Ciabatte rosa e una chitarra
Santiago del Cile – Ogni giovedì vado a trovare la signora Gricelda. Questa abuelita (nonnina) si è rotta l’anca qualche anno fa e da allora non può più uscire di casa. Vive insieme alla figlia sessantenne e passa le sue giornate pregando, seduta accanto alla finestra. Parliamo un po’: a volte non capisco bene ciò che dice (non ha più neanche un dente e il suo cileno è abbastanza stretto) e sua figlia mi “traduce” i passaggi più ostici. Ella si stupisce di come nei nostri dialoghi stia scoprendo una parte di sua madre che non conosceva. Ogni volta, a mezzogiorno, strusciando le sue ciabatte rosa, Gricelda va a prendere un libretto di preghiere ingiallito e recita con me l’Angelus. Mi racconta che lo fa da quando aveva sei anni. Un giorno mi ha detto che non le manca nulla: ha una figlia che la accudisce, ha da mangiare, dove dormire e un tavolo da cui prega per tutti gli uomini, per i vicini che non conosce e per le persone dall’altra parte del mondo. Parliamo spesso del paradiso e la figlia si commuove sempre. Quando vado via, Gricelda mi bacia sulla fronte e invoca per me lo Spirito Santo. Probabilmente non lo sa, ma il gesto più grande di carità, in realtà, lo sta facendo lei. Insieme a Ruben e Tommaso seguo un gruppetto di catechismo in una scuola elementare e media in un quartiere molto povero di Santiago. Ci troviamo una volta a settimana dopo le lezioni, cantiamo insieme, raccontiamo loro un episodio della vita di Gesù e giochiamo nel campetto della scuola. All’inizio ho fatto un po’ di fatica. La mia preoccupazione era quella di tenerli “sotto controllo” (è pressoché impossibile) e così perdevo di vista chi avevo davanti. Mi ha cambiato molto conoscere Nicolas. Lo incontravo sempre fuori dalla classe o nell’ufficio della preside dove fa i compiti. La mamma l’aveva abbandonato e poi era morta, il papà non l’ha mai accettato e il fratello è un mezzo criminale. Nicolas non vuole seguire il catechismo, ma un giorno mi ha chiesto di insegnargli a suonare la chitarra. Così, alla fine di una lezione intensiva di LA minore, si è fermato ad aiutarmi a mettere a posto. Dopo aver parlato un po’, mi ha steso con queste parole: «Posso farle una domanda? Lei è mio amico?». Io mi sono sentito morire e gli ho risposto di sì. In quell’istante ho capito che la mia risposta doveva essere vera e che fino a quel momento, ancora una volta, non avevo capito. Cristo mi stava chiedendo di essergli amico attraverso quei ragazzini. Prima di tutto, occorreva che io mi convertissi ancora una volta. A chi sto rispondendo? Che cosa sto amando di più? Il mio successo pastorale o Cristo morto e risorto per me? Questa è anche l’unica cosa che posso davvero offrire a Nicolas.
Pagine che svelano la vita
Abbiamo chiesto ai missionari di raccontare un libro, un film, un’opera che ha segnato la loro vita. Ecco alcuni consigli di lettura.
COME FRODO SUL MONTE FATO
J.R.R. Tolkien - Il signore degli anelli
È il giorno della mia ordinazione diaconale. Poco prima di uscire dal seminario di via Boccea per andare a Santa Maria Maggiore, suona il cellulare. Sul display compare un numero stranissimo. Rispondo e una voce familiare, amica, mi dice, senza preamboli né saluti: «Frodo Baggins, sei arrivato a Monte Fato». Era il mio amico Paolo Prosperi, che mi chiamava dalla Russia. Paolo e io avevamo condiviso in innumerevoli occasioni in seminario la nostra passione per Il signore degli anelli, il capolavoro di J.R.R. Tolkien. Non poteva scegliere frase più adeguata. Le avventure di Frodo e dei suoi amici mi avevano accompagnato per tutta la vita.
Ho letto per la prima volta Il signore degli anelli quando avevo undici anni e da allora non ho mai smesso di rileggerlo. La prima impressione, da bambino, è stata quella di una gran bella storia. Niente di più, ma anche niente di meno. A me piacciono le belle storie. Quando l’ho riletto, circa un anno dopo, ho cominciato a scoprire perché mi piaceva tanto. Frodo era un uomo qualunque, senza grandi qualità apparenti, e salvava il mondo, lottando per il bene. Accettava un destino che gli era posto dinnanzi, il compito di distruggere l’Anello. Volevo anch’io che il destino bussasse alla mia porta. Volevo anch’io vivere la vita come un compito, una missione. Per questo ho continuato a rileggere questo libro.
Diventando adulto, ho capito che le belle storie sono difficili da trovare. Sono quelle che diventano grandi classici: l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, la Divina commedia, solo per citarne alcune. Il signore degli anelli si pone al livello di quelle storie. Ogni volta che si rileggono si capisce qualcosa di più. Si scopre qualcosa di nuovo. E soprattutto si tira un sospiro perché non si può più pensare che non valga la pena vivere, che la vita sia priva di senso. Ecco il potere delle grandi storie: ridestare in noi lo stupore e la gratitudine perché la vita c’è e vale la pena viverla, perché ognuno di noi ha un destino buono. E poco importa che sia limitato, debole o perfino che cada nel tradimento, come Frodo sul Monte Fato.
Federico Ponzoni
CHI È QUELL’UOMO?
Aleksandr Men’ – Gesù maestro di Nazareth
Il 16 ottobre scorso sono stato nel luogo in cui fu assassinato il prete ortodosso Aleksandr Men’. Da Mosca, in automobile, ci vuole un’ora abbondante, viaggiando verso nord est. Padre Men’ abitava in un villaggio vicino al monastero di Sergieev Posad, culla dell’ortodossia russa. A ricordare l’atto di violenza c’è un paletto di legno, lavorato sobriamente. È conficcato nella terra, ora ricoperta delle larghe foglie di quercia che sono cadute con il primo gelo. Protetta da un tettuccio, sul palo è fissata una lampada. Sopra la lampada è appesa una tavoletta, anch’essa di legno, con una scritta in caratteri cirillici: «Qui ha ricevuto la corona del martirio padre Aleksandr Men’». A terra una pianta di ciclamini e un vaso di plastica con qualche crisantemo lillà. A pochi passi da lì è sorta una chiesetta bianca, con le campane, i tetti e le porte di color nero. Sembra un annuncio bordato a lutto, con una strana gioia dentro.
Una mattina di settembre del 1990 padre Men’ aveva lasciato come al solito la sua casa e stava dirigendosi alla vicina stazione del treno, un semplice passaggio a livello in mezzo alla campagna. Il sentiero che vi porta attraversa in quel punto un tratto di bosco. Qui Men’ ha trovato la morte. Diversi colpi d’ascia, sferrati da una mano ignota, hanno spento la vita di un grande uomo, un sacerdote colto, che fu per il popolo russo un ascoltato testimone di Cristo. Da quando ho letto il suo libro su Gesù, ormai diversi anni fa, ho consigliato a molti di leggerlo e continuo a farlo. Si dice che abbia portato alla fede migliaia di giovani provenienti dall’ateismo, e non ha mai smesso di esercitare il suo richiamo. Con grande delicatezza e sapienza pedagogica, padre Men’ guarda innanzitutto a Cristo come uomo. Narra la sua storia con semplice profondità, con precisione documentata. Quasi inavvertitamente le sue parole comunicano uno sguardo aperto, che non presuppone la fede, ma si lascia interrogare da ciò che vede. La perfezione dell’umanità di Cristo, uno spettacolo che si annuncia discretamente e ad un certo punto si impone con stupefacente evidenza, apre il lettore all’interrogativo sulla sua divinità. Non stupisce che don Giussani abbia avvertito una particolare familiarità con questo grande spirito ortodosso.
In Italia il libro di padre Men’ è stato pubblicato da Città Nuova e porta il titolo: Gesù, maestro di Nazareth. Ma in russo il suo autore lo aveva significativamente intitolato: Il figlio dell’uomo.
Paolo Sottopietra
«CATTIVO, SBRONZO MA IN GAMBA»
Joseph Roth – La leggenda del santo bevitore
Non ricordo se all’inizio mi attirò più il titolo paradossale (come fanno a stare assieme la santità con l’ubriachezza?), il fatto che era un libretto verde di appena 54 pagine, o l’autoritratto dell’autore posto a pagina 7 dove si rappresenta circondato da due calici, un bel sifone di seltz e la scritta: «Ecco quel che sono veramente; cattivo, sbronzo, ma in gamba». Joseph Roth mi è sembrato fin da subito un tipo simpatico e sopra le righe. Questo breve racconto, l’ultimo scritto dall’autore, è la storia di Andreas, un clochard che “abita” sotto i ponti della Senna a Parigi, amante del Pernod e ormai abituato alla sua triste condizione. Ma Andreas è anche ciò che gli capita nella prima pagina del libro: un giorno di primavera del 1934 il barcollante barbone si vede sbarrare la strada da un misterioso e distinto signore che gli cambierà la giornata e la vita. La leggenda del santo bevitore è lo svolgersi dell’incontro provvidenziale mediante il quale Andreas riscoprirà se stesso e la bontà del destino a cui è chiamato attraverso tutte le incapacità, le distrazioni, i tradimenti, suoi e degli altri, ma anche grazie ai miracoli che gli accadono davanti, gli amici che incontra e le virtù che scopre di avere.
Questo racconto descrive in forma poetica ed esemplare che cosa vuol dire rinascere, cosa significa iniziare, sempre. In questo sta la santità del “bevitore”: un’indomabilità, nata da un incontro “fortuito”, che anche un ubriacone, un uomo fragile come Andreas, può continuamente rinnovare. Più volte durante l’anno riprendo in mano il mio libretto verde ormai consumato e mi commuovo pensando che Dio si è fatto uomo, ci è venuto incontro proprio come il signore discreto che s’imbatte nel clochard. Poi stappo una bottiglia alla salute di Joseph Roth.
Stefano Lavelli
In missione con il leone Aslan
Come far uscire dalla noia, dallo stordimento delle vacanze estive un gruppo di ragazzi tra i 17 e i 25 anni? Semplice: affidate loro un compito, un compito grande, accompagnatelo con una bella storia, magari fantasy, e mandateli in missione. La storia che ci racconta don Marco Aleo, 39 anni, in Cile dal 2007, è tutta qui. È la storia di una “missione nella missione”. E di una scoperta di sé nel rapporto con gli altri.
Don Marco, che cosa sono le missioni giovanili?
Si tratta di un elemento tipico della tradizione cattolica cilena che abbiamo riscoperto e riformato. Si va fuori città, nelle campagne, a trovare le persone e ad animare le loro giornate. È un modo diverso di vivere le vacanze: vita comunitaria e missione. In Cile l’anno scolastico finisce a dicembre. La missione si è svolta in piena calura estiva, la prima settimana di febbraio.
Dove siete andati? E in quanti eravate?
Siamo andati a Picidegua, un paese a 150 km dalla nostra parrocchia. Base: una scuola affidataci in autogestione. È il terzo anno che ci andiamo. Quest’anno erano settanta giovani di età tra i 17 e i 25 anni, la fascia d’età dopo la cresima, insomma. A guidarli eravamo don Michele Lugli ed io.
Come si svolgeva la giornata tipo a Picidegua?
Sveglia. Colazione alle 8. Lodi insieme. Tre quarti d’ora di silenzio personale meditando sul testo Vivere è la memoria di me di don Carrón. Poi partenza per la missione: gruppetti di tre-quattro ragazzi in visita alle case del paese, per vivere un momento di condivisione totale con gli abitanti del posto. Rientro per il pranzo, quando non ti invitavano…
Come si presentavano?
Chiamavano alla porta – non c’è campanello -, si presentavano come i missionari della parrocchia di Puente Alto, e intavolavano una conversazione. In generale, il cileno è un tipo accogliente. E l’iniziativa era stata concordata con padre Omar, il parroco del paese, che ne aveva parlato alla gente. Molti ci conoscevano già. Altri non aprivano, o mostravano indifferenza. Noi invitavamo tutti all’incontro che si sarebbe tenuto la sera.
Incontro su cosa?
Il filo conduttore erano i libri di C.S. Lewis Le Cronache di Narnia. Prima della missione c’è stato un lavoro preparatorio che don Michele ha accompagnato: avevamo diviso i ragazzi in sette gruppi, e affidato a ciascun gruppo uno dei sette libri di Narnia. Dovevano studiarlo ed estrarne un episodio, una scena particolarmente significativa. In missione, nei pomeriggi, condividevano il contenuto con tutta la comunità dei missionari. La discussione apportava sempre nuove luci.
Quindi la missione era raccontare una scena del libro?
Li invitavamo a messa, e dopo la messa c’era la presentazione della scena e la conversazione. A volte chiudevamo con dei canti e si stava ancora un po’ insieme.
Qualche esempio di episodio scelto dai ragazzi?
Uno dei più efficaci è quello di Lucy che vede il leone Aslan e nessuno le crede: aiuta a capire la fede, l’amicizia, l’autorità, la fiducia… meglio di molte lezioni teoriche. Oppure il “battesimo” di Eustachio (ripreso malamente anche nell’ultimo film tratto dai libri di Lewis, Il viaggio del veliero). O ancora Aslan che rivela a Shasta tutte le volte in cui era stato lui stesso, non riconosciuto, a farsi presente nella storia del ragazzo. O l’episodio dei nani, pseudoamici impenetrabili e sordi al ruggito di Aslan, o ancora la commovente scena della creazione di Narnia attraverso il canto del Leone.
Quante persone accettavano l’invito?
Molti bambini. Una quarantina tra giovani e adulti. Ma il numero di persone che partecipavano non è il criterio fondamentale.
E qual è, allora?
La crescita dei nostri ragazzi. Questa missione è stata un’esperienza di ora et labora. La vita comunitaria ne è stato il cuore pulsante: si è vissuto un clima di sequela, di unità della vita. E nei ragazzi si è visto.
Che cosa è cambiato in loro?
Essere stati parte di un’esperienza di bellezza – che abbracciava il lavoro, lo studio e la fatica – all’altezza di ciò che cercano. Questo non se lo possono togliere di dosso, hanno visto che è possibile. Hanno un “precedente”!
Tra loro, una parola molto usata è aburrimiento, che vuol dire noia. Letteralmente: il terrore – horreo – del vuoto. Specie in estate, per esorcizzare il fastidio di questo vuoto stanno al computer per ore, si alzano per pranzo… In missione no: l’ordine, la serietà, la bellezza prendevano il posto della noia. Per dire: non avevano Internet, non avevano Facebook, ma se ne dimenticavano completamente.
Un’altra espressione molto usata è me cuesta (mi costa, mi secca), che riassume l’atteggiamento nei confronti di un compito da svolgere. In missione arrivavano a pulire i bagni senza lamentarsi.
Il testo che meditavano nel silenzio, Vivere è la memoria di me, che riprendevamo in un’assemblea nel pomeriggio, è stato provvidenziale, perché descriveva il lavoro che acquista la dignità della preghiera, che diventa memoria. Per questo parlavo di unità della vita.
Quindi sono tornati a casa più contenti.
Hanno visto qualcosa di più di ciò che vivono di solito: una differenza, che li ha fatti uscire dall’indifferenza. Questo ha avuto un impatto anche in famiglia. Capita che i ragazzi acquistino una profondità che interroga i loro genitori. Almeno quelli che si lasciano interrogare.
Un momento decisivo di quella settimana.
Ciò che ha dato il “tono” alla convivenza è stato un nucleo di ragazzi, all’interno del gruppo dei settanta, che è più vicino a noi e che aiutava tutti a guardare in un’unica direzione. Emblematico è stato ciò che una giovane ha detto a un’amica più grande: «Se tu non cresci, nemmeno io cresco»: è proprio l’immagine della corresponsabilità. Così i “figli” che abbiamo ci provocano e ci sussurrano: «Se tu non cresci, non cresco nemmeno io».
nella foto: Alcuni dei giovani «missionari» di Santiago con don Marco (a sin.) e don Michele Lugli.
Tutto è nato dalla caritativa
L’amore al popolo a cui siamo mandati è uno dei fondamenti della missione. Non è possibile però un amore alla gente, al Paese in cui svolgiamo la nostra opera, se non custodiamo in noi stessi la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Essere grati rende possibile partire per la missione e ci permette di portare quella sofferenza che è inevitabile corollario della partenza. Ricordo di aver vissuto profondamente, ormai otto anni fa, questo aspetto che caratterizza l’inizio di ogni missione: la coscienza della mia fragilità di fronte al distacco da ciò che avevo di più caro, dagli amici, dai superiori, dalla famiglia, dalla mia terra. La gratitudine mi ha permesso di attraversare quello “strappo” doloroso e di sperimentare la carità di Cristo per la mia vita. La gratitudine è una sorta di alimento che consente di superare le obiezioni alla missione, soprattutto nelle fasi iniziali.
Una di queste obiezioni può scaturire dalla diversità dei posti a cui siamo mandati rispetto alle nostre origini. Il Cile, dove attualmente vivo, è il paese economicamente e socialmente più stabile dell’America del Sud, ma conserva ancora alcuni contrasti che caratterizzano la società latinoamericana. C’è, ad esempio, una Santiago “bene”, più ordinata, e una parte della città, dove invece le case sono piccole, con tetti di lamiera, tutte attaccate, con piccole viuzze… L’incontro con quartieri meno belli di quelli in cui abbiamo vissuto può generare in noi avversione, difficoltà. Anche questa esperienza può però diventare occasione di una coscienza più profonda della vicinanza di Cristo a noi. Ricordo, in proposito, un episodio accaduto a un mio confratello. Chiamato a visitare un ammalato arrivò in una casa di una favela. La casa era un luogo molto povero, quasi invivibile. Al momento della benedizione il cappuccio dell’aspersorio si staccò, finendo sotto l’unico mobile dell’unica stanzetta. Dovette perciò chinarsi per raccoglierlo. Il suo pensiero è stato: «Ecco, il Signore ha voluto che mi inginocchiassi su questo pavimento, per fare memoria di come egli si è inginocchiato sulla mia vita, di come egli mi ha abbracciato e abbraccia così misteriosamente la vita di quest’uomo».
* * *
Dietro la passione per le persone, dietro i fatti della missione c’è sempre, nella mia esperienza, l’unità vissuta con i superiori e con i fratelli della mia casa. Negli otto anni di missione che ho vissuto in Argentina e in Cile, ho costatato che la comunione porta frutti intorno a noi. La casa è la prima compagnia, un luogo di misericordia. Spesso le persone ci fermano in parrocchia dicendoci quanto siano colpite dall’accento di unità, di sintonia che vedono tra noi. E questo si trasmette anche nelle omelie, nell’amministrare i sacramenti, nei momenti, insomma, in cui siamo di fronte alle persone. Dall’unità vissuta nella casa si irraggia una forza generatrice che compie passi decisivi nella nostra opera missionaria.
L’unità con gli altri mi ha aiutato a rischiare con i giovani. Non nasce nulla, se non si rischia. In molti casi, si tratta di smuovere una terra indurita, non fertile. Occorre prendere gli attrezzi e cominciare a lavorare, anche senza prospettive allettanti… A Santiago, per esempio, il nostro incontro con i giovani è nato attraverso una caritativa, che ho proposto nonostante io stesso nutrissi dubbi sulla possibilità di quel gesto. Appena arrivato, la nostra immensa parrocchia (novantacinquemila abitanti, divisa in svariate cappelle) mi strattonava tra decine di incontri, riunioni, catechesi. Tutto sembrava suggerirmi di non proporre un gesto che rischiava di rimanere disatteso. Sono partito proponendo un momento che non si identificava con nessuno degli incontri già previsti. Era una proposta libera. Forse inizialmente ha coinvolto poche persone. Ora posso dire che è stata una decisione che sta portando molti frutti.
Andiamo in caritativa in un ospizio, vicino alla parrocchia. Un giorno, qualche tempo fa, vi ha preso parte, quasi casualmente, una ragazza. Si è presentata con i capelli che le coprivano gli occhi, poiché non aveva il coraggio di mostrarli. Apparteneva a una delle bande della periferia. Quel sabato mattina la sua presenza ha suscitato la perplessità di tutti, anche la mia. Invece è rimasta, è cresciuta e, dopo alcuni mesi, ha stupito tutti presentandosi a scuola di comunità con il volto scoperto, mostrando a tutti i suoi begli occhi neri. In una lettera, ci spiegava come l’incontro con Cristo avesse reso possibile il coraggio di mostrare se stessa.
Nella foto, un ritiro con i giovani in Cile.
Chiamati a guardare Cristo
Caro don Massimo,
la Scuola di Comunità in questi ultimi tempi mi sta aiutando molto a cercare e a riconoscere la presenza di Cristo in ogni circostanza. Le circostanze sono opache se non sono capace di riaffermare sempre che mi manca il Tu di Cristo.
Prima di Pasqua sono entrato nella chiesa principale della nostra parrocchia, un sabato pomeriggio, per andare alla catechesi dei ragazzi. Ho intravisto in fondo alla chiesa, seduta in un angolo, una giovane donna, che mi è parso subito che stesse soffrendo. L’ho solo guardata. Anche lei ha incrociato il mio sguardo. Dopo qualche minuto, è uscita dal tempio, nel quale si stava celebrando un battesimo e mi ha chiesto di parlare con lei. Ho lasciato momentaneamente ai catechisti la responsabilità dei giovani che mi stavano aspettando e mi sono seduto a parlare con lei. Mi ha detto di essere la mamma di tre bambine che in quello stesso momento stavano ricevendo il battesimo. Ma, per il fatto di essere drogata e alcolizzata, le bambine erano state affidate alla nonna. Ha saputo per caso del battesimo ed era lì, solo per vederle da lontano; ed esse, di tanto in tanto, si giravano e alzavano la manina per dire: “Mamma sono qui”. Poi si è messa a piangere e mi ha chiesto di confessarla. L’ho fatto. E pensavo tra me: “Chi sta veramente conoscendo Cristo in questo istante, o meglio, chi lo sta conoscendo più a fondo?”. Questa donna ferita, che se ne sta in fondo al tempio, come il pubblicano, o tutti coloro che in questo momento stanno superficialmente vivendo la cerimonia del battesimo?”. Dopo la confessione ella era molto commossa e mi interrogava: “Perchè Cristo mi ha perdonato e gli uomini non mi perdonano?”. Ed io non sapevo che cosa rispondere… Anch’io sono richiamato, come dicevo, in questo tempo a guardare Cristo, a cercarlo dentro le circostanze della vita, a riconoscerlo come Colui che in tutte le cose mi manca.
Tuo, Martino
nella foto: don Martino De Carli con alcuni giovani parrocchiani.







