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Liturgia 2 / Il cielo sull’altare

Ogni giorno un altro invito. Giorno dopo giorno, una sorta di invito a nozze di cui non mi rendo sempre conto. Eppure è lì, più profondo di qualsiasi parola e con un abbraccio tenero e deciso.
Il momento della consacrazione, introdotto dal Sanctus e preceduto dal prefazio, continua a sorprendermi con un’intensità crescente. Dio mi invita a qualcosa di cui sono anch’io artefice. Mi fa dire quelle parole, mi fa sperimentare un’unità con se stesso (il sacerdote dice le parole della consacrazione “in persona Christi” e cioè in unità con lui): sono io e allo stesso tempo Gesù. È un mistero, e quindi sono chiamato a scoprirne la profondità giorno per giorno.
La consacrazione è il momento sacerdotale per eccellenza, in cui Gesù si serve di me per alimentare il suo corpo mistico, i cristiani. In quel momento la mia vocazione giunge alla sua massima intensità e la chiamata abbraccia la risposta. Gesù è presente nuovamente in una forma sacramentale, sensibile. A me, come ad ogni cristiano, è chiesto di essere uno con Lui, di partecipare all’unità che Gesù è. Tutto si fa chiaro, e semplice. In questo momento il Cielo, il luogo dove Dio è presente, è sull’altare. Tra pochi minuti, questo Cielo sarà anche comunicabile. Ma intanto, in questi pochi secondi, il tempo e la parola si fanno relazione, unità, si fanno invito a nozze. Così, mentre dico le parole della consacrazione mi trovo a conoscere quella parte di me che prima non ero, che sono diventato quando sono stato ordinato. Conosco, almeno in parte, ciò che sono, come mi hanno fatto mia mamma e mio papà; continuo a scoprire ciò che sono diventato nel battesimo; ed entro in questo terzo gradino a cui, per grazia, mi ha chiamato. Nell’unità con me Lui si fa presente nuovamente, ed è sempre tutto da scoprire.

5 dicembre 2012 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Il dono gratuito dell’essere

washington - Foto di Rob ShenkIntervista a don Antonio López, che vive a Washington e insegna all’Istituto Giovanni Paolo II: dalla concezione della persona al matrimonio e alla famiglia, fino alla scienza.

Antonio, la tua missione è incentrata sull’insegnamento. Che cosa comporta questo compito, qual è la sua utilità per la Chiesa?
Ho cominciato a insegnare nel 2002, dopo aver conseguito il dottorato al Boston College. Oggi sono decano dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, di Washington, dove insegno teologia dogmatica. La scelta dell’insegnamento nasce dal desiderio della Fraternità di servire la Chiesa anche attraverso lo studio e l’educazione. E di farlo proponendo a tutti un sapere teologico informato dall’intelligenza della fede che nasce dal nostro carisma.
Conoscevo poco la realtà in cui adesso lavoro; sapevo della sua importanza per Giovanni Paolo II, del lavoro del cardinale Scola e che don Massimo ne era stato vice-preside per un periodo. Poi ho scoperto, soprattutto lavorando con David Schindler, fino a un anno fa decano dell’istituto, la preziosità di questo lavoro per la vita della Chiesa. L’attività dell’istituto, da una parte, consiste nell’approfondimento del magistero di Giovanni Paolo II; dall’altra, si propone di offrire una concezione dell’amore come il significato ultimo di Dio, della persona umana e dell’essere in modo pertinente alla situazione culturale odierna. Si tratta di un lavoro di ricerca basato sulla concezione dell’essere come comunione e come amore, e che mira ad analizzare le implicazioni che tale concezione ha sull’uomo come persona e nei rapporti. Ci sono anche implicazioni nella biologia, e in generale nella relazione della teologia e la filosofia con la scienza e la tecnologia.

Perché ritieni importante questo lavoro nella società in cui viviamo?
Oggi la questione fondamentale dal punto di vista teoretico ed esistenziale è il concepire la persona umana all’interno di una comunione di amore che rispecchia il mistero trinitario.
Siamo in una società che ha frammentato la concezione dell’amore separando le sue dimensioni di unità, differenza, e fecondità. Come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, da questa frammentazione deriva la possibilità, nell’ambito del matrimonio e della famiglia, di separare l’amore dalla sessualità e dalla fecondità. Occorre riproporre la verità della persona e della sua missione nella storia alla luce del mistero pasquale di Cristo, che è un mistero di amore nuziale, oltre ad essere allo stesso tempo il mistero dell’amore misericordioso e redentore del Padre. Alla luce di questo mistero nuziale si scopre anche il valore dell’azione umana. Inoltre, questo modo di concepire l’essere in termini di amore allarga anche la ragione. Purtroppo, oggi la ragione è concepita tecnologicamente, come misura delle cose, che manipola la realtà secondo i propri parametri. Pensare oggi è una forma di volere, è quindi anche una forma di potere. Questa percezione “tecnologica” della ragione genera una concezione impoverita di lavoro e una certa idea di libertà, intesa come autonomia e autodeterminazione. In quest’ottica, e sotto la bandiera del progresso, l’uomo può fare quello che vuole con tutto ciò che si trova fra le mani, inclusa la propria vita. Si dimentica che l’autonomia umana è sempre già inserita all’interno di una gratuità per il dono del proprio essere. La questione, dunque, è poter dimostrare la positività e la gratuità dell’essere, inteso come dono. Senza questa percezione dell’essere, di sé, del mondo e di Dio come dono non si può capire chi si è né che cosa significa essere e amare.

Quali sono le caratteristiche dei tuoi studenti?
Innanzitutto molte persone vengono da noi perché colpite da Giovanni Paolo II e desiderose di approfondire ciò che egli ha trasmesso.
In Europa le facoltà teologiche sono per lo più riservate ai preti. I miei studenti, invece, sono soprattutto laici. L’istituto conta 110 iscritti, di cui 90 laici. Sono uomini e donne, soprattutto giovani, che hanno appena terminato l’università o sono nel mondo del lavoro da pochi anni. Provengono da contesti culturali diversi, da università diverse. Alcuni hanno studiato letteratura o filosofia, pochi di loro hanno già studiato teologia. Ci sono anche medici, avvocati, che nella loro professione hanno a che fare con questioni che vogliono approfondire.
È gente che vive e percepisce la fede con schietta freschezza. In Europa, invece, vedo un maggiore scetticismo, un nichilismo lieto perché ignaro delle sue conseguenze.
Dopo lo studio, oggi alcuni tornano al lavoro che facevano prima: ho avuto studenti che, finiti gli studi, sono tornati a fare i soldi! Alcuni insegnano nelle high school, altri, dopo il dottorato, insegnano in università. Altri lavorano nella Chiesa.

Nel rapporto con gli studenti, che cosa hai rilevato di affascinante nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa e le ragioni della fede?
Mi ha sempre colpito costatare che, quando si comunica la totalità della fede, chi ti ascolta respira, diventa più umano. Molti studenti vengono con delle idee precise, interessati ad un argomento particolare, magari specifico sul tema della famiglia. Da noi, però, trovano una visione globale: l’essere è amore. Entrano in questa visione con non poca fatica, ma, una volta entrati, si rendono conto che non si può approfondire la fede senza una conversione, cominciano a percepire lo spessore, la bellezza e l’umanità incomparabile della fede. Questa intelligenza e affezione rende più umani. Alcuni vengono con il desiderio di convertire la società americana, conseguono il titolo e, alla fine, comprendono che ciò di cui l’America ha bisogno è che vivano la loro fede.

Come è possibile vivere questa unità tra lavoro accademico e fede?
È necessario aiutarsi a che la teologia non diventi ideologia, il che purtroppo occorre molto facilmente. La riflessione e lo studio sono all’interno e al servizio della Chiesa. Aiutandoci a seguire la vita della Chiesa in tutta la sua interezza, la riflessione e il lavoro di ciascuno di noi serva ad approfondire il mistero di amore che si è rivelato in Cristo e a non attardarsi su quello che è già stato compreso.
Uno degli aspetti più significativi dell’istituto a Washington è la comunione e l’amicizia che c’è fra i professori. Il lavoro comune ha sempre ben presente il paragone con la drammatica situazione culturale odierna ed è molto intenso: incontri fra professori, seminari, conferenze, sequela precisa di ogni studente. Oltre alla condivisione dello studio e della vita per quanto possibile, il nostro istituto è anche animato da una vita liturgica. Ogni settimana c’è una celebrazione eucaristica a cui tutti partecipano. Cerchiamo di mostrare la totalità della nostra proposta, non solo dal punto di vista culturale.
nella foto: Veduta di Washington (Rob Shenk)

28 settembre 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Ordinazioni 2011. Mandati!

25 giugno 2011: Patricio Hacin e Christoph Matyssek sono ordinati sacerdoti. Ecco le storie della loro vocazione.

L’isola del tesoro

di Patricio Hacin Ule

Sono originario della Patagonia, la regione più meridionale del Cile. La mia vocazione è stata segnata da tre incontri. Quello con un prete missionario, nell’isola dove vivevo. Quello con un gruppo di insegnanti, nella scuola dove lavoravo; e quello con la Fraternità San Carlo.

Il comunista e l’arcipelago
Ai tempi della mia adolescenza – siamo a metà degli anni Ottanta – c’erano le dittature in America Latina, e in Cile c’era Pinochet. Era facile cadere in uno degli estremi della vita politica: o eri comunista, o eri fascista; o eri con Pinochet, o eri contro Pinochet. Così iniziai, a dodici anni, a fare il “comunista”, contro il dittatore. Non ero veramente comunista. I comunisti, però, mi erano più simpatici. Volevo essere libero e percepivo che la dittatura soffocava questo desiderio; amavo le parole «libertà», «democrazia», «felicità» e vedevo che c’era gente che lottava per esse.
Vivevo in una piccola isola, Chiloe, e da lì combattevo per la “rivoluzione”. Mio padre era morto e la lotta era anche un modo per riempire il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Mia madre, però, ne era preoccupata. Decise così, insieme al preside della mia scuola, di farmi frequentare il catechismo per la preparazione alla cresima. Lì incontrai un prete molto simpatico, di origine belga, don Andrea. Un missionario. Dicevano che era un prete “rosso”, ma, anche lui, non era davvero comunista. Era un grande uomo. Si recava in tutte le isole e le isolette dell’arcipelago al Sud del Cile, per incontrare le persone che gli erano affidate. Era capace di rischiare la vita per andare a visitare una famiglia. Iniziai ad accompagnarlo, e guardando lui, mi rendevo conto che quel desiderio di libertà e di felicità che io cercavo di soddisfare, trovava nella sua vita una risposta. Nacque in me una sorta di “vocazione”, anche se non desideravo essere prete (non capivo cosa significasse): volevo semplicemente essere come lui.

A scuola dai propri studenti
Crescendo, andai a studiare Educazione Fisica a Osorno. Durante l’università, tutta la mia storia precedente a poco a poco sfumò nella dimenticanza. Dopo la laurea mi ritrovai solo, distrutto, anche umanamente. Cominciai a cercare lavoro, e ricevetti la proposta di insegnare in una scuola, a Santiago. Era gestita da alcune persone di Comunione e liberazione. Fu uno choc, perché la vita cristiana che avevo conosciuto con don Andrea era molto concreta, vissuta ma poco ragionata: non avevo mai preso parte a un incontro simile alla scuola di comunità, ad esempio. Quel modo di vivere il cristianesimo mi spiazzò, ma nello stesso tempo rimasi colpito dalla vita che quelle persone conducevano: mangiavano insieme, stavano insieme, educavano i nostri studenti, e li educavano alla libertà.
Incuriosito dalla figura di don Giussani, studiai i suoi libri, cercando di comprendere il suo insegnamento. Mi innamorai della proposta del movimento da lui sorto e si risvegliò in me quel desiderio che avevo sentito da piccolo. Accompagnando quei ragazzi, avvertii di nuovo il fascino della vita sacerdotale.
Avevo ventiquattro anni, una ragazza, un lavoro: la vita stava andando verso una certa direzione. Tuttavia, decisi di pormi sul serio la domanda sulla mia vocazione. Lasciai tutto e, con il sostegno di alcuni amici, entrai nel seminario della Fraternità san Carlo a Città del Messico.
L’intuizione di aprire un seminario per i ragazzi latinoamericani (che oggi è a Santiago del Cile) ha costituito per me la possibilità di iniziare la vita nella Fraternità. Se fossi andato direttamente a studiare a Roma, non avrei superato il primo anno. La casa di formazione a Città del Messico mi ha invece permesso di entrare a poco a poco in una vita nuova. L’educazione ricevuta da don Julián de La Morena ha posto le fondamenta, le colonne che hanno sorretto gli anni successivi: l’amore per la propria cultura, per il proprio popolo, che ti introduce a tutta la realtà.

La libertà che cerchiamo
Nella Fraternità san Carlo ho trovato qualcosa che corrisponde a ciò che cercavo e continuo a cercare: una vita ancora piena di mistero, ma con una certezza grande, che dà la libertà che ho sempre cercato. La libertà che non passa attraverso un’ideologia, ma si realizza attraverso le circostanze dell’esistenza.
Oggi sono in missione a Città del Messico. Al mattino insegno, il pomeriggio sono in parrocchia. Seguo i giovani, ma in modo diverso rispetto a quando lavoravo a Santiago. Entrare nella dimensione del sacerdozio conduce infatti nella prospettiva della salvezza che le persone cercano, che è la stessa salvezza che cerco io. Sto imparando, a poco a poco, che vivere il sacerdozio significa abbracciare il destino ultimo delle persone.
Mi sono gettato in maniera irruenta nella missione, ma la vita con i fratelli mi insegna una misura nuova: non occorre solo «fare», seguire i ragazzi, occuparsi della pastorale; occorre stare in un posto concreto, in cui si inizia a vivere Cristo nella preghiera e nell’eucarestia.­­

Il cielo vicino

di Christoph Matyssek

Quando mi chiedono di parlare della mia vocazione, sono io il primo a stupirmi della mia storia. È la storia di un miracolo che ha preso cose normali, ordinarie, e le ha rese straordinarie. È la storia di un ragazzo nato e cresciuto nella mentalità di questo mondo, però con la grazia di poter desiderare e guardare oltre il suo orizzonte.
Il primo sentimento è di gratitudine per le molte persone che mi hanno accompagnato nel cammino e che sono stati segni della presenza paziente e discreta di Dio nella mia vita. Innanzitutto i miei genitori e i miei due fratelli maggiori. In casa ho sperimentato una fede viva che era il fondamento di tutta la vita. La mia famiglia mi ha mostrato un ideale di santità che ha orientato la mia ricerca.
Ho compiuto un percorso lungo e non senza deviazioni, scisso tra ciò che il mio cuore desiderava e ciò che mi proponevano il mondo e i miei coetanei. Avevo una personalità timida e questo mi ha fatto faticare molto. Ma non ho mai rinunciato a cercare la mia piena realizzazione: ho seguito i miei interessi studiando storia, scienze politiche e scienze islamiche. In quegli anni la compagnia di Matthias, uno dei miei fratelli, di Christoph, un amico d’infanzia, di Andrea, la mia fidanzata di allora, era un aiuto grande a guardare avanti e tenere il desiderio vivo. Uguale importanza per il mio cammino ha avuto la Madonna di Medjugorje, dove sono andato spesso e dove ho imparato a pregare. Sentivo il cielo vicino e perciò mi sapevo a casa.
Ma l’evento decisivo, che ha segnato la mia conversione e rivelato la mia vocazione, è stato l’incontro con don Roberto Zocco, un prete della Fraternità san Carlo, e con i suoi amici di Comunione e liberazione in Germania. Era, davanti a me, in carne e ossa, ciò che desideravo veramente per la mia vita. Il cielo vicino di Medjugorje era diventato una compagnia quotidiana nella scuola di comunità con Christoph Scholz a Berlino e nella vita degli universitari di Cl. Nessuna distanza, in Germania e fuori, era tanto g rande da rinunciare a incontrarli: la risposta alla mia domanda di una vita vissuta con verità e profondità, con bellezza e umanità, aveva acquistato un volto reale. Attraverso un “tu” potevo dire “io” e nello stesso tempo “sì” a Cristo.

­Dal primo istante a casa
In seminario mi sono sentito e saputo dal primo istante a casa, cioè nel posto giusto e al momento giusto, nonostante la mia età avanzata – avevo già 28 anni – e nonostante la prospettiva di un cammino lungo per arrivare al sacerdozio.
Ho imparato il profondo significato e il valore sacramentale della vita comune e della compagnia guidata. Non c’è un’esperienza che dia più certezza del vedere Cristo presente nel cammino e nella vita con i fratelli. Ho sperimentato una guida e una paternità da parte dei miei superiori, da don Massimo a don Gianluca e a don Matteo (durante lunghi giri di corsa nel nostro parco…). Il centro della vita non è mai stata la preoccupazione di dover riuscire in qualcosa, ma realizzare la mia vocazione. Ho imparato, grazie alla sequela paziente e persistente di don Andrea, il mio padre spirituale, a guardare alla mia vita con gratitudine e con orgoglio e perciò ad avere fiducia, anche nelle responsabilità grandi che Dio mi affiderà.
Della vita nella Casa di formazione mi ha colpito anche l’intensità e l’intelligenza. Era una vita molto regolare, un susseguirsi quotidiano dei tempi per la preghiera, per i sacramenti, per lo studio, per la caritativa. E tutto aveva un unico fuoco: la scoperta della presenza di Dio e l’entrare nel suo disegno e nel suo sguardo su tutta la realtà.

La vita in Terra Santa
Per me è una grazia particolare essere mandato in Terra Santa, la terra di Gesù, dove la gente, oggi come allora, ha tanto bisogno di Lui.
Quando sono partito per la missione, prima come seminarista in Giordania e ora in Terra Santa, sapevo che non stavo seguendo i miei progetti. Sono a Ramallah perché appartengo alla Fraternità san Carlo, che mi ha mandato a servire la Chiesa in questo paese. E questa coscienza è per me liberante e fortificante. La vita in parrocchia mi pone molte sfide nuove e a volte non so da dove cominciare. Sì, ci sono e faccio tutto come risposta personale e quotidiana a Cristo. Ma non sono da solo, con le mie sole forze, a rispondere. Posso avanzare passo dopo passo e incontrare tutta la realtà perché tutto ciò che faccio nasce e prende forma dalla comunione con don Vincent a casa e don Paolo a Roma.
Così l’obbedienza al modo con cui Cristo si è reso vicino all’inizio del mio cammino – e oggi nella mia vita missionaria – diventa la strada attraverso la quale Egli mi guida e mi trasforma.

26 giugno 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Dante a stelle e strisce

«Una città sulla collina», così John Winthorp, forse il primo personaggio storico americano, definì l’ideale che aveva portato nel Nuovo mondo i primi pellegrini dall’Inghilterra. Fin dal principio, il loro ideale fu quello di fondare una società definitivamente cristiana che illuminasse, anche da così lontano, l’Europa dilaniata dalle guerre di religione. Sono arrivato negli Stati Uniti da pochi mesi, per svolgere il mio anno di formazione all’estero nella casa di Washington; eppure, in un così breve tempo, ho visto che questo ideale è tuttora vivo nelle storie e nelle vite degli americani. Ancora oggi l’America, pur dentro una storia ricca di contraddizioni anche dilanianti, si sente portatrice di una missione. Te ne accorgi appena arrivi, e non puoi non tenerne conto.
A scuola soprattutto. Le famiglie che incontro, spesso numerosissime, credono davvero nella costruzione di opere di valore. Se c’è qualcosa in cui pongono la speranza, ci mettono dentro tutto: tempo, energie e soldi. Non c’è quel cinismo che spesso vela ogni nostra intrapresa in Italia, per cui alla fine, in fondo in fondo, vogliamo che tutto resti com’è.
Insegnando in America, inoltre, mi trovo di fronte ragazzi che non hanno mai avuto contatti con alcuna tradizione. Non solo non hanno mai letto niente, ma non hanno mai visto un resto romano, una chiesa medievale o un altare barocco. Questo, se da un lato è un problema – perché manca una visione unitaria e critica – dall’altro lato rende gli studenti aperti a tutto.
Occorre solo che ci sia qualcuno in grado di accompagnarli nella scoperta. In Italia, invece, la nostra tradizione e la nostra storia, senza qualcuno che ci introduca ad esse, diventano un immenso moloch che non ci fa camminare; che ci riempie di pregiudizi e ci rende cinici.
Sto leggendo Dante con un mio studente del corso di italiano. Che spettacolo vedere in lui sorgere la commozione dell’incontro con un maestro che ci aiuta ad aprire i nostri desideri a tutto l’universo, quello visibile e quello invisibile.
Insomma, in questi mesi mi sento bruciare del desiderio che il popolo americano possa incontrare una vera esperienza cattolica. La Fraternità nella mia vita è una compagnia di uomini, che porta dentro di sé uno sguardo – lo sguardo di Cristo – di totale apertura al mondo. Il contenuto della nostra vita in casa e della nostra missione, infatti, non è un rifugio su una collina, ma è una comunione vissuta.

19 gennaio 2011 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

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