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Francesco d’Assisi

francisco«Una notte di primavera dell’anno 1209, papa Innocenzo III fece un sogno. Vide la chiesa del Laterano che stava per crollare. Gli sembrò un’immagine della Chiesa del suo tempo. Ma ecco sopraggiungere un piccolo frate, dall’aspetto umile, vestito poveramente. Appoggiò le mani alla facciata e risollevò l’intero edificio. In lui il Papa riconobbe Francesco».

Esce a firma di Andrea Marinzi e Arcadio Lobato «Francesco D’Assisi», il terzo volume della collana «Storie di uomini, storia di Dio», libri per bambini sui personaggi della Scrittura e della Chiesa.

 

 

 

 

Andrea Marinzi – Arcadio Lobato

Francesco D’Assisi

Editrice La Scuola

pp. 40 – euro 6.50

 

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8 maggio 2013 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Libri per educare alla fede

Sono libri per bambini delle elementari e delle medie. Essenziali nei contenuti e dalle immagini splendide. L’autore è don Andrea Marinzi, mentre le illustrazioni sono di Anna Casaburi e Arcadio Lobato. I volumi sono i primi di una collana, Storie di uomini, storia di Dio, pensata per parlare ai più piccoli della fede in modo semplice, ma senza mancare in verità e profondità.

La storia di Abramo (ed. La scuola, 48 pagine, 5,5 euro), ad esempio, non sembra delle più lineari: parla del cinismo dell’uomo, di resistenze e dubbi, fino al suo abbandono a Dio senza che questo significhi un salto nel buio. E dell’amore che, quando è vero, richiede sacrificio. Marinzi, lasciando parlare i fatti, fa emergere la comprensibilità di tali dinamiche. Si legge: «Ma un giorno Dio mise alla prova Abramo. Lo chiamò pronunciando il suo nome: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi”. Gli disse: “Prendi Isacco, il tuo unico figlio che ami, e vai sul monte che io ti indicherò. Là offrilo a me in sacrificio”. Poteva esserci richiesta più terribile?». L’episodio termina con Abramo che pur non capendo si fida, senza appunto che il concetto sia spiegato con aggiunte o ragionamenti.

Non c’è il rischio che i ragazzi pensino a Dio come a un padrone che chiede rinunce incomprensibili? Don Andrea risponde sapendo bene che per i bambini sono normali molte cose che agli adulti sembrano difficili da comprendere: «Il sacrificio di Isacco – spiega – è un avvenimento molto duro. Ma i ragazzini non si spaventano. Quando lo racconto in prima media, dico che Abramo era pieno di gratitudine, sapeva che tutto ciò che aveva gli era dato da Dio. Dico che secondo me quel giorno piangeva, ma era troppo ragionevole fidarsi, dato che aveva visto tutta la bontà di Dio. Loro, al racconto, diventano seri, ma capiscono. Alcuni sanno già che poi Dio non toglierà il ragazzo ad Abramo. Chi invece non conosce la storia ha qualcosa dentro che gli fa dire: “È impossibile che Dio sia così crudele, ha in mente di sicuro qualche sorpresa”. Loro partono già da un’ipotesi positiva».

Anche nella storia di Maria e Giuseppe (ed. La scuola, 48 pagine, 5,5 euro) si parla della fiducia totale di una donna nell’amore di Dio e di un uomo nell’amore della sua donna. E della bellezza nel seguire questo bene, senza negarne il dramma. Queste pagine, poi, educano i ragazzi alla scoperta del centuplo a partire dal piccolo: «La storia che ha cambiato il mondo – si legge – comincia in un posto da nulla». Da nulla ma bellissimo, come dimostrano le illustrazioni. Non solo, il libro aiuta a riconoscere la Madre di Dio, svelandone tutte le caratteristiche. «È solo l’inizio di una collana – conclude don Andrea – pensata per aiutare a educare alla fede i ragazzi, attraverso la bellezza delle immagini e il fascino del racconto». (Pubblicato per gentile concessioni di tempi.it)

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30 novembre 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Un silenzio trepidante e intenso

Bologna, 27 settembre 2011 -

Caro don Massimo,
c’è un fatto che mi torna continuamente alla mente e mi accompagna in questi primi giorni di scuola. È accaduto quest’estate alla Giornata Mondiale della Gioventù, durante la  veglia del sabato sera, nell’immensa spianata della base aerea tutta piena di giovani. Il programma prevedeva un momento di dialogo col Papa e, a seguire, l’adorazione eucaristica. In effetti, all’orario convenuto, Benedetto XVI è salito sul palco, ha ascoltato le domande di cinque ragazzi ed ha cominciato a rispondere. Naturalmente si trattava di un discorso preparato da lungo tempo, ma il Papa ha potuto soltanto iniziarlo, perché aveva pronunciato soltanto poche parole quando è scoppiato il temporale, accompagnato da forti raffiche di vento. Il discorso è stato interrotto, mentre tutti cercavano di ripararsi come potevano.
Rivedendo le immagini su internet, mi sono accorto di come il Papa abbia atteso immobile diversi minuti, forse addirittura venti, nella speranza di poter ricominciare. Alla fine ha desistito, e dopo averci augurato la buona notte, è rientrato. Ci accingevamo ormai ad organizzarci per la notte, quando la pioggia è cessata e il Papa è tornato di nuovo sul palco. Credevamo riprendesse il suo discorso dal punto in cui l’aveva lasciato, invece no, non ha più parlato. Semplicemente ha posato l’ostensorio sull’altare, ha voltato le spalle alla folla, e si è messo in ginocchio a pregare. Allora sul grande prato dei Quatro Vientos è sceso un profondo silenzio, intenso e trepidante: nessuno più cantava, nessuno parlava, nessuno si muoveva. Tutti hanno puntato lo sguardo verso l’altare e si sono inginocchiati, anche se il prato era bagnato e si era formato del fango. Tutti a pregare insieme al Papa, che fissava l’Eucarestia come si guarda un amico carissimo.
Allora ho capito che tutti quei ragazzi volevano soltanto Cristo. Non erano andati a Madrid soltanto per divertirsi, per l’entusiasmo un po’ vuoto di chi vuole partecipare a una festa. Cercavano quel Cristo che il Papa indica a tutti con decisione e tenerezza, anche a costo di rinunciare al discorso tanto a lungo preparato. Mi sembra un esempio stupendo di cosa voglia dire educare.
Ciao, Andrea

foto Catholic Church (England and Wales)

12 ottobre 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Offrire un caffelatte a Gesù

Bologna, 16 novembre 2010.

Caro don Massimo,
con alcuni ragazzi di Gs abbiamo cominciato a fare caritativa dalle suore di Madre Teresa. Andiamo a dare la colazione ai barboni, il sabato mattina, in una cappella del centro adibita a mensa dei poveri. Le suore arrivano alle otto e mezzo. Noi le aiutiamo a scaricare la macchina e con loro entriamo in cappella. Puliamo i tavoli, sistemiamo le sedie e apparecchiamo con scodelle di plastica, tovaglioli e cucchiai. Intanto alcune volontarie preparano il latte e il caffé in grossi pentoloni. I barboni entrano alle nove e prendono posto in modo piuttosto ordinato. A seconda delle mattine possono essere sessanta, settanta o anche di più. Prima di mangiare le suore li fanno cantare. C’è anche un sacerdote che legge il vangelo del giorno e lo commenta brevemente, poi fa recitare a tutti alcune semplici preghiere. Così si comincia a servire il cibo solo verso le nove e mezza, perché i barboni sono persone intere, corpo e anima, e come tali meritano di essere trattati. Aiutarli veramente, più ancora che dargli il pane, vuol dire ricordargli che la vita ha un senso e che siamo tutti nelle mani di un Padre buono. Naturalmente c’è qualcuno che non vuole pregare e si presenta giusto alle nove e mezza, sapendo che comunque le suore gli daranno quel che danno agli altri.
Proprio le suore sono la cosa più bella. Hanno un volto luminoso e sono sempre sorridenti, anche quando i barboni si comportano male o urlano le loro pretese. Davvero vedono Gesù in coloro che hanno di fronte.
Mi hanno chiesto di dire una messa per loro alle sette di un sabato mattina. Sono arrivato puntuale, alle sette meno un quarto, e mi sentivo un eroe. Naturalmente suor Lucia era già sveglia. «A che ora vi alzate?», le ho chiesto. «Alle cinque meno venti, come in tutte le nostre case del mondo». «E cosa fate?». «Ci laviamo e ci vestiamo, poi, dalle cinque alle sei abbiamo la meditazione. Poi puliamo la casa e torniamo in cappella per l’adorazione e per la messa». Ecco il loro segreto, se mai fosse ancora da scoprire: è possibile riconoscere Cristo presente in tutti i posti e in tutti i volti, se Lo si riconosce presente anzitutto nel luogo fisico, oggettivo, che Lui stesso ha scelto come luogo della sua presenza, cioè nella Chiesa, nei sacramenti, nell’Eucarestia, nella compagnia guidata di coloro che Lui stesso ha chiamato. Mi sembra un insegnamento: solo la memoria del Fatto di Cristo apre a tutti i fatti della nostra esistenza.
Ciao, Andrea

9 febbraio 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Bologna: il Gruppo SV

foto neveBologna, 18 aprile 2010
Caro don Massimo,
diverse volte mi capita di ascoltare i ragazzi delle medie che si lamentano della scuola e della fatica dello studio. Ne provo sempre dispiacere, anche perché la nostra è un’ottima scuola, con professori appassionati e capaci di introdurre i ragazzi al fascino della conoscenza. Per questa ragione, invece di fare discorsi sull’importanza dello studio, ho proposto ad alcuni ragazzi di trovarci a studiare insieme un pomeriggio alla settimana. Hanno accettato volentieri, forse spinti più dalla simpatia che provano per me che dalla voglia di mettersi davvero sui libri. Ma io ho posto le mie condizioni con molta chiarezza: chi vuole venire me lo deve chiedere almeno il giorno prima tramite sms; occorre arrivare alle 14.30 puntuali, chi arriva tardi resta fuori; si inizia insieme, con una preghiera, poi si studia senza pause fino alle 16.30; chi finisce i compiti in anticipo non può rimanere nelle sale comuni; chi disturba non può venire la settimana successiva. Così si capisce perché abbiamo deciso di chiamarci Gruppo SV, che sta per Studio Violento.
Quelli che hanno iniziato con me hanno continuato a venire, poi si sono aggiunte altre persone. Adesso siamo più o meno venticinque ogni mercoledì, senza aver stampato nemmeno un volantino. Mi aiutano alcuni studenti universitari che vengono a fare caritativa. E mi aiuta anche Silvia, prof di inglese giovane e brava, che garantisce la conduzione del gesto anche quando io non ci sono. Si studia seriamente, a piccoli gruppi –non più di tre per tavolo–, con l’aiuto dei grandi. Due ore filate, senza interruzioni. E non ce n’è uno che si lamenti. Anzi, se mi mandano l’sms tardi, temono che i posti siano esauriti e mi supplicano di accettarli lo stesso.
Io li sfido sempre ad essere amici, cioè a richiamarsi gli uni gli altri allo scopo per cui ci troviamo, a riprendere chi si distrae, ad aiutare chi è più lento, a rimettere al lavoro chi si stanca. E poi, tutte le volte che finiamo, domando loro se non è vero che a studiare così si fatica di meno, si impara di più e ci si ritrova più soddisfatti. Rispondono sempre di sì, e il mercoledì dopo vogliono tornare. Una volta mi hanno detto che dopo aver studiato bene è più bello anche giocare, e non mi sembra una scoperta da poco. Forse è un aiuto per imparare ad usare il tempo con gusto e responsabilità.
Ciao, don Andrea

7 luglio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Attraverso sette muri

ruffiniok«Venga, venga, che una benedizione è proprio quello che ci vuole!». Ci hanno risposto così molti dei nostri parrocchiani quando abbiamo bussato alla porta delle loro case per la benedizione pasquale, in questo anno di crisi 2009. Insieme a don Nicola ho battuto per due mesi tutti i palazzi, cercando di immedesimarmi almeno un po’ nell’animo di Cristo che «andava attorno per tutte le città e i villaggi», cercando di non perdere nemmeno un campanello. Bisogna suonare a tre o quattro cognomi prima che qualcuno apra il portone del palazzo. Poi, come insegnano i parroci anziani, si comincia dall’ultimo piano e si scende, suonando a tutte le porte.
Se qualcuno apre, ho pochissimi secondi per capire chi ho davanti e quale sia la sua situazione. Mi sforzo di trovare un appiglio per la conversazione, perché capiscano che sono venuto a piangere con chi sta piangendo e a gioire con chi sta gioendo. Molti rifiutano e chiedono soltanto l’aspersione delle pareti, ma altri mi fanno accomodare, vogliono sfogarsi, desiderano ricevere attenzioni. Cercano qualcuno disposto a portare un po’ delle loro fatiche.
Ho incontrato la solitudine di molti anziani, la dignità silenziosa di tanti poveri, l’insospettabile miseria di appartamenti fatiscenti nascosti dentro i nobili palazzi del centro storico. Quante camere da letto trasformate in stanze d’ospedale! Letti professionali, badanti, infermieri a rotazione, cartelle cliniche appese alla tappezzeria… E magari una chiassosa festa di compleanno si sta svolgendo proprio nell’appartamento di sotto: dieci bambine interrompono i loro giochi scatenati e corrono, su ordine della mamma, a farmi gli onori di casa. Tutte schierate davanti a me, col vestitino della festa, recitano compunte il Padre nostro, e poi via, riprende l’assordante tourbillon.
Ho incontrato la veterana della parrocchia, che ha 102 anni e non si alza mai dal letto. Ha voluto che mi avvicinassi e con un filo di voce mi ha snocciolato lunghe frasi in dialetto bolognese. L’ho salutata senza aver capito nulla. Poi, nel suo pied à terre bolognese, un professore universitario, che mi ha subito dichiarato la sua estraneità alle vicende della Chiesa: «Ma la Chiesa è ormai la memoria storica dell’occidente, l’unico baluardo rimasto. Per questo la rispetto».
A Bologna si dice che la benedizione attraversa sette muri, ma molti mi costringono ugualmente a benedire le stanze una per una. Così cammino fra vecchie foto incorniciate alla meglio, mobili d’antiquariato, velieri costruiti nel tempo libero ed esposizioni di argenteria. Dio benedice tutto, i ricordini di viaggio, i poster attaccati con lo scotch, i canarini nella gabbia.
Nei salotti delle ‘antiche’ famiglie mi soffermo a parlare di Bologna che «non è più quella di una volta», della crisi economica, del tribolato mondo giovanile. Per aprire varchi di speranza accenno al mio lavoro con gli studenti universitari e racconto dei seicento ragazzi con cui ho a che fare, che sono come tutti gli altri ma non sono come tutti gli altri. Molti mi manifestano gratitudine. Alcuni mi ringraziano anche per la vita che vedono rifiorire in parrocchia e mi chiedono come facciamo «ad attirare tanti giovani», quale sia il nostro segreto. E io penso sempre a don Giussani e alla storia di cui siamo figli.
Gesù è stato anche rifiutato, così qualche volta sono riuscito perfino a sorridere quando non hanno voluto aprirmi. «Sto cucinando, passi più tardi», ha detto una signora. E un’altra, assai sospettosa: «Chi mi dice che lei è veramente un prete?». Un signore si è scusato da dietro la porta: «Mi spiace ma non posso, non sono attrezzato». Uno studente mi ha aperto senza fare domande, poi, sorpreso, mi ha spiegato che in realtà aspettava un compagno e la benedizione non lo interessava. Certi studenti Erasmus con i quali ho tentato improvvisate conversazioni in lingua, sentendo il termine ‘benedizione’ hanno storto il naso o non hanno capito proprio.
Alcuni, dopo avermi fatto entrare, mi hanno lasciato da solo per continuare le loro improrogabili attività, così mi è capitato di benedire la casa con l’unica compagnia dei protagonisti dei reality show che mi guardavano vocianti dai televisori accesi.
Don Nicola ed io abbiamo battuto anche gli uffici, i negozi, le banche, le officine, gli studi professionali e gli ambulatori medici della parrocchia. Dalla parrucchiera sotto casa ci attendevano con ansia: le clienti hanno estratto le loro teste dai ‘caschi’ per lasciarsi bagnare dall’acqua benedetta i capelli appena acconciati. Un barista ha fatto alzare dagli sgabelli tutti gli avventori, in un silenzio surreale. Alle assicurazioni tutti i dipendenti dell’open space hanno lasciato le loro scrivanie per far quadrato attorno a me, mentre nella redazione di un giornale locale hanno preferito farsi benedire ognuno alla propria postazione di lavoro.
Abbiamo ripetuto il Padre nostro seicento volte con seicento persone diverse. Molte ci hanno seguito solo col labiale, magari ripetendo le parole finali, giusto per farci capire che una volta le preghiere le avevano imparate. Altre hanno ascoltato in silenzio, altre sono rimaste semplicemente assenti, come di fronte al rito di uno stregone. Seicento benedizioni forse non sono molte, ma più dei numeri conta il fatto che abbiamo suonato a più di 2000 campanelli, piccolo segno dell’immenso amore di Gesù, che continua a cercare tutti, vuole incontrare tutti, non si stanca di offrire il suo abbraccio a tutti.
nella foto: don Marco Ruffini con alcuni studenti a Bologna

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

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