Due amiche davanti alla verità
«Cristo Rey Boston High School». «Salve potrei parlare con padre Medina?». «Purtroppo sta facendo lezione». «Va bene, richiamo domani». Il giorno dopo: «Cristo Rey Boston High School». «Salve, è libero padre Medina?». «Mi spiace, sta celebrando la messa…».
Scienza e fede, appunto. Ma è solo un problema di metodo: bisogna chiamarlo direttamente al suo interno. Dopo qualche tentativo, ecco che risponde. «Ciao caro, come stai? Un’intervista su fede e scienza? Va bene, ho qualcosa da dire».
José Medina, laureato in Ingegneria civile a Madrid, ordinato sacerdote a Roma, oggi è preside di una scuola superiore di Boston. Per molti anni ha insegnato fisica. Sì, potrebbe avere qualcosa da raccontare sul tema di questo mese.
«Quando sono diventato prete, don Massimo Camisasca mi ha mandato in America e mi ha detto: secondo me tu devi fare il professore, però vedi tu. Io non avevo una gran voglia di rimettermi a studiare, però mi sono fidato e ho cercato di allacciare qualche rapporto nel mondo dell’educazione. In quel periodo è stato determinante l’incontro con David Schindler. Le sue lezioni, oltre a farmi tornare la voglia di studiare, mi hanno fatto conoscere alcuni autori, e in particolare von Balthasar, che mi hanno trasmesso un’intuizione folgorante».
Di che intuizione si tratta?
Che la verità non può essere mai esaurita, compresa, colta interamente. Questo mi ha colpito molto. Peraltro è un’intuizione molto presente negli scienziati, ma non nella scienza popolare, nella divulgazione. Facciamo un esempio. La forza di gravità. Si dice: gli oggetti cadono perché c’è la gravità. È sbagliato! La teoria non è la ragione per cui gli oggetti cadono. La ragione per cui gli oggetti cadono è un mistero. Non la conosciamo. La causa del movimento è nel suo senso più profondo sconosciuta. La gravità è un grande mistero: sappiamo che c’è, ma non sappiamo perché ci sia. Facciamo un altro esempio: l’entropia. La termodinamica ci mostra che la natura va verso il disordine, non verso l’ordine. Che ha una capacità distruttiva, mai costruttiva. E allora l’ordine da dove viene? Come si spiega questa contrapposizione?
Così, nell’insegnare scienza, la cosa più importante da tener presente è che ogni teoria descrive, ma non spiega. E ogni scienza ha dunque un aspetto di mistero.
Non è solo una questione di parole?
Chi insegna scienza deve essere molto preciso nella scelta delle parole che usa. Usando le parole sbagliate, si rischia di impoverire la realtà. Una riduzione è necessaria per formulare una teoria; ma deve essere sempre accompagnata dalla consapevolezza che la realtà è più grande. Quando Newton disegna un mondo in cui non c’è l’aria, è utile, perché aiuta a capire; ma può dare l’illusione che abbiamo capito tutto, e non è così. Comunque, c’è una persona attraverso la quale si capisce meglio tutto questo.
Chi è questa persona?
Albert Einstein. La sua grandezza è stata quella di mettere in discussione elementi considerati indiscutibili, come tempo e spazio. Ha rotto lo schema secondo cui il tempo e lo spazio sono assoluti. Anche lui poi ha rischiato di diventare schiavo della sua riduzione: per spiegare l’espansione dell’universo, indeducibile dalla sua teoria, ha introdotto una costante che faceva quadrare i conti. Ma alla fine della vita ha riconosciuto di aver sbagliato. Einstein è il più grande esempio di apertura di uno scienziato verso il mistero. È lo scienziato più religioso che sia mai esistito.
Cosa vuol dire apertura della scienza al mistero?
La scienza oggi viene ridotta a tecnologia e quindi a potere. A modalità per creare le cose o per usarle meglio. Ma la posizione originale dello scienziato non è questa: è quella di un uomo commosso davanti alla realtà. È una posizione di contemplazione, un atteggiamento virginale. Nessun meglio di Einstein ha espresso questa commozione, questo amore alla realtà così come è. Si tratta di conoscere la realtà sempre più a fondo, senza pretendere di possederla. I problemi nascono quando si tratta la scienza (ma anche la filosofia, la teologia…) come potere e non come commozione davanti al reale.
E la fede?
Se la scienza è questa commozione, fede e ragione, teologia e scienza non sono in contrapposizione. Il big bang e la creazione ci parlano della stessa cosa, pur con linguaggio diverso. Gli stessi dogmi sono un intendimento di cosa sia l’uomo di fronte al mistero. Il problema è che la scienza intesa come potere non accetta la compagnia della teologia. Invece potrebbe accettarla come un’amica che cerca di capire insieme a lei la realtà che sta davanti a entrambe. Esse sono originalmente in dialogo: vogliono capire di più e si aiutano, non vogliono essere l’una più potente dell’altra o provare gli sbagli dell’altra. Fede e scienza camminano insieme in un intendimento progressivo di conoscenza delle cose.
Una bella immagine…
E una bella sfida. Ma in essa la scienza deve riconoscere la sua incapacità a spiegare il perché, la ragione ultima delle cose. È come una barriera estrema, che alcuni scienziati invece rifiutano. E così facendo riducono la realtà alla loro spiegazione.
Riassuma tre principi fondamentali da ricordare.
Uno: l’uso delle parole è fondamentale. Bisogna imparare a usare correttamente le parole.
Due: lo studio è contemplazione davanti al mistero della realtà.
Tre: la verità è come una sfera infinita, inesauribile. Educare alla realtà vuol dire entrare progressivamente in questa sfera infinita, senza mai esaurirla.
foto: eso 1032 L. Calçada
Leggere il libro del mondo
Natura come dono, segno, sussurro del vero: riflessioni dagli States.
«Liber scriptus foris» (libro scritto di fuori) è una magnifica espressione di san Bonaventura che porto con me, come una specie di santino mentale, dalle mie ormai lontane letture di teologia in seminario. È un’espressione simmetrica a «liber scriptus intus»: le pagine dentro i testi ispirati fanno eco, e in molti passi evocano, quelle del cosmo; dalla scrittura minuta e cangiante delle acque e delle onde a quella immutabile e apparentemente lontanissima degli spazi siderali e delle stelle, che hanno sempre suscitato questioni e domande profonde negli uomini che le contemplavano, dagli astrologi della Mesopotamia e dei Maya fino ai poeti di ogni cultura.
Uno dei primi segni di umanità e pensiero è una mappa astrale, forse pensata per seguire le migrazioni delle renne, graffiata da un uomo di Cro-Magnon quarantamila anni fa sul corno di una preda. “A che tante facelle?” deve aver pensato quel nostro progenitore, anticipando di quaranta millenni i versi leopardiani così evocativi per don Giussani e per noi.
La natura è un codice miniato che teniamo fra le mani, che non cessa di sussurrarci il vero; quella verità che è appena fuori di noi e nel nostro profondo, al tempo stesso, riecheggia.
Ascoltare il vento
In un parallelo assai significativo con l’arte, la letteratura e la musica, la natura è sempre stata parte integrante dell’educazione che ho ricevuto nella Chiesa, nel movimento di Cl e nella Fraternità san Carlo. Sono cristiano perché a undici anni, seduto nel cortile dietro casa di un mio amico, ricevetti una lista di cose da mettere in valigia per il mio primo campeggio a Santa Caterina Valfurva, nel 1976. L’anno dopo fu la volta di Corvara e poi ancora, e per molti anni di fila, a Campitello.
Le Torri del Vajolet, l’Antermoja, la Marmolada, e poi le entusiasmanti vie ferrate della Tridentina, delle Mesules, della Finanzieri sono ancora nei miei occhi e nelle mie gambe, anche se oggi, probabilmente, scoppierei già soltanto a raggiungerne gli attacchi…
La Natura, specie quella indomita dell’alta montagna o del mare aperto, insegna severamente a seguire, in silenzio, nella rispettosa considerazione della realtà che si vede e di quella che si intuisce solo, per esperienza propria o dell’amico che guida.
Fin dai tempi del campeggio mi è stato insegnato a camminare in fila e in ascolto: un silenzio visto come un peso dal ragazzino di 15 o 16 anni, ma che, da vuoto che appariva, si è presto riempito dell’ascolto del vento, dei sassi, del respiro. Più avanti si è riempito spesso del rosario detto a mente e sulle dita, della preghiera di ringraziamento per gli amici che camminavano insieme, su quel sentiero e su tutti i sentieri a cui il Signore, nel tempo, ci ha poi chiamati.
La montagna sottosopra
Una delle esperienze più belle, all’inizio della mia missione (che dura tuttora) negli Stati Uniti, è stata la vacanza al Grand Canyon. Tutti noi della San Carlo in Nord America ci ritrovammo a Las Vegas per poi raggiungere il North Rim, il lato nord di questo incredibile monumento naturale. Le capanne di tronchi dove abbiamo passato una settimana erano costruite sull’orlo di uno strapiombo di oltre due chilometri e l’altro lato del canyon ne distava oltre trenta, anche se l’aria tersissima lo faceva apparire a un tiro di sasso. La quasi totale assenza di luci artificiali rendeva visibili stelle che non avevo mai visto prima; aguzzando la vista poi si poteva persino veder passare i satelliti a occhio nudo.
Ma forse la cosa più impressionante è stata l’escursione “dentro” il Grand Canyon, perché tutta l’esperienza di anni di montagna risultava letteralmente sotto-sopra; si partiva da un altopiano con prati e conifere (un paesaggio familiare, quasi alpino) per scendere verticalmente per migliaia di metri. Più si scendeva, più la temperatura saliva e il clima cambiava: dalla montagna al deserto in poche ore. A questo si aggiungeva tutto lo sforzo dell’ascesa, che non si faceva al mattino ma nel pomeriggio, dopo ore di cammino a scendere, dopo un lauto pasto. Senza dubbio una delle escursioni più dure che abbia mai fatto; ma proprio per questo indimenticabile e, in retrospettiva, una buona introduzione al cambio di vita che per me quella vacanza aveva segnato.
Le spiagge di Hopper
Con l’avanzare degli anni e l’inevitabile scemare dell’hybris competitivo giovanile, ho acquistato un senso più acuto del dono e del segno che la natura è per me.
Oggi accetto umilmente l’aiuto di una funivia o non mi spingo al largo nuotando nell’Atlantico, ma lo spettacolo di un ghiacciaio o dell’oceano in tempesta, o gli sbuffi delle balene nel golfo del Massachusetts sono pagine di un libro che ho la grazia di leggere con più attenzione di quando ero preda dell’ansia da competizione. Il tempo, altro elemento preponderante della natura, non passa invano e invita a farsi toccare più profondamente dall’evidenza del Mistero presente.
In un freddissimo ma emozionante Thanksgiving lo scorso anno, José, Luca ed io (membri della casa di Boston ndr) abbiamo speso la nostra giornata insieme a Cape Cod, la lunga penisola ricurva a sud del Massachusetts, che vanta spiagge belle e vaste, fari e dune sabbiose, con quelle case colorate che si vedono nei dipinti di Hopper.
“Naturale” è per noi il tempo speso insieme, senza troppe parole, seguendo in questo caso non una guida in persona, ma la Compagnia che ci ha messo insieme in questa casa, in questa avventura di Cristo a Boston. Quel tempo speso insieme, riconosciuto insieme, ci mette di fronte alla natura e alla bellezza, fuori e dentro il nostro cuore.
La sfida più grande per la nostra natura umana, ovvero per la nostra libertà, alla fine è seguire. In questo la bellezza della natura aiuta, consola, e ci rende grati, appena facciamo un po’ di attenzione.
La scuola è questione di vita
José Medina, sacerdote della San Carlo, è preside della Cristo Rey High School, scuola diocesana di Boston. La scuola è nata sei anni fa e Medina vi lavora dal 2007.
José, a chi si rivolge la vostra scuola?
Abbiamo quasi 300 ragazzi provenienti soprattutto da Boston e dalle zone limitrofe, e tutti di famiglia povera. Le famiglie con un reddito superiore ad una certa cifra non possono mandare i figli nel nostro istituto. La maggioranza delle famiglie dei nostri studenti è costituita da immigrati, soprattutto dall’America Latina (quasi il 40%), da Haiti (il 20%), dalle isole portoghesi. C’è poi una minoranza di afroamericani. Il profilo etnico è molto simile a quello che caratterizza la città di Boston: tra 4-5 anni la maggioranza sarà rappresentata da latinoamericani, non irlandesi o italiani.
La Cristo Rey è una scuola diocesana, e fa parte di una rete di ventiquattro istituti. Il fondatore, un gesuita, aveva un obiettivo preciso: offrire una possibilità di educazione alle famiglie povere negli Stati Uniti. Qui le rette scolastiche sono molto costose, tante famiglie non possono pagarle e i sostegni pubblici sono scarsi. Allora si è trovata questa formula: i ragazzi lavorano una volta alla settimana nelle aziende e queste sostengono i loro studi, ottenendo in cambio vantaggi fiscali dallo Stato. La scuola da un lato funziona come una scuola normale, dall’altro assolve anche le funzioni di una agenzia di lavoro temporaneo.
Quali sono le difficoltà più grandi, in questo contesto di povertà?
Nonostante la scuola sia una high school, ovvero offra gli ultimi quattro anni di formazione (dai 14 ai 18 anni), solitamente i nostri studenti non hanno ricevuto una buona educazione. Non hanno le basi del leggere, dello scrivere, della matematica. Questa è la difficoltà maggiore.
Un secondo ostacolo è la povertà stessa: molti ragazzi vivono in famiglie in cui il padre non c’è, la madre fa lavori molto umili. Viene a galla un mondo di violenza e di indigenza, poco visibile ma durissimo. Alcuni servizi pubblici, come la sanità, non sono assolutamente coperti. Inoltre, andare in università in America è fondamentale per avere una vita normale, e i genitori dei nostri studenti non sono mai andati in università; non sanno che cosa significhi. Queste le sfide che potremmo definire “tecniche”.
E quali sono invece gli aspetti più interessanti?
Sono principalmente due. Il primo è la sfida del lavoro. Come spiegavo prima, ogni mese gli studenti hanno cinque giorni di lavoro e quindici giorni di lezione; se un ragazzo arriva da noi a quattordici anni, alla fine degli studi avrà lavorato l’equivalente di un anno a tempo pieno. Molto spesso, quando i ragazzi arrivano al quarto anno, durante l’estate o nel fine settimana guadagnano più dei loro genitori. In America è facile cadere nel tranello per cui “fai i soldi e perciò sei a posto”: emerge allora la questione del significato e delle ragioni del lavoro.
L’altra sfida su cui poniamo molta attenzione è la tradizione. I nostri studenti provengono da famiglie prive di cultura, o in cui si parla male l’inglese, ma spesso animate da una religiosità profonda. Quando i ragazzi entrano nel mondo del lavoro, da un quartiere povero e malandato si trasferiscono in grandiosi grattacieli, in un mondo completamente ateo e anti-religioso, in cui tutto è competitività. È facile che essi colgano questo gap e che, nel passaggio, si dimentichino o si vergognino della famiglia e del rapporto con Dio. Allora bisogna aiutarli a capire che c’è un’unità in tutte queste cose. La povertà o la difficoltà non coincidono con la famiglia. La religiosità non è solo per i poveri o disperati, ma c’entra con tutto.
Ciò significa educare a una diversa concezione della persona.
È così. I genitori sono in grosse difficoltà. È perciò importante far capire ai ragazzi che le circostanze non definiscono la persona, come del resto non garantiscono la felicità. Uno può lavorare duramente, ma la definizione della propria persona non è il risultato del proprio lavoro. La definizione della propria persona è la coscienza di essere amati da Dio, e questo essere amati si riflette nelle circostanze che succedono. L’essere capaci di riconoscerle è importante. I ragazzi non vedono più l’amore che ricevono da Dio, perché non sono abituati a guardare. Certamente rientrano in questo sguardo le tradizioni dei propri paesi, ma se non vengono iscritte nella propria vita, con il tempo le tradizioni muoiono.
Come aiutate i ragazzi a tener viva la loro fede e a non vergognarsi delle loro radici?
Ho imparato negli anni che bisogna innanzitutto stare molto attenti a quello che succede e che loro ritengono importante. Per esempio, quando c’è stato il terremoto ad Haiti, all’inizio c’era molta confusione: circa cinquanta ragazzi avevano familiari ad Haiti. Abbiamo cominciato a lavorare con loro. Anzitutto abbiamo pregato. Poi li abbiamo aiutati a mettersi insieme. Loro hanno tentato di raggranellare del denaro: hanno cucinato per altri, hanno venduto degli oggetti. Hanno anche promosso una giornata dedicata alla loro cultura: i canti, le poesie. Alla fine dell’anno abbiamo intrapreso una discussione su quale fosse il compito del loro essere insieme. È stato commovente. Uno ha detto: «Il nostro compito è aiutare il mondo, non solo Haiti». Il desiderio di amare le persone non è misurato dalle proprie capacità. Alla fine, i ragazzi non hanno raccolto tanti soldi, ma credo che sia stato un esempio di una educazione e una apertura alla vita veramente preziose.
Una attività molto semplice è il pregare assieme. Abbiamo un momento durante la giornata dedicato alla preghiera. Spesso chiedo: «per che cosa preghi?». È una educazione: è renderli coscienti di come è grande il mondo.
Come si svolge questo momento di preghiera?
Leggiamo una preghiera, che inseriamo nel bollettino quotidiano. Poi, liberamente, si dicono le intenzioni che uno ha nel cuore e poi si recita il Padre nostro, la preghiera di san Francesco… In questi anni ho visto gli studenti cambiare. All’inizio si pregava con vergogna, la gente non voleva dire certe cose. Nel tempo, però, la preghiera è diventata il momento in cui emergono le difficoltà legate alla famiglia, al rapporto con gli amici, agli esami. C’è un momento della vita, tutti i giorni, in cui, semplicemente, si capisce che tutto è importante nel rapporto con Dio.
E con i professori che rapporto c’è?
Vivo il lavoro con i professori guardandoli, cercando di capire quali sono le loro passioni. In un certo senso non ho molto in comune con loro, la fede non è un terreno condiviso a cui potersi attaccare. Parto allora dal desiderio che vedo in loro, che può essere desiderio di capire una materia meglio o di aiutare i ragazzi a imparare. Li aiuto in un dialogo e poi a trovare altre persone con cui parlare di queste cose. I cambiamenti più grandi in questi anni sono stati sempre guidati dalle passioni che ho trovato nelle persone.
Un altro aspetto riguarda il rapporto degli adulti con i ragazzi. Nei primi tempi, gli adulti sentivano il ragazzo come nemico, come uno che non ha voglia di lavorare. Questo sta cambiando, anche nel modo in cui noi parliamo degli studenti. Ho insistito molto su cosa davvero significhi stare con i ragazzi, parlare con loro e di loro: un’educazione a rispettare la loro alterità. È facile essere contenti di chi ti segue e arrabbiarsi con quelli che non ti ascoltano. Ma questo significa perdere la dimensione misteriosa della persona, e sciupare il rapporto con chi ti sta davanti.
Che cosa cambia nella scuola la presenza di un prete che vive la sua fede e la sua vocazione con verità?
Il solo essere preti nella scuola è di per sé una cosa che non si vede da nessuna parte. Ci sono veramente pochi religiosi negli istituti, ormai. Per i ragazzi, il fatto che ci sia un prete che insegna, e che non insegna religione, ma storia, fisica e matematica, apre una domanda, rompe la divisione che esiste tra la fede e la vita, perché vedono nel sacerdote-professore un chiaro punto di unione. Tutto sta nell’essere là, immersi nella vita degli studenti, non come un direttore spirituale che ti dice come dovresti comportarti, ma una persona che fa il suo lavoro e testimonia che c’è un modo più bello di vivere.
Per me è decisivo pormi di fronte ai ragazzi non per risolvere la loro vita, ma per aiutarli a vivere il dramma della vita. Lasciando le domande aperte, c’è la possibilità che loro trovino Cristo, attraverso delle conversazioni, attraverso dei libri. Il bello del lavorare con questi ragazzi è che la vita è così drammatica che invita a qualcosa di più grande. Ai professori dico sempre: non siamo qui per risolvere la loro vita. Siamo qui per vivere con loro l’avventura della vita, sia quel che sia.
nell’immagine, skyline di Boston (foto Willem van Bergen)








