La vera medicina è l’amicizia
Milano 1970, Università statale, Facoltà di Medicina. Un ragazzo di vent’anni affronta lo scoglio dell’esame di Anatomia (sei volumi, diciotto mesi di studio) con il professor Bairati, luminare della materia. Risponde bene, prende ventisette. Prima di andarsene, si rivolge al professore: «Posso farle una domanda io, adesso?». «Mi dica.» «A cosa serve, secondo lei, fare il medico?» Il docente lo guarda stupito: «Nessuno studente mi aveva mai fatto questa domanda». Ci pensa un po’, e poi risponde: «A combattere la morte». «Allora siamo dei falliti», ribatte lo studente. Il luminare ci pensa ancora un po’, e poi dice: «Forse ha ragione».
«Ora posso dire che la risposta più vera alla mia domanda era: accompagnare nella malattia, fare compagnia a chi soffre. Ma quel professore non poteva darmela. In quel momento capii con evidenza che ciò che cercavo, che desideravo veramente, era un’altra strada. E ho iniziato a pensare seriamente alla verginità, alla dedizione totale a Cristo, come ideale della vita».
A parlare è don Umberto Fantoni, classe 1949; nato a Rovereto, cresciuto a Milano, ora sacerdote a Chieti. Fantoni è un altro dei “pionieri” della San Carlo, del gruppo dei primi. Lo incontriamo in montagna, sulla Maielletta, mentre è in vacanza con un gruppo di famiglie.
Il tutto è possibile
Don Umberto è un personaggio singolare. Con la dolcevita giusta sembra un filosofo esistenzialista francese, con la tuta blu sarebbe un magnifico operaio milanese, di quelli che conoscono i segreti dei condotti sotterranei, con il cappotto scuro è un lupo di mare sceso al bar per farsi un buon whisky. Forse è un po’ di tutto questo, ma soprattutto è un prete, un insegnante di religione, un pastore. Gli sono affidate molte persone: in Abruzzo segue i suoi studenti ma anche professori universitari, medici, professionisti. In mezzo al volto scavato dalle rughe guizzano due occhi sereni e attenti. Che vedono tutto, ma che sanno anche affidare a Dio.
«La mia famiglia si è trasferita a Rho, vicino a Milano, quando avevo dodici anni. Al liceo, insieme ai miei fratelli ho incontrato il movimento di Comunione e liberazione. E questo incontro ha rappresentato per me innanzitutto l’idea che era possibile la totalità, era possibile trovarla e viverla.» Cosa intendi per totalità? «Il cristianesimo era d’un tratto ciò per cui valeva la pena spendere la vita, l’ideale totale dell’esistenza. Non c’era un’altra cosa che valesse tanto. Questo dava pienezza e gioia alle giornate, ma anche intelligenza del passato: incontrando il movimento ho iniziato a capire l’esperienza di mio padre e di mia madre, quello che mi avevano dato… fattori che non avevo mai compreso. Questa è la totalità: il senso del presente, ma anche della storia. Essa si è rivelata nella mia vita attraverso la paternità di don Giussani, e l’amicizia con alcune persone: le famiglie di Rho, Marco Martini, Luigi Negri, Angelo Scola e poi Massimo Camisasca».
Quando sei entrato in seminario? «Nel 1973, mentre studiavo Medicina, a cui mi ero iscritto dopo il liceo (la laurea l’ho presa che ero già seminarista). Avevo scelto di fare il medico perché volevo aiutare gli altri, stare vicino alla gente. Ma mentre studiavo, mi accorsi che servire il prossimo era in realtà servire Cristo, la sua presenza nella storia. Così iniziai la “verifica” della vocazione. La verifica mi accompagnò fino a 22-23 anni, quando, insieme a Massimo Camisasca e Sandro Bonicalzi, decidemmo di entrare in seminario. Ed entrammo a Bergamo, perché a Venegono, con grande dispiacere di don Giussani, non ci vollero». Perché a Bergamo? «Perché c’era un seminario missionario, il Paradiso, che in quegli anni si era indirizzato alle vocazioni adulte e alle missioni in Italia. Questo ci avrebbe permesso di servire la Chiesa dovunque ci avessero chiamato».
Cosa ricordi più nitidamente degli anni di seminario? «La grande amicizia con Massimo. La nostra non era un’amicizia ordinaria, era organizzata secondo i desideri più grandi che nutrivamo. Studiavamo insieme, riprendevamo con gusto le lezioni, giudicavamo tutto quello che ascoltavamo: la filosofia antica, i grandi santi del medioevo, e poi Von Balthasar, Ratzinger, De Lubac… era una “scuola nella scuola”, che ci formava nel cuore e nella mente». Si ferma, poi prosegue: «Ho condiviso questo con Massimo allora e lo condivido tuttora; la nostra amicizia si è raffinata ed è diventata quel dono prezioso che Dio dà agli uomini perché non si dimentichino della sostanza vera della comunione: la gratuità. L’amicizia è gratuità. Anche oggi, una delle cose che dà gusto alla mia vita è prender su e andare da Massimo, anche solo per una cena, per far quattro chiacchiere, per vederci. È la stessa gratuità».
«Continuiamo a incontrarci»
Arriviamo così alla nascita della Fraternità. «Dopo l’ordinazione, nel 1978, avevo già deciso di andare a Roma con don Massimo. Ma una settimana prima di partire monsignor Tonini, arcivescovo di Ravenna, chiese al movimento un sacerdote per la sua diocesi, per seguire la scuola e i giovani. Don Giussani mandò me. Le nostre strade si divisero. A quel punto io e Massimo iniziammo a dire: non potremmo continuare a incontrarci come facevamo in seminario? Così iniziammo a trovarci a Roma, in modo informale, una volta al mese, o ogni due mesi, appena potevamo. Ci trovavamo alle Cappellette, accanto a Santa Maria Maggiore: venivano Bonicalzi, Maffucci, Spinelli, Rubes… Mangiavamo insieme, parlavamo delle nostre responsabilità nei vari luoghi dove eravamo, giudicavamo la situazione della Chiesa. La Fraternità nacque allora, in quel nostro trovarci, che prese forma giuridica nel 1985, ma esisteva già da prima, come amicizia vissuta. Amicizia riconosciuta da don Giussani, e poi edificata dal lavoro di don Massimo».
In quell’ambito prendeva corpo nella vita di quei preti anche una suggestione, una passione: «Il desiderio di una reale riforma della vita della Chiesa. La riforma non passa per grandi proclami, ma da una vita cambiata, dal riflesso di una vita cambiata; si sviluppa come carità continua verso le persone che incontriamo, ma vale solo se cambia innanzitutto la nostra esistenza. Noi non abbiamo fatto la Fraternità per cambiare la Chiesa, ma per stare insieme. Non è stato un progetto, è stato un dono di Dio, che come tutti i doni di Dio si realizza come amicizia».
«Essere un prete della Fraternità – conclude don Umberto – vuol dire avere la consapevolezza commossa di essere stato visitato da Dio, voluto da Dio, in un abbraccio senza fine. È veramente una gioia l’aver trovato degli amici che nel sacramento dell’ordinazione diventano più veri, più compagnia, una compagnia che poi si dilata nel tempo e nello spazio, che fa incontrare altri sulla stessa lunghezza d’onda, come oggi in Abruzzo. Questo è testimoniato dal fatto che non si può vivere una giornata senza ricordarli nella santa messa. Senza una fraternità oggi non è possibile vivere con fervore autentico, con dedizione appassionata, la vita del sacerdote. Perché la vita del sacerdote implica una comunione vissuta: è quello che il Papa ci ha ricordato quando siamo stati da lui in udienza». L’ex studente di Medicina ha trovato il farmaco più potente, quello che può sfidare anche la morte.







