Cristiano, uomo vero
San Paolo del Brasile, 20 ottobre 2010
Caro don Massimo,
dopo il mio ritorno in Brasile nel mese di settembre ci sono stati molti sviluppi importanti che stanno segnando la mia vita. Il primo importante passo sono stati gli esercizi per i sacerdoti e per i Memores Domini, predicati da don Carrón. Il successivo viaggio in Paraguay, Argentina e Ecuador mi ha permesso di osservare la vita del movimento, la grande grazia che il movimento è per la Chiesa. Ho potuto riconoscere, ancora una volta, come Cristo sia presente. Le elezioni in Brasile, molto complesse e articolate, mi hanno permesso di comprendere più a fondo la mia missione e le sfide da affrontare. L’incontro con alcuni giovani brasiliani, che seguo più da vicino, mi ha dato conferma del metodo del movimento e della bellezza dell’educare e del lasciarsi educare.
Tutti sono in attesa di conoscere Cristo. Quanto è bello il ministero sacerdotale! Di fronte a tanto bisogno e tanta povertà mi ripeto spesso: «Quanto ho bisogno di te, Gesù!». È certamente una grande grazia averlo incontrato ed essere stato chiamato a lavorare alla costruzione del suo Regno.
Durante gli ultimi tempi, sono tornato spesso con la mente anche alla storia del movimento Nuova Terra, che è confluito in CL venticinque anni fa. Quanti ricordi! I primi incontri con il movimento furono esaltanti. Ricordo le parole di don Giussani: «CL è il cammino, la meta è la Nuova Terra». «Essere cristiano significa essere un uomo vero.» Vibrano ancora in me, quelle parole. E non mi hanno deluso.
Mi sorprendo spesso a commuovermi per molti accadimenti che sono un segno divino. Sono stato molto colpito, per esempio, dal salvataggio dei 33 minatori in Cile. Noi tutti speriamo di essere salvati dalla morte. Quale somiglianza con Cristo che scende negli inferi per salvarci! La gioia della vita al di là dei nostri limiti e delle circostanze è una correzione profonda per il nostro sguardo, che spesso si ferma alle apparenze. È il Mistero che ci salva.
Un forte abbraccio,
Julián
La sapienza più grande
Intervista a Julián de la Morena, missionario a San Paolo del Brasile.
Il Brasile non era certo nei progetti immediati della Fraternità san Carlo. Appartenere, però, significa obbedire alle proposte che Dio ci fa, ogni tanto in modo esplicito. Così quando Julián Carrón ha chiesto a don Massimo di lasciare partire Julián De la Morena per il Brasile, per poter seguire la realtà nata dall’incontro di Cleuza e Marcos Zerbini con il movimento, tutta la Fraternità si è rimodellata a partire da questa indicazione di Dio.
Una mattina, penso alle 7 o forse prima, mi ha chiamato Paolo [Sottopietra NdR] e mi ha chiesto se ero disponibile ad andare in Brasile. Io ho detto subito di sì. Per me è stato dire «sì» a Cristo, un’altra volta. Non c’è compito, pur eccezionale che sia, che valga la ripresa continua del rapporto con Cristo. La missione è accettare che lui ci porti in posti che non sappiamo. In ogni posto che ho lasciato è morto qualcosa, per andare a vedere, in un altro posto, come Cristo sia la vita di tutti gli uomini, anche di quelli che ancora ci sono estranei. Partire è un momento di fede. In Messico ho lasciato tantissimo: gli amici, l’esperienza con i seminaristi, con i preti della casa, grazie ai quali il Signore mi ha fatto crescere. Ho collaborato per cinque anni ad una storia più grande di me, di cui io non sono il padrone. Arrivare in Brasile è stata una grande grazia perché ho capito che tutta questa vicenda di Cleuza e Marcos è qualcosa che Dio ha voluto, proprio ora, per la storia del movimento e per la storia della Chiesa.
La storia fra i movimenti cattolici e quelli sociali è costellata di drammi e tragedie per la Chiesa…
Il cardinale di San Paolo, la scorsa estate, a trecento dei nostri ragazzi che chiedevano i primi sacramenti ha detto che tante volte i cattolici hanno aiutato i movimenti popolari e i movimenti sociali, ma facendo questo, spesso, hanno perso la fede. E quella era la prima volta che un movimento sociale portava ai sacramenti persone da loro aiutate. La grandezza di questa nuova storia è testimoniare la fede in Cristo dentro al bisogno dell’uomo, non giustapposta ad esso. Così tutto rinasce, diventa nuovo. Anche a 47 anni.
Che cosa fai concretamente?
Il compito che mi è stato affidato è quello di una comunione vissuta con Cleuza e Marcos e con il movimento. Io feci un’esperienza del tutto analoga in Nueva Tierra, quando nell’85 incontrammo il movimento. Concretamente, devo adattarmi alla complessità di quello che ho di fronte. Loro sono tantissimi. Gli universitari dell’associazione sono la quinta parte di tutti gli universitari di San Paolo, una città di venti milioni di persone. Per poter vivere dentro a questa frenesia di incontri, di bisogni concreti della gente, occorre lasciare spazio al rapporto con Cristo, radicandosi in esso. Cleuza dice che quando arriviamo a casa stanchi, non ci resta che guardare ai miracoli che Dio compie giorno per giorno.
Il bisogno più grande a cui loro si sono trovati di fronte è quello della povertà, gente che non ha la casa. Che cosa possiamo imparare da loro per la gente povera che conosciamo noi?
Che la povertà è assenza di educazione. Cleuza racconta di come, nella favela dove è nata, Mina Geiras, la gente abbia ricevuto aiuti dalle fonti più svariate : Chiesa Cattolica, Ong, Banca mondiale ecc. Tutti, però, una volta ottenuto ciò che volevano, se ne andavano via più poveri.
Così si è accorta che non era quella la strada.
Perché diventavano più poveri?
Perché non diventavano protagonisti. Rimanevano ad aspettare che arrivasse l’aiuto, senza fare niente. Qualcosa arrivava per il cibo, qualcosa per la casa, ma, in fondo, rimanevano immobilizzati nella loro povertà. Cleuza e Marcos sanno, senza saperlo, che la dottrina sociale della Chiesa educa in un altro modo. Una persona esce dalla povertà quando diventa protagonista della vita. Se bisogna comprare della terra, bisogna aiutare le persone a saper risparmiare. La ricchezza che vogliono dare ai poveri è l’educazione, insegnata attraverso la disciplina, un’ascesi vera e propria. Per questo, in tutte le riunioni che fanno, se uno arriva anche un solo minuto in ritardo non entra. Una di queste è il sabato mattina alle 7 con 3000 ragazzi, che magari hanno lavorato per tutta la notte. Per noi può anche essere una cosa artificiale, ma per loro è la possibilità di imparare il valore della puntualità. In Brasile, un ragazzo povero che arriva in ritardo perde il lavoro. Infatti, tanti nostri ragazzi continuano a lavorare nelle aziende perché agli appuntamenti arrivano mezz’ora prima.
Che cosa ha imparato la loro esperienza dal movimento?
Hanno imparato che senza comunicare il senso della vita non possono chiedere un’ascesi, per la quale chiedi alle persone vent’anni per costruire la casa. Questo è il tempo che passa dal primo giorno in cui arrivano fino all’ultimo, in cui viene consegnata la casa! Loro sono nati da una di quelle esperienze cattoliche che in America Latina si è, di fatto, allontanata dalla Chiesa. Non hanno mai perso la fede, e nemmeno il rapporto con la Chiesa, che però era diventato come un filo sottilissimo. Il movimento è stato una rinascita, perché hanno compreso finalmente che senza Cristo non si può costruire un movimento popolare o una casa. Entrambe le cose sarebbero vuote senza di Lui. Cristo è l’ultimo vero educatore, è l’unica liberazione per le persone che ci sono affidate. Adesso sono talmente pieni dell’incontro che hanno fatto che lo comunicano a chiunque, abbattendo ogni barriera.
Un aspetto importante nell’incontro con il movimento e quindi con la Chiesa è la riscoperta della preghiera e dell’importanza dei sacramenti.
Cleuza e Marcos sono personaggi molto sinceri. Mi hanno confidato che pensavano alla preghiera come all’occupazione delle donne che non hanno voglia di lavorare… Il loro sguardo è cambiato radicalmente quando sono andati in Paraguay e hanno visto pregare padre Aldo. Si sono accorti di vivere la preghiera nel momento in cui tornavano a casa stanchi, senza riuscire a dormire, perché invasi dai miracoli che Cristo ha compiuto. Mi hanno detto: «Solo questo porta al silenzio, non sapevamo che questo si chiamasse preghiera, ma, di fatto, noi facciamo così». Per me è stata una correzione infinita. Quanti di noi arrivano a casa stanchi e non vogliono avere rapporti con nessuno, nemmeno con Cristo? Loro invece hanno capito che stare con Lui è l’unico riposo che esista. La stanchezza è un dono che ci è dato per fare memoria.
Abbiamo iniziato a celebrare la messa tutti i giorni alle 12. Mi impressiona sempre di più la capacità che hanno di penetrazione del vangelo. Non hanno studiato niente, eppure si aspettano tutto da quella Presenza, così da diventare più sapienti dei sapienti.







