Conquistati dal West
Michael Carvill, dal 1990 sacerdote della San Carlo, racconta la sua conquista del West.
Come è iniziata la presenza della Fraternità san Carlo negli Stati Uniti?
È iniziata con me, quando trascorsi il mio anno di diaconato a Sacramento, in California, in una parrocchia del centro città su invito del parroco. Qualche mese dopo il mio arrivo, mi raggiunse Antonio Baracchini. In quell’anno don Massimo Camisasca venne a trovarci due volte. Non fu però possibile stabilirci in quella diocesi.
Dopo quel primo tentativo, per circa due anni io e Antonio svolgemmo il nostro servizio in una parrocchia di Tampa, in Florida. Anche lì però alla fine non trovammo l’accoglienza del vescovo. Certamente, in quel momento – siamo nella prima metà degli anni ‘90 – stavamo muovendo i primi passi, ed eravamo molto inesperti. Dopo Agostino Molteni, partito in missione per primo alla volta del Brasile, eravamo partiti noi. Non sapevamo bene cosa significasse aprire una casa. Capimmo con l’esperienza che l’unico modo per stabilirci negli Stati Uniti era ricevere e accogliere l’invito di un vescovo.
E ci fu un vescovo che vi invitò?
Sì. Dopo qualche tempo, espressi a don Massimo il mio desiderio di conseguire la licenza all’istituto Giovanni Paolo II di Washington. Lì conobbi monsignor Lorenzo Albacete, che nutriva un vivo interesse per l’esperienza del movimento nato da don Giussani. Un giorno mi invitò a pranzo. Gli parlai del nostro desiderio di trovare una strada per stabilire la nostra missione. Lui subito tirò fuori il cellulare: chiamò un suo amico e gli raccontò di noi. All’altro capo c’era l’attuale cardinale Sean O’ Malley, allora vescovo di Fall River, nel Massachusetts. Il risultato fu un appuntamento con lui, tre giorni dopo, a Washington. Io ero molto nervoso; era la prima volta che dovevo parlare per la Fraternità di fronte a una persona come lui. Mi ero preparato il discorso. O’Malley entrò in sala d’attesa vestito da francescano. Ci porse la mano, ci fece sedere. Cominciai dicendo che ero della Fraternità san Carlo Borromeo, e lui rispose: «Sì, lo so». Gli manifestai il nostro interesse a una presenza stabile negli Stati Uniti. «Why don’t you come to Fall River?», fu la sua risposta aperta e generosa. Non voleva grandi discorsi o spiegazioni. Semplicemente ci invitò a stabilirci nella sua diocesi, a sud di Boston. Così aprimmo la prima casa: io, Vincent Nagle e Antonio López.
Come hai vissuto quella prima esperienza di insediamento in America?
È stata per me importantissima la vicinanza di don Massimo, grazie alle sue numerose visite. Ricordo che una volta lui ci disse che vedeva la nostra casa come tutta sostenuta dall’ideale. In effetti tra di noi era vissuto molto intensamente il grande ideale di seguire la Chiesa, di seguire Gesù Cristo e di farlo conoscere così come lo avevamo conosciuto noi. Per quanto riguarda la parrocchia, a Fall River trovammo una bella comunità di anziani, con cui nacque un ottimo rapporto; tuttavia mancavano le famiglie giovani.
Poi lasciaste Fall River. Perché?
Nel 2000 il vescovo ci chiese di spostarci in un’altra parrocchia, in una città più grande: Attleboro. Qui iniziammo un ottimo rapporto con i parrocchiani. Tuttavia la diocesi doveva ridurre a una le tre parrocchie della città. Noi ci offrimmo di farci carico di questo progetto, ma la diocesi fece altre scelte. Nel frattempo altri vescovi avevano iniziato a richiedere la nostra presenza. In particolare, emerse subito come interessante l’invito di mons. Charles Chaput, arcivescovo di Denver, Colorado. Ci aveva scritto dopo aver letto il libro di don Massimo, Together on the road. Era rimasto colpito dal nostro desiderio di vivere una vita comune come sacerdoti. Nel dialogo con lui si aprì un orizzonte importante: una possibilità di presenza missionaria e una comunità da servire. Tutto ciò ci indusse a decidere lo spostamento.
Comunicammo non senza dolore al vescovo di Fall River che saremmo andati via. Nutriamo tuttora una grande stima verso O’Malley e il suo successore. Siamo molto grati di tutti gli anni in cui abbiamo potuto servirli; ma credo che quello fosse proprio un passo indicatoci dal Signore.
A Denver c’è ora dunque una casa della Fraternità…
Il vescovo ci ha accolto con grande paternità. Ci ha affidato una parrocchia che serve Broomfield, una cittadina a venti minuti da Denver, sorta appena trent’anni fa. Ci è data una grande possibilità. Io, don Gabriele e don Accursio possiamo lavorare insieme: io come parroco, Gabriele come cappellano della scuola superiore, e Accursio come insegnante e cappellano nella scuola media della parrocchia. Il fatto di avere delle scuole cattoliche che funzionano molto bene nel territorio della parrocchia, ci offre l’opportunità di annunciare Cristo a tanti giovani. Ciò che ci rende lieti e baldanzosi nel nostro compito è la possibilità che ci è offerta in casa di un confronto e di un aiuto continuo.
Sono certo che senza vent’anni di esperienze e di vicissitudini non saremmo mai giunti dove siamo ora. Ricordo con gratitudine tutti coloro che hanno partecipato e portato il loro contributo a questa storia, in modo speciale Vincent Nagle e Luca Brancolini che sono stati miei compagni di casa per anni. Ricordo anche i tanti seminaristi che hanno trascorso un periodo di formazione da noi. Molti ormai sono in missione nel mondo, io li seguo da vicino e prego per loro.
Com’è Denver?
Innanzitutto è una città molto giovane. Si pensi che i primi coloni si stabilirono ai piedi delle Montagne Rocciose solo centocinquanta anni fa.
In parrocchia abbiamo trovato una comunità viva. Molte famiglie giovani. Tante persone, che dopo lunghe peripezie hanno trovato una casa negli States. Gente dall’America del Sud, dall’Estremo Oriente, ma anche da tante parti degli Stati Uniti.
Tra le altre, mi ha molto impressionato la storia di un uomo fuggito dal Vietnam negli anni Settanta. Allora aveva vent’anni. Tentando di scappare dagli orrori della guerra, è naufragato due volte ed è stato torturato. Al terzo tentativo è approdato negli U.S.A. Non sapeva una parola di inglese. Ha studiato e lavorato senza sosta per costruire una famiglia. Sua moglie è cattolica, lui buddista. Ha frequentato la messa ogni domenica per vent’anni. Ora ha deciso di chiedere il battesimo. Dietro ad ogni persona che incontriamo c’è una storia di dolore e di speranza, che aspetta di incontrare Cristo o di conoscerlo e amarlo più profondamente.
Due passi sulle montagne rocciose
Carissimo don Massimo,
dopo i primi mesi a Denver, comincia ora ad affievolirsi in me l’impressione di essere su un gigantesco set hollywoodiano (tutto quello che ho sempre visto nei film americani qui succede veramente!).
Ho iniziato il lavoro in parrocchia e nella cappellania della Holy Family, la scuola superiore cattolica della diocesi. Partecipo inoltre a un gruppetto di scuola di comunità di giovani lavoratori.
In parrocchia do una mano a Michael e lui mi aiuta a comprendere questo mondo, molto diverso dal nostro come mentalità, azione e sensibilità.
Nei fine settimana, in parrocchia, ci sono le messe, le confessioni e i gruppi dei giovani; Accursio segue i ragazzi delle scuole medie (dove è cappellano e insegna) e io quelli delle superiori. Con loro ho appena cominciato, ma vedo una bella prospettiva di lavoro. Recentemente ho messo a tema le tre premesse de Il senso religioso e il metodo della rivelazione tratteggiato in All’origine della pretesa cristiana. Per ora non ricorro ai libri, cerco di basare gli incontri sul dialogo tra noi. Credo che ciò li aiuti ad aprirsi e parlare. Ma siamo in via di assestamento, per cui può darsi che decideremo di cambiare.
Alla Holy Family, mi affianco agli insegnanti in quattro classi, per imparare da loro il metodo di insegnamento della scuola superiore americana. È un’utile preparazione personale e mi aiuta anche a conoscere meglio gli adulti. Nel resto del tempo, a scuola, mi dedico alla cappellania. Per ora, ho dato una sistemata alla cappella, alla sacrestia e al mio ufficio. Il disordine che ho trovato è stato un’occasione per mostrare ai miei studenti e ai professori da quale vita provengo. Nella cappella ho appeso alcune immagini a me care. Mi hanno detto che adesso viene voglia di entrare e stare un po’ lì, perché quelle immagini sono belle. Qui è un bel mondo, ma la parola d’ordine è funzionalità, che prevale a volte sulla bellezza.
Per la cappella ho alcuni progetti: abbattere un muro, aprire due rosoni, rendere dritta una parete e spostarne un’altra, costruire un portone… Ho presentato i disegni al direttore della scuola. Con molto entusiasmo lui mi ha risposto: «Da un po’ di tempo mi stavo chiedendo come migliorare la cappella e ora arrivi tu con i tuoi disegni! Andiamo in chiesa, così capisco meglio i tuoi progetti e poi ti accompagno dal nostro fundraiser per dirgli di cominciare a pensare a un modo per trovare i soldi». Autenticamente americano: se un’idea piace, bisogna realizzarla il prima possibile. Qualche giorno dopo sono stato chiamato dal direttore per illustrare all’architetto della scuola i miei disegni nel dettaglio. In certi atteggiamenti vedo una freschezza e una giovinezza che queste persone conservano e che è un ponte attraverso cui si possono raggiungere. Questa piccola ristrutturazione della cappella è utile da molti punti di vista; senz’altro è qualcosa che il direttore della scuola ed io stiamo facendo insieme. Spero che così si possa consolidare il nostro rapporto.
Ho cominciato ad incontrare gli studenti della Holy Family in alcune brevi occasioni: la messa mensile della scuola (l’omelia diventa un’opportunità di parlare ai seicento studenti: nessuno come il prete ha un tale spazio per parlare a tutta la scuola!); le messe dedicate ai ragazzi dei diversi anni di studio; il gruppo canti (voci molto belle ed educate al canto; lavoreremo col tempo sulla scelta dei canti liturgici); il gruppo dei ministri straordinari della Comunione e il servizio liturgico. Tutti i giorni incontro i miei due sacrestani. A tutti ho suggerito alcune pagine molto belle di Ratzinger, in cui egli mostra la pertinenza della liturgia alla vita.
Nella scuola sono quasi tutti cattolici, sinceramente, di cuore; ma c’è bisogno di ricondurre ad un chiaro legame col Signore ciò che sanno e che fanno. C’è anche bisogno di offrire contenuti ancorati alla tradizione cristiana; qui in alcuni casi si tende a “immaginare” nuovi modi di rapporto con Dio che trovano la loro espressione in liturgie un po’ strane.
La casa dove viviamo è bella, è vicino alla parrocchia e devo dire che la vita che abbiamo in comune mi dà gusto e mi sostiene, mi alimenta.
Il nostro giorno della casa è il venerdì e qui, con le montagne a due passi, cosa vuoi… si va a fare delle belle passeggiate! Ti ricordo e ti abbraccio!
Gabriele
P.S.: Il Colorado è un posto bellissimo, ma davvero impagabile è il fatto di essere contenti dove si è, come del resto è stato negli ultimi anni. Grazie.
Una scatola arancione
Sono cappellano di una scuola elementare e media che conta circa cinquecento ragazzi. Ogni venerdì cerco di pranzare con una delle diverse classi delle medie. È un’occasione per conoscerli e parlare un po’ con loro. Essendo ragazzini spesso sono distratti o chiacchierano tra di loro, ma in un modo o nell’altro riesco sempre a fare una battuta o a dire qualcosa che li colpisce e li richiama all’attenzione.
Un giorno era più difficile del solito. Avevo però notato che alcuni ragazzi erano incuriositi da una serie di scatole colorate di cartone, che un paio di giorni prima erano state messe nella nostra sala per decorarla. Non riuscendo a proseguire nella discussione, mi sono detto: «Partiamo da ciò che li colpisce e vediamo se il buon Dio ci porta a scoprire qualcosa». Così, ho preso in mano una scatola arancione e ho chiesto loro: «Chi sa dirmi cosa c’è dentro questa scatola?». Dopo qualche tentativo, finalmente un ragazzino ha detto: «Certo, sarebbe più facile se ci permettessi di aprirla», «E chi dice che non ve lo permetto?».
Subito in tre o quattro mi sono saltati addosso per poter essere i primi ad aprire la scatola e scoprire che, ovviamente, era vuota. Da questo piccolo fatto è scaturita una serie di considerazioni sul metodo che la realtà ci impone per conoscerla, sulle promesse che ci pone, su come le soddisfa o meno e sulle esigenze del cuore di ognuno di noi. Mentre parlavo con loro, dicevo a me stesso che loro erano la mia scatola arancione con cui dovevo fare i conti quotidianamente, lasciandomi guidare nel guidarli, e così essere disponibile ad essere sorpreso da ciò che accade davanti ai miei occhi.
nella foto, veduta di Denver








