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Il guardiano del faro

Una giornata con don Dario Rubes, parroco all’Isola del Giglio (Gr), dove una messa può dipendere da una barca disponibile. La fede degli anziani, la curiosità dei turisti. E il legame con la Fraternità.

Saliamo per le strade dell’Isola del Giglio con don Dario Rubes a bordo della sua Fiat 500 azzurra fiammante. «Guardate, lì si vede la Corsica. Nelle giornate più limpide, s’intravede la Sardegna. Quella invece è Giannutri e là in fondo c’è l’Isola d’Elba con Montecristo». Giriamo verso la spiaggia di Campese. «Guardate le ginestre. D’estate sono uno spettacolo. Lì c’è un bellissimo sentiero». Scendiamo alla Cala delle Cannelle. «Guardate che acqua trasparente. Là in fondo c’è Punta Ala. E lì c’è Castiglione della Pescaia (ciao don Sandro, ciao don Gianni). Guardate i gabbiani. Guardate il faro».
Don Dario è un invito continuo a guardare. Ma in fondo è l’isola in sé, che invita: a guardare, annusare, respirare, camminare, immergersi. È bella fin dal nome, anche se scopri che «giglio» vuol dire «capra» (dal greco) e non il fiore. Anche se immagini che d’inverno, quando il mare è mosso e l’aria fredda, può essere duro stare qui. Non è una bellezza per tutti. Per don Dario, sì. Lui è come il guardiano del faro.

Milanese del quartiere di Dergano, Rubes ha conservato la bonarietà, la schiettezza e tracce del dialetto della terra d’Ambrogio. E le ha unite a una vena contemplativa che, in un’isola, trova infiniti spunti. «Negli anni Settanta passavo dalla Toscana, vedevo quest’isola, e mi dicevo: prima o poi verrò a farci un giro». Era ancora seminarista. Da allora c’è stata l’ordinazione a sacerdote (1980), la nascita della Fraternità san Carlo (1985, Rubes è tra i primi), una missione in Calabria e una nella diocesi di Grosseto. Poi si è riaffacciata quell’isola. «Quando è arrivata la richiesta del vescovo per questa parrocchia, don Massimo me l’ha proposta e io ho accettato immediatamente. Non ho voluto neanche vederla. Ma io sono fatto così, decido senza pensarci due volte». E ride.

Un’isola esigente
L’Isola del Giglio è a un’ora di traghetto dalla penisola dell’Argentario, in fondo alla Toscana. Ci si imbarca a Porto Santo Stefano e si approda a Giglio Porto. L’ultimo traghetto è alle sette di sera, quando va bene alle otto e mezzo: se uno vuole passare la serata nel continente, deve passarci anche la notte. È un’isola esigente. E tuttavia…: «Sono stato subito affascinato dalla bellezza di questi luoghi, dal silenzio, dai profumi della vegetazione, dai colori del mare. Certe volte mi capita di prendere la macchina per andare su a Castello (frazione arroccata sul monte, mentre la parrocchia di don Dario è a Giglio Porto) a vedere Montecristo e la Corsica». Ce ne siamo accorti. «Anche l’accoglienza della gente è stata molto positiva. Qui c’è un rispetto generale per la tradizione, ma la religiosità, il legame a Cristo, è particolarmente forte, e deriva dal fatto che questo è un ambiente bello ma anche difficile». A cosa ti riferisci? «Alle traversate sul mare. Noi ora non ci rendiamo conto, ma il traghetto qui è chiamato il “postale”, perché portava la posta, cioè garantiva la comunicazione con il continente. Prima dei traghetti a motore, il postale era a vela, e a volte non riusciva neanche a entrare in porto: bisognava uscire con la barca e scaricare tutte le merci. Oppure, per andare a Porto Santo Stefano, si usava la barca a remi: due ore di regata, e anche più, e d’inverno niente, dovevi stare qui».
Raccontaci della fede di questa gente. «Le persone anziane hanno dietro un’esperienza religiosa solida. Una volta ho portato la comunione a una vecchietta di 103 anni, morente. Entro in casa ed era lì sul divano, io recito la formula e questa cerca di alzarsi facendo una fatica immane. Le dico: “Stia giù, non si preoccupi”, e questa si alza, e guardando l’ostia dice: “per Lui, questo e altro”. Questo “per Lui” era detto con una lucidità incredibile: stava parlando con Gesù Cristo. Un’altra, a cui portavo sempre la comunione e anche l’unzione degli infermi, è morta tra le braccia delle figlie. Aveva iniziato a rantolare, e una figlia le dice “Mamma, hai preso anche la bronchite”, e lei risponde “No, è la morte, però non fateci caso, voi dovete solo pensare a volervi bene, ad aiutarvi l’un l’altra”. In quel mentre suonavano le campane, e lei dice: “ecco i vesperi”, e un istante dopo è morta. Di storie di questo genere ne ho vissute molte».
Ma i parrocchiani non sono tutti anziani: Rubes tiene un incontro settimanale con un gruppo di adulti, con i quali legge Il senso religioso di Giussani. «Lo tengo in casa mia. Ha iniziato a venire anche gente del Castello, tra cui una buddista, che trent’anni fa aveva conosciuto delle persone di Cl, e ora si è risvegliata una curiosità». E poi ci sono le lezioni di religione alle medie, una ventina di ragazzi in tre classi.

Il vangelo sulle scale
D’estate tutto cambia, arrivano i turisti, a migliaia, e la domenica sera, alla messa delle 21.30, la chiesa è sempre stracolma, «gente attenta, abituata a seguire». Per i turisti don Dario tiene anche un momento di adorazione eucaristica, il venerdì sera, e «un incontro sulle scale della chiesa, in cui leggiamo le letture della domenica e cerchiamo di capirle… in pratica mi faccio aiutare a preparare l’omelia…», ride. Tra i turisti ci sono anche personaggi pittoreschi, come quel giornalista che è venuto apposta qui a sposarsi, e voleva a tutti i costi far eseguire una canzone di Bruce Springsteen all’inizio della celebrazione («Io mi sono informato, ma amici esperti mi hanno detto che era anche una brutta canzone!»). E poi ci sono le messe nella vicina isoletta Giannutri, messe domenicali celebrate – con il permesso del vescovo – il mercoledì o il giovedì, perché «dipende da quando passano le barche». Messe dette sotto le frasche, accanto alle mura romane («Giannutri era tutta una villa romana»), con le foglie di aloe per proteggersi dalle zanzare; e alla fine un invito a cena non manca mai.
Don Dario – gli chiediamo – tu fai parte di una Fraternità di sacerdoti, ma sei qui, solo su un’isola. Come stanno insieme le due cose? «In effetti molti vecchi conoscenti, quando scoprono che sono qui, magari capitandoci per caso, mi chiedono: ma cosa hai combinato? Ti hanno mandato al confino (questo era un luogo di confino un tempo)? Io mi scompiscio dalle risate, perché la gente non capisce che insegnare a mille persone in una grande università o a tre bambini in un’isola è lo stesso. Il punto non è il successo mondano (e io sono stato anche in luoghi mondani). Il punto è rendersi conto della presenza di Cristo. E la presenza di Cristo è per me la Fraternità, l’aiuto che mi danno i libri di don Massimo e di don Giussani, la possibilità di incontrare i fratelli una volta o due al mese. Tutte le sere io prego, nella mia chiesa, per i preti della Fraternità che sono in giro per il mondo, e con la loro vita, con la loro testimonianza, mi accompagnano a Cristo».

Parte il traghetto, vediamo l’isola allontanarsi all’orizzonte. Sì, don Dario è il guardiano del faro. Tiene accesa una luce che fa da punto di riferimento nella notte. E indica alla gente dove guardare. Dove guarda lui stesso. «Sentite che bel vento».

7 settembre 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

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