«Mi ha aspettato per anni»
Estate 2003. Wu Yi Ru è una studentessa taiwanese in vacanza studio in Italia. Don Paolo Desandrè, uno dei suoi insegnanti all’Università di Taipei, la invita a casa sua, a Saint-Oyen, tra le montagne della Val d’Aosta. Lei ci va con una compagna di classe. Al loro arrivo sono accolte da don Paolo, che le invita a sedersi a tavola con la sua famiglia. Dopo cena, ha la “malaugurata” idea di invitarle a uscire di nuovo. Wu Yi Ru e la sua amica escono di malavoglia: è sera, fa fresco, e loro hanno abiti leggeri («Ma d’estate in Italia non faceva caldo?»). Ma Paolo insiste e cominciano a camminare su un sentiero, praticamente al buio.
Le due studentesse taiwanesi cominciano a mormorare, a chiedersi tra sé e sé chi mai glielo ha fatto fare di recarsi in quel posto sperduto invece di una bella città calda e rumorosa… Poi, a un tratto, Paolo dice: «Siamo arrivati». Le due ragazze alzano la testa e come d’incanto ecco che appare di fronte a loro lo spettacolo più straordinario a cui avessero mai assistito: tutte le stelle del cielo sembrano essersi date appuntamento lì, sospese nello spazio come in un attimo senza tempo. Wu Yi Ru non dice niente. Rimane senza respiro, le scende qualche lacrima dagli occhi. E per la prima volta in vita sua guardando quello spettacolo che pare inscenato solo per lei, capisce di essere una creatura. Intuisce che quella bellezza deve averla fatta Qualcuno. E che di quella bellezza fa parte anche lei.
Wu Yi Ru torna a Taiwan alla fine dell’estate. Non dimenticherà mai quella serata silenziosa e piena di luce. Ma a poco a poco l’intuizione avuta quel giorno, la percezione di “essere una creatura” si appanna, rimanendo solo un bel ricordo.
L’anno dopo si laurea, poi trova lavoro. Prima a Taiwan, poi in Cina continentale. Sempre e comunque fedele all’amicizia con quei suoi professori di italiano che sin dal primo anno l’avevano invitata ai loro incontri: parlavano dell’amicizia, della libertà e di una fede che lei, però, non capiva, o meglio, non le interessava granché. In fondo aveva già quella dei suoi genitori.
Ottobre 2011. Dopo una giornata di festa e canti, mi sento toccare la spalla da dietro. È Wu Yi Ru. Mi guarda e mi dice: «Voglio conoscere Gesù». E poi aggiunge: «Quanto mi ama Dio! Mi ha aspettato per anni, dal primo giorno che mi ha fatto conoscere voi. Mi ha fatto vedere tutte le cose belle che mi ha donato. E io non l’ho mai guardato, non ci ho mai pensato, non gli ho mai dato retta… Eppure lui mi ha aspettato fino ad oggi. Adesso, non voglio più farlo aspettare. Voglio conoscere Gesù, e se lui vorrà, riceverò il battesimo».
Wu Yi Ru ci aveva conosciuto nel 2001. Sono sufficienti 10 anni e 7 mesi per credere? 10 anni di attesa di Dio, di corteggiamento da parte Sua e 7 mesi di catechismo, 7 mesi di fidanzamento, sono sufficienti per avere la certezza della fede? Una notte di sette anni fa, di fronte a una bellezza sconfinata, ne aveva intuito l’origine e si era sentita per la prima volta voluta e amata. E a dieci anni di distanza dal primo incontro, ha dato un nome a quel Qualcuno di cui, allora, si era sentita creatura. Un’altra notte, quella di Pasqua di quest’anno, Wu Yi Ru è diventata per sempre Roberta.
Perché non abortire?
A Taiwan di famiglie cattoliche ce ne sono veramente poche. La maggior parte dei nostri amici sono sposati con persone non cristiane, e molto spesso anche i figli non sono cristiani.
La prima urgenza che essi avvertono è: «Come fare ad essere missionari con mio marito o con mia moglie?». Così io e Paolo abbiamo pensato di metterlo a tema dei nostri incontri. Porre loro la domanda su come essere missionari è, in fin dei conti, un modo per riaffermare a noi stessi la nostra missione.
Un nostro caro amico, padre di una meravigliosa bambina, qualche tempo fa mi ha confidato che sua moglie era di nuovo incinta, ma la gravidanza aveva seri problemi, con gravi rischi tanto per la bimba quanto per la madre. E lui, che si è da poco convertito, mi ha chiesto: «Shen fu (che vuol dire prete), perché non si può abortire? Io so che l’aborto è un peccato, ma perché la Chiesa non lo permette? Mia moglie non è cattolica, forse se lei abortisce non è peccato. Che cosa posso fare? Anche se faccio un peccato comunque voglio il suo bene, non voglio che soffra».
Ho provato a rispondere, nel mio cinese ancora un po’ incerto. L’unica cosa davvero sensata che penso di avergli detto è che avrei pregato fino al giorno in cui i medici avrebbero dato un giudizio definitivo. Nei giorni seguenti ho fatto telefonate, chiesto consigli, mosso supposizioni. Ma soprattutto ho pregato, ho offerto tempo e sacrificio per lui, celebrando ogni messa perché il Signore desse a quel giovane padre e a quella giovane madre la forza per affrontare la difficoltà che avevano davanti. Ho infine pregato per la salute delle loro due bambine.
Alle due di un pomeriggio di primavera, il nostro amico mi ha chiamato, la voce era bassa. «Shen fu – mi dice -, oggi mia moglie ha fatto l’esame. I medici dicono che il problema della bimba non è grave. Ho visto gli esami: è così, la bimba non è in pericolo. Shen fu, sono molto commosso. Shen fu, grazie di aver pregato per me».
Da questa storia, ho capito qual è il primo modo di accompagnare le famiglie: testimoniare loro una speranza che è più grande anche di quella che istintivamente avremmo noi, perché da loro, prima ancora che essere missionari, impariamo ad affidarci davvero. Ed è grazie a loro che impariamo a pregare.
I cristiani della farina II
La lunga strada di A-Mei
A-Mei ha fatto un giro più lungo per tornare a casa. «Sono stata via trent’anni». Riflette un poco alle sue parole. «Anch’io ad un certo punto mi sono trasferita a Taipei per cercare lavoro. Qui ho conosciuto e poi sposato un uomo non cattolico. Nessuno è venuto a cercarmi, come è successo a mia sorella. In cambio mia suocera mi faceva pressione tutti i giorni perché io credessi alla religione di mio marito e compissi i riti tradizionali. La sua religione si chiama I-Guandao». Esita un po’. Poi va avanti. «Io ho fatto di molto peggio, rispetto a mia madre. Ho ceduto, sono andata dietro a mia suocera». Mentre racconta, il volto le si vela di tristezza. «Questa donna aveva una figlia che non tornava mai a casa. Un giorno siamo andate insieme al tempio con un suo vestito e abbiamo fatto un rito per costringerla a tornare. Lei però non si è fatta vedere». Non c’è disprezzo nelle sue parole. «Mia suocera credeva veramente in queste cose. Per ottenere protezione per uno dei suoi figli, che era soldato, aveva fatto il voto di non mangiare carne fino alla morte. E lo mantenne». A-Mei prosegue la sua confessione. Io la ascolto senza fare domande. Ascolto anche quello che non dice. «Un altro esempio. Il suo terzo figlio sentiva nel sonno qualcuno che lo chiamava. In questi casi, si dice, non bisogna mai rispondere, perché è qualcuno che hai ucciso in una vita precedente che viene a vendicarsi. Ma suo figlio ha risposto e si è ammalato. Anche quella volta siamo andate al tempio a fare un rito per guarirlo. Poi lei ha fatto anche qualcosa per me, un’altra volta. Le avevo detto che in quel periodo avevo sempre voglia di andarmene dal lavoro. Ero sempre inquieta. Di sicuro, diceva lei, era successo che avevo incontrato un corteo funebre e il morto si era impadronito di me. Ha fatto delle pratiche per liberarmene».
In fondo all’animo, però, A-Mei non ha dimenticato la luce calda che ha rischiarato la sua infanzia. «Ho sempre voluto tornare alla Chiesa, ma non sapevo dove andare». Fu suo padre, ancora una volta, a ricondurvela, senza saperlo. Chuen-Jia interrompe e spiega per la sorella: «Ad un certo punto ci siamo accorte che i nostri genitori stavano invecchiando. Ma erano troppo lontani, al villaggio, perché noi figlie ce ne potessimo occupare. Così li abbiamo convinti a trasferirsi qui, al nord. Abbiamo trovato casa per loro in uno dei sobborghi di Taipei, qui vicino, a Lin Kou. Però si sentivano molto soli. Erano lontani dal luogo dove avevano sempre vissuto e soffrivano molto di nostalgia. Ne ho parlato a mio marito. È stato lui ad avere l’idea di chiedere ai cattolici di quella città se potevano far loro compagnia».
«Quando mio padre è morto», riprende A-Mei, «la casa dei miei genitori si è riempita di questi cristiani. Per me è stata una sorpresa. Qui normalmente nessun estraneo entra nella casa di un morto. Solo i parenti possono guardare il cadavere senza rischi. Tutti gli altri si tengono alla larga. Ma questi cristiani non avevano paura. Erano venuti in tanti, a pregare. Questo mi ha commosso. Piangevo, ma non era solo per il dolore. Piangevo per la loro presenza». Il ricordo di quel giorno riempie ancora di lacrime gli occhi di questa donna. «Ho detto subito a mia sorella che volevo ritornare alla Chiesa. Poi sono andata a cercare su Internet se c’era una chiesa a Xingzhuang, la città dove abitiamo. Ho trovato la parrocchia di San Paolo. Era il luglio del 2008. Proprio in quel mese entrava in parrocchia un nuovo prete, un italiano. Allora ho invitato anche mia sorella, che andava ancora a messa a Zohng He: Vieni qui, andiamo insieme in questa parrocchia, è più vicina e il prete è simpatico». Quella decisione fu come tirare un respiro profondo, di sollievo: «Mi sono detta che questa volta dovevo offrirmi con tutto il cuore alla Chiesa. E sono corsa a parlarne a mia sorella. Anche Chuen-Jia è stata d’accordo. Finché il corpo ci sosterrà, vogliamo fare il possibile per servire la Chiesa».
Ride. «Tutti pensano che sia stato Paolo Costa a portarmi in parrocchia. Ma non è andata così. Siamo arrivati lì negli stessi giorni e ci siamo conosciuti. L’incontro tra le persone è veramente un mistero».
I cristiani della farina I
Quella a destra, nella foto, è A-Mei. Nome cristiano: Anna. «Quando eravamo piccoli», mi dice, «abitavamo in un villaggio che si chiama Xizhou, vicino alla città di Changhua, al centro dell’isola di Taiwan. La nostra casa era molto povera. C’era un prete americano. E anche due suore taiwanesi che lo aiutavano. Quando tornavamo dalla parrocchia, portavamo sempre a casa qualcosa. Vestiti, scatolame e farina. Per questo venivamo chiamati la religione della farina».
Siamo attorno al 1963. Anche Chuen-Jia, a sinistra nella foto, si ricorda. È più giovane di A-Mei di tre anni, sono sorelle. Maria è il suo nome di battesimo. «In quell’anno ho cominciato ad andare all’asilo. Era un asilo della parrocchia. Non pagavamo, perché eravamo poveri. La parrocchia era in un altro villaggio, un po’ più grande del nostro, chiamato Ershui, due acque. Era a mezz’ora di distanza. Il prete americano però abitava in città, a Changhua. Ci voleva un’ora, in macchina, per arrivarci. Nella chiesa del nostro paese viveva un uomo anziano che lo aiutava. Andava a prendere il prete con la macchina per la messa, si preoccupava di farlo venire».
«Andare in parrocchia, a quel tempo, per noi era pieno di tentazioni», si riinserisce A-Mei. Tentazioni, chiedo. «Sì. Se andavamo a catechismo, ci davano due Quai. A casa nostra quei soldi bastavano per un pasto, tutta la famiglia. Poi ci davano i vestiti. Erano belli, grandi. Mia mamma con una gonna ne faceva due. Veniva tutto dall’America. Una volta, addirittura, un nostro amico si è fatto male a una gamba e lo hanno portato negli Stati Uniti in aereo per curarlo. In chiesa ci davano anche il latte in polvere e a volte i cornflakes». Ride, A-mei. «Un giorno il prete mi ha chiamato a dividere i vestiti nei pacchi che venivano sorteggiati per la gente. Ho fatto un pacco con tutte le cose che mi piacevano. Poi sono andata dal prete e gli ho detto: Questo sorteggialo per casa mia, per favore. Comunque non importava. I vestiti erano tutti belli».
«C’erano questi sacchetti della farina che erano di un buon cotone». Le due sorelle si guardano, ridono. Si coprono la faccia con le mani e ci spiano tra le dita. Poi decidono comunque di completare l’aneddoto. «La gente ci faceva le mutande da uomo. C’era scritto U.S.A., sul di dietro, e sul davanti veniva 2kg ½». Ridono ancora. «Mutande di puro cotone!».
«I cattolici erano molto pochi, all’inizio, nel villaggio», conclude Chuen-Jia. Ma sono diventati tanti perché c’era la farina». Poi prende il respiro e dice, senza polemica però: «Tutto è finito quando è finita la farina».
La conversione del soldato
Incontro queste due sorelle nella nostra casa di Taipei. Da due anni, due volte a settimana si presentano per rassettare la casa e per stirare. Lo fanno per pura carità. Passano come un turbine e lasciano tutto splendente. Al sabato si fermano e cucinano il pranzo assieme agli universitari che vengono in parrocchia per il doposcuola dei bambini. Sono operaie specializzate. A-Mei porta avanti con il marito una piccola ditta che lavora con la plastica. Chuen-Jia, la più giovane, assembla macchine per il riscaldamento industriale. «Assemblamento sterile», dice. «Lavoriamo con le mascherine e le tute asettiche. Ci vuole concentrazione. Se faccio un errore, devo vendere la casa».
Fuori, nelle stradine del quartiere, si sente il baccano della campagna elettorale. Sabato prossimo si vota per le amministrative che daranno vita ad una nuova città, Sinbei City, la «Nuova città del nord» che unificherà tutta l’immensa banlieue della capitale. A essere precisi, infatti, qui siamo a Taishan, una borgata molto popolosa della periferia di Taipei. La casa è accanto alla chiesa di San Francesco Saverio. C’è un cortile di cemento, con il cancello rosso che dà su un mercato chiassoso e variopinto. 365 giorni all’anno di mercato, con i venditori che gridano sempre, sotto il sole o con la pioggia. A dire il vero gli avvisi urlati della campagna elettorale non fanno molta differenza. Qui è parroco Emmanuele Silanos. È lui che traduce dal cinese all’italiano.
Chuen-Jia riprende il filo: «Quando tutto si è spostato nella cappella centrale, in città, la gente del villaggio, povera e senza mezzi per spostarsi, si è disaffezionata». Le fa eco A-Mei: «Prima, al villaggio, la gente seguiva la religione popolare. La farina del prete ha convinto molti a farsi battezzare. Poi il prete se n’è andato, lo hanno spostato. In chiesa non veniva più nessuno a celebrare la messa. Ad un certo punto in paese hanno anche costruito un tempio, che prima non c’era. E la gente è tornata ai suoi riti». Ma non è vero che proprio tutto è finito. A-Mei precisa: «Sono rimasti cattolici quelli come mio papà».
Il padre di A-Mei e Chuen-Jia era un militare dell’esercito del generale Chang Kai-shek, approdato nell’isola dalla Cina continentale nel 1949. Durante un’operazione militare era stato ferito e si era fermato al villaggio. «Era arrivato senza religione», racconta A-mei. «Non era attaccato, come la gente del posto, ai riti popolari. Era ateo. E dopo aver abbracciato il cristianesimo è rimasto fedele». Riflette. «Eppure non aveva ricevuto una grande istruzione religiosa. Anche perché in casa noi parlavamo il cinese standard della Cina Popolare. Al sud, invece, dove abitavamo, si parlava il taiwanese. Papà capiva a stento quello che il prete o le suore dicevano. Per lui era molto faticoso partecipare alla messa e alle attività della parrocchia».
«Il prete americano arrivò per la prima volta nel 1950», completa Chuen-Jia. «Noi lo abbiamo conosciuto nel 1964. Era già vecchio. Mio padre aveva sposato una donna del villaggio, una taiwanese, nel 1956. Anche lei, seguendo mio padre, si era fatta battezzare. Per la farina e tutto il resto. A quel tempo tutti andavano a messa. I funerali in paese erano una cosa normale». Cosa c’entrano i funerali? Mi spiegano che, per le credenze popolari taiwanesi, il contatto anche solo visivo con un cadavere porta male. L’anima del morto cerca di rimanere attaccata a questo mondo, che non ha ancora del tutto lasciato, impossessandosi di chi guarda. Basta anche solo incrociare con lo sguardo la foto del defunto che viene portato al cimitero. Per questo motivo le processioni funebri dei cristiani sono malviste.
«Il cristianesimo, si può dire, era a quei tempi la religione del nostro villaggio». Chuen-Jia richiama alla mente i ricordi sereni e luminosi di quand’era bambina. «La chiesa era diventata il cuore della vita del paese. La domenica c’era la dottrina per i bambini. Tutti gli adulti si radunavano allora attorno al catechismo dei figli e dei nipoti. Si ritrovavano anche per la messa, quando passava il prete. Quello che per loro normalmente sarebbe stato il tempio, se ce ne fosse stato uno, era diventata la cappella cattolica. In questo senso, la persona più importante per la nostra fede in quegli anni è stata quel vecchio che viveva in chiesa e andava a prendere il prete ogni tanto per la messa».
Un seme appoggiato sulla terra
«È vero», conferma A-Mei. «Il lavoro dei missionari era duro, specie con gli adulti. Non potevano lasciare in mano alla gente nessun testo scritto. Erano tutti analfabeti o quasi. Anche nostro padre non conosceva che pochi caratteri. Quando il prete arrivava, il vecchio che abitava in chiesa girava in bici per le strade e per i campi e gridava: Oggi c’è la messa! Oggi c’è la messa! Ma neppure lui era in grado di spiegare molte cose della fede».
Sembra impossibile che un seme posto così in superficie nella terra abbia comunque potuto attecchire. «Noi bambini andavamo all’asilo. Ed è qui che abbiamo imparato le cose fondamentali della fede. Da una suora. Anche il prete, che ci veniva a prendere in macchina a casa per portarci a messa, ci spiegava tante cose e ci confessava. La nostra educazione cattolica si è svolta tutta tra l’asilo e le scuole elementari. Più andavamo avanti, più capivamo. Più avremmo capito. Soprattutto sono stati importanti gli anni dell’asilo. Alla scuola elementare eravamo già in un istituto statale. E dalle medie in poi non abbiamo più avuto vicino degli adulti cattolici che si occupassero di noi e ci portassero a messa».
Neppure in casa. «Con il papà e la mamma non parlavamo molto di queste cose. Non ne sapevano molto neppure loro. La mamma diceva: Andiamo in chiesa. Ma non sapeva veramente perché. Eravamo noi che raccontavamo a loro quello che ci insegnavano in parrocchia o all’asilo». La fede del soldato convertito bastò comunque a tener legata alla Chiesa tutta la famiglia, compresa la moglie. «Dopo aver ricevuto il battesimo», spiega ancora A-Mei, «anche la mamma è sempre rimasta. Non andava al tempio per le preghiere, anche quando non c’era più il prete. Solo una volta è capitato che lo facesse. Le era venuta una piaga in faccia che non le passava. Non guariva mai. Una notte aveva sognato l’anima di un suo antenato, che la invitava al tempio. Per un fatto come questo la religione popolare prescrive dei riti precisi. E mia mamma ci andò». Pausa. «La piaga però le è rimasta», sorride.
Il ritorno di Chuen-Jia
«Dai 14 ai 24 anni io ho lasciato la Chiesa». È Chuen-Jia adesso che ricorda. «La cappella del villaggio era stata chiusa. Il vecchio che girava in bici era morto. Io non sapevo che avrei potuto seguire il catechismo in un’altra cappella, magari in città. A casa mia non lo sapevano e io non sono più andata. A 18 anni mi sono trasferita a Taipei, per lavorare, e a 24 mi sono sposata». Un ricordo le increspa d’improvviso la fronte. «Un giorno un missionario americano di Meryknoll è venuto a cercarmi». A ripensarci Chuen-Jia sorride ancora oggi di sorpresa e di gratitudine. «Era incaricato di contattare i cattolici che arrivavano in città dalla provincia per riportarli alla fede. Mi ha indirizzato a una chiesa di Zohng He, un sobborgo vicino al posto dove abito». Ride seria: «Mio marito è cattolico, non ha sollevato obiezioni. Sono stata fortunata. Il periodo in cui sono rimasta lontana non è stato così lungo».
Aspetta che le sue parole mi vengano tradotte. Poi riprende: «Ho ricominciato ad andare a messa a Zohng He. Ci andavo, ma non capivo molto. Alcuni parrocchiani mi dicevano: Venire a messa non serve a niente, devi fare anche altre attività! Solo adesso sto iniziando a afferrare qualcosa della fede. È successo che ho conosciuto la parrocchia di San Paolo, la vostra, a Xingzhuang. Lì sono stata coinvolta in un’amicizia e ho iniziato a vedere che cosa significa essere cristiani». Ripensa al passato più recente e precisa: «Prima andavo in chiesa, ma per me Gesù era uno straniero. Come i preti che avevo sempre conosciuto. Tutti stranieri. Ero abituata a sentire il parroco che diceva dal pulpito cose per me incomprensibili. I cinque pani e i tre pesci, per esempio. Io non capivo a cosa si riferiva. Diceva: il serpente di bronzo innalzato sul palo. E io non capivo. Parlava del santo patrono, e io non sapevo cosa fosse. Ora vado a messa tutte le domeniche. Da due anni. Paolo Costa ci parla. Usa parole chiare. Per me sono state molto importanti. Ci spiega sempre qualcosa, ci racconta le storie della Bibbia. Ora comincio a capire».
continua…
Drago felice
Mi chiamo A-Long e sono taiwanese. Il mio papà non l’ho mai conosciuto. Se ne è andato di casa quando ero piccolo. A Taiwan succede spesso che i papà se ne vadano via. Così la mamma si è sposata di nuovo e io ho vissuto con il mio patrigno e i miei fratellini. Lui mi picchiava. Picchiava anche loro, ma me di più. Smetteva solo quando cominciavo a sanguinare.
Mi chiamo A-Long. È un nome importante. Long vuole dire “drago”. Il drago a Taiwan vuole dire forza, vuole dire successo. Io i draghi li vedevo tutte le volte che andavo al tempio con la nonna. Lei mi teneva per la mano e mi portava a fare i riti per rispettare gli antenati e per propiziarsi il favore degli dei. Ce ne sono tanti di templi a Taiwan. Come ti giri ce n’è uno. Ma a me non sono mai piaciuti. E neanche i draghi. Con la bocca aperta, con le loro lingue di fuoco, con gli occhi così grandi, che sembrano di fuoco pure loro. Non ho mai capito la nostra religione. Si va al tempio a pregare, si offrono l’incenso e la frutta agli dei. E poi si torna a casa dove ti riempiono di botte. Ma che religione è? Mi ricordo che guardavo alla TV i film americani. La loro religione era diversa. I loro templi erano più sobri. Meno colori, meno rumore, niente draghi. Ma a casa i genitori abbracciavano i loro figli. Non li menavano. E si dicevano cose tipo: Ti voglio bene, voglio stare con te per sempre. Mai sentite in casa mia parole del genere. I papà che vogliono bene ai figli erano solo nei film. Io ne avevo avuti due di papà: uno se ne era andato, l’altro mi picchiava.
Mi chiamo A-Long. Il mio lavoro è fare l’operaio. Mi piace lavorare. Anche se a volte la pressione è tanta. Allora mi sfogo giocando a baseball. Ho un buon braccio. E sono alto, molto più alto degli altri miei colleghi. Forse è per questo che al lavoro i miei colleghi mi rispettano. Ma ce n’è uno che è particolare. Si chiama Hu. Scuro come tutti gli aborigeni. Non è facile essere aborigeno a Taiwan. Sei considerato di serie B. Inaffidabile. Ma lui no. Lavora duro e loro lo rispettano, lo invidiano, forse lo temono anche un po’. Lui è mio amico. Un giorno mi ha detto che è cattolico: «Vado in chiesa. Perché non vieni anche tu?». Non avevo mai conosciuto un cattolico. Pensavo fossero solo americani, pensavo esistessero solo nei film.
«Mi chiamo A-Long, faccio l’operaio». Mi sono presentato così al prete che Hu mi ha fatto conoscere. È italiano (non tutti gli stranieri sono americani…). Don Paolo Costa vive in una casa vicino alla chiesa che sorge in mezzo a un mercato tradizionale cinese. Con lui vive un altro sacerdote, anche lui italiano. Entrambi sui trent’anni, come me. E vicino a loro tanta gente, taiwanesi come me, aborigeni come Hu. Niente draghi. Niente offerte di incenso e frutta. Ma tanti bambini che abbracciano le loro mamme e i loro papà. Vedevo gente che si voleva bene. Non era un film. Era vero. Così sono tornato a casa e l’ho detto a Lin Luen, che è mia moglie: voglio che i miei bambini crescano in un posto così, voglio che i miei figli sappiano cosa vuole dire essere amati.
Mi chiamo A-Long. Quattro anni fa sono stato battezzato. Il mio nome di battesimo è Ilario. Don Paolo mi ha detto che vuole dire “felice, contento”. Ed è vero. Sono contento perché finalmente ho trovato la mia vera casa. Il primo dono che il Signore mi ha fatto è stata Yu-Xuan, mia figlia. Adesso ha quasi tre anni e le piace ballare e cantare. In chiesa canta a squarciagola. È troppo simpatica… Non ha ancora tre anni, ma canta il Padre Nostro. Perché anche lei, come me, ne ha due di papà. Ma lei sa che i suoi due le vogliono bene. Uno qui, uno “nei Cieli”.
Mi chiamavo A-Long. Che vuole dire drago. Ma adesso mi chiamo Ilario, che vuole dire felice.
(Testimonianza raccolta da Emmanuele Silanos).
Se tu non mi guardi…
Un giorno stavo parlando con un amico nel cortile della mia parrocchia, a Taiwan. C’erano anche tanti bambini che giocavano, come spesso capita (la nostra parrocchia è così: tanti bambini, anche se non sono cristiani, entrano nel nostro cortile perché vogliono giocare). Quel giorno c’era anche una piccola bambina, che ha 4 anni e che chiamo Mei-Mei, che mi vuole bene perché ci conosciamo da quando lei è nata e io ero appena arrivato a Taiwan: così il nostro livello di cinese è più o meno simile… A lei piace molto andare sullo scivolo e quel giorno ha cominciato a dirmi: “Shen Fu, kan!” che vuol dire “Prete, guarda!”. E io: “Va bene Mei-Mei, va bene”. E lei di nuovo: “Shen Fu, kan!” (“prete, guarda!”). E io: “Va bene, guardo”. E lei di nuovo: “Shen fu, kan!”…. allora io le ho detto: “Mei-Mei, io guardo, ma guardo cosa?”. E lei “Kan Wo” cioe’ “Guarda me”.
Dopo un attimo di silenzio ho cominciato a guardarla. Andava su e giù per lo scivolo e ogni volta aspettava il mio applauso “Brava Mei-mei, brava!”. Una, due, cinque volte…. Avanti e indietro, su e giù dallo scivolo: “Brava Mei-mei!” e via di nuovo.
A un certo punto, senza neanche accorgermi, distolgo lo sguardo da lei e riprendo a parlare con l’amico con cui stavo chiacchierando poco prima. Sennonché, dopo un po’, mi giro e vedo che la “Mei-Mei” è lì, che mi guarda. Silenziosa, con l’aria delusa. E’ sempre sullo scivolo, ma non fa più avanti e indietro. E’ seduta. E continua a guardarmi.
Era come se mi stesse dicendo: “Sì, ma se tu non mi guardi, che senso ha quello che sto facendo? Se tu non mi guardi cosa serve che io faccia avanti e indietro, su e giù dallo scivolo?”. Ecco, in quel momento ho capito che io sono come quella bambina. Che ciascuno di noi è come quella bambina. Che ciascuno di noi ha bisogno di essere guardato da qualcuno che ti ama, che ti vuole bene e che ti dice che quello che fai ha un senso. Altrimenti, che senso ha tutto il mio impegno nella vita, tutto il mio andare avanti e indietro, il mio lavoro, la mia fatica, se non c’è uno che mi guarda adesso, uno che mi ama e mi vuole bene?
Ecco, il Natale è la festa che ci ricorda che Dio da sempre ci guarda e ci vuole bene, al punto che decide di farsi come noi per poter stare con noi sempre e dirci che quello che facciamo ha un senso, perché c’è Lui che ci vuole bene e ci guarda. Noi siamo a Taiwan per dimostrare a questo popolo che c’è qualcuno che li guarda e li ama. E possiamo farlo perché siamo a nostra volta guardati e amati.
Ma Gesù è anche quel Dio che ha deciso di diventare piccolo come noi, piccolo come te e me, piccolo come un bambino piccolo. E ci chiede la stessa cosa che chiedeva quella bambina: “Guarda, guarda me”.
Da Taiwan a Rimini in trenta. «Ci piace stare con questi preti»
Nove anni di lavoro per la traduzione de “Il senso religioso” in cinese. E allo stand San Carlo compaiono occhi a mandorla e ideogrammi
I loro occhi a mandorla osservano felicemente spaesati i pannelli della mostra sul Samba: qualcuno scatta foto, gli ideogrammi segnano gli appunti sui block-notes. Sono una trentina i taiwanesi arrivati ieri in Fiera, in occasione della presentazione de Il senso religioso in mandarino, che sarà oggi alle 15 (A2): ad accompagnarli don Emmanuele Silanos e don Paolo Costa, sacerdoti della San Carlo da anni sull’isola. «La traduzione del libro è stata un lungo lavoro» racconta don Emanuele, spiegandoci come, nel 2000, un taiwanese iniziò il lavoro basandosi sull’edizione inglese. «All’inizio non capiva, finché non è arrivato al decimo capitolo, e ha capito tutto. Diceva: “È il libro della mia vita”». Il lavoro però si ferma, e tra bozze e revisioni, solo quest’anno è arrivato alla pubblicazione. «I problemi più grossi erano legati alla lingua, che manca di astrattezza: alcune parole come “evidenza” o “esperienza elementare” erano difficili da tradurre».
Un aiuto alla traduzione è arrivato poi da due professoresse dell’università Cattolica di Taipei: Chen-Hsin Wang e Ci-Han Lü, che hanno conosciuto in università i due sacerdoti (anche loro professori), e ne sono diventate amiche. Anche le due docenti sono in giro per la Fiera, e domani parteciperanno alla presentazione del libro. «Siamo venute per seguire questi sacerdoti – spiega Chen-Hsin – ho saputo che ogni anno vengono al Meeting 800mila persone: volevo sapere cosa li attrae. Non avevo mai visto nulla di simile; è un evento per tutti, giovani e anziani. Ho deciso di portarci anche mio figlio, che non è cattolico». Anche lei racconta del lavoro di traduzione: «Più entravo nel lavoro più mi sentivo coinvolta. Il libro fornisce quel pensiero che rende Comunione e Liberazione straordinaria, perché si parte dall’umano e da un’esperienza comune a tutti».
E infatti, il gruppo arrivato a Rimini è eterogeneo: alcuni parrocchiani dei due sacerdoti, ma anche una decina di studenti dell’università Cattolica di Taipei, di cui tanti non cattolici: buddisti, taoisti, protestanti, ecc… A spingerli, il desiderio di seguire quei sacerdoti. «Ero in Italia lo scorso anno con don Emmanuele, quando ci fu un tifone a Taiwan – racconta Nadia, taoista, – non me ne interessavo, credevo non c’entrasse con me. Lui invece voleva sapere se la mia famiglia stesse bene, e durante una messa ha fatto pregare per le vittime. Mi ha stupito che si preoccupasse tanto». Poi Nadia si ferma in Italia: 8 mesi a Venezia per studio. «Ero triste, era difficile; ma don Emmanuele mi chiamava spesso, e io trovavo coraggio». Torna a Taiwan, e non lo molla più: inizia a seguire la Scuola di Comunità. «Quando mi ha chiesto se volevo venire qui non c’ho pensato troppo, e ho accettato: mi piace stare con loro».
Chiude Silanos, spiegando cosa vuol dire stare in missione a Taipei: «È andare a vedere il mondo da una posizione più alta, e conoscere Cristo coi loro occhi. Loro però non sanno chi ha fatto questa Bellezza: quindi noi glielo dobbiamo portare».
pubblicato sul Quotidiano Meeting del 25 agosto 2010
Tre alberi a Taipei
L’estate scorsa sono tornato in Italia. Ho partecipato con la mia famiglia alle vacanze in montagna della comunità del movimento di Imola. C’erano anche molte maestre e molti bambini della scuola che frequentano i miei nipoti, la San Giovanni Bosco.
Ogni giorno le maestre trascorrevano diverse ore con i bambini a preparare uno spettacolo per la sera conclusiva: «La favola dei tre alberi». Si tratta di una storia che non conoscevo. I protagonisti sono tre alberi che hanno grandi desideri per il futuro. Ostacolati dalle circostanze della vita, alla fine realizzano i loro sogni in maniera imprevista e superiore alle aspettative: tutti i desideri si compiono in Gesù.
Un primo albero voleva diventare uno scrigno per contenere tesori; il suo sogno sembra infranto quando viene trasformato in una mangiatoia, ma sarà la mangiatoia che accoglie il bambino Gesù. Il secondo albero voleva diventare una nave per solcare l’oceano e trasportare re importanti. Diviene invece una barca di pescatori puzzolente di pesce. Un giorno, però, trasporta Gesù con i suoi discepoli. Il terzo albero desiderava essere l’albero più alto del mondo cosicché chiunque, guardandolo, pensasse a Dio. Viene invece tagliato per farne assi. Diventerà la croce di Gesù: l’albero della vita per cui abbiamo ricevuto la salvezza. Tutti gli uomini, guardando la croce, pensano a Dio.
Questa favola mi commuove ogni volta che la racconto. Tornato a Taipei, l’ho raccontata a tutti, comprese le maestre del catechismo domenicale della parrocchia, che accoglie un gran numero di bambini. Abbiamo realizzato la recita per Natale. Il risultato è stato bello e coinvolgente. Il cuore umano è ovunque lo stesso: ciò che comunichiamo colpisce anche i nostri amici taiwanesi. L’educazione, infatti, è portare l’altro a conoscere ciò che ha affascinato te. Solo chi è commosso muove.
Un caro saluto a tutti,
Paolo
Tre matrimoni e un battesimo
Caro don Massimo,
ogni due giovedì ho proposto agli anziani della parrocchia di trovarsi insieme. Dico per loro una messa e poi preghiamo un po’, ci spostiamo nel centro parrocchiale e lì chiacchieriamo, scherziamo e poi pranziamo insieme. Vengono una dozzina di persone più la Gao e sua sorella che preparano da mangiare e fanno da segreteria del gruppo.
Una di queste volte ho fatto raccontare al Signor Qing (80 anni) e a sua moglie la storia del loro matrimonio. L’ho fatto apposta perché sapevo da Paolo che i due non si erano mai regolarmente sposati in chiesa (la moglie ha ricevuto il battesimo solo un anno e mezzo fa, dopo essere guarita da una malattia durante la quale ha visto in sogno Gesù che l’ha invitata a farsi battezzare). Ho poi scoperto che tanti anziani cattolici sono nella stessa situazione del signor Qing, in quanto a quel tempo erano militari e per un’oscura legge di Chiang Kai Shek non potevano sposarsi in chiesa.
Quel giorno, al termine del racconto che i due hanno fatto, li ho ringraziati dicendo che mi avevano commosso e proponendo loro di fare una bella festa insieme agli altri anziani e di sposarsi finalmente in chiesa: loro, commossi, hanno finalmente accettato. A quel punto mi sono commosso davvero e ho pensato a Bertolina e ai due vecchi siberiani che facevano il loro viaggio di nozze tornando a casa a piedi dalla chiesa del villaggio…
Il giorno dopo siamo andati a casa della signora Yang per la preghiera in famiglia. Il marito (81 anni), mezzo sordo, non è cattolico. Chiacchieravamo con lei e la Gao mi sussurra che anche loro due non si sono mai sposati in chiesa, essendo anche il marito della Yang un ex militare. Allora propongo anche a loro di sposarsi. La Yang mostra la sua sorpresa, ma commossa dice di sì. A quel punto però, il vecchio Qing (sempre presente…) parte al contrattacco e si impunta nel voler convertire il marito della Yang, il quale però, non capisce quello che l’altro gli sta dicendo, un po’ perché il loro dialetto cinese non è lo stesso e soprattutto perché il Yang Bei Bei è sordo come una campana. Allora il Qing gli si mette vicino e urla. Niente da fare: l’altro non sente. Eppure il Qing non molla. Prende carta e penna e scrive, con mano lenta e tremolante, i suoi caratteri cinesi su un foglio volante, mentre noialtri presenti mangiamo, parliamo, scherziamo. Alla fine, il vecchio Yang legge l’invito a battezzarsi che il suo quasi coetaneo ed ex commilitone gli fa leggere: e, nell’incredulità’ generale, dice di sì, vuole il battesimo. Spiega che, quando era giovane, avrebbe voluto farlo, ma quando era sotto le armi non ha mai avuto il tempo e, in seguito, non ha mai più trovato nessuno che glielo proponesse, prima che lo facesse il vecchio Qing…
Nei giorni scorsi, infine, ho scoperto che anche la Maestra Luo (80 anni) e suo marito (un ex colonnello dell’esercito di Chiang) non sono ancora sposati…
Così il 29 di novembre festeggeremo il nostro patrono San Francesco Saverio e in quel giorno ci saranno anche tre matrimoni e un battesimo: età media, 80 anni…
Un abbraccio grande,
Lele
PS: Lo dici tu a Francesco Bertolina, che, stavolta, ho fatto meglio di lui?
“Mi ami tu?”
In febbraio abbiamo preso parte all’incontro di Comunione e Liberazione dell’Asia, tenutosi a Manila, capitale delle Filippine. Tutti gli amici del movimento di Cl, provenienti da diversi paesi dell’Asia, sono rimasti sorpresi, insieme a noi, dalla testimonianza corale del fatto che, pur nella diversità delle situazioni in cui si vive, il movimento cresce e conosce nuove persone, partendo dal cambiamento dell’io della persona.
In Corea, a Manila, a Giakarta o a Taiwan, il cambiamento dell’io parte dalla risposta personale alla domanda che Cristo pone a ognuno di noi, attraverso le circostanze e gli accadimenti in cui egli ci immette: «Mi ami tu più di costoro?». La risposta a questa domanda è aderire alla forma con cui lui ci ha presi, seguire la strada condotti da qualcun altro, senza porre impedimento all’azione dello Spirito. Questa strada per noi, concretamente, è la forma del movimento. Siamo qui a Taiwan in missione, per parlare di Cristo e per comunicarlo con la sensibilità e l’accento che abbiamo conosciuto nel movimento di Cl, rispondendo all’invito di Giovanni Paolo II ad andare in missione, e ad andare in Asia, continente che non conosce ancora Cristo.
Parlare in cinese a un popolo che non conosce Cristo è una sfida grande e affascinante. Sappiamo di essere mandati qui per la Cina, ma non possiamo parlare alla Cina se non parliamo in cinese ai cinesi che incontriamo.
In questi anni di missione a Taipei, l’università e la parrocchia sono stati i luoghi dove abbiamo incontrato le persone e dove abbiamo proposto l’esperienza della fede in Cristo, attraverso la compagnia del movimento. Senza progetti troppo articolati, la nostra compagnia si sta dilatando. Negli ultimi tempi, inoltre, l’impegno missionario mio e dei miei confratelli si sta ampliando, con il servizio al movimento in Australia, per Emmanuele, nelle Filippine per Paolo Costa, nella Cina continentale, dove io sono andato, per ora solo una volta, ad incontrare gli amici. Senza nessuna pretesa ci siamo mossi e Cristo si sta manifestando nel tempo. Alcuni passi visibili di questo cammino sono stati la messa per don Giussani del febbraio scorso – primo gesto pubblico del movimento qui a Taiwan -, la vacanza con gli adulti, e poi il gesto che facciamo in università, il primo piccolo happening con i nostri studenti. Tutto ciò nasce dalla risposta alla domanda di Cristo «Mi ami tu più di costoro?» e rende innanzitutto noi stupiti per l’azione che il Signore compie nella nostra vita e nella vita degli altri.
nella foto: La Thuile, agosto 2009. Un gruppo di responsabili di Cl dell’Asia con don Julián Carrón (al centro).
Caro Ke Shen Fu…
Taipei (Taiwan), domenica 20 settembre: nel quartiere di Taishan, ha avuto luogo la cerimonia ufficiale in cui don Emmanuele Silanos, missionario della San Carlo, è diventato parroco di San Francesco Saverio, subentrando al suo confratello don Paolo Costa. Al momento del “discorso ufficiale”, Emmanuele ha letto una sua lettera a Paolo, che riportiamo integralmente:
Taishan, Domenica, 20 settembre 2009
Caro Ke Shen Fu (= Caro don Paolo Costa),
il primo giorno che sono arrivato a Taiwan, tu mi hai dato un nome nuovo, un nome cinese. Il nome che mi ha dato è il più bello che potevi scegliere. Il mio cognome è Xiè, che vuole dire “grazie”. Il mio nome è “Cheng En” che vuole dire “ricevere un dono, una grazia”. Il senso del nome per intero è “grazie per il dono che ho ricevuto”. Penso che non ci potesse essere un altro nome migliore di questo per esprimere il significato della mia vita, della mia storia.
Infatti credo che se una persona desidera di fare il prete missionario, non la fa perché pensa di essere una persona particolarmente brava o coraggiosa, o perché crede di essere speciale, di essere un santo. No. Uno decide di fare il prete perché vuole ringraziare per i doni grandi che ha ricevuto e vuole farne partecipi gli altri.
Oggi allora voglio ringraziare. Innanzitutto Dio, che mi ha dato la vita e la fede. Poi la mia famiglia, che mi ha educato amandomi ma anche rispettando la mia libertà. Mio padre, che mi ha fatto conoscere la bellezza della realtà. E mia madre e le mie sorelle, che mi hanno amato e “preferito” (ndt: non c’ è una traduzione della parola cinese che ho usato e che indica l’amore preferenziale e “tenero” della madre verso il figlio).
Poi don Giussani e il Movimento di Comunione e Liberazione, che mi hanno fatto conoscere il fascino irresistibile della fede. E la Fraternità San Carlo, attraverso cui ho capito che quella del prete è la vocazione più bella per me. E nella Fraternità ricordo in particolare te, don Paolo Costa, e Bo Shen Fu (don Paolo Cumin), che sin dall’inizio mi avete accolto, aiutato, sopportato.
E soprattutto il nostro superiore, Kang Shen Fu (don Massimo): se sono qui oggi è grazie a tutto quello che ho imparato da lui quando ero suo segretario e grazie al fatto che, conoscendo il mio desiderio di venire in missione qui, mi ha mandato a Taiwan.
In particolare voglio poi ringraziare il nostro arcivescovo Giovanni Battista Hong, che oggi mi da l’incarico di seguire questa parrocchia, nonostante sia arrivato da poco e il mio cinese non si ancora perfetto. E’ come un papà che non solo non ha paura di affidare responsabilità ai suoi figli, ma anzi li incoraggia e li sostiene.
Ma il dono più bello, oggi, sono le persone di questa parrocchia. Da quando sono arrivato mi hanno accolto, aiutato, accompagnato, a volte perdonato e ascoltato con pazienza il mio “broken chinese”. Attraverso di loro ho trovato qui a Taiwan tanti nuovi padri e madri.
Da oggi devo essere io il loro padre. Dovrò ascoltare le loro parole, consolarli, accompagnarli, aiutarli. Non so se ne sono capace ma voglio imparare a farlo come hanno fatto gli altri parroci prima di me: come Li Shen Fu, come Pei Shen Fu, e, soprattutto, come te, don Paolo. Di certo io non so parlare così bene, e soprattutto non so parlare così a lungo…, come te. Non so cantare così bene come te, e soprattutto non amo salire sul palcoscenico e farmi vedere come te… Così come non sarò mai così “robusto” come sei tu… eppure, in ogni caso, noi ci assomigliamo molto, tanto che un sacco di gente, qui a Taiwan, si confonde quando ci vede e non sa distinguerci. Quando, all’inizio, la gente non riusciva a distinguere quale fossi io e quale fossi tu, mi arrabbiavo molto. Spesso, infatti, i nostri studenti, i nostri amici, i nostri parrocchiani e persino la gente che incontriamo per la strada ci dice: “Hmm, ma quanto siete uguali, quanto vi assomigliate. Siete gemelli? Siete fratelli?”… E io ho sempre fatto fatica a trattenere la mia rabbia… Mi arrabbiavo perché avevo sempre pensato che tu fossi molto diverso da me, e che io fossi molto più bello di te!
Ma adesso, caro Costa, desidero imparare da te, imparare la tua passione, la tua saggezza, il tuo coraggio, per poter guidare, accompagnare, amare queste persone come lo hai fatto tu finora.
Ecco perché spero che, in futuro, sempre più gente mi dirà: “Tu assomigli molto a Costa, sei proprio uguale a lui”.
Grazie Paolo del tuo esempio, grazie della tua amicizia. Oggi io prego per te, tu prega per me.
L’Ultimo Ponte
Il nuovo documentario della Fraternità San Carlo è ora disponibile in vendita online presso Itacalibri. E’ anche possibile scaricare una versione in bassa risoluzione, con sottotitoli in italiano, da questo sito. Oltre a essere in alta qualità, il dvd contiene anche otto lingue in sottotitoli.
Il dvd è la storia di tre missionari a Taiwan – Paolo Cumin, Paolo Costa ed Emmanuele Silanos – che vogliono essere compagnia alle persone che incontrano nella loro missione a Taipei. Aiutano a costruire ponti fra le persone, e fra Dio e gli uomini.








