Ricominciare dall’abc
Ad Alverca tante persone vengono a cercarci, soprattutto durante le messe del fine settimana. A quella centrale della domenica partecipano circa 600 persone; nella maggior parte dei casi sono le famiglie dei bambini del catechismo. Molti avevano lasciato la vita cristiana anni fa, o partecipavano saltuariamente alle celebrazioni. Ma attraverso i figli, sono tornate. E a poco a poco hanno cominciato ad avvertire la messa come quel luogo in cui l’ideale diventa concreto. Concreto perché vicino, perché parla della vita, delle decisioni da prendere, dei problemi di ogni giorno. Un luogo che guarda tutto alla luce della compagnia che Cristo ci fa, attraverso le persone vicine: per i loro bambini è il catechista, per loro siamo noi preti e le altre famiglie.
C’è di più: molte famiglie non si limitano a partecipare, ma sono attratte dalla nostra esperienza, dal nostro modo di vivere, di pregare e di lavorare insieme. Cercando un rapporto personale, molti di loro si aprono. Superata l’impasse iniziale, comprendono che la nostra forma di vita può essere di aiuto alla loro. Quando questo accade, è un incontro, nel senso in cui Giussani ce lo ha insegnato.
L’aiuto che i genitori cercano è anzitutto nell’educazione dei figli. Non tanto perché possono “scaricarli” qui in parrocchia, quanto perché possiamo trovare insieme le risposte alle sfide che il nostro tempo pone. Pensiamo a Internet, al cellulare, alla televisione. Molti genitori, ad esempio, sono spaventati dal fatto che per i figli, da quando Facebook ha preso piede, la parola «amicizia» ha perso valore. Non sanno come condurre i propri figli a riscoprire il senso autentico dell’amicizia e ci chiedono aiuto.
In secondo luogo, le famiglie si interrogano su che cosa significhi accogliere l’altro, continuare ad amare il coniuge, accettare i figli, anche se sono sempre diversi da quello che ci si aspetta.
L’aiuto che cerchiamo di dare consiste nell’indicare un ideale reale e possibile, che trova il suo alimento quotidiano nella preghiera in famiglia, tutti assieme. Il luogo “familiare” in cui l’ideale diventa concreto è la preghiera. Spesso insisto con le famiglie sulla necessità di tornare a pregare assieme. Alcuni ci provano, ma poi si lamentano che dopo un paio di tentativi di recitare il rosario in casa, tutto finisce. Consiglio loro di ricominciare dall’abc: la sera, quando la famiglia è riunita, dire un’Ave Maria davanti a una immagine della Madonna. Alla famiglia che riesce ad essere fedele a questo momento, suggerisco di aumentare il tempo della preghiera, e che ogni membro possa esprimere a voce alta le proprie intenzioni.
Un buon inizio…
Marco Basile, Paolo Di Gennaro e Lorenzo Di Pietro festeggiano il primo anno di sacerdozio. È l’occasione per farci raccontare come è andata. Cartoline da Praga, Colonia, Lisbona
La vocazione di Pavel
Marco Basile, missionario a Praga, parte dalla commovente storia di Pavel. «L’ho conosciuto all’Università Lateranense, era seminarista come me. Abbiamo condiviso due anni di studio e siamo diventati amici. È venuto anche a pranzo da noi. Siamo stati ordinati sacerdoti nello stesso giorno».
Alcuni mesi fa, in ottobre, Pavel è morto in un incidente stradale. Aveva appena 27 anni. «Due settimane dopo è venuta a trovarci sua zia, che era diventata la mia insegnante di ceco, e ci ha detto che Pavel parlava spesso di me. Era rimasto colpito dalla nostra vita comune, e desiderava vivere la stessa esperienza con gli altri preti della sua parrocchia: tanto che alla fine del funerale il suo parroco, in lacrime, ha ricordato l’attenzione di Pavel per la vita in casa. Altri preti hanno iniziato a chiamare il parroco e ad offrirgli aiuto, e la zia ci diceva che secondo lei il compito di Pavel adesso era proprio quello di contribuire all’unità del clero della sua diocesi. La nostra vocazione si compie solo nell’incontro con Cristo, e il nostro vivere insieme è una grande testimonianza di essa».
L’altra esperienza fondamentale di questi primi tempi in Repubblica Ceca riguarda le confessioni, dalle suore di Madre Teresa: «Nella confessione è evidente la grazia che ci è stata data con l’ordinazione. Confessare in un’altra lingua non è semplice. Mi accorgo che devo guardare all’essenziale: ascoltare, pensare, dare il perdono di Dio. Nasce una gratitudine, perché il mistero del male è spesso meschino e insignificante di fronte al mistero del bene. Il perdono ha un peso maggiore del proprio male. E se Dio stesso ti ha perdonato, allora anche tu puoi perdonare te stesso».
La palla di neve
«Sono passati pochi mesi dall’ordinazione, ma mi sembra che siano passati anni», esordisce Lorenzo Di Pietro, missionario a Colonia. «Mi occupo dei giovani, cioè della fascia d’età tra i 7 e i 25 anni. Piccoli, grandicelli, chierichetti… tutto molto ben organizzato, alla tedesca. Un cattolicesimo molto associativo, e questo è anche il suo rischio». In che senso? «Appuntamenti, riunioni, ruoli: ma qual è la differenza tra noi e gli altri? Cosa ci distingue da un club o da un’associazione? Con alcuni dei ragazzi più grandi è nata una bella amicizia, e io li ho provocati esattamente su questo punto. Perché – ad esempio – andiamo in vacanza insieme? A cosa vogliamo educarci? Così abbiamo iniziato a leggere Il senso religioso. Poiché la strada maestra è la vita comunitaria, voglio aiutarli a capire che cosa è la Chiesa, la dimensione ecclesiale. E lo faccio partendo da me, da come vivo con gli altri preti della mia casa: siamo una squadra, e i parrocchiani ci vedono come una via di mezzo tra una famiglia, un convento e un gruppo di amici».
Un altro momento importante è stato la lettura pubblica della lettera pastorale del vescovo su matrimonio e sessualità, «due temi che in Germania suscitano molti problemi». Ma anche il rapporto con alcune famiglie italiane di Cl, in Germania per motivi di lavoro o di ricerca scientifica. «Li ho provocati sulla dimensione missionaria della loro vocazione, e loro si sono iscritti a un corso di tedesco».
Colonia è una città molto cattolica, molto orgogliosa della sua tradizione. «C’è un cartello nella sala parrocchiale che dice “per fortuna cattolici”. Il punto è andare alle radici di questo. E, come dico ai ragazzi, noi siamo come una palla di neve, che inizia piccola a monte, ma finisce grande a valle».
Il mistero della paternità
Paolo di Gennaro è ad Alverca in Portogallo. Insegna religione nella scuola del movimento a Lisbona e segue diversi gruppi in parrocchia. «Luis Miguel, il parroco, mi ha affidato la messa più importante della domenica, quella delle 11, in cui ci sono i bambini. Nella nostra chiesa, dedicata ai pastorelli di Fatima, ci sono nei primi banchi circa centocinquanta bambini… con tutti i genitori dietro. La chiesa è strapiena, c’è gente ovunque. Così all’inizio arrivavo con l’angoscia. Poi ho imparato pian piano a parlare con i bambini, usando immagini e storie per comunicare un mistero. Ad esempio, per spiegare la fede ho detto loro che essa è come una candela accesa sull’altare: se soffi, si spegne! E tutti lì a provare a soffiare… Per loro io sono il prete, e hanno una grande relazione con me, anche se di fatto io non li conosco tutti, di alcuni non so nemmeno come si chiamano. Alla fine della messa vengono, mi salutano, chiedono di essere presi in braccio. Mi vedono come un padre, mi chiamano anche “padre”, di fatto».
Anche con i ragazzi di Gs (15-18 anni) la parola chiave è “paternità”. «Grazie al sacramento che ho ricevuto, io sono padre di tutti. Mi sono affidati tutti, quelli che seguono e quelli che ti girano le spalle, quelli che ti sono simpatici e quelli che ti usano. E oltre ai ragazzi ci sono gli adulti, le persone anziane. Sto scoprendo che essere padre è essere padre di tutti, anche di quelli che non ho scelto».
Alverca: la parrocchia dove l’ordinario diventa eccezionale
In occasione del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo nel decimo anniversario della beatificazione dei Pastorelli di Fatima, proponiamo un articolo sulla missione della Fraternità ad Alverca, sobborgo di Lisbona.
Jael è una ragazza di 15 anni e i genitori l’hanno messa in castigo. Fin qui tutto bene: è normale nel mondo degli adolescenti. Soltanto che non è normale il castigo che i genitori le hanno dato: non partecipare alle attività del sabato in parrocchia.
Il programma proposto ogni sabato include preghiera, catechesi e giochi. «Giochi nel vero senso della parola: andiamo tutti ad una grande palestra e ci organizziamo in squadre. E anche i preti giocano!», conferma Paula, 24 anni, catechista. «La catechesi non è solo venire qui a ricevere una lezione di regole e dottrina. È, soprattutto, coltivare un’amicizia tra tutti. E i giochi aiutano a costruire l’amicizia: i preti stanno lì, al nostro fianco, alcuni sono compagni di squadra, altri avversari… A volte, don Raffaele è l’arbitro e i giocatori si rivoltano contro di lui… è molto divertente!». Raffaele non gioca soltanto: con determinazione ha bussato agli uffici delle autorità cittadine ed è riuscito ad ottenere che i suoi centinaia di ragazzini potessero giocare nella palestra della scuola.
Paula è una delle giovani catechiste che aiutano i preti della Fraternità san Carlo nella parrocchia di Alverca, una città-dormitorio nella periferia di Lisbona. È laureata in Chimica e lavora a Lisbona con un assegno di ricerca, ma dedica il suo tempo libero alla parrocchia: venerdì partecipa alla scuola di comunità dei liceali, sabato mattina fa la catechista e partecipa ai giochi, domenica mattina canta nel coro dei giovani e al pomeriggio partecipa alla scuola di comunità coi lavoratori della sua età.
«Non passi troppo tempo in cose legate alla Chiesa?». La domanda sorge spontanea. Ma Paula non esita a rispondere: «Mi piace molto stare qui. Siamo tutti capaci di gestire il nostro tempo quando sappiamo cosa vogliamo. Io voglio essere felice e qui sono felice, ho la possibilità di vivere la mia vita in una maniera diversa. Qui ci sono sempre molti giovani che passano per la parrocchia, anche i preti passano molto tempo con la gente, sono sempre disponibili».
Infatti, la presenza della chiesa dei Pastorelli (Igreja dos Pastorinhos) non passa inosservata. Il suo carillon è il secondo più grande d’Europa e il magnifico suono delle sue campane ha cominciato a far parte del quotidiano di Alverca. La chiesa, inaugurata il 1 maggio del 2005, è l’unica del Portogallo dedicata ai giovani veggenti di Fatima, Francisco e Jiacinta Marto. Situata nel cuore della città, la chiesa è sempre piena. Anche nei giorni feriali.
Don José Maria, portoghese, è stato artefice della nuova chiesa e parroco dal 1997 all’aprile 2010. Oggi è parroco Luis Miguel Hernández.
Le influenze anti-clericali della Prima Repubblica (1910) e più tardi delle idee comuniste che seguirono alla Rivoluzione del 25 aprile 1974 portarono all’allontanamento graduale dei portoghesi dalla pratica religiosa. La crisi degli anni ’70 toccò anche la vita interna della Chiesa e due parroci di quel periodo, ad Alverca, abbandonarono il sacerdozio.
«Io non frequentavo la Chiesa, ma ho iscritto i miei figli alla catechesi. Attraverso mia figlia mi sono riavvicinata», ricorda Cristina, 40 anni. «Visto che non sapevo rispondere alle domande che lei mi poneva, decisi di iscrivermi alla catechesi per adulti, feci la prima comunione e la cresima. È stata la più bella cosa che mi sia capitata: la mia vita è cambiata. Avevo un vuoto dentro di me, che ora è scomparso». La nuova chiesa è sempre aperta e invita ad entrare. «Qui mi sento come a casa mia e il fatto che la chiesa sia dedicata ai pastorelli, la rende anche molto attrattiva per i bambini», conclude Cristina, che ora fa la catechista dei più piccoli.
«Qui tutti i dettagli sono importanti. E la bellezza dei gesti mi ha sempre colpito. Si percepisce come questi sacerdoti si preoccupano di arrivare alle persone, di ascoltarle, accompagnarle», afferma Mariana. È una delle catechiste che prepara gli adulti al battesimo, alla prima comunione e alla cresima. «Arrivano qui senza sapere nulla, proprio come pagani», commenta sorridendo, «ma, dopo aver seguito il corso, rimangono nella Chiesa e proseguono il cammino frequentando la “scuola di cristianesimo”, tutti i mercoledì sera. Giungono a considerare questa come casa loro. E anch’io, che vengo appositamente da Lisbona per aiutare nella catechesi, mi sento parte di questa casa», spiega Mariana.
Ma perché? Perché Mariana lascia i suoi figli e nipoti a Lisbona, per dedicarsi al lavoro in una parrocchia lontano da casa? «È un luogo dove c’è vita», spiega. «Con i quattro sacerdoti imparo a prestare attenzione all’umano, a dare valore a tutti i fattori del reale. Non è che questa parrocchia abbia storie straordinarie da raccontare, ma è una parrocchia dove le cose banali diventano eccezionali». (traduzione di Matteo Dall’Agata)







