I missionari della via Pal
La parrocchia di Krisztus Király a Budapest è un ripasso di letteratura e storia. Collocata nel centro di Pest, include la famosa via Pal, quella del romanzo per ragazzi (che tutti conoscono ma che nessuno ha finito, come ha scritto Alessandro D’Avenia). E comprende le strade da cui partirono i moti del 1848 e la rivolta del 1956 contro i russi, evento ancora vivo e bruciante nella memoria del Paese.
Ora più che battaglie è tempo di incontri. «Stiamo incontrando molte persone. È un periodo di grazia», spiega don Carlo Fumagalli, parroco, che abita con don Alessandro Caprioli, cappellano universitario. La loro è una parrocchia sui generis, che gode della sinergia con l’università. Carlo va spesso in facoltà da Alessandro, Alessandro aiuta Carlo in parrocchia. In due non fanno settantacinque anni. Di giorno si muovono a piedi o in bici, di sera la loro casa è di grandi cene. «Incontriamo gente di tutti i tipi, ma l’attenzione si concentra sui giovani: soprattutto su quella delicata fase in cui i ragazzi passano dalla condizione di universitari spensierati a quella di adulti».
Nonni separati
La situazione delle famiglie è drammatica: «Siamo almeno una generazione in avanti, rispetto all’Italia», prosegue Carlo. L’aborto è stato legalizzato nel 1956, e da allora i dati parlano di sei milioni di aborti legali (su una popolazione di dieci milioni). Ci sono ragazzi che hanno i nonni che erano già separati. Molti hanno un rapporto quasi assente, o forti problemi, con la figura paterna. Domina una grande insicurezza, un atteggiamento sentimentale e relativista, con risvolti esistenziali molto concreti: se un ragazzo cresce vedendo il padre e la madre cambiare partner tre o quattro volte nel corso della vita, farà fatica a immaginare che c’è una verità oggettiva, che c’è qualcosa al di là del sentimento».
Così i nostri due preti partono senza dare nulla per scontato: nelle catechesi ripercorrono i fondamenti della fede, e poi li approfondiscono in un rapporto personale. «Vedo che sono necessari i due movimenti: da una parte far percepire alle persone l’abbraccio e la misericordia, che Dio ha verso di noi. Dall’altra non aver paura di dire le cose come stanno».
E davanti a una proposta chiara molti si stanno affezionando a Carlo e Alessandro, così come sta accadendo, del resto, a Mario Toma, anch’egli di stanza a Budapest, in un’altra zona della città. «Li colpisce – continua Carlo – vedere dei preti che sono innanzitutto uomini, persone normali. Che vivono assieme. E che ci credono, per i quali la fede ha una incidenza reale nella vita. Ci sono ragazze cresciute in ambiente cattolico che stanno riscoprendo la bellezza di quello che hanno imparato fin da piccole. E persone che non hanno mai sentito parlare della Chiesa e chiedono di poter ricevere i sacramenti».
Gusto italiano
Qual è il fattore decisivo nella vostra missione oggi? «L’unità tra di noi. Anche come punto affettivo a cui pian piano possiamo portare la gente. Quando uno di noi due manca, ci chiedono: l’altro dov’è? Questo ci fa piacere. È decisivo innanzitutto per noi, che impariamo anzitutto da quello che lo Spirito ci sta donando in questi anni nell’unità tra noi due. C’è un’edificazione reciproca continua. La sfida più grande per i ragazzi che incontriamo, invece, è l’apertura. È sempre una sfida per tutti, in realtà: imparare a cogliere ciò che è nuovo come un dono che Dio continuamente ti fa. Ma qui è particolarmente difficile, anche per cause storiche, per gli anni di regime in cui non ci si poteva fidare di nessuno».
Un punto a favore è il fatto di essere italiani. «Con gli stranieri gli ungheresi hanno un rapporto ambiguo. Una lingua difficilissima, che è il loro punto di identità, che contemporaneamente li definisce e li divide dal resto del mondo. Così, il vedere due stranieri che lasciano un paese che loro considerano il paradiso terrestre, e che condividono la loro vita, imparano la lingua, umilmente… è una cosa che vale più di cento discorsi». E lo stile italiano si impone: «L’estate scorsa abbiamo ristrutturato la chiesa, con l’aiuto di benefattori brianzoli e della diocesi. Abbiamo imbiancato, aperto un nuovo ingresso, rifatto l’illuminazione. Una signora, quando ha visto iniziare i lavori, ci ha detto: “Ci voleva qualcuno dall’Italia, per portarci un po’ di gusto del bello”».
La croce storta
Passato e presente dell’Ungheria s’incontrano tra le braccia di una croce storta.
Partiamo dal passato: anno 1001, nascita del regno ungherese. Papa Silvestro incorona Stefano, figlio di Geza. Sulla corona (uno dei più antichi simboli regali d’Europa, coniata anche sulle monete ungheresi) c’è una croce. Quella croce – non si sa bene perché, forse per una caduta – nel corso dei secoli si è storta.
Quella stortura, oggi, è la rappresentazione dello stato d’animo del popolo ungherese.
«Questo è un popolo che ha sofferto molto. Prima sotto i tartari, poi sotto i turchi, poi sotto i comunisti», spiega don Alessandro Caprioli, 36 anni, sacerdote della Fraternità san Carlo, in missione a Budapest: «L’ungherese ha un senso fortissimo della nazione, che a volte degenera in aperto nazionalismo, ma in ogni caso è una sensibilità profonda rispetto alla sua terra. E insieme c’è questa tristezza, che nasconde una profonda nostalgia di felicità».
La San Carlo in Ungheria
Don Alessandro – una laurea in Economia e un master in Dottrina sociale della Chiesa, prima di entrare in seminario – è nella capitale ungherese dal 2005. «Inizialmente dovevo andare in Irlanda. Ma il cardinale Erdö chiedeva con insistenza una casa della San Carlo, per aiutare la chiesa di Budapest e anche la presenza del movimento di Cl. Così eccomi qui». Caprioli è stato il primo sacerdote della casa ungherese; l’anno dopo è arrivato don Mario Toma, oggi responsabile di una parrocchia a sud di Budapest, e nel 2009 si è aggiunto don Carlo Fumagalli. «Abitiamo in centro, nell’ottavo distretto, a poca distanza dal quartiere universitario, dove hanno sede tre atenei, una grande biblioteca e diversi musei. Una zona culturalmente ricchissima, ma abitata prevalentemente da anziani, perché gli studenti e i lavoratori di sera se ne vanno».
I preti della San Carlo si occupano della piccola parrocchia di Cristo Re. Messa quotidiana, apertura degli uffici, visite agli anziani e agli ammalati, catechesi, preparazione ai sacramenti. Inoltre, Caprioli dalla fine del 2008 è stato nominato, dal cardinale, cappellano universitario della Facoltà di Diritto dell’Università Cattolica di Budapest Péter Pázmány. «Tutto quello che abbiamo avuto, l’abbiamo avuto grazie al cardinal Erdö. Con noi è sempre stato disponibile, amichevole e paterno, ci ha aperto tutte le porte, ha messo il suo patrocinio alle nostre iniziative. E per un missionario questo è fondamentale», racconta Alessandro.
Poi c’è la scuola di comunità: il movimento di Cl ha una sua tradizione in Ungheria, i primi contatti risalgono ai primi anni ’80 con viaggi di studenti italiani.
Ripartire da un’amicizia
Don Alessandro, come si raddrizza una croce storta – personale e comunitaria – nel cuore? «Bisogna andare all’origine, scavare dentro questo sentimento. E per farlo, occorre vincere la diffidenza, il muro di sfiducia tra le persone costruito dal comunismo».
Il regime sovietico ha creato un contesto di ateismo e di ignoranza. E dopo il 1989, il consumismo ha proseguito la distruzione del senso religioso, in una sorta di continuità. «Sono venute meno due generazioni di cristiani, la maggior parte dei ragazzi non conosce la fede né il cristianesimo, sono atei o non praticanti. Per fare un esempio, alla Facoltà di Diritto si tiene una vacanza d’inizio anno, con una messa inaugurale cui partecipano trecento, quattrocento persone. Di queste, solo dieci o quindici vengono a fare la comunione. E siamo all’Università Cattolica… Ci sono anche giovani che vivono con serenità e impegno la loro fede, ma manca loro un luogo concreto per viverla in modo adeguato a un ragazzo di venti, venticinque anni».
D’altra parte, «una traccia del senso religioso riaffiora spesso, anche nei giovani, nel ricordo della propria nonna: la persona che ha insegnato loro a pregare, la persona che ha voluto loro più bene (le famiglie sono spesso devastate, i tassi di separazione sono più alti che da noi)». E i molti pregiudizi «sono fondati sull’ignoranza, e quindi facilmente smontabili, soprattutto nei giovani».
Il punto, comunque, è quello di proporre un’amicizia. «Prima di insegnare la dottrina, noi invitiamo a una comunione, a una compagnia. Quando i ragazzi capiscono che si possono fidare, si apre un’autostrada: incontriamo ventenni che chiedono il battesimo o persone battezzate che dopo tanti anni chiedono la cresima». Poi si va in vacanza in Tirolo, con la comunità di Cl, o a fare rafting con i ragazzi dell’università. «Nella tristezza di superficie riemerge un desiderio ancora vivo, un cuore che è fatto per la felicità, per Cristo. E riemerge attraverso l’amicizia, che fiorisce nel campo immenso degli incontri che facciamo».
Riscoprire la storia
Un’amicizia presente diventa il punto di partenza per guardare al passato. E si riscopre la storia del proprio popolo: nasce da qui la mostra «Stefano d’Ungheria, fondatore dello stato e apostolo della Nazione».
«L’idea di realizzare una mostra su santo Stefano è venuta a un professore del movimento, un anno e mezzo fa» spiega Caprioli. «Inizialmente si pensava a un evento di rilevanza locale, poi il progetto è cresciuto, è stato presentato al Meeting di Rimini e da loro approvato». Sei mesi di lavoro, lungo tutto il 2010, con un grande impegno soprattutto sul versante linguistico e il coinvolgimento dell’università Péter Pázmány, del Centro Studium di Gorizia e di un gruppo di studenti della Cattolica di Milano. Il 23 agosto, nei padiglioni della Fiera di Rimini, la mostra veniva inaugurata alla presenza del cardinale Erdö.
Questa la testimonianza di Tamas, architetto, tra i responsabili della mostra: «Stefano è stato l’ultimo santo a essere riconosciuto sia dalle Chiese d’Oriente sia da quelle d’Occidente, prima dello scisma. Ma la sua unità riaccade ancora oggi. Sono rimasto colpito dal clima che si è creato tra noi curatori nel pensare l’esposizione. Ma la cosa più sorprendente è stata poter rivivere la stessa unità anche qui al Meeting, nel lavoro di creazione dello spazio espositivo insieme agli universitari volontari del Politecnico di Milano. Santo Stefano – ha proseguito Tamas – mi ha permesso l’incontro con nuovi amici e mi ha provocato a ripensare alla potenza del mio desiderio: far rivivere oggi, attraverso la testimonianza di questa mostra, l’esperienza di santità avvenuta mille anni fa».
«All’origine dell’Ungheria c’è l’atto di consacrazione alla Madonna da parte di re Stefano» sottolinea don Alessandro. «C’è un legame stretto tra l’Ungheria e il cattolicesimo. L’educazione che portiamo vuole aiutare a riscoprire qualcosa di proprio, di non calato dall’esterno, di non imposto dall’alto: a riappropriarsi, insomma, di qualcosa che è già nella propria cultura. Si riscopre, secondo il carisma che ci è proprio, l’umanità e la razionalità della fede».
Al Meeting, la presenza della comunità ungherese – circa venti persone – è stata attiva e vivace, ricca di tensioni («tutto era nuovo per loro») e di coinvolgimento. «Come è stato bello vedere persone che si interessavano al loro popolo a partire dall’interesse rinnovato per la loro persona» conclude Caprioli. «Questo è il cristianesimo». E se sulla corona la croce è storta, nel suo sguardo è dritta, come il Danubio quando arriva in pianura.








