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L’amico imprevedibile

Le facce dei primi amici che ho conosciuto in università sono in me legate all’immagine di una mattina di settembre del 1986 all’ingresso principale dell’Università Cattolica di Milano, in Largo Gemelli 1. Paolo Bidinost, Rudy Zerbinati, Paola Frachessa e altri che mi accolsero allegri. Paolo passò con me tutta la giornata per aiutarmi. Mi ricordo la prima volta in cui ho visto Gianluca Attanasio, una persona che da quel momento sarebbe stata decisiva nella mia vita. Fu l’anno dopo, nei chiostri della stessa università. Di certi amici ricordiamo il momento e il luogo in cui qualcosa del loro modo di essere ci ha colpito e ha prodotto in noi un’apertura. Qualcosa di importante è iniziato dentro di noi e nella nostra memoria sono rimaste impresse le circostanze in cui abbiamo sentito l’altro parlare o gli abbiamo stretto la mano per la prima volta. Anche nell’altro qualcosa è iniziato, oppure si è fatto strada nel tempo.
L’amicizia nasce perché due persone riconoscono questa loro affinità e scelgono di darle spazio. Affinità non significa sempre “somiglianza”. Si può essere affini anche per contrasto, o per complementarietà. In ogni caso ci si cerca, perché quello che vediamo nell’altro ci attrae e ne sentiamo il desiderio, o il bisogno.
Quando sono entrato in seminario, dopo aver passato un anno negli Stati Uniti, ho trovato a Roma Vincent Nagle. Stava aspettando di partire per Nairobi, sua prima destinazione. Abbiamo passato assieme un mese. Parlavamo tutti i giorni a lungo. Avevo iniziato ponendogli le mie domande sull’America, ma non ci eravamo fermati a quelle. Quando è partito, sapevo di aver guadagnato un amico per sempre.
L’amicizia è una conoscenza reciproca, una condivisione che desideriamo perché da essa ci sentiamo arricchiti. L’essere dell’altro ci insegna qualcosa che sentiamo prezioso, ce lo dona.
Durante il primo anno di seminario ci trovavamo la sera nella stanza di Antonio López. Dopo gli incontri della casa discutevo sempre con lui delle cose che ci insegnava don Massimo, che allora era il nostro rettore. Con l’aiuto di Antonio, ho potuto capirle. Sono state parole decisive per la mia vita, ma senza il mio affetto per quell’amico me ne sarei appropriato molto più lentamente.
La nostra amicizia ha ospitato in tutti questi anni le cose più alte: il desiderio di convertirci a Cristo, la passione per don Giussani e il movimento, la decisione di spenderci per la Fraternità e la missione, l’aiuto reciproco nelle responsabilità.
Nella storia di un’amicizia ci sono dei momenti importanti, in cui emerge quel tratto dell’altro che lo definisce come tale: la sua imprevedibilità. Un amico, di tanto in tanto, ci sorprende. Anche se lo conosciamo bene, anche se abbiamo lavorato fianco a fianco per anni, ha il dono di continuare a suscitare in noi ammirazione e stupore. Un suo gesto, un dialogo con lui, tornano a volte a mostrarci la sua grandezza e ci riempiono di gratitudine. Oppure, ad un certo punto la testimonianza quotidiana della sua fedeltà si impone di nuovo alla nostra attenzione. Un amico poi, come dice il libro dei Proverbi, sa imprimerci “ferite leali”, ha cioè l’onestà di dirci anche le cose che sono dure da dire, ma vere. Come all’inizio, quando ci siamo legati a lui, sentiamo che la sua presenza ci dona e ci insegna qualcosa di grande. L’amico ci è di richiamo, anche se non ci corregge esplicitamente, con il suo impegno e la sua serietà, con la sua letizia, con la sua disponibilità a perdonarci.
Queste esperienze sono un dono, ma non c’è nulla di più necessario di questo dono. «L’amicizia – ha scritto C. S. Lewis – è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo stesso».

15 gennaio 2013 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Liturgia 1 / I primi raggi dell’alba

Abbiamo chiesto ai nostri preti quale parte della santa messa amano di più. Ne sono scaturite riflessioni che possono aiutare a vivere la celebrazione eucaristica. Ecco la prima, sul rito penitenziale.

Mia madre ama citare una scrittrice, Gertrude Stein, molto nota negli Stati Uniti quando lei era giovane. Mentre Gertrude era sul letto di morte, Alice, la sua amica di una vita, la interrogò in questo modo: «Ora che sei arrivata al capolinea, intravedi forse una risposta?». Irritata, Gertrude rispose: «Alice, e quale diavolo sarebbe la domanda?».
La vera tragedia per l’uomo non sta nella sua incapacità di articolare una risposta alle domande più profonde della vita, ma nel fatto che non conosce le domande.
Per questo motivo ho una predilezione per il rito penitenziale della santa messa. So che è strano: è un po’ come preferire l’oscurità rispetto all’accendersi di una lampada. Tuttavia, è precisamente nel silenzio che segue le parole del prete «Riconosciamo i nostri peccati», che troviamo lo spazio necessario affinché il nostro grido salga, affinché la nostra parola più autentica si faccia avanti. Gesù, il cui nome vuole dire “Dio salva”, è mandato a noi come la risposta alla domanda più originale nell’esistenza di ogni uomo. Questa domanda prende la forma di una supplica indirizzata al mistero nascosto: «Salvami!».
Il cuore del nostro essere è un bisogno di salvezza infinitamente profondo e tuttavia normalmente censurato. Qualunque atto, gesto, parola o proposta che non inizia con questa consapevolezza non è pienamente umana, non ha veramente abbracciato la mia umanità.
La confessione dei peccati ha in me tre effetti all’inizio della messa: il primo è che mi dà gioia, perché questa domanda già annuncia la salvezza in quanto nessuno di noi avrebbe il coraggio di stare davanti a una verità così devastante se non in prossimità di colui che è la Risposta. In secondo luogo, mi riporta al mio vero “io”, perché io sono questa esigenza. Il terzo effetto è che indirizza ogni mia passione e libertà verso le grazie che stanno per arrivare, nelle letture e nel sacramento, riempiendomi di speranza e attesa.
Esiste una certa magia nei momenti prima dell’alba, quando i primissimi raggi di luce bucano l’orizzonte. Le tenebre del rito penitenziale sono di un’alba così, che rendono la notte stessa un’amica invece di una minaccia, un’attesa al posto di una prigione.
e

(Foto Marcello Vargiu)

28 novembre 2012 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Da dove viene la gioia

L’11 ottobre 2012 è iniziato l’anno della fede, indetto da papa Benedetto a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Fede è parola misteriosa, spesso sepolta sotto un cumulo di pregiudizi, pensieri, dibattiti. Abbiamo chiesto a don Paolo Sottopietra, vicario generale della Fraternità san Carlo, di aiutarci a capirla meglio. E a entrare nella sua profondità.

Che cos’è la fede?
Nel XXIV canto del Paradiso, Dante mette in bocca a san Pietro una domanda: «Questa cara gioia sulla quale ogni virtù si fonda, onde ti venne?» E con «cara gioia» intende la fede: pietra preziosa e vera letizia insieme. Questo ci ricorda che credere, vivere la fede, è innanzitutto qualcosa che ci spalanca l’animo. È un’esperienza che ci libera, non un’esperienza opprimente. È come trovare una gemma lungo il proprio cammino. Così, parlare della fede è parlare della possibilità della gioia. E scoprire cosa può davvero darcela.

Da dove viene la gioia?
La gioia viene dall’esperienza del dono, da qualcosa che ci viene donato senza che ce lo meritiamo, senza che neppure ce lo aspettiamo. La gioia non deriva da qualcosa che noi facciamo. Pensiamo alla grande battaglia del Papa contro la tentazione di porre la speranza in ciò che l’uomo produce, fa da se stesso. Contro una concezione del sapere come potere. La gioia non consiste in ciò che noi facciamo. Quando siamo noi i protagonisti proviamo magari soddisfazione, spesso orgoglio, oppure compiacimento di noi stessi; ma queste sono soltanto parodie della gioia.
La gioia viene da un dono. Ma cosa ci viene donato? Cosa desideriamo di più nella vita? Desideriamo saperci e sentirci amati. Voluti. Così, l’anno della fede vuole innanzitutto ricordarci che Dio è una presenza buona, positiva, amante. Non è un pericolo e neppure un traditore. È qualcuno che ci ama. E noi possiamo partecipare al suo amore, possiamo ricambiarlo.

Che cosa vuol dire scoprire che Dio è una presenza buona?
Vuol dire innanzitutto riscoprire la preghiera. Nella vita di tutti i giorni, vivere la fede vuol dire cercare un rapporto con Dio. E il rapporto quotidiano con Dio è la preghiera. La fede diventa così desiderio di conoscere meglio Gesù e i santi. In questo modo, possiamo anche conoscere meglio noi stessi: più il dialogo con Dio entra nella nostra vita, più il nostro essere fiorisce. Se la nostra anima si apre a Dio, il nostro spirito, il nostro io più profondo, diventa più forte, più vivo.

Come vivrà la Fraternità san Carlo questo anno della fede?
Innanzitutto vuole prestare attenzione a quello che il Papa ha detto e dirà. Vogliamo seguire l’ideale che Benedetto ci indica con quella sua capacità magistrale di essere semplice quando parla. Il Papa lotta contro l’idea di un cielo “chiuso”, di un orizzonte soffocante, in cui non ci può essere rapporto con Dio. Se il cielo è chiuso, le esperienze più profonde dell’uomo non hanno senso: non ha senso l’amore, non ha senso la giustizia, non ha senso la libertà, non ha senso la bellezza. C’è solo la morte, la violenza, l’assurdità del destino. E rimane soltanto il disperato tentativo dell’uomo di rimanere sulla cresta dell’onda della storia. Ma il cielo non è chiuso, e il Papa ci invita a riscoprire il Padre esigente e misericordioso che lo abita e che desidera che gli uomini lo amino.

Qual è il cuore del messaggio del Papa? Dove vuole portarci?
A percepire la fede come una chiamata. Questa è l’esperienza decisiva, senza la quale la fede rimane qualcosa di astratto. Se non percepiamo l’esistenza di Dio Padre come un appello alla nostra vita, che ci chiama in causa personalmente, nella circostanza quotidiana, la fede sarà una questione marginale. Non ci coinvolgerà. Tutto si gioca nella profondità con cui l’appello del Mistero è colto da ciascuno di noi e nella decisione con cui rispondiamo ad esso. La fede è una chiamata, ecco cosa significa che la fede è un dono.

Come possiamo capire se la nostra fede è viva?
C’è un modo semplice: la nostra fede è viva quando la nostra speranza è determinata dai contenuti del Credo e non dalle nostre capacità o dai nostri successi. I contenuti del Credo, quelli che recitiamo la domenica, quelli a cui aderiamo nella preghiera: Dio padre onnipotente, Gesù disceso dal cielo, crocifisso e risorto, lo Spirito Santo, la Chiesa… se queste cose sono il vero orizzonte in cui ci muoviamo tutti i giorni, se sono il motore della nostra speranza quotidiana, allora la fede è in dialogo vivo. E genera testimonianze commoventi, anche di fronte al mistero del dolore e della morte.

Se la fede è dono, dobbiamo soltanto aspettare che accada?
Tutto è dono. E proprio il fatto che dipendiamo, che non possiamo aggiungere neppure un giorno alla nostra vita, e comunque non possiamo renderla eterna, ci porta a Colui da cui tutto viene. Ci porta a cercare Dio e, cercandolo, a conoscerlo.
Più lo conosciamo, però, ecco il punto, più l’esperienza della fede diventa esigenza di cambiamento: veniamo infatti attirati dalla bellezza di Dio e capiamo anche che a Dio dobbiamo rispondere. Questo non ci deve spaventare: al contrario, è una possibilità di pace. Pace nei rapporti, a cominciare da quello con noi stessi e con le persone che amiamo di più. Parlo di una pace realistica, non magica; una pace che non dimentica le ferite, che non censura il male; fondata sul perdono, sulla possibilità di riaccogliere e di ricominciare. Queste esperienze così intime e così personali sono già in realtà il cambiamento del mondo, a partire dalla famiglia, per allargarsi poi alla società.

Se uno desidera una fede così, gioiosa, buona, laboriosa, che cosa deve fare?
Stare vicino a quelli che hanno risvegliato in lui questo desiderio. E mettersi in ascolto di ciò che dicono, di ciò che vivono. Questo lo aprirà ad un mondo nuovo.

 

(foto di Walt Otto)

7 novembre 2012 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Ogni abbraccio della mamma è un miracolo

«Se Giuseppe non si trovava in Egitto al tempo della grande carestia, la discendenza di Giacobbe si sarebbe estinta. Allora non fu un male quando i fratelli, per invidia, lo vendettero». Mario (nome di fantasia), dieci anni, trae questa conclusione dopo aver ascoltato la storia di Giuseppe e i suoi fratelli che suor Maria Grazia ha raccontato. Siamo nel Parco nazionale d’Abruzzo, durante quattro giorni di vacanza organizzata per cinquantacinque bambini delle elementari alla fine dell’anno sociale delle “Stelle di san Lorenzo”, gruppo della parrocchia della Navicella di Roma che ho l’incarico di seguire. «Non è proprio così, Mario», lo correggo. «Bisogna distinguere fra il male che fanno gli uomini, che tutti facciamo, che è sempre da condannare, per cui bisogna chiedere perdono; e la storia di bene che Dio realizza, nonostante il male degli uomini, quasi attraverso il loro male». La distinzione lo convince. Anche gli altri cinquantaquattro, che partecipano a questo breve momento di dialogo di fine vacanza, sembrano intuire la differenza dei piani. Nel prosieguo della conversazione, Laura (nome di fantasia), nove anni, confessa: «Anche io, come i fratelli di Giuseppe, ho provato invidia quando è nato il mio fratellino, perché mamma prestava a lui tutte le attenzioni. L’ho anche picchiato quando era nella culla. Poi mi sono rassegnata alla sua presenza». Il coraggio di Laura rompe gli indugi di molti. Tutti quelli che hanno fratelli più piccoli si erano immedesimati con Ruben, Giuda, Simeone e tutti i fratelli più grandi di Giuseppe. Che sollievo sapere che per tutti i “primi figli” c’è questo dramma da attraversare! E che liberazione poter confessare questa debolezza, poterne parlare insieme, scoprire che in fondo è più bello avere fratelli che rimanere soli, che l’amore della mamma e del papà sono unici per ciascuno. Gesù stesso ama tutti in modo particolare, unico, tanto che ha dato la sua vita per ognuno di noi. Il tema del peccato come ferita dell’amore era emerso già durante l’anno, tra i bambini che abbiamo preparato per le prime confessioni e le prime comunioni. Per loro i peccati più gravi sono pensieri, parole, opere e omissioni che “sporcano” i rapporti vitali, quelli con i genitori e con i fratelli. Lì il dolore si fa sentire più in profondità: si avverte di aver fatto qualcosa d’irreparabile che ha bisogno del perdono, quello vero. Qualcosa che mendica la benevolenza e la misericordia dell’altro. È sorprendente che per i bambini, quando cominciano ad avere coscienza del peccato, non è mai scontato neanche il perdono dei genitori. È sempre una meraviglia, una gratuità non dovuta, che dà vita. Tanto più che per loro è molto chiaro che, per riparare a un danno fatto, c’è bisogno di una qualche “espiazione”: ma questa, normalmente, come per miracolo, viene loro risparmiata da un nuovo abbraccio della madre. Attraverso queste esperienze tutto diventa potenzialmente un miracolo, un riflesso della bontà di Dio, che ai piccoli si manifesta in modo più immediato: anche nella creazione e nella comunità di cui, timidamente ma profondamente, hanno già coscienza di far parte. Durante la vacanza, un giorno, ci siamo arrischiati a portarli in quota tutti, anche i più piccolini di sei anni. Una passeggiata di quasi tre ore e di più di 500 metri di dislivello. Arrivati su, la fatica che aveva sfinito molti è passata in un attimo. Guardando le cime che circondavano gran parte dell’orizzonte, il silenzio e lo stupore invadevano l’anima di questi piccoli, che nel loro cuore, forse senza esserne coscienti, lodavano Dio. Lo stesso silenzio è calato all’improvviso quando abbiamo iniziato la celebrazione della messa in albergo. Durante l’anno abbiamo spiegato le parti fondamentali della messa, senza mai insistere troppo sul suo valore. Eppure essi sapevano che quel momento era proprio per loro. E noi adulti lasciavamo che ancora una volta Cristo stringesse i suoi piccoli a sé.

 

foto di Giovanni Zennaro

19 settembre 2012 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Pagine che svelano la vita

Abbiamo chiesto ai missionari di raccontare un libro, un film, un’opera che ha segnato la loro vita. Ecco alcuni consigli di lettura.

 

COME FRODO SUL MONTE FATO

J.R.R. Tolkien - Il signore degli anelli

È il giorno della mia ordinazione diaconale. Poco prima di uscire dal seminario di via Boccea per andare a Santa Maria Maggiore, suona il cellulare. Sul display compare un numero stranissimo. Rispondo e una voce familiare, amica, mi dice, senza preamboli né saluti: «Frodo Baggins, sei arrivato a Monte Fato». Era il mio amico Paolo Prosperi, che mi chiamava dalla Russia. Paolo e io avevamo condiviso in innumerevoli occasioni in seminario la nostra passione per Il signore degli anelli, il capolavoro di J.R.R. Tolkien. Non poteva scegliere frase più adeguata. Le avventure di Frodo e dei suoi amici mi avevano accompagnato per tutta la vita.
Ho letto per la prima volta Il signore degli anelli quando avevo undici anni e da allora non ho mai smesso di rileggerlo. La prima impressione, da bambino, è stata quella di una gran bella storia. Niente di più, ma anche niente di meno. A me piacciono le belle storie. Quando l’ho riletto, circa un anno dopo, ho cominciato a scoprire perché mi piaceva tanto. Frodo era un uomo qualunque, senza grandi qualità apparenti, e salvava il mondo, lottando per il bene. Accettava un destino che gli era posto dinnanzi, il compito di distruggere l’Anello. Volevo anch’io che il destino bussasse alla mia porta. Volevo anch’io vivere la vita come un compito, una missione. Per questo ho continuato a rileggere questo libro.
Diventando adulto, ho capito che le belle storie sono difficili da trovare. Sono quelle che diventano grandi classici: l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, la Divina commedia, solo per citarne alcune. Il signore degli anelli si pone al livello di quelle storie. Ogni volta che si rileggono si capisce qualcosa di più. Si scopre qualcosa di nuovo. E soprattutto si tira un sospiro perché non si può più pensare che non valga la pena vivere, che la vita sia priva di senso. Ecco il potere delle grandi storie: ridestare in noi lo stupore e la gratitudine perché la vita c’è e vale la pena viverla, perché ognuno di noi ha un destino buono. E poco importa che sia limitato, debole o perfino che cada nel tradimento, come Frodo sul Monte Fato.
Federico Ponzoni

 

CHI È QUELL’UOMO?
Aleksandr Men’ – Gesù maestro di Nazareth

Il 16 ottobre scorso sono stato nel luogo in cui fu assassinato il prete ortodosso Aleksandr Men’. Da Mosca, in automobile, ci vuole un’ora abbondante, viaggiando verso nord est. Padre Men’ abitava in un villaggio vicino al monastero di Sergieev Posad, culla dell’ortodossia russa. A ricordare l’atto di violenza c’è un paletto di legno, lavorato sobriamente. È conficcato nella terra, ora ricoperta delle larghe foglie di quercia che sono cadute con il primo gelo. Protetta da un tettuccio, sul palo è fissata una lampada. Sopra la lampada è appesa una tavoletta, anch’essa di legno, con una scritta in caratteri cirillici: «Qui ha ricevuto la corona del martirio padre Aleksandr Men’». A terra una pianta di ciclamini e un vaso di plastica con qualche crisantemo lillà. A pochi passi da lì è sorta una chiesetta bianca, con le campane, i tetti e le porte di color nero. Sembra un annuncio bordato a lutto, con una strana gioia dentro.
Una mattina di settembre del 1990 padre Men’ aveva lasciato come al solito la sua casa e stava dirigendosi alla vicina stazione del treno, un semplice passaggio a livello in mezzo alla campagna. Il sentiero che vi porta attraversa in quel punto un tratto di bosco. Qui Men’ ha trovato la morte. Diversi colpi d’ascia, sferrati da una mano ignota, hanno spento la vita di un grande uomo, un sacerdote colto, che fu per il popolo russo un ascoltato testimone di Cristo. Da quando ho letto il suo libro su Gesù, ormai diversi anni fa, ho consigliato a molti di leggerlo e continuo a farlo. Si dice che abbia portato alla fede migliaia di giovani provenienti dall’ateismo, e non ha mai smesso di esercitare il suo richiamo. Con grande delicatezza e sapienza pedagogica, padre Men’ guarda innanzitutto a Cristo come uomo. Narra la sua storia con semplice profondità, con precisione documentata. Quasi inavvertitamente le sue parole comunicano uno sguardo aperto, che non presuppone la fede, ma si lascia interrogare da ciò che vede. La perfezione dell’umanità di Cristo, uno spettacolo che si annuncia discretamente e ad un certo punto si impone con stupefacente evidenza, apre il lettore all’interrogativo sulla sua divinità. Non stupisce che don Giussani abbia avvertito una particolare familiarità con questo grande spirito ortodosso.
In Italia il libro di padre Men’ è stato pubblicato da Città Nuova e porta il titolo: Gesù, maestro di Nazareth. Ma in russo il suo autore lo aveva significativamente intitolato: Il figlio dell’uomo.
                Paolo Sottopietra

 

 «CATTIVO, SBRONZO MA IN GAMBA»
Joseph Roth – La leggenda del santo bevitore

Non ricordo se all’inizio mi attirò più il titolo paradossale (come fanno a stare assieme la santità con l’ubriachezza?), il fatto che era un libretto verde di appena 54 pagine, o l’autoritratto dell’autore posto a pagina 7 dove si rappresenta circondato da due calici, un bel sifone di seltz e la scritta: «Ecco quel che sono veramente; cattivo, sbronzo, ma in gamba». Joseph Roth mi è sembrato fin da subito un tipo simpatico e sopra le righe. Questo breve racconto, l’ultimo scritto dall’autore, è la storia di Andreas, un clochard che “abita” sotto i ponti della Senna a Parigi, amante del Pernod e ormai abituato alla sua triste condizione. Ma Andreas è anche ciò che gli capita nella prima pagina del libro: un giorno di primavera del 1934 il barcollante barbone si vede sbarrare la strada da un misterioso e distinto signore che gli cambierà la giornata e la vita. La leggenda del santo bevitore è lo svolgersi dell’incontro provvidenziale mediante il quale Andreas riscoprirà se stesso e la bontà del destino a cui è chiamato attraverso tutte le incapacità, le distrazioni, i tradimenti, suoi e degli altri, ma anche grazie ai miracoli che gli accadono davanti, gli amici che incontra e le virtù che scopre di avere.
Questo racconto descrive in forma poetica ed esemplare che cosa vuol dire rinascere, cosa significa iniziare, sempre. In questo sta la santità del “bevitore”: un’indomabilità, nata da un incontro “fortuito”, che anche un ubriacone, un uomo fragile come Andreas, può continuamente rinnovare. Più volte durante l’anno riprendo in mano il mio libretto verde ormai consumato e mi commuovo pensando che Dio si è fatto uomo, ci è venuto incontro proprio come il signore discreto che s’imbatte nel clochard. Poi stappo una bottiglia alla salute di Joseph Roth.
                Stefano Lavelli

11 gennaio 2012 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Il senso di Martino per l’invisibile

Patio sede parrocchiale - bambina giocandoQuest’estate sono stato a casa dei miei genitori, con i miei nipoti. I due più grandi, un bambino e una bambina, hanno finito la quinta elementare. Hanno scoperto di recente il mondo della letteratura fantasy. Divorano romanzi ad una velocità invidiabile. Da Eragon a Harry Potter, da Il Signore degli anelli a Narnia. Hanno letto tutto. Ho sentito mia cognata che si rifiutava di comprare altri libri, dicendo: «No, Simone, non te lo compro. Per questa velocità di consumo esistono le biblioteche!». Mi ha colpito la capacità naturale di questi bambini ad astrarsi. Aprono un libro, seduti dove capita, in mezzo al trambusto dei più piccoli che continua, e vengono rapiti. Letteralmente risucchiati. Non rispondono più agli stimoli esterni. Se li chiami, non ti sentono. In questi giorni ho rivisto con loro il film Narnia: Il leone, la strega e l’armadio. Con l’invenzione letteraria dell’armadio che si apre ad una realtà diversa, Lewis è riuscito ad esprimere questa immediatezza infantile nel mettersi in comunicazione con un altro mondo e di partecipare alla sua vita. Il bambino non trova strano che la realtà che vede e tocca sconfini in un’altra. Me lo ha rimesso davanti agli occhi un altro episodio. Stavamo tornando dalla montagna. Io guidavo, a fianco sedeva mio papà. Dietro c’erano tre bambini: Benedetta, che ha terminato la terza elementare, Niccolò, che ha fatto la prima e Martino, che va ancora all’asilo. Ad un certo punto i loro discorsi cadono sul tema del paradiso. «Il paradiso è in cielo», diceva Martino. Benedetta però faceva dei distinguo e completava il quadro teologico: «In cielo c’è in realtà un’altra terra, più bella della nostra. Lì saremo tutti più felici, non solo perché Gesù sarà con noi», questo le sembrava ovvio, «ma anche perché potremo tenere con noi dei gatti e dei cani, quanti ne vogliamo». Insomma avremo e godremo tutto quello che la mamma ci vieta su questa terra, ma che sarebbe bello avere anche adesso, se si potesse. Poi il discorso è sfumato in un elenco di animali che potremo tenere con noi in paradiso. Quando sono arrivati ai maiali ridevano già a crepapelle. Nella coscienza del bambino, l’armadio immaginato da Lewis, cioè l’ultimo lembo fisico del nostro mondo, trascolora e sbiadisce, i peli dei cappotti di pelliccia diventano aghi di pino, la polvere e la naftalina diventano neve ed ecco: siamo in un altro mondo, governato da altre logiche, che ha vissuto un’altra storia, che è popolato da esseri diversi. E con tutto ciò il bambino si relaziona in modo spontaneo e naturale, come accade nel gioco. I bambini si immergono nel mondo della preghiera in modo altrettanto naturale che nel mondo delle favole, come dimostra il dialogo sul paradiso che ho riferito. E sanno fare la differenza. Basta che qualcuno abbia la carità di raccontare i fatti e di presentare i personaggi di un mondo che non si vede, ma che è reale e concreto. «Caro Dio Padre», scriveva Antonietta Meo, Nennolina, la bambina santa morta a Roma a sette anni nel 1937, «di’ a Gesù che io sono molto contenta di riceverlo e spero che sarà contento anche Lui» . Esiste un mondo invisibile. Dobbiamo riappropriarci di questa fondamentale evidenza. Senza l’invisibile, il visibile non si spiega. Il nostro mondo ha le sue radici e i suoi fondamenti nell’invisibile. Per Platone e per Aristotele, per gli antichi che li hanno seguiti, questo mondo è luminoso e rischiaratore. Perciò fonte di attrattiva, termine verso cui tendere. Il materialismo della nostra mentalità, al contrario, ha negato, in nome di una pseudo-razionalità, questo strato di realtà che rimane nascosto al nostro sguardo fisico. Ed esso è tornato ad essere un fondo cupo, un terreno insicuro a cui si pensa con angoscia e paura. Entrare nel silenzio e nella preghiera significa recuperare un’infanzia dello spirito che crede concretamente nell’esistenza di un mondo che fonda il nostro mondo, un’infanzia nuova nella maturità, che vive la comunicazione con la presenza amorosa e personale di quel «Dio invisibile» (Col 1,15) di cui parla san Paolo nella Lettera ai Colossesi.

19 ottobre 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Col suo potente manto

simonemartiniFino a vent’anni ho abitato a Cinisello Balsamo, al sesto piano di un grande palazzo che si affacciava su una serie d’incroci stradali e su una chiesa appena costruita. È una chiesa piuttosto famosa, costruita a forma di tenda, che si può scorgere anche dalla tangenziale che attraversa la periferia nord di Milano.
Uno dei ricordi più belli di quegli anni è legato al mese di maggio. Tutte le sere, alle nove, si scendeva per dire il rosario. Eravamo parecchi giovani. Prima le Ave Marie scandite da suor Adelaide, poi la recita in ginocchio delle litanie, in conclusione  un canto dedicato alla Madonna. Alla fine, fuori dalla chiesa, noi ragazzi giocavamo a nascondino, col buio che rendeva la sfida ancora più intrigante. Andavamo al rosario anche per questo, per giocare, ma pregare insieme la Madre di Gesù ci riempiva di gioia. Lì, giovani e vecchi, eravamo una cosa sola. A tutti la preghiera dava consolazione, pace, speranza.
Senza Maria, la donna vestita di sole, la mia vita e la mia vocazione non sarebbero nemmeno pensabili. Lei ha esaudito le mie domande, ha protetto i miei parenti e i miei amici, mi ha preservato nei momenti più burrascosi della mia esistenza. Mi ha difeso col suo potente manto dalle insidie del maligno. A Lei posso rivolgermi senza timore. Come scrive Santa Teresa di Gesù Bambino: «La vergine lo sa bene cosa deve fare dei miei piccoli desideri, se li deve dire oppure no: insomma, sta a lei vedere di non forzare il buon Dio ad esaudirmi, per lasciare fare a lui in tutto e per tutto la sua volontà».
Non ho mai smesso di dire il rosario, e ancora adesso, ogni volta che lo finisco, mi ritrovo più certo della positività della vita. Spesso comincio a pregare assorbito dalle mie preoccupazioni, ma poi, decina dopo decina, il mio sguardo si alza e comincio a vedere anche i problemi in una prospettiva nuova, con occhi pacificati, più consapevole che tutto è nelle mani del Padre.

19 maggio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Missionarie di san Carlo: voti temporanei di Rachele Paiusco

racheleLo scorso 31 marzo, nella Solennità dell’Annunciazione, Rachele Paiusco ha emesso i voti temporanei, nelle mani di don Paolo Sottopietra, superiore generale delle Missionarie di san Carlo, e alla presenza di S.E. mons. Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina.

Pubblichiamo di seguito il messaggio di auguri di don Julián Carrón.

Milano, 30 marzo 2008

Carissima Rachele,
nella solennità dell’Annunciazione in cui pronunci i voti temporanei nelle mani di don Paolo, voglio assicurare la vicinanza mia e di tutto il movimento a te e a tutte le Missionarie di S. Carlo, accompagnandoti nella preghiera affinché il tuo ‘sì’ sia totalmente immedesimato in quello della Madonna e attraverso di esso Cristo porti copiosi frutti di santità, cioè di umanità vera, nella vita tua e delle tue compagne.
Julián


scarica in pdf l’augurio di mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca

16 luglio 2009 | Categorie Primo piano | Commenti disabilitati 

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