Una paternità sempre in movimento
Nella Fraternità San Carlo circolano due aneddoti su don Antonio Maffucci. Il primo: “La differenza tra Dio e Maffucci? Dio è in ogni luogo, Maffucci c’è già stato”. Il secondo: “Se Maffucci da Roma deve andare a Reggio Calabria, per strada passa a salutare degli amici ad Aosta”.
Possiamo testimoniare che qualcosa di vero c’è. Cercando di fissare questa intervista, le risposte di Maffucci, peraltro sempre gentili, erano di questo tipo: «Dunque… domani sono a Pescara, dopodomani salgo a Verona, forse possiamo fare sabato che scendo a Roma, però risentiamoci».
Un homo viator. Anzi, quel particolare tipo dell’homo viator che è l’alfista: Maffucci ha un’Alfa 75 duemila twin spark («l’ultima Alfa Romeo a trazione posteriore») con cui ha percorso 386mila chilometri, e prima ne aveva una uguale con cui ne ha macinati 527mila. Prima ancora ha posseduto due Alfa 33, un’Alfasud e una Giulietta grigio scuro, «la mia prima macchina».
Nel cuore del ‘68
Maffucci è oggi nella diocesi di Grosseto, nella Toscana che accoglie anche altri dei “pionieri” della Fraternità San Carlo. Ma è originario di Milano, ed è qui che inizia, nel 1966, la nostra storia: dall’Istituto tecnico industriale Ettore Conti, dove Antonio, che studia da perito elettrotecnico, viene invitato a un incontro di preghiera al Pime, Pontificio Istituto per le Missioni Estere. «Cosa ho da perdere?», si chiede. E incontra Gioventù studentesca, ne resta affascinato.
Due anni dopo scoppia la contestazione, e molti lasciano Gs. Maffucci no: «Io ero contento di ciò che avevo incontrato. Mi aveva folgorato la frase di un vescovo brasiliano: a cosa serve cambiare le istituzioni – diceva – se il cuore dell’uomo resta lo stesso?». Così, mentre Milano è messa a ferro e fuoco, nel cuore del diciottenne Antonio sorge l’idea della vocazione, cioè «che la vita potesse essere il raccontare ad altri ciò che avevo incontrato». L’ingresso in seminario avverrà sei anni dopo: in mezzo, Maffucci fa il servizio militare negli Alpini, a Trento, e lavora alla Sit Siemens, dove diventa delegato sindacale e incontra, tra l’altro, quello che sarebbe diventato il gruppo dirigente delle Brigate Rosse («Non avevano ancora iniziato a sparare, ma stavano scrivendo il programma»). Poi, nel 1974, l’approdo al seminario della Comunità Missionaria Paradiso, a Bergamo, dove già erano entrati Massimo Camisasca, Umberto Fantoni e Sandro Bonicalzi. (Maffucci è dunque tra i primi).
Cosa ricordi degli anni del Paradiso? «Quando siamo arrivati la comunità di Cl di Bergamo era di ottanta persone, cinque anni dopo era di ottocento. Al Paradiso abbiamo visto un esempio di servizio alla Chiesa, di disponibilità alla missione, di apertura al mondo. Senza quell’esempio, la Fraternità San Carlo non sarebbe forse partita». Maffucci diventa diacono nel 1978 e sacerdote nel 1979, il 24 giugno, ordinato da Karol
Wojtyła, papa da un anno. «Eravamo in 88, da tutto il mondo, nella Basilica di San Pietro». Nel 1985, anno di nascita della San Carlo, Maffucci è a Roma, nella parrocchia di Santa Maria Margherita Alacoque, a Tor Vergata. Nel 1991 mons. Angelo Scola diventa vescovo a Grosseto. Desidera una casa della Fraternità nella sua diocesi: Maffucci diventa parroco a Punta Ala. Poi lo sarà a Rispescia e successivamente in città, dove si occupa anche dell’ufficio scuola della diocesi.
Professore, viaggiatore, padre
La scuola è una delle costanti della vita di Maffucci. E tra i suoi allievi sono nate diverse vocazioni, nella Fraternità ma non solo. Qual è il tuo metodo didattico? «Insegnare vuol dire far conoscere le cose belle che rendono grande la vita. Io seguo una traccia, che è quella del libro Scuola di Religione, in particolare i capitoli sul desiderio e sulla libertà. Ma se trovo un articolo bello, uno spunto interessante, lo propongo ai miei ragazzi. Utilizzo Il piccolo principe, la vita di Cilla, la conversione di Paolo Brosio, le storie di San Galgano e Giovanna d’Arco, documentari, brani musicali…». Come ti sembrano i ragazzi di oggi? «Sono certamente più fragili e più confusi di quelli di anni fa, a volte un po’ orgogliosi, meno ideologici di dieci anni fa ma anche più acritici. Al fondo del loro cuore c’è sempre un desiderio, per cui l’importante è valorizzarli, responsabilizzarli, si deve scommettere sul loro cuore».
L’altra costante “maffucciana”, come dicevamo all’inizio, è il viaggio: «Ovunque sono andato, ho sempre mantenuto dei rapporti, che poi sfociano in matrimoni, battesimi, direzioni spirituali. Io provo fastidio a parlare di cose importanti al telefono: preferisco fare cento km, perché la presenza fisica è decisiva. Se vedo una persona, percepisco quello che vibra in lei, e capisco i tempi con cui dire le cose, l’opportunità di dirle».
Andiamo più a fondo: scuola e viaggio sono due aspetti di un’unica vocazione, che è poi quella di ogni sacerdote: la paternità. «Per me è innanzitutto guardare uno non per i suoi difetti, ma per come il Signore lo guarda, per come il Signore lo sta chiamando». E come è possibile guardare così? «È il modo in cui io mi sento guardato. Siamo padri perché siamo figli. Giussani, don Massimo, gli amici sacerdoti mi hanno guardato così, il movimento per me è stato questo, il riverbero dello sguardo di Cristo. E la Fraternità è un luogo in cui viene rinnovata, riapprofondita continuamente la mia vocazione: una trama di rapporti, di amicizie, di volti che mi aiutano ad essere padre, a portare a compimento ciò che Dio ha iniziato nella mia vita».
L’incarico di esorcista
Ma c’è ancora un aspetto da raccontare, della vita di Maffucci. Dal 2009, infatti, è esorcista della diocesi di Grosseto. Don Antonio, cosa puoi dire di questa esperienza ai lettori di Fraternità e Missione? «Senza scendere nei dettagli, direi tre cose. La prima è di fare attenzione ai maghi, alle sedute spiritiche, ai medium, alle cartomanti. Sono delle porte aperte al demonio, che vuole scimmiottare Dio. Il demonio si infiltra nelle nostre debolezze, nelle nostre fragilità, ci fa perdere il controllo di noi stessi. Poi c’è il modo esplicito delle possessioni, il modo diretto. Ma Dio permette persino la possessione (nelle sue molte forme) come modo per riavvicinarci a lui».
Due: «I sacramenti sono la prima difesa, cominciando dal Battesimo, poi la Confessione e l’Eucarestia: non a caso il battesimo ha dentro un rito di esorcismo. L’altra grande arma è la benedizione: è un atto efficacissimo, basato sulla forza delle mani consacrate (e le mie sono state consacrate da Giovanni Paolo II)».
Infine, «Il vero lavoro è l’educazione alla fede, l’appartenenza a Cristo. La cosa importante non è liberare dal demonio, ma accompagnare nella fede. Per questo bisogna essere molto chiari nel giudizio: il demonio c’è, ma Cristo ha vinto. E noi siamo lo strumento attraverso cui si manifesta la vittoria di Cristo. Fare l’esorcista è un atto di totale carità: al sacerdote non torna niente. Gesù ha passato tanto tempo della sua vita pubblica a scacciare i demoni. Ma la gente a volte vuole una liberazione quasi magica, senza conversione. Invece è un cammino, e la forza dell’esorcismo è tanto più grande quanto più la persona desidera essere liberata».
nella foto, don Antonio Maffucci a bordo della sua Alfa.







