando il ruolo femminile. Le donne soprattutto hanno il compito di far sì che «i bambini imparino ad amare e ad apprezzare gli altri, ad essere onesti e rispettosi verso tutti, a praticare le virtù della misericordia e del perdono».
Tutto questo non passò inosservato. All’aeroporto, alla partenza del Papa, il presidente Perez lo salutò dicendo: «Lei, personalmente, ha avvalorato la sua visita con una dimensione spirituale in quanto ha ispirato la pace, e ha elevato speranza e comprensione… Lei ha toccato cuori e menti».
Questi miei ricordi mostrano il coraggio stupefacente nato dalla fede limpida e profonda di Benedetto XVI. E mi hanno permesso di comprendere che la rinuncia del Papa al ministero petrino ha origine in questo stesso coraggio. Il coraggio umile di chi, seduto davanti alla tomba vuota di Gesù nella chiesa del Santo Sepolcro, ha confessato, con san Pietro, che «All’infuori di Lui, che Dio ha costituito Signore e Cristo, “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”».
pubblicato su ilsussidiario.net
foto Catholic Church (England and Wales) - Mazur
«Il sorridente illuminato»
don Giussani è stata la persona decisiva che ha aperto la mia mente e il mio cuore agli orizzonti del mondo e della Chiesa. Se dovessi dire in estrema sintesi la ragione di maggior gratitudine che ho verso di lui, direi proprio questo: egli mi ha fatto innamorare di Cristo e della Chiesa. Non mi ha presentato un Dio rinchiuso in un passato irraggiungibile. Mi ha indicato Cristo presente nella comunione di chi oggi si lascia raggiungere da lui. Ha spalancato la mia umanità di ragazzo silenzioso e riservato alla conoscenza dell’uomo, dell’arte, della musica, della poesia. Mi ha insegnato cosa vuol dire accompagnare le persone, aiutarle a crescere e a fiorire, senza mai sostituirsi a loro. In lui ho visto la possibilità di valorizzare tutto e tutti nelle loro diversità. Mi ha riempito di curiosità per tutto, perché mi ha riempito di curiosità per Cristo. Egli, che era un grande comunicatore, mi ha trasmesso la passione per il rapporto personale con gli uomini e l’urgenza di far conoscere a tutti Gesù, l’unica risposta a quella sete di infinito che abita il cuore di ognuno e che don Giussani non smetteva di alimentare in chi gli stava vicino.
Per tutto questo, oggi, non solo da parte mia, ma a nome della Chiesa intera, desidero ringraziare don Giussani. La sua luminosa testimonianza, il suo infaticabile lavoro di educatore di generazioni e generazioni di uomini e donne al cristianesimo, la sua fede rocciosa che diventava, in modo naturale, luce per comprendere la realtà sono un faro importante all’interno della Chiesa. Egli è una miniera profondissima da cui si possono attingere tanti tesori. Le parole di stima che pochi giorni fa Benedetto XVI ha avuto ricordando don Giussani sono la testimonianza più grande e più autorevole di tutto ciò: «Ho conosciuto personalmente don Giussani – ha detto il papa –. Ho conosciuto la sua fede, la sua gioia, la sua forza e la ricchezza delle sue idee, la creatività della fede. È cresciuta una vera amicizia; così, tramite lui, ho conosciuto anche meglio la comunità di Comunione e Liberazione» (Saluto all’Assemblea generale della Fraternità San Carlo, 6 febbraio 2013).
Se uno volesse conoscere chi è stato don Giussani, dovrebbe sì leggere i suoi scritti, dovrebbe certamente studiarne la vita, ma, assieme a tutto questo, deve guardare a ciò che di lui vive tra noi. La vostra presenza qui, ci dice che don Giussani è vivo, perché vive ciò che da lui è nato. Ciò che da lui è nato muove anche la vita di persone che non lo hanno conosciuto direttamente. Come è possibile questo? Anche di altri personaggi storici possiamo conservare un grande ricordo, ma essi non muovono la nostra vita oggi. Che cosa, dunque, permette a don Giussani di vivere ancora? Rispondere a questa domanda è di capitale importanza, non solo per coloro che appartengono al movimento da lui fondato, ma per ogni uomo. Rispondere a questa domanda, infatti, significa addentrarsi nel segreto della vita, capire che cosa di noi non muore. Don Giussani si è affidato allo Spirito di Dio: ciò che è nato da lui è nato dalla sua obbedienza allo Spirito di Dio. Solo obbedendo a Dio, solo entrando nella sua volontà, le nostre opere e la nostra stessa vita possono portare frutto. Un frutto che rimane e può continuare a fecondare altre vite.
Entrare in ciò che Dio vuole è fondamentale per ogni esistenza. Dio parla innanzitutto attraverso i fatti. Entrare in questi fatti, che sono più grandi dei sentimenti, ci permette di entrare in una visione vera di noi stessi e del mondo. Stando accanto a don Giussani ci si accorgeva di iniziare a considerare in modo nuovo, realistico e positivo, i fatti, la realtà e, pian piano, si conosceva il Padre che attraverso quei fatti interpellava la nostra vita. Si imparava ad obbedire a Dio, ad entrare nella vita di colui che vive. Ecco allora la ragione più profonda per cui possiamo affermare che don Giussani vive ancora: perché si è lasciato prendere da Cristo che è il vivente.
Qualche giorno fa ho incontrato una grande scrittrice cristiana, Elena Bono. Ha ormai più di novanta anni, ma si ricordava ancora con grande lucidità il suo incontro con don Giussani. L’aveva conosciuto negli anni Settanta a Chiavari ed era stata così impressionata dalla sua personalità che ha sentito il desiderio di fissare per sempre quel momento in una poesia. «Il sorridente illuminato»: così in quei versi definisce don Giussani. Mi ha molto colpito il fatto che, seppur in un incontro abbastanza fugace, ella sia riuscita a cogliere un aspetto importante, direi centrale, della personalità di don Giussani: poiché non c’è nulla che sia perfetto – scrive la Bono – l’uomo può amarsi e amare solo quando si scopre amato gratuitamente da Dio. La suprema imitazione di Dio è dunque il perdono. Nessuno si ama veramente, […] / Di qui nasce il deserto / dentro e fuori di voi. / Ma tu imita Iddio / nella misericordia / che è la suprema Perfezione. / Va’ e perdona te stesso, – / sorrise a lui l’Illuminato (Elena Bono, Il magrissimo asceta fece un interminabile cammino, in Poesie. Opera omnia, Le Mani, Genova 2007, 408).
Amen.
Omelia di S. E. Mons. Massimo Camisasca nella messa di suffragio per don Luigi Giussani
Reggio Emilia, 22 Febbraio 2013
foto: 1965. Varigotti (SV). Un momento di preghiera sul molo durante gli Esercizi spirituali degli ”incaricati” di GS (5-8/12/1965). © Archivio CL – clonline.org
Riguarda anche me?
A
ntonio, il futuro abate e fondatore del monachesimo, era figlio di ricchi agricoltori. Dopo la morte dei suoi genitori – siamo nel terzo secolo dopo Cristo – un giorno entrò in chiesa e sentì leggere il brano del vangelo di Matteo in cui Gesù dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli». Il giovane fu colpito da quelle parole come se fossero rivolte personalmente a lui. Uscì dalla chiesa e donò ai compaesani i trecento campi che aveva da poco ereditato. Poi vendette e distribuì ai poveri anche gli altri suoi beni, tenendo solo lo stretto necessario per mantenere la sorella più piccola.
Le storie dei grandi del Cristianesimo contengono spesso un inizio di questo genere. Pensiamo a Francesco di Assisi, che assieme ai primi compagni aprì il vangelo per chiedere un’indicazione da parte di Dio: trovò la medesima frase che secoli prima aveva cambiato la vita di Antonio e su di essa basò anche la sua. Oppure pensiamo a Francesco Saverio, che sentiva l’amico Ignazio ripetere spesso: «A che vale guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso?», un’altra frase pronunciata da Gesù. Quelle parole lo convinsero a lasciare ogni prospettiva di carriera e a dedicare la vita all’annuncio di Cristo nelle Indie.
È possibile che ciò accada anche a noi oggi? Possono i vangeli cambiare la nostra vita? Il papa si è posto questa domanda all’inizio di ciascuno dei suoi tre volumi sulla figura di Gesù di Nazaret.
Egli nota che il nostro atteggiamento di fronte alla sacra Scrittura è spesso pieno di dubbi e di stanchezza, che ci vengono anche dalla cultura in cui viviamo. I vangeli sono testi che abbiamo sentito e risentito, da generazioni: il pericolo che l’abitudine ce li renda scontati è reale. All’opposto, se prendiamo alla lettera i racconti degli evangelisti, potremmo pensare che siano frutto di fantasia. Dove accadono, oggi, cose come quelle di cui gli apostoli affermano di essere stati testimoni? Non è più ragionevole pensare che abbiano ingigantito la realtà? E come possiamo allora prestar fede a ciò che dicono?
Il papa ci insegna in modo semplice la strada per ritrovare la capacità di ascoltare. Egli condensa per noi l’esperienza del suo rapporto con i vangeli offrendoci tre indicazioni umili e dirompenti. Anzitutto ci dice: «Io ho fiducia nei Vangeli». Gli evangelisti non ci vogliono ingannare. I loro racconti nascono dallo stupore per un fatto realmente accaduto, di cui sono stati testimoni.
Secondo: nei vangeli «io voglio trovare il Gesù reale», dichiara di conseguenza il papa. Essi parlano di un uomo vero, vissuto nella storia, che nello stesso tempo era vero Dio. Noi possiamo incontrarlo e possiamo giungere anche alla certezza della sua figura storica. La fede e il desiderio di seguire Cristo nella nostra vita non richiedono di abbandonare la strada della ragione che vuole conoscere la verità dei fatti. Anzi, ce la fanno amare di più.
Il papa ci indica poi un ultimo passo. Per incontrare Gesù nelle pagine dei vangeli, dopo aver letto ciò che i testimoni hanno scritto, dobbiamo chiederci: «Riguarda me? E se mi riguarda, in che modo?». Dai vangeli arriva fino a noi un invito esigente. La forza straordinaria di questo appello è la stessa che ha cambiato la vita di tanti santi. Ed è il segno più grande che all’origine dei testi di cui parliamo c’è Dio stesso, Colui che è sempre vivo e sempre presente.
(nell’immagine, un fotogramma di “The Passion”, di Mel Gibson)
Silenzio e preghiera
Carissimi,
l’annuncio con il quale il Papa ha comunicato alla Chiesa la decisione di rinunciare al ministero petrino ci ha riempiti di silenzio.
Guardando al suo gesto, ammiriamo la libertà interiore di un uomo che decide le cose più grandi di fronte a Dio e chiediamo di poterlo seguire sulla stessa strada di responsabilità e di umiltà. Le parole che ci ha rivolto mercoledì scorso sono vive in noi come un dono e alimentano il nostro amore alla Chiesa. Siamo certi che Cristo guida il suo popolo e la vita di ciascuno di noi.
Segnalo a tutti il messaggio che mons. Massimo Camisasca ha rivolto alla diocesi di Reggio Emilia – Guastalla e il comunicato stampa diffuso da Julián Carrón in occasione dell’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI.
don Paolo Sottopietra
Messaggio di mons. Camisasca alla Diocesi in occasione dell’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI
La prima parola che voglio dire è di ringraziamento a Dio per averci concesso questo Papa, per averci donato la sua profondità intellettuale e spirituale, la sua finezza d’animo, la sua umiltà. Io personalmente devo molto a lui. Gli sono grato per l’affetto che ha sempre dimostrato per la mia persona.
L’annuncio delle dimissioni che il Papa ha dato questa mattina al concistoro dei Cardinali mi riempie di silenzio e di preghiera. Di silenzio perché sono consapevole di partecipare a un momento grande della storia della Chiesa. Essa infatti è segnata soprattutto dal rapporto di ogni uomo con Dio, dall’adesione alla sua volontà. Il Papa, nella profondità della sua coscienza cristiana, ha percepito che rispondere oggi a Dio significava per lui ritirarsi. È una scelta drammatica e, nello stesso tempo – ne sono sicuro -, apportatrice di pace per il suo animo credente. Esce così dalla scena del governo della Chiesa un grande Papa, che verrà ricordato per tante ragioni. Alla morte di Giovanni Paolo II, dopo 27 anni di magistero incisivo e planetario, tutti ci chiedevamo: “Chi potrà succedere a un simile Papa? Chi potrà imprimere un suo stile dopo una tale altezza di presenza e di parola? Benedetto XVI, con grande umiltà, ha saputo disegnare una sua linea di interpretazione del sommo pontificato. Una linea che è passata attraverso la catechesi. Egli verrà ricordato nei secoli, a mio parere, come un nuovo Leone Magno, un nuovo Gregorio Magno, un vescovo che ha saputo introdurre i cristiani in una visione profonda e sintetica dell’esperienza della Chiesa, mettendo al centro di essa la liturgia e la preghiera.
Benedetto XVI è stato un Papa che ha svelato la carità come contenuto della fede. Lo ha detto nel messaggio per la Quaresima e mostrato con questo suo ultimo atto di governo. Egli ha espresso ciò che è essenziale nel cristianesimo: il legame con la Tradizione, la centralità della liturgia, la necessità della grazia che salva, la superiorità della vita personale di fronte ad ogni burocrazia o sovrastruttura. Nello stesso tempo egli ha parlato a tutti gli uomini, mostrando la grande stima che il cristianesimo ha della ragione umana e combattendo contro ogni riduzione di essa. Il Logos è il cuore del cristianesimo: è questo il principio che combatte ogni assolutizzazione politica della religione. Ha posto continuamente sul tappeto il tema della convivenza tra i popoli e le religioni.
Inizia ora un tempo di preghiera nella Chiesa, affinché sia concesso dallo Spirito di Dio un nuovo Papa che sappia continuare l’opera dei suoi predecessori con la santità che i papi del Novecento hanno saputo incarnare in modo così mirabile.
Don Juliá Carrón: «L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo»
In relazione all’annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha dichiarato:
«Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro.
Chi non desidererebbe una simile libertà?
Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo, come se Benedetto XVI ci dicesse con le parole di san Paolo: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6).
Attraverso l’annuncio del Papa, il Signore ci domanda di trapassare ogni apparenza, attraversando tutto l’entusiasmo umano con cui avevamo salutato l’elezione di Benedetto XVI e con cui lo abbiamo seguito in questi otto anni, grati per ogni sua parola.
Desiderando di vivere la stessa esperienza di immedesimazione con Cristo che ha dettato al Papa questo atto storico per la vita della Chiesa e del mondo, accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio.
Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo».
foto: Servizio fotografico de L’Osservatore Romano
Udienza del Santo Padre ai partecipanti all’Assemblea Generale della Fraternità San Carlo
L’udienza privata che il Santo Padre ha concesso ieri, mercoledì 6 febbraio, ai membri della XII assemblea generale della Fraternità san Carlo, accompagnati da mons. Massimo Camisasca e da don Julián Carrón, ci ha riempiti di gioia e di stupore. Le parole che il Papa ci ha rivolto e l’affetto con cui le ha pronunciate sono per noi un segno commovente di attenzione al nostro cammino. Ci siamo sentiti incoraggiati.
L’incontro con don Giussani ha cambiato le nostre vite e ci ha comunicato l’entusiasmo di essere cristiani. L’amicizia del Papa ci fa avvertire tutta la nostra sproporzione al compito che ci è affidato, ma vogliamo vivere la responsabilità del dono ricevuto. Desideriamo continuare a servire la diffusione del Vangelo e la crescita del Regno di Dio nel mondo.
Pieni di gratitudine rinnoviamo la nostra fedeltà al Santo Padre e al carisma che ci ha originati, e chiediamo al Signore la grazia di un umile amore alla Sua Chiesa.
don Paolo Sottopietra
UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DI SAN CARLO BORROMEO (6 FEBBRAIO 2013)
Al termine dell’Udienza Generale di ieri, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza nell’Auletta dell’Aula Paolo VI i partecipanti all’Assemblea Generale della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo (cfr Boll. N. 77), che ha eletto il nuovo Superiore Generale, don Paolo Sottopietra, ed ha loro rivolto le parole che riportiamo di seguito:
Eccellenze,
cari Fratelli,
è per me una grande gioia essere con voi. Mi ricordo bene delle mie visite nel Palazzo Borromeo, accanto a Santa Maria Maggiore, dove ho conosciuto personalmente don Giussani; ho conosciuto la sua fede, la sua gioia, la sua forza e la ricchezza delle sue idee, la creatività della fede. È cresciuta una vera amicizia; così, tramite lui, ho conosciuto anche meglio la comunità di Comunione e Liberazione.
E sono lieto che il successore sia con noi; che continua questa grande opera e ispira tante persone, tanti laici, donne e uomini, sacerdoti e laici, per collaborare alla diffusione del Vangelo, alla crescita del Regno di Dio. E qui ho conosciuto anche Massimo Camisasca; abbiamo parlato di diverse cose, ho conosciuto la sua creatività nell’arte, la sua capacità di vedere, interpretare i segni dei tempi, il suo grande dono di educatore, di sacerdote. Una volta ho avuto anche l’onore di ordinare alcuni sacerdoti a Porto Santa Rufina, ed era bello, quindi, conoscere che qui cresce una nuova Fraternità Sacerdotale nello spirito di San Carlo Borromeo, che sempre rimane il grande modello di un Pastore che è realmente stimolato dall’amore di Cristo, cerca i piccoli, li ama e così realmente crea fede e fa crescere la Chiesa.
Adesso la vostra Fraternità è grande, ed è un segno che le vocazioni ci siano. Ma c’è anche la necessità della nostra apertura per trovare, per accompagnare, per guidare e aiutare le vocazioni nella maturazione. Questa è la cosa per la quale ringrazio don Camisasca che ha fatto da grande educatore. Ed oggi l’educazione è sempre fondamentale per la crescita della verità, per la crescita del nostro essere figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo.
Adesso, grazie a Dio, conosco anche già da molto tempo il vostro nuovo Superiore Generale, che anche un po’ ha avuto contatto con la mia teologia. Così, sono contento che io possa essere anche spiritualmente ed intellettualmente con voi e che possiamo reciprocamente fecondare il nostro lavoro.
Il Signore vi benedica. Grazie al Signore per questo dono della vostra Fraternità: cresca e si approfondisca sempre, ancora di più nell’amore di Cristo, nell’amore degli uomini per Cristo. Il Signore vi accompagna.
Vi do la Benedizione, sicuro che voi pregate per me, mi accompagnate con la vostra preghiera. Grazie a voi tutti!
Fonte: Bollettino della Sala Stampa Vaticana – edizione del 7 febbraio 2013
© Copyright 2013 – Libreria Editrice Vaticana
foto: Servizio Fotografico de L’Osservatore Romano
Don Paolo Sottopietra nuovo superiore generale
Don Paolo Sottopietra, 45 anni, nativo di Stenico in provincia di Trento, è il nuovo superiore generale della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo. Lo ha eletto l’assemblea generale, riunita a San Lazzaro di Savena (Bo). Sono stati eletti anche il nuovo vicario generale, don Emmanuele Silanos, e i due consiglieri, don Andrea D’Auria e don Domenico Mongiello, che collaboreranno attivamente con il neo superiore generale.
Il nuovo Consiglio ha successivamente nominato il rettore della Casa di formazione, don Jonah Lynch; il segretario generale, don Matteo Invernizzi; l’economo generale, don Domenico Mongiello.
Don Sottopietra (un dottorato sul pensiero di Ratzinger all’Università di Eichstätt, in Germania) assume la guida della Fraternità, dopo la nomina del fondatore monsignor Massimo Camisasca, consacrato lo scorso 7 dicembre vescovo di Reggio Emilia – Guastalla.
«La nostra Fraternità nasce per sostenere la missione della Chiesa nel mondo. Continueremo nel solco dell’insegnamento tracciato in questi 27 anni da mons. Massimo Camisasca, in quella esperienza di comunione che abbiamo imparato da don Luigi Giussani e che si esprime per noi nella vita comune in case missionarie.
La Fraternità vive di una linfa che le viene da un tronco più antico, il movimento di Comunione e Liberazione. Affido – conclude don Sottopietra – il mio compito e l’opera di tutta la Fraternità nelle mani del Santo Padre Benedetto XVI, che abbiamo incontrato in forma privata il 6 febbraio».
Il Papa ha ricevuto i 18 sacerdoti, provenienti dalle missioni (Europa, Asia – Oceania, Africa, America del Sud, America del Nord e Centrale), che hanno partecipato all’elezione. All’incontro, oltre al neo eletto, erano presenti anche mons. Massimo Camisasca e il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián Carrón.
Breve profilo biografico di don Paolo Sottopietra
I pilastri della nostra giornata
Uno studente di liceo ha perso il suo migliore amico in un incidente. Mi ha chiesto che cosa potesse fare. Io gli ho risposto di pregare per l’anima del suo amico, ma quel ragazzo mi ha replicato che la preghiera è una cosa astratta. Vorrei cominciare a rispondere alla sua obiezione.
La preghiera è come l’acqua. Senza l’acqua, la vita inaridisce, appassisce, si rinsecchisce, muore. Prima di morire, le foglie perdono colore, i rami si infiacchiscono. La pianta si affloscia. Ciò che prima aveva vigore, slancio, con la mancanza di acqua finisce per ricadere verso terra.
Ricordo di aver letto un bellissimo paragone in un sermone di San Bernardo di Chiaravalle. Si tratta di un lungo sermone scritto per il giorno della Natività di Maria, ma che è diventato famoso come Sermone sull’acquedotto. Esso partiva dall’immagine di un acquedotto romano, che porta l’acqua preziosa e dolce delle montagne fin dentro la città. La sua struttura è eloquente: una serie di pilastri ben radicati per terra, da cui si innalzano le arcate che sostengono il canale dell’acqua. Ogni arcata può estendersi in avanti per una breve distanza sospesa in aria, ma ben presto deve ridiscendere e collegarsi a un nuovo pilastro. La struttura dell’acquedotto può dunque lanciarsi per uno spazio libero, senza toccare terra, e continuare a portare l’acqua, ma quello spazio è breve.
Proprio come la preghiera dell’Angelus, che don Luigi Giussani amava e che raccomandava ai suoi amici di recitare ogni giorno per tre volte. La preghiera della mattina è come un pilastro che fonda la nostra vita sulla roccia eterna. Partendo da lì, possiamo lanciarci in alto e in avanti, come l’arcata dell’acquedotto. Ma a mezzogiorno, e di nuovo a sera, abbiamo bisogno di radicare nuovamente il nostro vivere su qualcosa di più solido della nostra piccola volontà. Questo fondamento è la memoria dell’Incarnazione, che «abbiamo conosciuto per mezzo dell’annuncio dell’angelo», ed è la memoria del fatto che «attraverso la sua passione e croce siamo condotti alla gloria della sua risurrezione».
Le parole della Madonna ci aiutano a ricordare queste verità. Pronunciandole, diventano nostre. Accade il miracolo della disponibilità: «Eccomi, sono la serva del Signore, mi avvenga secondo la Tua parola». Avviene il miracolo dell’Incarnazione: «E il Verbo si è fatto carne, e abita in mezzo a noi». Recitandole, mi tornano in mente le parole di padre Anselmo, il mio anziano confessore, alla fine di ogni nostro incontro: “Ama la Madonna e falla amare”.
foto RaSeLaSeD – in prima pagina, foto di Antonio da Roma
Il mistero dell’amicizia
Ho un amico giurista, in Svizzera, che si occupa della legislazione sull’eutanasia. Qualche tempo fa, mi ha raccontato di essere stato invitato a un incontro con duecento anziani. Il tema era la sofferenza e la possibilità di scegliere come e quando morire: in pratica, doveva spiegare loro per quali ragioni nella malattia il suicidio non sia l’unica soluzione. Egli pensava tra sé e sé: «Tra loro potrò certamente trovare qualcuno che ama la vita». L’incontro lo ha portato a conclusioni diverse. Gli anziani partecipanti lo contraddicevano con questa argomentazione: «Quando il nostro cane sta male e soffre lo portiamo dal dottore e lo facciamo uccidere. Perché a noi non è permesso? ». Volevano avere gli stessi diritti dei loro cani.
Il suo racconto mi ha molto rattristato. Nella situazione attuale, molti uomini non hanno più coscienza della loro singolare dignità, non vedono più nessuna differenza tra loro e un animale. È venuto a mancare lo stupore che muoveva il salmista quando esclamò: Che cosa è l’uomo perché tu [cioè Dio] te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? (Sal 8,5).
I primi a convertirsi
Come recuperare il senso della nostra esistenza? Penso che una possibile via sia quella dell’amicizia, dell’amore. Perché? Poiché nella storia del mondo è accaduto proprio così.
Gli uomini non hanno sempre avuto coscienza della loro grandissima dignità. Gli antichi greci, ad esempio, ci hanno offerto delle definizioni stupende della natura umana, ma non hanno mai riconosciuto che la vita di ciascun uomo ha un valore incommensurabile. Solo quando gli uomini sono stati amati senza riserve, hanno scoperto di avere la dignità di persone. Ciascun uomo è insostituibile, anzitutto perché Dio lo ama in modo unico e personale. È dunque stato Gesù a rivelare agli uomini la loro vera natura. Non è un caso che i primi a convertirsi a Cristo siano spesso stati gli schiavi, i poveri, gli emarginati. Essi, che non avevano nessuna speranza, sono stati i più colpiti dall’annuncio di un Dio che si è fatto uomo, ha sofferto ed è morto per loro. Questo avvenimento permetteva loro di leggere la propria vita in una nuova luce: qualcuno li amava, si preoccupava del loro destino. Hanno cominciato a guardare i loro figli e i loro amici con quel medesimo stupore negli occhi. Ed è così che, pian piano, la convinzione del valore infinito di ogni vita umana – quella per cui Gregorio Nazianzeno esclamava «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita» – si è diffusa in tutto il mondo.
Ho imparato da un grande pensatore russo, Pavel Florenskij, che in ogni vero amore e in ogni vera amicizia accade un miracolo analogo. Nell’amicizia faccio l’esperienza di non essere come tutti gli altri, di non essere semplicemente un numero sostituibile da un altro. In La colonna e il fondamento della verità Florenskij scrive: «Anche se si afferma che esistono molti Tu amati, nell’amore il rapporto con ciascuno è come se fosse l’unico». E in un altro passo osserva: «Attraverso un incomprensibile atto di elezione una persona diventa unica, è chiamata alla sublime e regale dignità di Tu». Abbiamo bisogno di essere amati e prendere coscienza della nostra reale dignità. Ciascuno nasce persona, ma per prendere coscienza di tale dignità qualcuno deve dirgli: tu sei unico, non c’è nessuno che sia come te, non ti lascerò mai.
Si intuisce così anche il significato della famiglia per una sana crescita della personalità. Un bambino che non viene amato dai suoi genitori e che non vede tra di loro un amore gratuito, più difficilmente oserà assecondare il desiderio iscritto nelle profondità del suo cuore. «In seno alla famiglia – annotava Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus – l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona».
Necessaria e gratuita
Ci troviamo di fronte ad un paradosso: abbiamo bisogno dell’amore per realizzare la nostra natura, ma non possiamo pretenderlo. L’amore, di cui necessitiamo così tanto, è per definizione un dono gratuito. Dio ha scelto proprio questa dinamica paradossale per salvare gli uomini. Cristo si è fatto uomo, è diventato amico di alcuni, affinché questi chiamassero a loro volta degli uomini a diventare suoi amici. L’amico desidera infatti condividere con l’amico le cose belle che ha incontrato nella vita. Ecco perché sant’Agostino scorge nella missione il sintomo della vera amicizia. «Tutto il vostro prodigarvi per l’amico ha l’intento di fargli condividere con voi la salute eterna. Se amate la giustizia, volete che l’amico sia giusto; se amate ubbidire a Dio, volete che anche lui sia ubbidiente, se amate la vita eterna, desiderate che l’amico regni là con voi in eterno».
Mediante la chiamata a collaborare al progetto di Dio, ciascuno può scoprire il suo posto inconfondibile nella storia del mondo.
L’amico imprevedibile
Le facce dei primi amici che ho conosciuto in università sono in me legate all’immagine di una mattina di settembre del 1986 all’ingresso principale dell’Università Cattolica di Milano, in Largo Gemelli 1. Paolo Bidinost, Rudy Zerbinati, Paola Frachessa e altri che mi accolsero allegri. Paolo passò con me tutta la giornata per aiutarmi. Mi ricordo la prima volta in cui ho visto Gianluca Attanasio, una persona che da quel momento sarebbe stata decisiva nella mia vita. Fu l’anno dopo, nei chiostri della stessa università. Di certi amici ricordiamo il momento e il luogo in cui qualcosa del loro modo di essere ci ha colpito e ha prodotto in noi un’apertura. Qualcosa di importante è iniziato dentro di noi e nella nostra memoria sono rimaste impresse le circostanze in cui abbiamo sentito l’altro parlare o gli abbiamo stretto la mano per la prima volta. Anche nell’altro qualcosa è iniziato, oppure si è fatto strada nel tempo.
L’amicizia nasce perché due persone riconoscono questa loro affinità e scelgono di darle spazio. Affinità non significa sempre “somiglianza”. Si può essere affini anche per contrasto, o per complementarietà. In ogni caso ci si cerca, perché quello che vediamo nell’altro ci attrae e ne sentiamo il desiderio, o il bisogno.
Quando sono entrato in seminario, dopo aver passato un anno negli Stati Uniti, ho trovato a Roma Vincent Nagle. Stava aspettando di partire per Nairobi, sua prima destinazione. Abbiamo passato assieme un mese. Parlavamo tutti i giorni a lungo. Avevo iniziato ponendogli le mie domande sull’America, ma non ci eravamo fermati a quelle. Quando è partito, sapevo di aver guadagnato un amico per sempre.
L’amicizia è una conoscenza reciproca, una condivisione che desideriamo perché da essa ci sentiamo arricchiti. L’essere dell’altro ci insegna qualcosa che sentiamo prezioso, ce lo dona.
Durante il primo anno di seminario ci trovavamo la sera nella stanza di Antonio López. Dopo gli incontri della casa discutevo sempre con lui delle cose che ci insegnava don Massimo, che allora era il nostro rettore. Con l’aiuto di Antonio, ho potuto capirle. Sono state parole decisive per la mia vita, ma senza il mio affetto per quell’amico me ne sarei appropriato molto più lentamente.
La nostra amicizia ha ospitato in tutti questi anni le cose più alte: il desiderio di convertirci a Cristo, la passione per don Giussani e il movimento, la decisione di spenderci per la Fraternità e la missione, l’aiuto reciproco nelle responsabilità.
Nella storia di un’amicizia ci sono dei momenti importanti, in cui emerge quel tratto dell’altro che lo definisce come tale: la sua imprevedibilità. Un amico, di tanto in tanto, ci sorprende. Anche se lo conosciamo bene, anche se abbiamo lavorato fianco a fianco per anni, ha il dono di continuare a suscitare in noi ammirazione e stupore. Un suo gesto, un dialogo con lui, tornano a volte a mostrarci la sua grandezza e ci riempiono di gratitudine. Oppure, ad un certo punto la testimonianza quotidiana della sua fedeltà si impone di nuovo alla nostra attenzione. Un amico poi, come dice il libro dei Proverbi, sa imprimerci “ferite leali”, ha cioè l’onestà di dirci anche le cose che sono dure da dire, ma vere. Come all’inizio, quando ci siamo legati a lui, sentiamo che la sua presenza ci dona e ci insegna qualcosa di grande. L’amico ci è di richiamo, anche se non ci corregge esplicitamente, con il suo impegno e la sua serietà, con la sua letizia, con la sua disponibilità a perdonarci.
Queste esperienze sono un dono, ma non c’è nulla di più necessario di questo dono. «L’amicizia – ha scritto C. S. Lewis – è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo stesso».
Il genio dei Magi
Sono contento, anzi fiero di essere in missione a Colonia. È una delle città più antiche d’Europa, fondata da Agrippina, la mamma del terribile imperatore Nerone. Ovviamente non è questo ciò che ha reso la mia città famosa. La sua fama, ancor oggi, è dovuta a ciò che è la meta turistica (dicono le statistiche) più visitata in tutta la Germania: il Duomo. Chissà cosa dicono le guide turistiche giapponesi o cinesi di questa imponente costruzione gotica… Fino a qualche decennio fa era chiaro ad ogni visitatore che esso non era che un grande scrigno costruito per ospitare, al suo interno, ciò che pellegrini da tutta Europa per secoli sono venuti a venerare: uno scrigno vero e proprio, la più grande opera di oreficeria della cristianità, realizzata dal famoso orefice Nicola di Verdun. Perché tante gemme preziose e tanto oro? Perché lungo i secoli ogni re e imperatore del Sacro Romano Impero, non appena incoronato ad Aquisgrana, veniva a venerare questo scrigno? Perché in esso si venerano i tre personaggi che non mancano in nessun presepe: i Re Magi.
Cosa sappiamo di loro? A dire il vero ben poco. O meglio: l’evangelista Matteo ci ha trasmesso l’essenziale. Si trattava di appassionati e indomiti ricercatori di Infinito. Scrutavano gli astri del cosmo per scoprire il segreto dell’universo, ciò che dà senso e direttiva all’agire dei popoli e alla vita di ogni uomo. Il loro genio è stato di alzare lo sguardo per guardare all’orizzonte ultimo – ma, soprattutto, il loro genio è stato nella libertà di mettersi in moto per seguire ciò che avevano riconosciuto come segno: la cometa. Non è mai facile mettere in gioco tutto di sé per seguire un ideale. In questo tendiamo un po’ tutti ad essere codardi. Loro no: hanno intrapreso il lungo cammino e non hanno evitato fatiche e prove.
Ma la loro vera grandezza umana, il loro vero genio religioso, lo hanno testimoniato al loro arrivo a Betlemme. Dinnanzi al bambino nella culla si sono prostrati. Tutta la fatica, tutta la luminosità della cometa solo per un bambino?! Sì. Loro, in quel momento, hanno capito: l’universo, la verità del cosmo, ciò che vale per la vita dei popoli e per la salvezza dell’uomo non è qualcosa, ma questo Uno: l’Immanuel – il Dio fatto uomo per diventare amico delle Sue creature. Loro sono stati i primi a testimoniare questa grande verità: la vera intelligenza non sta nel trovare un principio, una formula, una teoria risolutiva di tutto, ma di giocarsi in questa Presenza, di vivere un rapporto personale con il Logos divenuto carne.
Come il duomo di Colonia rimanda lo sguardo allo scrigno dorato che racchiude al suo interno, così la Chiesa in questo Anno della Fede ci richiama a riporre ogni nostra speranza, l’intelligenza di vita e l’affetto del cuore, in questa Presenza che simbolicamente ammiriamo nei nostri presepi. È solo il rapporto libero con il Bambino d Betlemme che ci dà la statura di persone che vivono liete, certe, con indomita passione e operosità, anche in circostanze difficili.
Ogni anno, nel giorno dell’Epifania, in Germania migliaia di ragazzi vanno a piccoli gruppi di casa in casa: tre di loro sono vestiti da Re Magi, un quarto porta innalzato ad uno stelo una cometa dorata. Bussano ad ogni porta e annunciano cantando la nascita del Salvatore, augurando ad ognuno che Cristo lo benedica nel nuovo anno. Si chiamano, in tedesco, Sternsinger – che letteralmente significa: cantori della cometa. La gente, poi, fa loro dono di dolci (ahimé: sono montagne che si raccolgono in poche ore!) e di un’offerta di soldi da devolvere ad opere di beneficenza per bambini bisognosi in paesi del Terzo Mondo. È un’iniziativa bella che a tutt’oggi, in una società molto secolarizzata, gode ancora di grande stima. Guai a dimenticare o tralasciare una casa!
Anche questo è un segno – piccolo ma reale: chi non desidera l’augurio di un nuovo anno felice? Tutti. Ma chi glielo può dare realmente? Solo chi sperimenta personalmente un rapporto con il Bambino di Betlemme, chi cioè, anche se in modo ancora molto iniziale, ne è amico e testimone. In questo senso siamo anche noi chiamati ad essere dei Sternsinger: testimoni della luce vera, che illumina ogni uomo (e che è ben più folgorante dello scrigno dorato del Duomo di Colonia). Ognuno può, liberamente, accoglierne l’amore e rispondervi affidandosi al Suo sorriso.
nella foto: Un particolare del reliquiario dei Re Magi nel Duomo di Colonia (foto Wikipedia)
Il desiderio della santità
Un freddo giorno di fine dicembre, nella campagna toscana, ero a casa di amici. A pranzo parlavamo dell’anno trascorso, degli errori fatti e delle gioie vissute, e dei progetti per il futuro. Dopo pranzo, abbiamo seguito insieme in televisione il discorso Urbi et orbi del papa. Non rammento che cosa abbia detto. Ricordo invece, con quella precisione che solo certi ricordi importanti mantengono negli anni, la chiusura del discorso. Il papa invitò tutti i presenti in piazza san Pietro, tutti coloro che lo seguivano alla radio o in televisione, e persino tutti coloro che avrebbero letto le sue parole più tardi, a ricevere la sua benedizione apostolica e anche una speciale indulgenza plenaria “con le condizioni usuali”.
Che impressione di fragilità e di potenza! Quell’uomo minuto vestito di bianco ingaggiava la lotta con il nemico, il diavolo, e stravinceva.
Che cosa può fare l’accusatore contro l’amnistia generale, la cancellazione dei debiti di chiunque lo desideri? Assolutamente nulla.
Ci siamo alzati in piedi, ci siamo inchinati, abbiamo fatto il segno della croce. Più tardi ci siamo confessati, abbiamo pregato per le intenzioni del papa, e abbiamo assistito alla Messa. Sono queste le “condizioni usuali”. Così abbiamo ricevuto la liberazione da ogni peccato passato e presente, e pure la cancellazione della pena per quei delitti. Se fossimo morti in quel momento, saremmo andati subito in cielo.
Ciò che interessa al papa, e a Dio, è la nostra salvezza. Non è tirchio con la sua grazia.
Perché allora il nemico riporta tante vittorie? Egli ci attacca colpendoci nell’unico punto vulnerabile: il nostro desiderio. Tutta l’onnipotenza di Dio e la liberalità della sua Chiesa non possono garantire la nostra salvezza, se non la desideriamo.
Perciò il nemico, anche nel confessionale, dice: “Tanto lo sai che ci ricaschi. Tanto lo sai che sei debole, sei fatto così”. Altre volte minimizza: “Ma cosa vuoi che sia? Un nonnulla, non hai ucciso nessuno…”.
Vuole convincerci che la salvezza sia impossibile, oppure che sia scontata. Sono le due facce del peccato contro lo Spirito, l’unico che non si riesce a perdonare perché toglie ogni terreno per la conversione. Nella sua prima forma, il peccato contro lo Spirito è disperazione della salvezza. Nella seconda, è la presunzione della salvezza. In entrambi i casi, il nostro desiderio si spegne, e con esso si dissolve anche la possibilità che Dio agisca nella nostra vita.
Come ogni anno, anche questo inizio d’anno è pieno di elenchi di buoni propositi. Sappiamo che non servono a molto. Ma sappiamo anche che il desiderio che li genera è prezioso. Nella sua origine non è un desiderio moralista. È un desiderio fresco, eternamente giovane. Non vuole credere che tutto inevitabilmente decade. Vuole credere nella rinascita, nel cambiamento, nel perdono, nella risurrezione.
È il desiderio che la luce dell’ideale invada ogni dettaglio della vita e rischiari ogni angolo delle nostre tenebre. È il desiderio della santità.
foto FreeVerse photography – Bledsoe (da flickr.com)
«State lieti, il Signore è vicino»
Omelia di mons. Camisasca durante la messa di ingresso in Diocesi – Cattedrale di Reggio Emilia, 16 dicembre 2012
Cari fratelli e sorelle,
il Signore mi dona la grazia di fare l’ingresso nella Diocesi che Gesù mi ha affidato, attraverso il mandato del Papa, nella domenica gaudete, nella domenica della letizia, della gioia.
Proprio la gioia è la nota principale delle letture che abbiamo ascoltato, anche del Vangelo, che esplicitamente non parla di essa, ma pur sempre di evangelizzazione, di una notizia che è fonte di esultanza.
Gesù sta per arrivare, dice il Battista (cfr. Lc 3,16). Gesù è arrivato, è qui, è vicino, sta per venire ancora. Dice Paolo ai Filippesi: Ve lo ripeto, state lieti, il Signore è vicino (cfr. Fil 4,4-5). Ci troviamo, così, nel cuore dell’Avvento, che è attesa e preparazione e infine scoperta di Gesù presente. Ma ci troviamo anche nel cuore del ministero del vescovo. È lo stesso ministero di ogni sacerdote, di ogni cristiano, della Chiesa intera: fare esperienza della presenza di Gesù e rivelarla al mondo. Sono venuto per questo e, oserei dire, solo per questo. Per questo e per tutto ciò che può aiutare questa rivelazione.
Cosa occorre al vescovo, cosa occorre a voi, a voi preti, a voi religiosi e laici per vivere questa bellissima esperienza, per scoprire le tracce di Dio presente e mostrarle agli uomini? Permettetemi di dirlo, almeno brevemente, sperando di avere presto l’occasione di tornare sopra questi accenni: occorre silenzio, occorre preghiera, occorrono compagni di viaggio.
Silenzio, perché la moltitudine di parole e di immagini non cancelli in noi la possibilità di vedere e di udire. Solo un’educazione dello sguardo e del cuore può ridarci la capacità di innamorarci ancora della verità, della bellezza, della giustizia, del bene, che sono tutti nomi di Dio. Silenzio per ascoltare la voce di Dio che parla in molti modi, attraverso suo Figlio e lo Spirito. Parla attraverso la Chiesa nella Sacra Scrittura, nei sacramenti, nel magistero, nella vita dei santi sulla terra e in cielo.
Occorre, poi, la preghiera, il riconoscimento del nostro essere creature bisognose di Dio, che ci ha creati perché ci ama e ci ha salvati gratuitamente, senza nessun nostro merito, perché il suo amore non è fermato dal male. Senza Dio, si spegne la luce nella vita dell’uomo. Senza Dio la vita dell’uomo diventa incomprensibile e perfino, talvolta, insopportabile, con tutto il carico di ingiustizie che essa comporta.
Siamo nell’anno della Fede: vorrei aiutarvi a scoprire Dio, vorrei scoprirlo io con voi, vorrei farlo scoprire a chi non lo conosce. Vorrei aiutarvi a scoprire in lui il Padre, colui da cui veniamo, a cui andiamo, colui che guida la nostra vita senza sostituirsi alla nostra libertà, ma che è provvidente e misericordioso. Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Dal silenzio e dalla preghiera scaturirà, poi, il desiderio di conoscere.
Vorrei riprendere in mano con voi il Catechismo della Chiesa Cattolica e i documenti più importanti del Concilio Vaticano II. Certamente in molte parrocchie e comunità già lo si sta facendo. Durante l’anno liturgico commenterò i misteri della vita di Gesù con questi testi nelle mani.
La preghiera e il silenzio trovano nella celebrazione della Messa la loro massima espressione settimanale. Desidero vivere con voi la liturgia, avendo come stella polare l’insegnamento del nostro Papa Benedetto XVI. Celebrare con sobrietà, dignità, senza protagonismo, lasciando a Gesù e alla sua opera il centro della scena.
Se voglio pregare, studiare, predicare, celebrare l’eucarestia, se voglio privilegiare i rapporti diretti e personali, se voglio incontrare la gente, dovrò rinunciare ad altro. Chiedo a Dio la grazia di un carico amministrativo leggero, di ridurre all’essenziale le riunioni, gli incontri di rappresentanza, i convegni. Dio mi aiuterà. Senza dimenticare nessuno, vorrei dedicare tempo ed energie ai preti, ai giovani, alle famiglie.
Conto di incontrare i primi, riuniti per zone, entro giugno, i giovani durante la Quaresima, le famiglie nelle mie visite alle parrocchie, ma già domenica 30 dicembre qui in Cattedrale nei Vespri della Sacra famiglia.
Ho detto, infine, che occorrono i compagni di viaggio. Dio ci chiama personalmente, ma non ci lascia individui isolati, chiusi in un dialogo intimistico con lui. Dio ci chiama per far parte del suo popolo. E il suo è un popolo eucaristico, formato da tante comunità radunate attorno al vescovo, nell’obbedienza al suo ministero e in comunione col vescovo di Roma.
Compagni di viaggio sono tante persone a cui la nostra vita è legata e come consegnata nella comunione cristiana. Famiglie, parrocchie, comunità religiose, sacerdotali, Istituti religiosi, compagnie vocazionali, amicizie cristiane, associazioni, movimenti, comunità laicali,… tante diverse forme canoniche ed esistenziali, espressione di un unico principio: a Dio si va come membra del suo popolo, pellegrino nel tempo verso l’eterno.
Dobbiamo riscoprire assieme la bellezza e la fecondità della nostra appartenenza ecclesiale.
È tempo ora di proseguire la nostra liturgia. Vorrei ritornare alla parola dell’inizio: la Chiesa ci invita alla letizia. Ma è possibile l’esperienza della letizia nel nostro tempo, nelle nostre condizioni di vita? Sì, se riconosciamo la realtà annunciata dai profeti e dall’apostolo: Dio è presente, è uno di noi, si è fatto uomo per essere vicino, incontrabile, familiare. Non angustiatevi, allora, ma fate presenti a Dio le vostre necessità (cfr. Fil 4,6). Il Signore ha revocato la nostra condanna. Non temeremo più alcuna sventura (cfr. Sof 3,15).
Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore (Sof 3,16-17). Diciamo assieme: mia forza e mio canto è il Signore (Es 15,2; Ps 117,14; Is 12,2)!
Amen.
Foto Codazzi – La libertà
Mons. Camisasca: ingresso in diocesi – i discorsi
IL 16 dicembre Mons. Camisasca ha preso possesso della Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla. Pubblichiamo i discorsi che ha pronunciato il giorno del suo solenne ingresso.
ALL’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO
Cari fratelli,
ho desiderato iniziare da qui il mio ministero di vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, dal luogo dove più profonda è la prova.
Chi è il vescovo, vicario di Cristo, se non colui che cerca l’uomo? La malattia mentale e la privazione della libertà sono strade di abissale oscurità, di perdutezza dell’io, che mi invitano a prendere coscienza del fatto che sono stato mandato in questa terra per cercare coloro che si sono perduti. L’uomo dolente, l’uomo solo, l’uomo malato, l’uomo disperato. Cerco gli uomini per dire loro: A voi, gli «sconosciuti del dolore» (Paolo VI, Messaggio ai poveri, ai malati e a tutti coloro che soffrono a chiusura del Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965), voglio portare il perdono e l’eucarestia di Gesù, voglio dire: “non disperate, perché Dio si è fatto uomo per esservi vicino”.
Ringrazio perciò il direttore di questo ospedale psichiatrico, per le parole che mi ha rivolto e per il suo lavoro quotidiano. Ringrazio il cappellano, i medici, gli infermieri, il personale direttivo, la polizia carceraria, i volontari. A loro dico: sappiate che vi è chiesto un lavoro duro, forse ignoto e invisibile ai più, ma un lavoro grande, degno dell’uomo. All’uomo non è concesso che raramente di operare guarigioni, ma è concesso sempre di prendersi cura. In questo prendersi cura dell’altro sta la più grande manifestazione dell’umano.
Io pregherò ogni giorno per voi, persone qui recluse e persone che qui lavorate. Sappiate che nessun sacrificio o dolore è perduto, nessuno è senza peso e senza valore.
Con la mia benedizione.










