Il genio dei Magi
Sono contento, anzi fiero di essere in missione a Colonia. È una delle città più antiche d’Europa, fondata da Agrippina, la mamma del terribile imperatore Nerone. Ovviamente non è questo ciò che ha reso la mia città famosa. La sua fama, ancor oggi, è dovuta a ciò che è la meta turistica (dicono le statistiche) più visitata in tutta la Germania: il Duomo. Chissà cosa dicono le guide turistiche giapponesi o cinesi di questa imponente costruzione gotica… Fino a qualche decennio fa era chiaro ad ogni visitatore che esso non era che un grande scrigno costruito per ospitare, al suo interno, ciò che pellegrini da tutta Europa per secoli sono venuti a venerare: uno scrigno vero e proprio, la più grande opera di oreficeria della cristianità, realizzata dal famoso orefice Nicola di Verdun. Perché tante gemme preziose e tanto oro? Perché lungo i secoli ogni re e imperatore del Sacro Romano Impero, non appena incoronato ad Aquisgrana, veniva a venerare questo scrigno? Perché in esso si venerano i tre personaggi che non mancano in nessun presepe: i Re Magi.
Cosa sappiamo di loro? A dire il vero ben poco. O meglio: l’evangelista Matteo ci ha trasmesso l’essenziale. Si trattava di appassionati e indomiti ricercatori di Infinito. Scrutavano gli astri del cosmo per scoprire il segreto dell’universo, ciò che dà senso e direttiva all’agire dei popoli e alla vita di ogni uomo. Il loro genio è stato di alzare lo sguardo per guardare all’orizzonte ultimo – ma, soprattutto, il loro genio è stato nella libertà di mettersi in moto per seguire ciò che avevano riconosciuto come segno: la cometa. Non è mai facile mettere in gioco tutto di sé per seguire un ideale. In questo tendiamo un po’ tutti ad essere codardi. Loro no: hanno intrapreso il lungo cammino e non hanno evitato fatiche e prove.
Ma la loro vera grandezza umana, il loro vero genio religioso, lo hanno testimoniato al loro arrivo a Betlemme. Dinnanzi al bambino nella culla si sono prostrati. Tutta la fatica, tutta la luminosità della cometa solo per un bambino?! Sì. Loro, in quel momento, hanno capito: l’universo, la verità del cosmo, ciò che vale per la vita dei popoli e per la salvezza dell’uomo non è qualcosa, ma questo Uno: l’Immanuel – il Dio fatto uomo per diventare amico delle Sue creature. Loro sono stati i primi a testimoniare questa grande verità: la vera intelligenza non sta nel trovare un principio, una formula, una teoria risolutiva di tutto, ma di giocarsi in questa Presenza, di vivere un rapporto personale con il Logos divenuto carne.
Come il duomo di Colonia rimanda lo sguardo allo scrigno dorato che racchiude al suo interno, così la Chiesa in questo Anno della Fede ci richiama a riporre ogni nostra speranza, l’intelligenza di vita e l’affetto del cuore, in questa Presenza che simbolicamente ammiriamo nei nostri presepi. È solo il rapporto libero con il Bambino d Betlemme che ci dà la statura di persone che vivono liete, certe, con indomita passione e operosità, anche in circostanze difficili.
Ogni anno, nel giorno dell’Epifania, in Germania migliaia di ragazzi vanno a piccoli gruppi di casa in casa: tre di loro sono vestiti da Re Magi, un quarto porta innalzato ad uno stelo una cometa dorata. Bussano ad ogni porta e annunciano cantando la nascita del Salvatore, augurando ad ognuno che Cristo lo benedica nel nuovo anno. Si chiamano, in tedesco, Sternsinger – che letteralmente significa: cantori della cometa. La gente, poi, fa loro dono di dolci (ahimé: sono montagne che si raccolgono in poche ore!) e di un’offerta di soldi da devolvere ad opere di beneficenza per bambini bisognosi in paesi del Terzo Mondo. È un’iniziativa bella che a tutt’oggi, in una società molto secolarizzata, gode ancora di grande stima. Guai a dimenticare o tralasciare una casa!
Anche questo è un segno – piccolo ma reale: chi non desidera l’augurio di un nuovo anno felice? Tutti. Ma chi glielo può dare realmente? Solo chi sperimenta personalmente un rapporto con il Bambino di Betlemme, chi cioè, anche se in modo ancora molto iniziale, ne è amico e testimone. In questo senso siamo anche noi chiamati ad essere dei Sternsinger: testimoni della luce vera, che illumina ogni uomo (e che è ben più folgorante dello scrigno dorato del Duomo di Colonia). Ognuno può, liberamente, accoglierne l’amore e rispondervi affidandosi al Suo sorriso.
nella foto: Un particolare del reliquiario dei Re Magi nel Duomo di Colonia (foto Wikipedia)
Le nozze d’oro del Reno
È con sentimenti di rispetto e stupore che celebro i cinquantesimi anniversari di matrimonio. Si tratta normalmente della generazione di chi è nato in tempo di guerra e ha vissuto la propria gioventù negli anni impegnativi della ricostruzione della Germania. Le loro storie d’amore sono semplici: primo incontro in occasione di una festa popolare in paese o nel quartiere, qualche mese dopo il fidanzamento e poi il matrimonio. Ripassando i primi decenni della loro vita coniugale, queste coppie raccontano la fatica del lavoro, la ricerca di una casa, l’educazione dei figli; alcuni aggiungono una disgrazia capitata: la malattia grave di un figlio, un incidente stradale… Poco romanticismo e molta dura realtà, ma comunque affrontata insieme, spesso con fede, nella coscienza di un compito da assolvere. Momenti di “crisi del matrimonio” li avranno anche avuti, ma non ne parlano: sono difficoltà che la fedeltà e la pazienza hanno saputo curare e lenire. La loro letizia e serenità non viene messa in scena, ma c’è, al fondo. E se poi succede che qualche anno dopo ritrovo l’uno al capezzale dell’altro, percepisco nel loro tenersi la mano o nell’asciugare le gocce di sudore dalla fronte del coniuge sofferente, una tenerezza che non ha niente da invidiare agli abbracci amorosi di un tempo.
Ma questa generazione è praticamente scomparsa. Quella che le fa seguito è già molto diversa: è gente che ha viaggiato e goduto di varie mete turistiche e che ha arredato le proprie case con gusto ricercato. Sono più fissati sui figli, che però spesso si ribellano al possessivo abbraccio dei genitori, o lo sfruttano… Celebreranno queste coppie, a suo tempo, le nozze d’oro? Alcuni sì, ma non la maggioranza, che nel frattempo si sarà separata, cercando ognuno la propria realizzazione altrove.
Il test di compatibilità
Sono immagini che mi si impongono quando in ufficio parrocchiale si presentano giovani coppie che vogliono sposarsi in chiesa. Il loro numero, calato negli anni passati, si sta riprendendo. Il desiderio di creare una famiglia rimane un sentimento forte, anche nelle nuove generazioni.
Chi mi trovo davanti? Nella normalità dei casi sono coppie che già da più anni convivono e che ora vogliono fare la grande festa, con tanto di veste bianca e suon d’organo… Nei loro cuori albergano grandi sentimenti e immagini di romantico affetto. Poi, quando pongo certe domande, mi accorgo di quanto poco familiare sia in molti di loro il vicendevole dialogo, la comunicazione di sé, il comune giudizio sul senso della vita, i figli, l’educazione, le sfide della società.
Una delle esperienze più illuminanti è stata per me, qualche anno fa, la seguente: una coppia che si stava preparando molto seriamente al matrimonio mi ha riferito del desiderio del padre della sposa, un non-cristiano proveniente dall’India, di sottoporre i due fidanzati ad un certo test in uso presso la religione Hindu, tramite il quale un guru poteva verificare se i due temperamenti erano fatti “uno per l’armonia dell’altro” e quindi fossero spiritualmente compatibili. Il padre non aveva niente contro un matrimonio cattolico. Voleva soltanto, per amore della figlia, avere la garanzia che i temperamenti fossero capaci di vicendevole complementarietà per permettere un rapporto armonico. «Ammesso che uno sappia così riconoscere al fondo la natura vera dei vostri temperamenti – dissi loro – se poi l’esito è positivo, cosa ne ricavate? E se invece è negativo, che conseguenze ne volete trarre?». Lì ho capito io stesso con maggiore evidenza che l’amore non è un’armonia di temperamenti. Anche se questo fosse possibile, non sarebbe il massimo dell’amore! L’apice dell’amore è l’abbraccio incondizionato dell’altro nella sua diversità. Non è psicologia: è dramma di libertà, è donazione di sé.
Come le guglie del duomo
A Colonia tutti conoscono la Hohenzollerbrücke: l’imponente ponte d’acciaio sul quale ogni giorno più di mille treni oltrepassano il Reno. A lato dei sei binari c’è un ampio spazio per pedoni e alla ringhiera sono oramai fissati migliaia di lucchetti di fidanzati e sposi che si promettono fedeltà per sempre, gettando poi la chiave del lucchetto nelle onde dell’ampio fiume. Alle coppie dico spesso che è un nobile desiderio. È proprio dell’amore vero questo desiderio di legarsi per sempre. Ma non è più esaltante, invece che alle fredde correnti, affidare queste chiavi a Qualcuno, a Colui che non usa lucchetti metallici per “serrare”, bensì i cuori per unire l’io e il tu in un noi sempre più scoperto e desiderato?
Fra le cose che dico sempre alle giovani coppie ci sono le seguenti: «Non siate tanto infantili da prendere il sentimento dell’innamoramento come test dell’amore. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa un compito – grande, arduo, appassionante ed esigente. Un compito che richiede l’impegno di tutta la persona, ma che al contempo la plasma, la forma, la fa fiorire. Non abbiate timore delle fatiche, delle difficoltà, delle responsabilità, delle avversità, e neanche degli errori, perché è soprattutto dentro e tramite essi che l’amore cresce e matura. E questo lungo un percorso che non degenera, col passare degli anni, in noiosa monotonia, bensì si dipana in una scoperta sempre nuova del cuore del coniuge». E a questo proposito, faccio spesso un paragone: «Quante sono le guglie e le statue di santi che ricoprono le varie facciate del nostro grandioso duomo di Colonia? Valli a contare! Ebbene: c’è imparagonabilmente di più da scoprire nel cuore, nella libertà, nel destino della tua fidanzata o del tuo fidanzato che in tutte le guglie, le vetrate, i capitelli del nostro grande Kölner Dom!».
L’unità della vita
Quasi sempre le persone sono sinceramente colpite da queste parole. Lo vedo dall’espressione dei loro volti. Ma come permanere dentro questa commozione così immersi nel groviglio di affari, compiti, immagini, problemi, sogni e delusioni che il mondo porta con sé? Senza la familiarità col volto di Cristo, è impossibile.
Prego quindi affinché sempre più coppie possano scoprire il loro amore come vocazione, esperienza di vera unità della vita e utilità per il Disegno del Padre. Vivere il matrimonio oggi è arduo: fiumi di immagini ci eccitano, mentre c’è carenza di testimoni a cui guardare, di amici con cui condividere. Resta uno dei campi missionari più urgenti ed esigenti. Eppure io spero nel miracolo che alcune delle coppie che ora mi è dato di preparare al matrimonio possano un giorno, con commossa gratitudine, celebrare le loro nozze d’oro. Un oro forgiato dentro le tante provocazioni del nostro tempo e che sarà il vero capitale delle generazioni future.
nella foto: lo Hohenzollerbrücke, il famoso ponte d’acciao che attraversa il fiume Reno, a Colonia (Wikipedia)
Ancora un inizio
Abbiamo incontrato Romano Christen, da pochi mesi in missione a Colonia, in Germania, insieme a Gianluca Carlin, Georg del Valle e Lorenzo Di Pietro.
Don Romano, avete da poco aperto una casa della Fraternità a Colonia, in Germania. Qual è la tua prima impressione di questa città?
Siamo a Colonia dall’agosto del 2009. La città ha una storia imponente: sorta duemila anni fa ad opera dei romani, per secoli al centro d’Europa, era chiamata la «Roma del nord». Una città con una storia molto cattolica, patria di molti santi, ricca di chiese romaniche e gotiche. Nel contempo, se giri in metropolitana o vai per le vie della città, vedi una massa di gente che si è estraniata da questo patrimonio. È una città ricca, ma con una significativa quota di disoccupazione e un tasso altissimo di immigrazione. Gli abitanti di Colonia si concepiscono culturalmente all’avanguardia, aperti a qualsiasi espressione, anche un po’ esagerata, eccentrica. Insomma, la preziosa tradizione che costituisce la sua identità non è vissuta in maniera scontata, ma è immersa nei contrasti del ventunesimo secolo. È questo il punto d’inizio della nostra presenza qui: radicati nella nostra appartenenza alla Fraternità, al movimento, desideriamo amare questo popolo e testimoniare che questa tradizione è chiamata ad avere un grande futuro.
Come s’inserisce in questo contesto la vostra responsabilità in parrocchia?
L’unità pastorale che mi è affidata come parroco si compone di tre parrocchie, e conta in totale diecimila anime. Georg del Valle è vice parroco. Io sento il mio compito di parroco innestato nel cammino della tradizione religiosa e culturale di questo popolo, cammino che, qui, per noi trova un punto di forza nella paternità del nostro vescovo, il cardinal Meisner. Abbiamo avuto occasione di incontrarlo più volte e ne siamo stati molto rincuorati. Abbiamo, infatti, percepito la sua capacità di valorizzare il nostro carisma, di rispettarlo, di porsi con stupore di fronte ad esso. Egli desidera sostenerci perché il fiore della nostra Fraternità possa sbocciare anche nella sua diocesi. La diocesi di Colonia è grande, la curia è immensa. Anche nei collaboratori che lo circondano, però, non abbiamo incontrato freddezza burocratica, ma ci hanno accolto con calore e hanno mostrato un grande desiderio di lavorare insieme.
Come giudichi l’inizio della vostra missione qui?
Abbiamo trovato un’accoglienza molto calorosa anche nei parrocchiani, persone molto aperte nei nostri confronti. Pur non conoscendo alcunché della nostra Fraternità, si sono posti nei nostri confronti senza pregiudizi né preclusioni. Sin da subito, si sono lasciati interpellare dal fatto che quattro sacerdoti vivessero assieme. In molti, anche tra coloro che hanno una responsabilità in parrocchia, sono rimasti affascinati dall’unità che traspare dalla nostra vita e la percepiscono come una grande promessa per la parrocchia. Comprendono che non siamo quattro persone venute qui per fare numero. Chi guida la parrocchia è accompagnato da un’amicizia di confratelli. Questo ha destato in loro la speranza di poter vivere un’amicizia analoga, tra di loro e con noi.







