Wa Mungu
Qualche settimana fa sul calar della sera, a Nairobi, un gruppo di fedeli diceva il Rosario, in Swahili (la lingua locale). Maria mtakatifu, mama wa Mungu («Santa Maria, madre di Dio»)… Un brivido m’è salito su per la schiena: Wa Mungu! Queste parole non suonavano nuove alle mie orecchie. Non ero mai stato in Africa prima d’ora, ma l’Africa da parecchio tempo era venuta a stare da me. Diciassette anni fa i miei genitori adottarono un bambino provvidenzialmente sfuggito dal genocidio che colpì il Rwanda nel 1994. Lo chiamarono Antonio, aggiungendo un tocco d’italianità a quello che poi è scivolato a secondo nome: Wa Mungu.
Pochi giorni dopo quel rosario, don Alfonso Poppi mi ha chiesto di raccontare al Meeting Point, iniziativa che raccoglie persone affette dall’AIDS, la storia che mi ha portato fino a loro. Alla fine una giovane signora, tra il curioso e l’indispettito, è saltata su: «Non si sono offesi i tuoi genitori per il fatto che tu, l’unico figlio maschio biologico, sei entrato in seminario privando la tua famiglia di una vera discendenza?». Senza dubbio una domanda inconsueta, per un bresciano perlomeno, eppure sincera, sentita. In quel momento mi sono ricordato dell’Ave Maria. Chi è Antonio? Wa Mungu: di Dio. «Siamo arrivati», le ho risposto, «nella medesima famiglia in due modi diversi, ma l’origine è la stessa: anch’io sono wa Mungu».
Lezioni dall’Africa
«Father, you know what? I am talking with a person who does not believe in God, he says there is no God! Very sad!» [Sai una cosa padre? Sto parlando con una persona che non crede in Dio che dice che Dio non esiste! Molto triste!].
Ricevo questo sms da un parrocchiano, un uomo colto, che lavora nella pubblica amministrazione. Incuriosito, lo chiamo. Lui mi spiega: «Si tratta di un cinese, padre!». E scoppia in una sonora risata, come a dire: «Ma come fa uno a non credere in Dio?».
Durante un viaggio in Uganda prendo un taxi dall’aeroporto e, lungo i 40 chilometri da Entebbe a Kampala, chiacchiero con l’autista. C’è una gioia particolare in quell’uomo sulla quarantina, dalla testa calva. Arrivati a destinazione, lui mi viene ad aprire la porta come a una persona molto importante, con gesto repentino si inginocchia ed esclama: «Benedicimi, padre». Come noi tutti, gli africani hanno bisogno di sentire quasi fisicamente di essere fatti perché qualcuno ci benedica e ci confermi ogni istante nella positività della vita. Così ogni circostanza, per quanto banale, porta con sé una “Baraka!” come si dice in kiswahili, un bene per noi e per il mondo.
In Africa il Mistero è parte della realtà, e parla attraverso la realtà. Prima dell’arrivo dell’annuncio cristiano il Mistero era una presenza che spaventava e che era necessario tenere buona con sacrifici, preghiere e riti enigmatici. Dominava un sentimento di paura. Ma quando l’Africa ha avuto la grazia di incontrare Cristo, è come se la sua fame di Mistero avesse incontrato il suo pane. La fede in Africa è bambina: non nel senso che è infantile, ma che è immediata, quasi una risposta istintiva al bisogno di un senso e di uno scopo. In questo ci può essere anche maestra: quante cose impariamo dai bambini!
Così, poco meno di 40 anni dal mio primo arrivo in questo continente, mi sono commosso all’udire le parole di Benedetto XVI quando lo scorso anno, all’apertura del Sinodo Africano a Roma, parlò di questo continente come di un grande «polmone spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza». E al ritorno dal Benin, nell’udienza generale del 23 novembre, il Santo Padre aggiungeva: «In Africa ho visto una freschezza del sì alla vita, una freschezza del senso religioso e della speranza, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio e non ridotta ad un positivismo che, alla fine, spegne la speranza. Tutto ciò dice che in quel Continente c’è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare».
Battesimi e botanica
Quando l’anno scorso mi hanno chiesto di seguire il corso del catechismo per adulti, ero arrivato da pochi mesi a Nairobi. E per giunta non avevo mai insegnato né a bambini né, tantomeno, ad adulti. Abbiamo dato l’avviso alla fine delle messe e raccolto le iscrizioni. Don Alfonso, il parroco, ha individuato quelli che avrebbero dovuto ricevere tutti i sacramenti, in quanto battezzati in una delle varie sette locali dal nome altisonante (per esempio «Chiesa del Raccolto Selvaggio») ma non riconosciute dalla Chiesa Cattolica; e quelli che ne avrebbero ricevuti solo alcuni, poiché già validamente battezzati. Quindi siamo partiti, trovandoci tutte le domeniche pomeriggio, per un anno. Un gruppo assortito: malati di Aids del Meeting Point, studenti delle università vicine, domestiche di famiglie benestanti.
Esempi pratici
Desideravo trasmettere un’esperienza di fede, più che tante parole. Così ho cercato molti esempi pratici, per portare il discorso a un livello comprensibile a tutti. Questo nonostante il mio inglese non fosse proprio perfetto e gli esempi non fossero sempre calzanti. Per esempio, una volta, parlando di Gesù, ho cercato un’immagine evangelica. Allora ho detto: «Immaginate una vigna». La classe mi guardava con aria interrogativa. «Ma sapete cos’è una vigna?». «No, padre». «Bene allora prendiamo un albero di papaya. Immaginate i rami di questo albero». «Ma padre, gli alberi di papaya non hanno i rami e i frutti crescono attaccati direttamente al tronco». «Ok, che cosa ne dite di un albero di mango?». Così ho potuto approfondire anche la mia conoscenza di botanica africana. Una volta al mese siamo andati a visitare degli anziani in un ricovero poco distante, per fare esperienza della carità e della condivisione. Questo gesto è ciò che più ha colpito i catecumeni durante il corso e anch’io sono rimasto impressionato da come queste persone, soprattutto le più umili e semplici, stavano con gli anziani mentre i nonnini raccontavano le loro battaglie durante la guerra per ottenere l’indipendenza dagli Inglesi. Durante la Settimana Santa siamo andati a trascorrere una giornata di ritiro in un centro situato dall’altra parte della città. Sfortunatamente ha coinciso con la prima pioggia seria della stagione: la città era paralizzata; e noi con lei. Abbiamo impiegato più di quattro ore per arrivare e così abbiamo iniziato il ritiro sul bus. Ma la giornata è stata veramente bella, ricca di condivisione e preghiera. Una di loro mi ha detto: «Sono veramente felice perché adesso so a chi appartengo».
«Mimi nakubatiza»
La sorpresa più grande è stata quando don Alfonso mi ha proposto di battezzare questi amici. È stato un dono inaspettato, poiché davo per scontato che sarebbe stato il parroco ad amministrare i sacramenti. Ho incominciato a imparare a memoria la formula in kiswahili: «Mimi nakubatiza kwa jiina la Baba, na la Mwana, na la Roho Mtakatifu», che per l’appunto vuol dire «Ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Solo che continuando a ripeterla, mi usciva come una specie di scioglilingua del tipo «Sopra la panca…». Così ho scritto la frase e l’ho incollata sul fonte battesimale. La sera della vigilia di Pasqua, dopo tutta la stupenda parte iniziale della messa, ho battezzato quindici adulti, uno a uno. Li guardavo venire avanti, accompagnati dai padrini, e di ognuno di loro mi tornava in mente il rapporto particolare che è cresciuto in questi mesi, la loro amicizia, il loro desiderio di diventare cristiani. E io ero il tramite di un immenso miracolo che stava per cambiare la loro vita. Poi Alfonso li ha cresimati insieme ad altri sette già battezzati, e infine ho dato loro la prima comunione. Che facce contente! Adesso c’incontreremo ancora per qualche mese per accompagnarli nei primi passi di vita cristiana, e stiamo loro proponendo di aderire a gruppi della parrocchia, perché dal seme piantato possano nascere alberi forti e rigogliosi.
«Ma tu, di che tribù sei?»
Carissimi amici,
qui a Nairobi abbiamo organizzato una specie di oratorio estivo (sarebbe meglio chiamarlo invernale, dato che in questi giorni il freddo è stato pungente) con i ragazzi dell’Upper Primary School, età 11-13 anni. Si sono iscritti in 65. Il programma della settimana era molto semplice: al mattino lodi o messa insieme, poi giochi, film, gite, testimonianze, assemblee. Lo scopo mio e di don Ettore era quello di proporre loro un’esperienza di amicizia cristiana. Infatti il tema era: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Cosa di meglio, quindi, che organizzare, durante uno dei pomeriggi, un’enorme caccia al tesoro per le vie polverose di Kahawa Wendani, la parte più povera della parrocchia? Oltre a far divertire i ragazzi a giocare e gli adulti a organizzarla, avremmo movimentato un po’ la vita del quartiere. Abbiamo coinvolto una serie di amici (fra cui gli ammalati ai quali porto la comunione e alcune persone che ho conosciuto andando a benedire le case), abbiamo utilizzato i ragazzi delle superiori come “volpi” da cacciare durante la caccia al tesoro e abbiamo preparato mappe, indizi, ecc…. Tanta gente si è meravigliata vedendo branchi di bambini correre dovunque, altri si sono arrabbiati quando gli stessi branchi hanno attraversato i loro campi come scorciatoia, mentre io ed Ettore ci muovevamo in bici per assicurarci della correttezza del gioco.
Per aggiungere un poco di scenografia alla caccia al tesoro, ho pensato di usare un travestimento. Pensa e ripensa, ho avuto la brillante (o sciagurata, dipende dai punti di vista) idea di travestirmi da africano. Così, aiutato dagli amici, ho cosparso viso e braccia di polvere di carbone, ho indossato una bella camicia africana e una parrucca, preparatami dalle donne del Meeting Point, con i capelli rasta. L’effetto sugli abitanti del quartiere è stato sorprendente. I bimbi miei fans, che giocano sempre dietro l’angolo della chiesa, mi hanno riconosciuto immediatamente e come al solito mi sono corsi dietro. Tanti altri erano terrorizzati: madri che richiamavano i figli in casa e si mettevano sulla porta con un bastone, bimbi che lasciavano tutto quello che avevano in mano per scappare. In effetti in Africa il rasta è un poco di buono, per cui la gente si preparava a difendere il proprio territorio e la propria famiglia. Alcune persone mi hanno fermato per chiedermi di quale tribù africana fossi! Così ho avuto l’occasione di spiegare loro che sono il prete della chiesa cattolica e che stavo giocando con i ragazzi. Era l’ultima cosa che avrebbero immaginato. Se, però, uno degli scopi era quello di movimentare la vita di Kahawa Wendani, sicuramente ce l’abbiamo fatta.
La settimana successiva abbiamo ripetuto con novanta ragazzi delle scuole superiori (senza travestimento). Sono state due settimane eccezionali, perché abbiamo potuto condividere con i ragazzi molto tempo e abbiamo potuto provocarli su molti aspetti della loro vita, fra i quali l’amicizia e la bellezza, purtroppo parole quasi sconosciute qui a Nairobi.
Affido alle vostre preghiere la nostra missione in Africa e le persone che incontriamo.
don Gabriele
nella foto: Nairobi (Kenya), messa con alcuni membri di una comunità masai.
I veri tesori dell’Africa
Povertà, libertà e carità camminano insieme nella parrocchia di Kahawa Sukari. E i piccoli nuclei tribali diventano gruppi di fraternità, che vivono la condivisione. Intervista ad Alfonso Poppi, missionario in Kenya.
Dalle offerte in natura alla costituzione di comunità fraterne che vivono la condivisione e si aiutano nel momento del bisogno, il passo non è breve. In mezzo c’è la storia di un popolo. Don Alfonso Poppi ha visto questa storia svolgersi, e ce la racconta. Un esempio di povertà e carità in atto, nel cuore dell’Africa.
Don Alfonso, come vive l’idea cristiana di carità la vostra comunità di Nairobi?
Al nostro arrivo a Kahawa Sukari le offerte della messa domenicale – che in kiswahili si chiamano sadaka (settimanale) – erano molto spesso costituite anche da cibo. Erano offerte in natura, e non solo in denaro. La comunità cristiana provvedeva con esse al sostentamento dei sacerdoti e del vescovo.
Coi primi sviluppi della parrocchia, mi chiesi come avremmo potuto affrontare le spese per la piccola struttura in lamiera e per il terreno, anche considerando che tutto il cibo lo destinavamo a chi non ne aveva. Mi aiutò un missionario della Consolata, con cui siamo diventati molto amici. Mi spiegò che in Kenya era possibile chiedere un’altra forma di sostegno della parrocchia: la zaka (mensile), equivalente alla nostra decima. Nelle zone rurali la zaka prendeva la forma di offerte elargite al momento delle due grandi feste cristiane della Pasqua e del Natale. In questo modo però non avrebbero potuto garantire una continuità nell’amministrazione della parrocchia. Introducemmo così lo strumento della decima a cui ci ha educato il movimento: invitiamo ciascuna famiglia e ciascun individuo a decidere liberamente una piccola somma da donare mensilmente alla parrocchia. Insistemmo – e insistiamo – sulla libertà e sulla fedeltà nel gesto. La quantità di ciò che ognuno dà è a sua discrezione.
«Sadaka» e «zaka». Ci sono altre forme di sostentamento della parrocchia?
Da un paio d’anni abbiamo dato vita ad una seconda raccolta fondi mensile, la Charity Sunday. Abbiamo iniziato durante la terribile ondata di violenze intertribali che squassarono il Kenya all’inizio del 2008. In parrocchia fummo costretti ad affrontare i bisogni di circa cinquecento sfollati, in gran parte mamme e bambini. Abbiamo mantenuto questa proposta di carità mensile per avere a cuore concretamente i membri più poveri della nostra comunità e le opere caritative del Meeting Point (persone sieropositive e malati di Aids) e di Ujiachilie (disabili e loro familiari). C’è poi un gesto chiamato Harambee (che significa «tiriamo tutti insieme»): un appello alla comunità in caso di bisogno urgente a cui un’istituzione o la comunità stessa non riesce a rispondere.
Infine, stimolati dal desiderio della gente di concludere l’anno con una raccolta di cibo come segno di ringraziamento a Dio, abbiamo inaugurato, qualche anno fa, l’Harvest Day, cioè giornata del raccolto: Mavuno in kiswahili. È un’iniziativa annuale che risale alle tradizioni rurali. È uno dei tanti esempi dell’eredità della cultura africana, che contiene veramente i semi del Verbo.
Quale idea di condivisione sta alla base di tutte queste raccolte?
Non sarebbero possibili senza il vivissimo senso religioso, caratteristico dei popoli africani, e dei popoli bantu in particolare. È come una coscienza quasi istintiva che tutto ciò che esiste e che abbiamo ci è stato dato dal Mistero; che non c’è niente che noi abbiamo che non abbiamo ricevuto, come scrive san Paolo ai Corinti.
Naturalmente, un senso religioso così vivo può corrompersi in molti modi ed essere oggetto di abusi – come purtroppo accade – da parte di pastori senza scrupoli… Ad esempio, può diventare un “dare per ricevere”, per ottenere poi una speciale grazia o una speciale benedizione, molto spesso pensata in termini di benessere materiale o di assenza di disgrazie. Alcuni, poi, pensano che la decima sia un comandamento di Dio esplicito nel Vecchio Testamento e perciò un obbligo morale cui sottomettersi, in alcuni casi fino al calcolo matematico del 10% dei propri redditi.
Tendenze simili non hanno nulla a che fare con la gratuità cristiana che abbiamo imparata e che proponiamo attraverso tutti i gesti di offerta.
Come vivi l’idea di povertà della Fraternità san Carlo?
Cerchiamo di viverla in un modo profondo e autentico, non moralistico ma vicino al cuore dell’esperienza umana. Lasciandomi educare alla povertà ho imparato che si tratta di concepire me stesso e tutto ciò che possiedo in funzione della missione che mi è stata affidata. Non ho mai abitato in una casa così bella come ora qui a Nairobi, né ho mai avuto una chiesa così bella come quella che abbiamo costruito qui. Però, mai come in questi anni, ho vissuto la povertà offrendo tutto me stesso, le mie energie e le mie sostanze, per la nostra missione, passando anche attraverso il resoconto finanziario personale, attraverso l’enorme lavoro dei conti delle opere parrocchiali, educative, caritative e sanitarie. Rendere conto a qualcun altro di ciò che si è ricevuto è una immagine evangelica del rapporto necessario per crescere nella verità ed educarci all’incontro finale con Colui al quale dobbiamo tutto. È questo il metodo che stiamo cercando di insegnare alle persone, rendendole personalmente responsabili del gesto di gratuità e di educazione alla povertà della zaka e di tutte le altre raccolte.
Qual è la risposta della gente? Puoi farci qualche esempio significativo?
Dai lontani anni ’70, le conferenze episcopali dell’Est Africa hanno lanciato l’idea che si costruisce la Chiesa costruendo piccole comunità cristiane tra gente che vive nello stesso quartiere. Culturalmente, l’africano ha un bisogno primordiale di sentirsi parte di una comunità, che nella esperienza di molti coincide con la tradizionale famiglia estesa. Le jumuiye – così si chiamano in Kenya le piccole comunità cristiane – sono allora un punto di partenza formidabile per aiutare i cristiani a vivere la fede e la comunione tra loro. Alcune delle quattordici comunità di Kahawa Sukari stanno diventando dei piccoli gruppi di fraternità che, sul modello delle primitive comunità cristiane, tendono a condividere tutti i problemi e le difficoltà.
La piccola jumuiya «Santa Caterina», costituita per lo più da coppie giovani, ha mostrato che ogni problema, se affrontato con la certezza della fede, si trasforma in un’occasione di verifica della verità della fede stessa. La realtà è Cristo; dentro la realtà di qualunque avvenimento, alla sua radice, sta Gesù. E i fedeli della Santa Caterina ne hanno fatto esperienza. Non si sono tirati indietro di fronte a nessun fatto più o meno doloroso, ma lo hanno affrontato uniti pregando e condividendo quello che avevano, per poi vedere che il Signore agisce in un modo straordinario e sorprendente. Due persone anziane, nel giro di due mesi, si sono dovute sottoporre a un intervento chirurgico (un trapianto di reni e un’operazione al cuore) dai costi elevatissimi (possono essere eseguiti solo in Sud Africa o in India). Le famiglie e la jumuiya hanno organizzato un harambee. Ora ambedue i malati sono stati operati, sono tornati e stanno bene.
Ci sono state altre occasioni del genere?
I primi nove mesi dell’anno scorso sono stati costellati da altri avvenimenti molto dolorosi che hanno chiesto la mobilitazione e il contributo di tutti. In una famiglia che si era appena aggiunta alla comunità cristiana, la giovane moglie ha lamentato un improvviso e forte mal di testa. Ricoverata urgentemente in terapia intensiva, è morta il giorno dopo. La famiglia era sotto shock. L’ultimo nato è uno dei miei alunni di prima elementare. Tutta la comunità si è stretta attorno al marito e alla famiglia. Ho celebrato la messa in una atmosfera commovente nella nuova casa, stipata di gente, venuta a compatire col padrone di casa. Alla fine, egli ha chiesto di parlare a tutti: «È appena un mese che abito qua tra voi. È incredibile che voi tutti siate qui stasera insieme a me. Mi chiedo: ma che razza di gente vive a Kahawa Sukari?». Il sacrificio di Gesù rende condivisibile ogni altro sacrificio.
Charles è un altro membro della «Santa Caterina». Aveva già perso la moglie sette anni fa per leucemia. Durante le vacanze di Pasqua, la figlia maggiore Charlene, che già aveva autorevolezza in casa e che faceva da mamma pur essendo appena diciottenne, improvvisamente si è sentita male. È stata portata all’ospedale d’urgenza: si trattava di un aneurisma cerebrale che se l’è portata in cielo. Era una studentessa della nostra scuola «Cardinal Otunga». Ho celebrato la messa, la sera, nel cortile di casa loro con una folla incredibile. C’erano anche alcune sue compagne di scuola. Tutta la piccola comunità cristiana di Santa Caterina era di nuovo lì. Si è fatta carico di tutti i bisogni, aiutando ad organizzare tutto quanto è necessario per delle esequie dignitose e cristiane, in una solidarietà e gratuità che sbalordiscono.
Qual è la forza che nutre storie come queste?
L’eucarestia. È il momento in cui il Signore dice: «Uomo, donna, non piangere! Sono io che busso alla tua porta, aprimi perché voglio condividere con te la mia morte ma anche e soprattutto la mia resurrezione».
A Nairobi, un’unità contagiosa
L’obbedienza alla Fraternità, alla casa e ai suoi superiori, alla sua regola, è la concretezza del mio sì a Cristo nel momento presente.
Un mio vecchio amico, commentando l’ultima visita di un nostro superiore, Paolo Sottopietra, candidamente ha ammesso: «Sono stupito da quanto i vostri superiori abbiano a cuore la vostra vita in comune, accompagnandovi fino nei dettagli». Quell’attenzione ci aiuta a guardare la casa con uno sguardo nuovo, riconoscendone la natura sacramentale. Ad esempio, la proposta di rendere settimanale il momento di convivenza fuori dalla casa, che cercavamo di vivere mensilmente, ha dato un impulso fondamentale alla nostra vita insieme, al dialogo sincero, ad uno sguardo nuovo su noi stessi e sulla casa.
Tutto ciò si riflette nella vita della parrocchia. Abbiamo iniziato un momento di ritiro comune che ci ha messi insieme in modo nuovo, facendoci sperimentare che l’unità vera nasce sempre dall’obbedienza, magari ad una semplice indicazione. è un momento vivo e atteso da molti, come mai era avvenuto prima.
Un’eco profonda e importante della nuova linfa che scorre nella nostra casa si riflette nella mia partecipazione più regolare alla vita dei malati del Meeting point. Intervengo ai loro incontri, spesso faccio loro visita nelle case. È come ricominciare a fare caritativa e sentire di nuovo l’efficacia della presenza di Cristo, che è ciò che rende felici loro e me. È lui che risponde pienamente al nostro bisogno.
Questa vicinanza mi ha ricondotto con la mente alle parole che don Massimo disse ai malati tre anni fa, chiedendo che ciascuno di loro pregasse e offrisse la propria sofferenza e malattia per i preti della nostra Fraternità. L’aver assunto pienamente su di sé quella richiesta ha consegnato una nuova energia alla comunità del Meeting point. Ognuno di loro, inoltre, recita ogni giorno l’atto di consacrazione a Cristo attraverso le mani di Maria.
Come primo frutto di questo nuovo inizio, nelle ultime settimane una ventina di loro ha ricevuto i sacramenti: c’è chi è stato battezzato, chi è stato accolto ufficialmente nella Chiesa Cattolica, chi semplicemente si è riavvicinato ai sacramenti da cui si era allontanato da tanto tempo.
Per la prima volta quella piccola comunità cristiana di malati ha animato la liturgia della messa domenicale e si è presentata alla comunità parrocchiale tutta intera. Desideravano farlo da tempo per ringraziare la comunità che li ha accolti. La loro testimonianza è stato un miracolo ai nostri occhi. è stato spaccato il muro di silenzio su un dramma umano che si fa ancora fatica ad affrontare con libertà. Alla fine della messa, Agrippina, una delle malate che è stata riammessa ai sacramenti, ha dato una breve testimoniaza su ciò che ha significato per lei e per molti altri incontrare il Meeting point: ha reso possibile sperimentare la bontà della vita e ha ingenerato una nuova speranza. Il suo intervento è stato coronato da un lungo applauso da parte del migliaio di persone presenti.
Ora è una specie di contagio. Una mattina il catechista ha lasciato sul mio tavolo una lista: nove coppie del Meeting point hanno intenzione di celebrare il sacramento del matrimonio. Per loro inizia un cammino di fede e di preparazione.
L’obbedienza a Cristo passa attraverso la serietà con cui prendiamo le indicazioni che ci vengono suggerite dalla Fraternità e dai superiori, e i frutti non tardano a maturare.
Diario missionario dall’Africa
La lettera di un seminarista scritta durante un breve soggiorno estivo presso la casa di Nairobi: un’occhiata alla rinascita di un popolo.
“Carissimo don Massimo,
ti racconto di quest’estate che ho trascorso nella casa della Fraternità a Nairobi, la grande capitale del Kenya. Si potrebbero spendere parole e parole per descrivere l’impatto che ho avuto inizialmente appena sceso dall’aereo, dopo aver percorso il cuore della città immerso nel traffico più caotico; aver visto alla sera persone e persone ai margini delle strade incamminarsi verso la loro baracca al termine di una lunga e pesante giornata di lavoro iniziata alle cinque del mattino; aver attraversato con la nostra automobile i mercati a cielo aperto dove muri di polvere si ergevano davanti ai nostri occhi. Desidererei spendere qualche riga soprattutto per quello che mi sembra essere il cuore della nostra vita e della missione.
La testimonianza più importante che ho ricevuto dai nostri preti è stata la vita comune. Tanti infatti sono stati i momenti passati insieme: dalla preghiera ai pranzi e le cene, l’adorazione quattro giorni la settimana e la messa della sera, la giornata comune. Ogni giorno inizia e si conclude nel segno della comunione.
Di fronte a tante richieste, tanto lavoro e bisogno verrebbe da chiedersi: «Perchè passare tutto questo tempo insieme e quattro ore la settimana in ginocchio in adorazione, quando c’è così tanto da fare?». Agli occhi del mondo, dei più, ed anche a volte ai miei stessi occhi, questa obiezione sembra legittima. Proprio questa obiezione, ultimamente, mina la radice della vita della Fraternità e del sacerdozio.
Ho potuto vedere insieme ai nostri preti le diverse realtà della parrocchia: dal catechismo dei bambini e dei ragazzi, le attività caritative, l’asilo, le scuole e gli incontri settimanali con i gruppi di giovani universitari e lavoratori.
Mi hanno particolarmente segnato i malati di Aids del Meeting point che settimanalmente si ritrovano per pranzare assieme. Sono andato a tre dei loro incontri. Ogni giovedì si ritrovavano in chiesa per iniziare la giornata con la recita del rosario. Ai piedi dell’altare venivano portati dei pannelli con le foto numerate di tutti i preti della Fraternità. Ogni malato prega ed offre la propria malattia per ognuno di loro. Quando sono andato a salutarli, prima di ripartire per l’Italia, mi ha commosso la festa che mi hanno preparato: insieme abbiamo ballato, cantato, mi hanno regalato magliette e centritavola fatti da loro per mia mamma. Queste persone hanno riconosciuto nella compagnia di don Alfonso e degli altri collaboratori un luogo reale che ama e stima la loro vita e che è sempre aperto a tutti. Non diresti proprio che siano persone malate.
Sono certamente fiori che nascono nel deserto, persone che ritrovano la fiducia in se stesse e che diventano capaci di creare cose nuove, a cominciare da sé. Ma tutta questa rinascita ha una sorgente comune: l’unità e la comunione che viviamo, l’arma più potente che il Signore ha messo nelle nostre mani. Nella comunione che viviamo c’è già tutto ciò di cui la mia vita ha bisogno. La missione è portare dentro l’eternità che pregustiamo gli uomini che incontriamo sulla nostra strada.
A presto,
Nicolò
Cento case, cento madri…
S
ono le otto di sera e stiamo viaggiando da sei ore. L’Italia è un paese stupendo, ma lungo! Mancano ancora due ore a casa e ci va bene che questa sera non c’è traffico. Ho fame e c’è da fare benzina: al prossimo autogrill ci fermiamo. L’aria è frizzantina, pensare che fino a pranzo eravamo con la neve alle ginocchia. Ho ancora in mente gli amici che ci hanno salutato quando siamo partiti. è stato un week-end intenso, come quasi tutti quelli dell’anno: fra celebrazioni di messe, incontri, pranzi e cene abbiamo davvero incontrato tanta gente. Quante belle storie di fede genuina, drammatica in certe situazioni, abbiamo ascoltato. Sono queste storie che aiutano la mia fede a crescere.
Tanti ci ringraziano perché passiamo nelle loro chiese e nelle loro case raccontando la storia della nostra vocazione o quanto l’appartenenza alla Fraternità abbia cambiato la nostra vita, senza rendersi conto che siamo noi debitori per la loro testimonianza e per l’aiuto a organizzare gli incontri. Ogni tanto mi torna in mente il Vangelo: avrete cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri…
Da quasi quattro anni giro l’Italia: quante case mi hanno accolto, quante tavole mi hanno ospitato, quanti letti sono stati preparati per me! Tante volte spostando i componenti della famiglia da una stanza all’altra pur di lasciare il letto al prete di passaggio. E prima di addormentarmi è sempre stato curioso osservare i segni del padrone della stanza: le foto, i poster di cantanti e giocatori. Tante volte ho cercato di immaginare i desideri di coloro che in quelle stanze ci vivono, pregando che la loro vita possa compiersi.
E quanti posti belli mi sono stati donati: montagne ardite, paesaggi lunari, città incastonate sulle montagne, perle colorate dal mare blu. Spero che tutta quella bellezza possa rimanere nel mio animo. Oggi, ogni volta che qualcuno nomina un luogo, oltre alle caratteristiche del posto mi tornano in mente i volti e l’amicizia con tante persone che vi abitano. Ogni tanto i sacerdoti della mia casa mi sfidano a ricordare i nomi dei parroci di paesi o città che incontriamo quando percorriamo un’autostrada, sapendo che magari ho bussato alle porte delle canoniche della zona per le giornate missionarie. Tante volte riesco a rispondere alla sfida: devo ringraziare la buona memoria che Dio mi ha donato, ma anche l’accoglienza che ho spesso ricevuto da tutti quei sacerdoti.
Chissà se la memoria mi supporterà in Kenya, dove andrò ad abitare fra qualche mese. Già imparare i nomi della gente sarà un’impresa. Per quanto ho potuto vedere durante un breve soggiorno, sarà un’esperienza di grande valore, a partire dalla vita in casa. Per fortuna nei quattro anni di lavoro in Italia ho vissuto in via Boccea. Ho imparato moltissimo dai superiori, dal lavoro comune con loro e con i miei compagni di avventura, Ubaldo prima e Gabriele poi. A loro va la mia gratitudine.
Sì, in Africa la vita sarà diversa, a partire dal fatto che avrò una stabilità maggiore, senza essere sempre in viaggio. I paesi, i nomi, i volti conosciuti e amati in questi anni verranno con me, con la preghiera che il Signore li ricompensi per quanto ho ricevuto. Sono certo che gli amici faranno lo stesso per me, chiedendo a Dio che io possa vivere la mia vocazione senza riserve.
Bon, ecco l’autogrill. Facciamo presto, però, a casa ci aspettano.
In Africa, dove rinasce il cuore dell’uomo
Caffè e zucchero, periferia di Nairobi. Qui c’è ancora la fattoria della baronessa Karen Blixen. Una zona strappata alla savana che in lingua locale è chiamata Matopeni, ovvero «dove c’è fango». Qualche anno fa c’era solo una cappella in legno e lamiera. Oggi, una chiesa grande e bella, con un campanile altissimo e un tetto a capanna che protegge più di mille persone, inaugurata il 29 marzo di quest’anno. Intorno alla chiesa, come sue emanazioni naturali, scuole, case di accoglienza, case di sacerdoti.
Qui vivono e lavorano don Alfonso Poppi, don Valerio Valeri e don Giuliano Imbasciati. Troviamo la parrocchia di Saint Joseph, un territorio vasto e diversificato, e il sostegno alle scuole che nascono poco a poco, grazie all’Avsi e a cooperative di genitori e insegnanti disposti a mettersi in gioco. E poi l’istituto professionale San Kizito, dove si formano meccanici, falegnami, elettricisti, tecnici informatici; il liceo Cardinal Otunga (compianto arcivescovo di Nairobi, scomparso nel 2003); la scuola primaria Urafiki (significa “amicizia”), quella de La Carovana, l’asilo Emanuela Mazzola. Nate per mettere alla prova il metodo educativo di don Luigi Giussani, in un Paese, una città dove si è capito che tocca scommettere sull’educazione per guadagnarsi il futuro. Non a caso il Kenya è in testa a tutte le classifiche: il 95 per cento dei ragazzi frequenta la scuola primaria, il 50 per cento quella secondaria.
«Ma è una corsa all’educazione accademica, che chiede un taglio netto con le radici, la dimenticanza del passato. Che produce uno straniamento, culturale e umano», spiega don Alfonso Poppi, uno che il mestiere di educatore lo conosce bene. E adesso ha quarant’anni di Africa addosso, come una malattia, del cuore, incantato dalla sua bellezza.
La storia di questo missionario varrebbe un libro corposo. Dopo la laurea in chimica, voleva fare il professore di matematica e fisica. Poi l’incontro con i ragazzi di Comunione e Liberazione, l’invito di don Giussani ad andare in Africa, dove i primi, soprattutto medici, partiti negli anni 60, avevano conosciuto l’umanità di un missionario comboniano veterano dell’Africa, padre Tiboni. «Mi resi disponibile immediatamente, con un amico di Bergamo che studiava in facoltà con me, ma si temeva che il Governo di Idi Amin Dada avrebbe espulso i sacerdoti e i volontari, e dovetti aspettare tre anni, per arrivare a Kitgum». Poppi, modenese verace, diventa sacerdote in Uganda, «perché lì avevo trovato la risposta totale alla mia vita, la pienezza del mio essere uomo». Padre Tiboni – spiega don Alfonso – «aveva dato vita a un seminario per vocazioni adulte. Mettiamoci un po’ di terzomondismo anni 70, le letture di Charles de Foucauld, la scelta del “diventare come loro”. Magari era una sensazione un po’ idealista e confusa, ma vera. Se stai in un Paese come l’Uganda ti ci vuole una vita per capire la sua gente».
Don Alfonso studia e impara presto la lingua e le culture acholi, sul campo, di capanna in capanna, non sui libri. «Ma diventare sacerdote – continua – significa vivere l’esperienza della comunità, non solo avere una formazione teologica. Un gomito a gomito che ti impedisce di sognare idealmente. La Chiesa è comunità, è confronto quotidiano, come nel matrimonio. Così è stato per me in seminario. Io e il mio amico, i soli due bianchi, più dieci africani, di diverse tribù. Nella diocesi invece il sostegno della comunità è venuto a mancare. Tante parrocchie, lontane, disunite, si viveva in solitudine e se si aggiunge il rischio della vita! Ricordo un lungo periodo nascosto nei boschi, tra soldati, profughi. Do l’assoluzione a tutti, mi dicevo, ma chi la dà a me? Certo il buon Dio ci avrebbe pensato, ma avevo bisogno io di un luogo e un’esperienza da proporre, per essere missionario».
Nel 1985 nasce la Fraternità San Carlo. Nel 1993 don Poppi ottiene di farne parte, e ritrova una casa. In tutti questi anni di lontananza e pericoli la sua prima casa non l’ha mai lasciato. Famiglia di Sorbara, papà produttore di Lambrusco, naturalmente, allegro, spiritoso, amante della compagnia. Mamma capace di affezione, sacrificio, donazione totale. La scelta del figlio dev’essere stata difficile da accettare. «Forse – commenta -, ma a me hanno fatto capire che la mia vocazione sarebbe diventata la loro, e mi hanno sempre sostenuto. “Ho imparato da mio padre, ora imparo da te”, mi disse il babbo il giorno dell’ordinazione. Era l’Assunta del 1980. E quando mamma si ammalò gravemente fu lei a mandarmi via dal suo capezzale, a dirmi di tornare alla mia missione».
Uganda è guerra, odi etnici, povertà. E malattia. Verso la metà degli anni 80 l’aids diventa di pubblico dominio, non lo si può più nascondere, cresce la paura. Comincia il lavoro nelle scuole, tra la gente, un lavoro di educazione, che propone anzitutto un cambiamento nelle abitudini sessuali, nel rispetto per le donne. Oggi anche molti medici confermano che è l’unica strada, tra lo scandalo di chi cerca soluzioni più facili. E in Uganda ha dato i suoi frutti. Nasce il Meeting Point, il suo simbolo l’Icaro slanciato verso il cielo di Matisse, con quel cuore rosso che sembra pulsare. La perla più preziosa, il cuore dell’uomo, che sa cercare e conoscere la verità anche nelle circostanze più terribili. Il Meeting Point, noto oggi in tutto il mondo, è uno dei pochi luoghi dove gli ammalati di aids “guariscono”, riprendono comunque fiducia e speranza. Rose Busingye, l’infermiera che strappa alle donne malate la fiducia e la malattia, ha commosso molti. Don Poppi ne è cappellano per dodici anni: «È cominciato con un ammalato in fase terminale che ha chiesto di me. Un uomo chiuso, ostile. Che mi ha permesso una comunione estrema e totale. Così ho conosciuto l’aids e accompagnato tante persone sole e ferite dal male. Perché è sempre dalla realtà che bisogna partire, è la realtà che ti parla, cioè Dio che ti viene incontro. E va abbracciato».
Dopo venticinque anni di Uganda, Poppi viene chiamato in Kenya, a Nairobi. Il cardinale vuole dei missionari, c’è da far crescere una parrocchia, da aprirne altre. «È stato più difficile per me lasciare il nord Uganda che l’Italia. Sembrava poi che me la svignassi, per sfuggire alla guerra, alle rappresaglie, nel periodo più buio. Ma la vocazione era alla fraternità, la fedeltà a un carisma, non a un luogo geografico. Questo ho spiegato alla mia gente. Non avete fatto domanda per avermi. Ora Chi mi ha mandato mi vuole da un’altra parte».
Dall’Africa rurale alla metropoli. Da una cultura di accoglienza, di solidarietà, di legami radicati, di amore per la natura alle divisioni, alla solitudine di genti di diverse tribù e storie, in quartieri improvvisati e disumani. Ma don Alfonso si era formato e reso africano, e l’hanno capito subito. «Padre, mi dicono dopo la mia prima messa, da lei abbiamo risentito cose vecchie, ma come rifatte nuove, più fresche. Ha proprio ragione Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio, quando dice che il luogo privilegiato della missione sono le grandi città. Lì si gioca il futuro dell’Africa, nella mescolanza necessaria di tribù e etnie, lì la nostra occasione per testimoniare e far vivere la Chiesa e rendere le persone soggetto di un’esperienza che abbraccia la loro tribalità, ma insieme la supera, la fa entrare in una dimensione “cattolica”. La parrocchia è il luogo dell’apertura, dove la fede diventa supporto solido per incontrare l’altro. Questo è il nostro imperativo. Possiamo vivere in un buco, ma abbracciando il mondo».
Pensare che don Alfonso non sognava affatto di fare il missionario. Non era un tipo avventuroso, ma l’incontro con l’avvenimento cristiano «mi ha fatto capire che se è per me, è per tutti, a qualunque latitudine. Rivivere con la fede l’umanità africana è straordinario. Tutti i valori di quella cultura sono esaltati. Quello che il Papa ha detto in Angola, in Camerun, io l’ho visto, lo vedo. L’indomabilità, la generosità, la positività anche tra i più poveri, gli ammalati. La rinascita del cuore dell’uomo».
(da L’Osservatore Romano, 22 ottobre 2009)
Verso un cammino di pace
Carissimi amici, molti chiedono come stiamo, come è la situazione, se corriamo pericoli… La situazione del paese è drammatica: dopo i risultati delle elezioni sono scoppiate proteste in diverse parti del paese, soprattutto in alcuni slums (baraccopoli) di Nairobi e in altre città, come Kisumu, Eldoret… Ma soprattutto sono iniziate delle epurazioni tribali, in alcune parti del paese. Sono state incendiate case, uccise persone: oggi si parla di quasi 200.000 persone che hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in chiese o caserme della polizia. Non si intravede per ora una via di uscita. Ma sta crescendo fra la gente una solidarietà che va oltre l’appartenenza tribale (ci sono molti casi in questa nostra zona di Kikuyu che aiutano Luo) e una condanna sempre più esplicita dei politici che stanno usando la violenza per affermare il loro potere. E un grande desiderio di ritornare a una vita normale. Nella nostra zona e parrocchia non ci sono stati episodi di violenza: la gente si sta mobilitando per raccogliere viveri da portare alle persone che sono senza casa. Dietro suggerimento di don Massimo, ogni giorno facciamo un’ora di adorazione prima della messa e molte persone della parrocchia partecipano a questo gesto di preghiera. Per tutti è chiaro che solo il Signore può cambiare i cuori e volgerli verso un cammino di pace. Sosteneteci con la vostra preghiera. Buon anno e il Signore conceda anche a noi un “Buon anno” per il nostro paese. don Valerio Valeri










