Che cosa c’entra Cristo con la dieta?
Da un po’ di tempo sono in cura per perdere peso. Qualche mese fa, la dottoressa ha constatato i valori fuori norma. Mi ha chiesto: «Che cosa farebbero i tuoi parrocchiani senza di te?». Ho risposto che starebbero molto meglio! Ma ella ha incalzato: «Io ho incontrato Gesù attraverso di te. Penso che ci siano ancora altri che devono incontrarlo!».
Quel giorno sono tornato a casa un po’ diverso. Ho sempre censurato qualcosa di me: il problema della mia forma fisica, le ragioni che ne sono alla base. Non avevo ancora capito che cosa c’entrasse Cristo con la dieta.
Per rispondere a questa domanda, quello che potevo fare era fidarmi e parlare con i miei fratelli della casa. Ho manifestato loro il mio bisogno di aiuto. Dovevo affrontare in modo serio il mio problema. Dovevo chiedere a Cristo di aiutarmi, offrire il mio problema e le mie difficoltà a lui. Innanzitutto ho deciso quindi di cercare un dottore molto severo, una persona che mi guidasse. In secondo luogo, ogni volta che dovevo camminare (devo fare dieci chilometri al giorno) ho cominciato ad offrire il mio cammino per una persona, oppure le mie rinunce a tavola per un’altra. Ci sono tante persone in parrocchia che mi chiedono di pregare per loro. Quello che faccio per curare il mio fisico diventa così anche preghiera.
Che cosa c’entra, dunque, Cristo con la dieta? C’entra, perché c’entro io. Tutto si gioca nell’abbracciare la semplice offerta a Cristo di ogni sacrificio e difficoltà e nel guardarmi dentro e domandarmi: «A che cosa mira la mia affettività? A quel pezzo di torta? A quel brandello di sentimento che mi fa mangiare di più? Oppure c’è nel mio cuore qualcosa di più grande, che Cristo mi ha offerto?».
Ho scoperto ancora più profondamente la compagnia della Fraternità, poiché non avrei potuto e non potrei compiere da solo questo passo. In pochi mesi ho perso quaranta chili. Non è il cambiamento esteriore ciò che più mi interessa, quanto piuttosto quello che sto sperimentando dentro di me. Comprendo sempre meglio che ciò che io reputo banale, non lo è affatto, poiché Cristo dà la risposta a tutto, anche alle mie mancanze, alle mie incapacità, al mio modo sbagliato di mangiare.
Per tutta la vita
Ogni sabato pomeriggio alla Barca di Pietro si rinnova la sfida: prendere sul serio il proprio desiderio di infinito.
La Barca di Pietro è nata a Roma circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni seminaristi della Fraternità, sul modello de I cavalieri di Milano, un’esperienza di Cl che coinvolge i ragazzi delle scuole medie. Ho avuto la fortuna di servire quest’esperienza per qualche anno, fino al 2009, uscendone arricchito oltre ogni aspettativa.
Ciò che proponiamo ai ragazzi è innanzitutto un’amicizia che li aiuti ad affrontare il mondo da uomini liberi, coscienti di desiderare l’infinito. Il loro desiderio, un luogo in cui possono scoprirlo e rischiarlo, una persona più grande a cui guardare, sono gli aspetti che più abbiamo a cuore quando siamo insieme a loro.
Il gioco, il canto e il dialogo segnano i passi della nostra proposta. Il gioco è per i ragazzi una porta di ingresso alla realtà. È importante che siano giochi intriganti e divertenti, che chiedano di impegnarsi personalmente. Attraverso il rispetto delle regole, i ragazzi imparano un po’ di obbedienza, scoprendo che una cosa ordinata è più bella di una istintiva… Giocando con gli altri, possono uscire dall’individualismo in cui normalmente sono immersi.
Il canto è senza dubbio lo strumento più grande per porli davanti alla bellezza e far sì che si accorgano del loro desiderio di infinito. Insegniamo a cantare seguendo chi dirige, senza improvvisazione. Il canto crea un clima che difficilmente si raggiungerebbe per altre strade: il cantar bene li rende anche più attenti nelle altre attività.
Il momento di dialogo ha la finalità di esplicitare ciò che i ragazzi stanno vivendo o di proporre ciò che desideriamo vivere. Esso vuole educarli a guardare la loro esperienza, ad accorgersi delle cose grandi che vivono. Mi ha sempre allarmato constatare che spesso i ragazzi non ricordano ciò che hanno vissuto durante la settimana. Non potranno mai essere liberi, se non impareranno a giudicare ciò che vivono. Questi momenti ruotano intorno a due cardini: la vita dei ragazzi, quello che li colpisce, e un contenuto proposto da noi, episodi tratti dalla vita di un santo, ad esempio. Cerchiamo sempre parole che possano illuminare le loro giornate e, di conseguenza, quello che loro vivono li aiuta a comprendere ciò che proponiamo. Non desideriamo che i ragazzi sappiano ripetere quello che diciamo loro, ma piuttosto che scoprano nella loro vita se le nostre parole sono vere o no. Essi non dimenticano ciò che scoprono personalmente.
Ad un certo momento dell’anno chiediamo loro un passo di responsabilità. Ciascuno deve rispondere ad una domanda: “che valore ha per te questa amicizia che hai incontrato?”. La Promessa è una sorta di gita di due o tre giorni, in un luogo bello. Durante la messa conclusiva, ogni ragazzo viene chiamato per nome; risponde “Eccomi”, poi promette pubblicamente a Gesù, con l’aiuto di un santo da lui scelto, fedeltà a questa compagnia. È un momento pregno di significato poiché i ragazzi sono chiamati ad assumersi una responsabilità personale. Ciò li aiuta a percepire in modo profondo di essere parte di qualcosa di grande. Scriveva una ragazza qualche anno fa: «La Promessa che farò non è uno sforzo né un impedimento, anzi è la risposta a ciò che desidera il cuore, è un sì ad un dono: non costa nulla, ma ti dà tanto».
Stando con i ragazzi diventa anche a noi sempre più chiaro ciò che desideriamo: aiutarli ad affrontare e giudicare l’esperienza che vivono, la realtà delle loro giornate. Non vogliamo convincerli di qualcosa senza una ragione da loro sperimentata. Vivendo con loro è possibile guardare e giudicare insieme ciò che accade. Per questo sono importanti i momenti di uscita e di convivenza. Ne racconto due.
Qualche anno fa, abbiamo aperto l’anno scolastico con una gita ad Ostia Antica. Con noi sono venuti anche i ragazzi della nostra parrocchia della Magliana (periferia di Roma) guidati da don Paolo Desandrè. C’erano circa centocinquanta ragazzi. Abbiamo iniziato con un momento di canto nell’anfiteatro romano di Ostia. Ad un tratto una guida, seguita da quattro turisti anzianotti, inizia ad urlarci contro infastidita dai nostri canti, seppur bellissimi. Ci spostiamo con tutti i ragazzi in un altro posto lì vicino per finire il momento dei canti. Riusciamo a calmare la folla in subbuglio e iniziamo a cantare. Dopo due minuti compare un altro gruppo di turisti. Si fermano, e, con lo stupore di tutti, iniziano ad applaudire e a farci i complimenti. Sfruttiamo questo episodio per dire ai ragazzi: «Vedete, nella vita si può scegliere: davanti ad una cosa bella e inaspettata uno può pensare solo al suo misero particolare oppure guardare, lasciandosi sfidare da ciò che di grande accade». I ragazzi sono rimasti segnati da questo fatto, tanto che tutti se lo ricordano, e con esso il giudizio dato.
Questa è divenuta una sfida chiara per noi: la strada più utile, ed anche quella vincente, è non aggiungere nulla a quello che Dio fa accadere nella loro vita. Noi non decidiamo attraverso quali strade diventeranno grandi, che cosa il Signore userà per conquistare il loro cuore. Possiamo però collaborare con l’opera di Dio, innanzitutto aiutandoli a maturare uno sguardo attento a ciò che succede nella loro vita!
Un anno siamo andati a Cortona per tre giorni, con i trenta ragazzi di terza media che allora partecipavano alla Barca di Pietro. Abbiamo soggiornato in una casa autogestita. I ragazzi si occupavano di tutto. C’era chi apparecchiava, chi sparecchiava, chi cucinava, chi puliva, chi preparava la colazione (che commozione nel vedere la mattina presto cinque ragazzi di tredici anni che preparavano, con cura meticolosa, la colazione per gli altri…). Alla fine dei tre giorni, uno di loro mi ha chiesto: «Fra, questi giorni sono stati bellissimi. Come faccio a portare la Barca di Pietro a casa, in classe, ovunque?». La domanda mi ha riempito di gioia: ciò che i ragazzi vivono con noi è significativo, è oggetto di stima da parte loro, non è una cosa tra le altre. Quel ragazzo aveva deciso che quella compagnia era una cosa di valore. È un segno di maturità.
La Barca di Pietro non vuole essere una parentesi nella settimana, ma piuttosto vuole indicare un punto ideale a cui tendere tutti i giorni. Solo se i ragazzi vedono che ciò che comunichiamo loro vale per tutta la vita possono sentire questo luogo come una roccia su cui stare diritti, che possono vivere oggi un’ esperienza che dia speranza anche per il domani.
Il nostro scopo è condurli a porsi quella domanda. Se, infatti, un ragazzo di tredici anni ha il desiderio che tutta la sua vita sia come l’ideale che ha intravisto, allora il suo cuore è ricettivo a ciò che Dio vorrà fargli incontrare. Mi sono molto interrogato su questo aspetto: il nostro compito è quello di portarli a Cristo, ma questo non significa pretendere da loro un riconoscimento cosciente del fatto di Cristo. Quel riconoscimento può capitare, ma è una grazia che concede Dio. A noi invece è chiesto di accompagnarli alla scoperta di ciò che desiderano, a scoprire di essere fatti per l’infinito: educarli a desiderare, anche incoscientemente, Cristo.
Questa è la sfida che portiamo a casa: il momento del sabato pomeriggio, le poche ore che trascorriamo con loro, devono porre davanti ai loro occhi una vita così bella da essere desiderata sempre e ovunque, un ideale che abbia la forza di essere desiderato tutti i giorni.
Sacerdote porta a porta
Io e Paolo Desandré abbiamo trascorso gli ultimi due mesi bussando di porta in porta per la benedizione delle case della nostra parrocchia. Già negli ultimi giorni sentivo una specie di nostalgia perché il “giro” stava terminando. Non mi era successo negli anni precedenti. Ho vissuto questo compito con una coscienza diversa, frutto di un’educazione ricevuta nella vita comune in casa e rinvigorita da un episodio accaduto nell’abitazione di una coppia di giovani sposi.
Ho suonato il campanello tardi, verso le 9 di sera. Mi hanno aperto e subito mi hanno detto: «Padre, meno male che è arrivato, temevamo che non arrivasse più. Sono quattro anni che non riusciamo a far benedire la casa perché torniamo tardi dal lavoro. Quest’anno abbiamo preso un permesso orario per farci trovare da lei. La aspettavamo dalle 4 e mezza del pomeriggio… meno male che è arrivato».
Da quel momento in poi, ho suonato ogni campanello col desiderio autentico di incontrare le persone che avrei trovato in casa. Molti, conosciuti gli anni precedenti, rimanevano stupiti del fatto che ricordassi il loro nome o qualche particolare della loro vita di cui mi avevano parlato. Un giorno sono entrato nella casa di una giovane mamma, conosciuta in occasione del battesimo di suo figlio. Poco tempo prima le era stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico. Mi aveva confidato il suo terrore al pensiero che il figlio sarebbe dovuto crescere senza la sua madre naturale. Le dissi (con un po’ d’imbarazzo, non sapevo che cos’altro dire…) di cominciare a venire a messa, per stare alla presenza del Signore e chiedere a lui la grazia di affrontare la situazione. L’eucarestia è diventata per lei un appuntamento fisso della giornata, a parte quando è in ospedale per la chemioterapia. Ha cominciato a sentirsi a casa sua in chiesa.
Dopo la benedizione della casa ha voluto che mi fermassi a cena. A tavola mi ha raccontato come, da quella vicenda, avesse compreso di avere vissuto troppo tempo come se Dio non ci fosse. Sua madre, che è stata colpita dalla stessa malattia, ha cominciato ad ammirare la forza interiore che vede nella figlia. Anche altri amici sono rimasti stupefatti dal cambiamento della sua persona: prima sempre impaziente e scattosa, ora più sensibile e attenta verso gli altri. La sua preoccupazione è diventata cercare di infondere speranza alle altre giovani donne che incontra all’ospedale, angosciate dal fatto che potrebbero rimanere sterili a causa della chemioterapia. Mi ha chiesto di aiutarla in questo e nel risponderle mi sono reso conto della grazia che, attraverso di lei, stava investendo già chi le sta vicino, e me per primo.
Da queste recenti esperienze sto imparando a superare la superbia e la paura di perdere me stesso nei mille rapporti con la gente del mio popoloso quartiere. Sto scoprendo il mio sacerdozio come una delle strade attraverso cui la grazia battesimale riceve nuova linfa nelle persone che mi sono affidate. Quando la fede rinasce è avvenimento sempre nuovo che accade per ridestare anche me che ne divento partecipe.
Al servizio del mistero di Cristo
Il 25 marzo prossimo sarà un giorno speciale per le Missionarie di san Carlo Borromeo. Ester e Mariagrazia, infatti, emetterano i voti semplici, prima tappa verso i voti definitivi che solitamente avvengono dopo tre anni. Prima di loro, già avevano preso gli stessi voti Rachele (due anni fa) ed Elena (l’anno scorso). «I voti di Ester e Mariagrazia sono per noi una conferma del cammino che abbiamo intrapreso», spiega Rachele. E ancora: «Essere in quattro è diverso che essere in due. Certo, siamo un piccolo gruppo che però ha preso sul serio la strada indicata da Dio. Di anno in anno maturiamo insieme e i voti di due di noi sono un segno visibile della strada che stiamo percorrendo, segno anche di una stabilità maggiore».
Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione: una festa che le missionarie sentono come la propria festa. Il «sì» di Maria all’annuncio dell’Angelo è il fondamento della disponibilità che le missionarie danno a Dio in questo giorno importante.
Il 25 marzo è anche il giorno nel quale l’inizio dell’avventura delle missionarie è stato sancito ufficialmente da una firma, quella che il vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali, ha posto nel 2007 sul decreto che le riconosce come Associazione di fedeli: «Affido le Missionarie di san Carlo Borromeo alla speciale protezione della Vergine dell’Annunciazione, chiedendo per loro il dono di riconoscere e servire il mistero dell’Incarnazione del Signore, mentre invoco su di loro la pienezza della Benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», scrisse monsignor Reali.
Monsignor Reali parla di «servire il mistero dell’Incarnazione» e, in effetti, la vita delle missionarie è un servizio. Servizio a Dio e al suo popolo attraverso la vita in comune e la missione. Oggi le missionarie abitano nel quartiere della Magliana, vicino alla parrocchia che la diocesi ha affidato ai sacerdoti della San Carlo. «La vita – spiega Rachele – si svolge in casa e nel quartiere. Fino a quest’anno Ester e Mariagrazia dedicavano gran parte del loro tempo allo studio. Con i voti semplici si dedicheranno insieme a me e ad Elena maggiormente alla missione, anche se lo studio continuerà ad avere una parte importante nella vita di tutti i giorni».
La missione nel quartiere significa tante cose: il catechismo in parrocchia ai bambini e agli adolescenti. Il coro parrocchiale formato da una trentina tra ragazzi del liceo e adulti. Curato da Mariagrazia, il coro canta durante le messe, anche in polifonia, e riesce a sostenere anche la liturgia dei tempi forti. Poi la visita agli ammalati: avviene solitamente una volta a settimana. Le missionarie entrano nelle loro case, pregano e parlano con loro. Capita, anche, che accompagnino alcuni di questi ammalati alla morte. Visitare coloro che soffrono fisicamente è anche un’occasione per allacciare rapporti con le rispettive famiglie, rapporti che poi continuano nel tempo. In parrocchia i sacerdoti tengono anche un corso per fidanzati: quest’anno sono quaranta le coppie che lo frequentano. Al corso partecipa anche una missionaria che accompagna le coppie nel loro percorso. Infine il dopo scuola per i bambini delle medie curato da Elena: un’opera alla quale le missionarie vogliono dare maggiore peso nel corso dei prossimi mesi.
Sono trascorsi soltanto tre anni dal riconoscimento delle missionarie da parte della Chiesa. Tre anni sono quasi nulla nella bimilleneria storia della Chiesa eppure possono significare tanto. Lo disse bene, in quel 25 marzo 2007, anche don Massimo Camisasca: «Ciò che oggi nasce – disse – è una piccola cosa. D’altra parte così sono i bambini quando vengono alla luce e così sono quasi tutte le opere di Dio: cominciano nel nascondimento, quasi nella furtività, come Gesù a Betlemme. Le Missionarie di san Carlo sono un’opera che io non ho preventivato; nascono dalla vocazione di Rachele Paiusco che, mossa dall’incontro con il carisma di don Giussani e la nostra Fraternità, ha insistentemente riproposto a me e a don Paolo Sottopietra il desiderio di dare vita a una comunità analoga alla nostra, segnata dallo stesso tipo di vocazione e di missione, evidentemente tenendo ben presenti le differenze che esistono tra il sacerdozio ordinato e una comunità di religiose».
Dunque, una comunità legata ai missionari di san Carlo Borromeo e a loro analoga. Una comunità che non ci sarebbe stata senza la Fraternità dei missionari fondata da don Camisasca. Un legame che trova un suo punto d’espressione in quella consegna di se stesse a Cristo nel quale, dicono le missionarie, «troviamo la nostra felicità». E ancora: «La piccola comunità nella quale viviamo è il luogo in cui desideriamo appartenere per sempre a Cristo. Siamo di Cristo perché siamo di questo luogo, di questa comunità. Certo, ogni giorno dobbiamo mendicare la nostra conversione a Cristo. Ogni giorno è per noi un’ascesi e l’occasione per chiedere al Signore di aiutarci affinché il seme del battesimo possa fiorire in una vita nuova. Abbiamo i voti di povertà, verginità e obbedienza ad aiutarci. Sono la nostra strada concreta, il dono perché la nostra conversione si compia».
Ester e Mariagrazia il 25 marzo ricevono anche l’abito: «Quando facciamo i voti semplici prendiamo l’abito. Da quel giorno assumiamo un compito visibile per conto della Chiesa, visibile davanti a tutti. Il nostro abito, infatti, è la forma visibile di questa consegna, di questa appartenenza, di questo impegno e di questo compito».
nella foto: momento di canti
Se il cuore è pieno, non può tacere
Un improvviso applauso ha sorpreso noi e i duecento ragazzi che, a ritmo di blues, cantavamo del giovane ricco che chiede a Gesù che cosa deve fare per essere felice. Un gruppo di persone, sedute al sole sulle gradinate del Teatro Romano di Ostia Antica sorprese per quel dono inaspettato, ha voluto ringraziarci. Una bella sorpresa per i ragazzi delle medie delle nostre Compagnie (la Barca di Pietro, la Compagnia di san Paolo dalla Magliana, la Compagnia del Giglio da Frosinone, e un gruppo di ragazzi di Terni e di Anagni) venuti qui per la giornata di inizio anno, che una guida scrupolosa aveva appena rimproverato per il disturbo, invitandoci ad andare da un’altra parte.
Abbiamo raccontato ai nostri piccoli amici di Paolo di Tarso immaginando un suo ipotetico ma realistico passaggio tra le vie di Ostia, tra le taberne dei pescivendoli e i templi di Mitra, il Capitolium e le terme: “di fronte alle cose grandi e belle che ci accadono – abbiamo sottolineato – possiamo avere due atteggiamenti: quello di chi rimane fermo sulle sue piccole misure, sul suo piccolo mondo e si lamenta e protesta se qualcuno viene a disturbarlo oppure l’atteggiamento di chi è capace di guardare, di stupirsi per ciò che accade davanti ai suoi occhi”.
Anche Paolo all’inizio non vedeva la bellezza, il tesoro che nascondeva questa prima comunità di cristiani, anzi, la combatteva ferocemente. Era come cieco, e se ne rese conto quando fu ferito dalla luce del Signore: da allora avrebbe visto veramente.
Per Paolo iniziò un’avventura senza paragoni, un’avventura che vogliamo vivere anche noi con i nostri ragazzi, mettendoci sulle sue orme e, secondo la formula che usiamo come preghiera del Cavaliere, “seguendo la Compagnia che Tu ci hai dato come segno della Tua presenza”.
Anche i bellissimi giochi ci hanno aiutato a conoscere la vita di san Paolo. Le squadre rappresentavano quattro fra le comunità da lui fondate e si dovevano contendere le sue lettere attraverso delle prove in vari punti della città antica. La comunità che poteva vantare il maggior numero di lettere di Paolo, dimostrava un legame speciale con lui, diventava la comunità preferita. Dopo le quattro prove del mattino tutto si è risolto nella battaglia finale combattuta dai ragazzi che correvano tra i labirinti di queste suggestive rovine.
Stanchi ma ancora eccitati, abbiamo celebrato, composti e in silenzio la santa Messa in quello che, duemila anni fa, avrebbe potuto essere la sala di una casa di qualche tribuno o ricco commerciante. Nel Vangelo ha colpito la frase di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma che cosa rimane di Cesare dopo duemila anni? Queste rovine; suggestive, certo, ma sempre rovine. Quel che è di Dio invece continua a vivere. Siamo noi, la Sua Chiesa, la Sua presenza. E allora prima di lasciarci abbiamo cantato: “Si el corazon esta lleno non se puede callar, tiene que decir a todos el porque quiere cantar”. Se il cuore è pieno, non può stare zitto, non può non dire a tutti il perché desidera cantare.







