Fraternità San Carlo

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Cento case, cento madri…

SDSC_8935ono le otto di sera e stiamo viaggiando da sei ore. L’Italia è un paese stupendo, ma lungo! Mancano ancora due ore a casa e ci va bene che questa sera non c’è traffico. Ho fame e c’è da fare benzina: al prossimo autogrill ci fermiamo. L’aria è frizzantina, pensare che fino a pranzo eravamo con la neve alle ginocchia. Ho ancora in mente gli amici che ci hanno salutato quando siamo partiti. è stato un week-end intenso, come quasi tutti quelli dell’anno: fra celebrazioni di messe, incontri, pranzi e cene abbiamo davvero incontrato tanta gente. Quante belle storie di fede genuina, drammatica in certe situazioni, abbiamo ascoltato. Sono queste storie che aiutano la mia fede a crescere.
Tanti ci ringraziano perché passiamo nelle loro chiese e nelle loro case raccontando la storia della nostra vocazione o quanto l’appartenenza alla Fraternità abbia cambiato la nostra vita, senza rendersi conto che siamo noi debitori per la loro testimonianza e per l’aiuto a organizzare gli incontri. Ogni tanto mi torna in mente il Vangelo: avrete cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri…
Da quasi quattro anni giro l’Italia: quante case mi hanno accolto, quante tavole mi hanno ospitato, quanti letti sono stati preparati per me! Tante volte spostando i componenti della famiglia da una stanza all’altra pur di lasciare il letto al prete di passaggio. E prima di addormentarmi è sempre stato curioso osservare i segni del padrone della stanza: le foto, i poster di cantanti e giocatori. Tante volte ho cercato di immaginare i desideri di coloro che in quelle stanze ci vivono, pregando che la loro vita possa compiersi.
E quanti posti belli mi sono stati donati: montagne ardite, paesaggi lunari, città incastonate sulle montagne, perle colorate dal mare blu. Spero che tutta quella bellezza possa rimanere nel mio animo. Oggi, ogni volta che qualcuno nomina un luogo, oltre alle caratteristiche del posto mi tornano in mente i volti e l’amicizia con tante persone che vi abitano. Ogni tanto i sacerdoti della mia casa mi sfidano a ricordare i nomi dei parroci di paesi o città che incontriamo quando percorriamo un’autostrada, sapendo che magari ho bussato alle porte delle canoniche della zona per le giornate missionarie. Tante volte riesco a rispondere alla sfida: devo ringraziare la buona memoria che Dio mi ha donato, ma anche l’accoglienza che ho spesso ricevuto da tutti quei sacerdoti.
Chissà se la memoria mi supporterà in Kenya, dove andrò ad abitare fra qualche mese. Già imparare i nomi della gente sarà un’impresa. Per quanto ho potuto vedere durante un breve soggiorno, sarà un’esperienza di grande valore, a partire dalla vita in casa. Per fortuna nei quattro anni di lavoro in Italia ho vissuto in via Boccea. Ho imparato moltissimo dai superiori, dal lavoro comune con loro e con i miei compagni di avventura, Ubaldo prima e Gabriele poi. A loro va la mia gratitudine.
Sì, in Africa la vita sarà diversa, a partire dal fatto che avrò una stabilità maggiore, senza essere sempre in viaggio. I paesi, i nomi, i volti conosciuti e amati in questi anni verranno con me, con la preghiera che il Signore li ricompensi per quanto ho ricevuto. Sono certo che gli amici faranno lo stesso per me, chiedendo a Dio che io possa vivere la mia vocazione senza riserve.
Bon, ecco l’autogrill. Facciamo presto, però, a casa ci aspettano.

8 settembre 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

«I miei padri, oggi, sono i miei amici»

meetIMG_9794Aldo Cazzullo, inviato di punta del Corriere, mette il dito sulla piaga. Don Massimo la cicatrizza. Esempi. Ci sono anche padri negativi? «Certo, ci sono i limiti di tutti i padri e ci sono figure profondamente negative. Ma chi le ha incontrate può essere aiutato, attraverso altri padri, a riscoprire il proprio padre biologico, a perdonare e ad accogliere». La Chiesa ha fatto tutto il possibile sulla vicenda dei preti pedofili? «Ha fatto molto, ma il punto è chiedersi perché sono accadute queste cose, e vedo pochi luoghi dove questo accade». Perché la Chiesa insiste sul celibato? «Ci sono molte ragioni di opportunità, ma la vera motivazione è che la verginità è un modo di amare le cose più profondamente». Perché gli italiani non vogliono più fare i preti? «Il calo delle vocazioni è un dato di fatto, ma ciò che è preoccupante è la mancanza di riflessione sulle ragioni».
La presentazione del libro “Padre” di don Massimo Camisasca, dedicato al sacerdozio, va al cuore dei travagli della Chiesa, perché è il libro stesso che affronta questa sfida. Robi Ronza, introducendo il dibattito, dice che il punto di domanda del sottotitolo (Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?) lo inquieta un po’. Lo stesso don Massimo racconta di assistere ad episodi di ostilità nei confronti dei sacerdoti.
Ma al tempo stesso dalla Sala Neri si sprigiona una grande serenità, come quella che nasce dalla lettura del libro. Il padre è quello che aiuta il figlio ad entrare nella realtà, e don Massimo scrive della paternità perché sente «l’assenza di padri», che genera persone sole e ripiegate in sé stesse. Il padre e quindi il sacerdote spalanca il figlio al senso della sua esistenza. Nello stesso tempo deve riconoscere che il figlio non gli appartiene, è questa è la scoperta (e il sacrificio) più grande. Come si diventa padri? «Scoprendosi figli»; don Massimo riconosce che, se ha avuto un padre biologico e un padre spirituale (don Giussani), i suoi padri, oggi, «sono i miei amici». L’amicizia, tema trascurato, è invece la chiave per ripartire. Come nella Fraternità San Carlo, fondata da don Massimo e basata, oltre che sulla missione, sulla vita comune.

1 settembre 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Canti e confessioni. E’ festa alla San Carlo

PM_20100824_3325Compie venticinque anni il prossimo mese ma sembra che la festa sia già cominciata. Siamo allo stand della Fraternità san Carlo, presente al Meeting in A1, e nata nel 1985 dal desiderio di alcuni sacerdoti e seminaristi di poter continuare, andando in missione, l’esperienza di Comunione e Liberazione. Hanno cominciato in sette, oggi sono in 160. Da Roma si sono ramificati nel mondo con ventuno case.
Passando accanto al loro stand è impossibile rimanere indifferenti. È un luogo vivo, popolato da molte persone di età e nazionalità diversissime. Per tutti i sette giorni di Meeting dalle 12 fino alle 19 si alternano, ogni ora, testimonianze di missionari che raccontano la propria esperienza, fiorita in qualche sperduto angolo del mondo:    dal    Cile    alla    Russia,    dall’Africa a Taiwan. C’è anche un documentario video che racconta la “giornata tipo” di un sacerdote della Fraternità e la missione che ogni giorno viene svolta in Palestina. Dopo alcuni anni in cui una mostra presentava la vita di un santo (san Giuseppe, san Pietro…), oggi con pannelli di foto e frammenti di lettere di alcuni missionari si testimonia la storia di un’esperienza che dura da venticinque anni.
Ecco cosa scrive don Gerry: «Domenica scorsa, dopo la messa delle dieci, stavo incontrando un gruppo di ragazzi del catechismo. Hanno suonato alla porta: era una bambina piccola. Quando ho aperto mi ha detto: “Ciao Gesù”. Io l’ho invitata ad entrare. Lei doveva solo dire una cosa a sua sorella. Prima di andarsene mi ha ripetuto ”Ciao Gesù! Ci vediamo domenica prossima”. Ho cercato di immagina-
re perché mi avesse salutato in quel modo. Il motivo, in realtà è molto semplice. Quando io dico ai bambini del catechismo: “Gesù ti ama, Gesù ti salva, Gesù ti perdona”, quei bambini vedono me. Io sono chiamato ad essere Cristo per gli altri.»
E poi ci sono seminaristi che continuamente, fuori dallo stand, invitano a conoscere l’esperienza della san Carlo offrendo la loro rivista (Fraternità&Missione) oppure semplicemente dialogano con qualche curioso. I sacerdoti talvolta confessano anche. Ogni sera inoltre, allo stand si canta e si suona insieme.
«Siamo qui per fare esperienza di Cristo. Lo vogliamo testimoniare e incontrare nel volto della gente che è venuta qui» così risponde Jonah Lynch, vicerettore del seminario della San Carlo, spiegando la ragione della loro presenza al Meeting. «Non mi importa intrattenere relazioni sociali – ribadisce Lynchma voglio unicamente incontrare Cristo attraverso l’altro». Il risultato è che arrivando al loro stand si viene accolti da persone contente, che trattano chiunque incontrano con simpatia e affetto.
Infine, il libro. Oggi alle 19 in sala Neri sarà presentato Padre. Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?, scritto da Monsignor Massimo Camisasca, che della Fraternità San Carlo è superiore generale. Con l’autore ci saranno Aldo Cazzullo, inviato del Corriere della Sera, e Robi Ronza, giornalista e grande amico del Meeting. Il libro è stato scritto in occasione della proclamazione da parte di Benedetto XVI dell’anno sacerdotale, che si è chiuso a giugno. Don Massimo affronta i problemi del sacerdozio in Occidente nel mondo contemporaneo, e traccia le linee di una riforma. Alla luce della quale sono trattati molti momenti propri della vita cristiana (preghiera, amicizia, verginità…).

pubblicato sul “Quotidiano Meeting” di oggi

foto di Paola Marinzi

26 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Da Taiwan a Rimini in trenta. «Ci piace stare con questi preti»

3_cinesiNove anni di lavoro per la traduzione de “Il senso religioso” in cinese. E allo stand San Carlo compaiono occhi a mandorla e ideogrammi

I loro occhi a mandorla osservano felicemente spaesati i pannelli della mostra sul Samba: qualcuno scatta foto, gli ideogrammi segnano gli appunti sui block-notes. Sono una trentina i taiwanesi arrivati ieri in Fiera, in occasione della presentazione de Il senso religioso in mandarino, che sarà oggi alle 15 (A2): ad accompagnarli don Emmanuele Silanos e don Paolo Costa, sacerdoti della San Carlo da anni sull’isola. «La traduzione del libro è stata un lungo lavoro» racconta don Emanuele, spiegandoci come, nel 2000, un taiwanese iniziò il lavoro basandosi sull’edizione inglese. «All’inizio non capiva, finché non è arrivato al decimo capitolo, e ha capito tutto. Diceva: “È il libro della mia vita”». Il lavoro però si ferma, e tra bozze e revisioni, solo quest’anno è arrivato alla pubblicazione. «I problemi più grossi erano legati alla lingua, che manca di astrattezza: alcune parole come “evidenza” o “esperienza elementare” erano difficili da tradurre».
Un aiuto alla traduzione è arrivato poi da due professoresse dell’università Cattolica di Taipei: Chen-Hsin Wang e Ci-Han Lü, che hanno conosciuto in università i due sacerdoti (anche loro professori), e ne sono diventate amiche. Anche le due docenti sono in giro per la Fiera, e domani parteciperanno alla presentazione del libro. «Siamo venute per seguire questi sacerdoti – spiega Chen-Hsin – ho saputo che ogni anno vengono al Meeting 800mila persone: volevo sapere cosa li attrae. Non avevo mai visto nulla di simile; è un evento per tutti, giovani e anziani. Ho deciso di portarci anche mio figlio, che non è cattolico». Anche lei racconta del lavoro di traduzione: «Più entravo nel lavoro più mi sentivo coinvolta. Il libro fornisce quel pensiero che rende Comunione e Liberazione straordinaria, perché si parte dall’umano e da un’esperienza comune a tutti».
E infatti, il gruppo arrivato a Rimini è eterogeneo: alcuni parrocchiani dei due sacerdoti, ma anche una decina di studenti dell’università Cattolica di Taipei, di cui tanti non cattolici: buddisti, taoisti, protestanti, ecc… A spingerli, il desiderio di seguire quei sacerdoti. «Ero in Italia lo scorso anno con don Emmanuele, quando ci fu un tifone a Taiwan – racconta Nadia, taoista, – non me ne interessavo, credevo non c’entrasse con me. Lui invece voleva sapere se la mia famiglia stesse bene, e durante una messa ha fatto pregare per le vittime. Mi ha stupito che si preoccupasse tanto». Poi Nadia si ferma in Italia: 8 mesi a Venezia per studio. «Ero triste, era difficile; ma don Emmanuele mi chiamava spesso, e io trovavo coraggio». Torna a Taiwan, e non lo molla più: inizia a seguire la Scuola di Comunità. «Quando mi ha chiesto se volevo venire qui non c’ho pensato troppo, e ho accettato: mi piace stare con loro».
Chiude Silanos, spiegando cosa vuol dire stare in missione a Taipei: «È andare a vedere il mondo da una posizione più alta, e conoscere Cristo coi loro occhi. Loro però non sanno chi ha fatto questa Bellezza: quindi noi glielo dobbiamo portare».

pubblicato sul Quotidiano Meeting del 25 agosto 2010

25 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Preti smarriti tornate al silenzio

PadreLR-copyPochi. Vanitosi. Carrieristi. «Attivisti», vale a dire persi nell’azione minuta, nei convegni, quando non in tv, e dimentichi della liturgia e della loro vera missione. È un ritratto pieno di severità, oltre che di amore, quello che Massimo Camisasca dipinge dei sacerdoti nel suo nuovo saggio, Padre (pagine 221, 16) che le edizioni San Paolo mandano ora in libreria. L’autore è il biografo di don Giussani, lo storico di Cl – di cui è «ambasciatore» in Vaticano – il fondatore della fraternità San Carlo Borromeo che riunisce in case comuni sacerdoti da Roma alla Siberia, dall’Uruguay all’Africa nera. Nell’anno che la Chiesa dedica al sacerdozio, Camisasca ha scritto un libro molto «ratzingeriano». «Il prete – spiega l’autore – oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno. È ucciso dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Che ritrovi il proprio legame con il passato per potersi slanciare nel futuro. Che scenda in profondità nel determinare la propria agenda. Invece la vita del prete oggi è spesso parcellizzata in un’infinità di piccole risposte, che lo esauriscono e gli danno l’impressione di una vita sciupata e non donata». Per il prete, scrive Camisasca, «l’ancora della vita non può essere l’attività, l’azione. L’agire, il fare, l’operare sono realmente una fonte di alimentazione soltanto se, al fondo del nostro essere, noi sappiamo nutrirci continuamente del rapporto con Dio. Altrimenti l’azione ci svuoterà, ci stancherà e, dopo averci inebriato, ci distruggerà». Da qui, sostiene Camisasca, lo smarrimento. La ricerca di fama. L’abbaglio della superficialità. E anche lo sbandamento. Il cui rimedio, secondo Camisasca, non va cercato nel mettere in dubbio il celibato dei preti. «Il libro dedica molto spazio alla questione affettiva, che ha un ruolo fondamentale nella vita dei sacerdoti. Ma sono profondamente convinto – dice l’autore – che l’abolizione del celibato non porterebbe nessun bene alla vita dei preti. All’opposto, introdurrebbe nella loro vita problemi che l’appesantirebbero. Il celibato non è l’esclusione né degli affetti né della sessualità, ma è un uso diverso di essi. Il celibato non nasce dal disprezzo della vita familiare: le due vocazioni sono nate per integrarsi e sostenersi a vicenda. Non nasce dal disprezzo della sessualità. Ha, in ultimo, una sola ragione: la scelta di Gesù di essere interamente per il Padre e per i suoi». Sostiene Camisasca che, «perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e seminaristi: i preti devono fare l’esperienza di essere figli, per poter diventare padri del loro popolo. Alla radice della solitudine del prete c’è spesso un’agenda del vescovo troppo occupata in dibattiti, riunioni, incontri, che tolgono possibilità al prete di essere in contatto con lui». Fondamentale anche il tema dell’amicizia: «La Chiesa ne ha ancora molta paura. Ma non si arginano le patologie se non si aiuta lo sviluppo di una vita sana. Le amicizie morbose e negative, che non sono perciò propriamente amicizie, non devono chiuderci al valore essenziale di quei legami di preferenza che aprono all’amore per gli altri e ci aiutano a capire chi sia Dio». La crisi c’è e Camisasca non la nega. «Alla morte di Montini, nel ‘78, i sacerdoti diocesani erano oltre 41 mila. Al termine del grande pontificato di Wojtyla, che per molti ha coinciso con una rinascita della Chiesa e per taluni con un aumento del suo potere, erano 33 mila. Un quarto in meno. Il 60% dei sacerdoti italiani è stato ordinato prima del ‘78. Un clero invecchiato. Chiediamoci cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato Giovanni Paolo II». I rimedi? «Occorre educare i giovani nei seminari a distaccarsi da una sessualità percepita solo come strada verso un godimento effimero; aiutarli a non temere la solitudine, il sacrificio, il dolore; aprire loro gli orizzonti mondiali cui li chiama una vocazione così concreta come il sacerdozio (in Africa e in Asia le vocazioni sono in grande aumento). E occorre che i preti tornino a studiare. Il silenzio, la riflessione non sono la negazione della vita attiva, ma la loro condizione. Fondamentale è il recupero della liturgia: se il sacerdote non ritrova il senso vero della liturgia nella sua vita non può ritrovare se stesso. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo. Non nego la positività del Vaticano II; dico che contemporaneamente è avvenuto un impoverimento da cui dobbiamo risollevarci».

dal Corriere della Sera – 18 febbraio 2010 – pag. 39

25 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti |  

Appuntamento al Meeting!

meetingLa Fraternità san Carlo vi dà appuntamento al Meeting di Rimini (22-28 agosto 2010), presso lo stand nel padiglione A5 della Fiera di Rimini.
In particolare, vi segnaliamo la presentazione del libro “Padre”, di Massimo Camisasca, in programma per giovedì 26 agosto, alle ore 19, presso la Sala Neri.

4 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Per tutta la vita

barcaOgni sabato pomeriggio alla Barca di Pietro si rinnova la sfida: prendere sul serio il proprio desiderio  di infinito.

La Barca di Pietro è nata a Roma circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni seminaristi della Fraternità, sul modello de I cavalieri di Milano, un’esperienza di Cl che coinvolge i ragazzi delle scuole medie. Ho avuto la fortuna di servire quest’esperienza per qualche anno, fino al 2009, uscendone arricchito oltre ogni aspettativa.
Ciò che proponiamo ai ragazzi è innanzitutto un’amicizia che li aiuti ad affrontare il mondo da uomini liberi, coscienti di desiderare l’infinito. Il loro desiderio, un luogo in cui possono scoprirlo e rischiarlo, una persona più grande a cui guardare, sono gli aspetti che più abbiamo a cuore quando siamo insieme a loro.
Il gioco, il canto e il dialogo segnano i passi della nostra proposta. Il gioco è per i ragazzi una porta di ingresso alla realtà. È importante che siano giochi intriganti e divertenti, che chiedano di impegnarsi personalmente. Attraverso il rispetto delle regole, i ragazzi imparano un po’ di obbedienza, scoprendo che una cosa ordinata è più bella di una istintiva… Giocando con gli altri, possono uscire dall’individualismo in cui normalmente sono immersi.
Il canto è senza dubbio lo strumento più grande per porli davanti alla bellezza e far sì che si accorgano del loro desiderio di infinito. Insegniamo a cantare seguendo chi dirige, senza improvvisazione. Il canto crea un clima che difficilmente si raggiungerebbe per altre strade: il cantar bene li rende anche più attenti nelle altre attività.
Il momento di dialogo ha la finalità di esplicitare ciò che i ragazzi stanno vivendo o di proporre ciò che desideriamo vivere. Esso vuole educarli a guardare la loro esperienza, ad accorgersi delle cose grandi che vivono. Mi ha sempre allarmato constatare che spesso i ragazzi non ricordano ciò che hanno vissuto durante la settimana. Non potranno mai essere liberi, se non impareranno a giudicare ciò che vivono. Questi momenti ruotano intorno a due cardini: la vita dei ragazzi, quello che li colpisce, e un contenuto proposto da noi, episodi tratti dalla vita di un santo, ad esempio. Cerchiamo sempre parole che possano illuminare le loro giornate e, di conseguenza, quello che loro vivono li aiuta a comprendere ciò che proponiamo. Non desideriamo che i ragazzi sappiano ripetere quello che diciamo loro, ma piuttosto che scoprano nella loro vita se le nostre parole sono vere o no. Essi non dimenticano ciò che scoprono personalmente.
Ad un certo momento dell’anno chiediamo loro un passo di responsabilità. Ciascuno deve rispondere ad una domanda: “che valore ha per te questa amicizia che hai incontrato?”. La Promessa è una sorta di gita di due o tre giorni, in un luogo bello. Durante la messa conclusiva, ogni ragazzo viene chiamato per nome; risponde “Eccomi”, poi promette pubblicamente a Gesù, con l’aiuto di un santo da lui scelto, fedeltà a questa compagnia. È un momento pregno di significato poiché i ragazzi sono chiamati ad assumersi una responsabilità personale. Ciò li aiuta a percepire in modo profondo di essere parte di qualcosa di grande. Scriveva una ragazza qualche anno fa: «La Promessa che farò non è uno sforzo né un impedimento, anzi è la risposta a ciò che desidera il cuore, è un sì ad un dono: non costa nulla, ma ti dà tanto».

Stando con i ragazzi diventa anche a noi sempre più chiaro ciò che desideriamo: aiutarli ad affrontare e giudicare l’esperienza che vivono, la realtà delle loro giornate. Non vogliamo convincerli di qualcosa senza una ragione da loro sperimentata. Vivendo con loro è possibile guardare e giudicare insieme ciò che accade. Per questo sono importanti i momenti di uscita e di convivenza. Ne racconto due.
Qualche anno fa, abbiamo aperto l’anno scolastico con una gita ad Ostia Antica. Con noi sono venuti anche i ragazzi della nostra parrocchia della Magliana (periferia di Roma) guidati da don Paolo Desandrè. C’erano circa centocinquanta ragazzi. Abbiamo iniziato con un momento di canto nell’anfiteatro romano di Ostia. Ad un tratto una guida, seguita da quattro turisti anzianotti, inizia ad urlarci contro infastidita dai nostri canti, seppur bellissimi. Ci spostiamo con tutti i ragazzi in un altro posto lì vicino per finire il momento dei canti. Riusciamo a calmare la folla in subbuglio e iniziamo a cantare. Dopo due minuti compare un altro gruppo di turisti. Si fermano, e, con lo stupore di tutti, iniziano ad applaudire e a farci i complimenti. Sfruttiamo questo episodio per dire ai ragazzi: «Vedete, nella vita si può scegliere: davanti ad una cosa bella e inaspettata uno può pensare solo al suo misero particolare oppure guardare, lasciandosi sfidare da ciò che di grande accade». I ragazzi sono rimasti segnati da questo fatto, tanto che tutti se lo ricordano, e con esso il giudizio dato.
Questa è divenuta una sfida chiara per noi: la strada più utile, ed anche quella vincente, è non aggiungere nulla a quello che Dio fa accadere nella loro vita. Noi non decidiamo attraverso quali strade diventeranno grandi, che cosa il Signore userà per conquistare il loro cuore. Possiamo però collaborare con l’opera di Dio, innanzitutto aiutandoli a maturare uno sguardo attento a ciò che succede nella loro vita!
Un anno siamo andati a Cortona per tre giorni, con i trenta ragazzi di terza media che allora partecipavano alla Barca di Pietro. Abbiamo soggiornato in una casa autogestita. I ragazzi si occupavano di tutto. C’era chi apparecchiava, chi sparecchiava, chi cucinava, chi puliva, chi preparava la colazione (che commozione nel vedere la mattina presto cinque ragazzi di tredici anni che preparavano, con cura meticolosa, la colazione per gli altri…). Alla fine dei tre giorni, uno di loro mi ha chiesto: «Fra, questi giorni sono stati bellissimi. Come faccio a portare la Barca di Pietro a casa, in classe, ovunque?». La domanda mi ha riempito di gioia: ciò che i ragazzi vivono con noi è significativo, è oggetto di stima da parte loro, non è una cosa tra le altre. Quel ragazzo aveva deciso che quella compagnia era una cosa di valore. È un segno di maturità.
La Barca di Pietro non vuole essere una parentesi nella settimana, ma piuttosto vuole indicare un punto ideale a cui tendere tutti i giorni. Solo se i ragazzi vedono che ciò che comunichiamo loro vale per tutta la vita possono sentire questo luogo come una roccia su cui stare diritti, che possono vivere oggi un’ esperienza che dia speranza anche per il domani.
Il nostro scopo è condurli a porsi quella domanda. Se, infatti, un ragazzo di tredici anni ha il desiderio che tutta la sua vita sia come l’ideale che ha intravisto, allora il suo cuore è ricettivo a ciò che Dio vorrà fargli incontrare. Mi sono molto interrogato su questo aspetto: il nostro compito è quello di portarli a Cristo, ma questo non significa pretendere da loro un riconoscimento cosciente del fatto di Cristo. Quel riconoscimento può capitare, ma è una grazia che concede Dio. A noi invece è chiesto di accompagnarli alla scoperta di ciò che desiderano, a scoprire di essere fatti per l’infinito: educarli a desiderare, anche incoscientemente, Cristo.
Questa è la sfida che portiamo a casa: il momento del sabato pomeriggio, le poche ore che trascorriamo con loro, devono porre davanti ai loro occhi una vita così bella da essere desiderata sempre e ovunque, un ideale che abbia la forza di essere desiderato tutti i giorni.

28 luglio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Una scatola arancione

denverSono cappellano di una scuola elementare e media che conta circa cinquecento ragazzi. Ogni venerdì cerco di pranzare con una delle diverse classi delle medie. È un’occasione per conoscerli e parlare un po’ con loro. Essendo ragazzini spesso sono distratti o chiacchierano tra di loro, ma in un modo o nell’altro riesco sempre a fare una battuta o a dire qualcosa che li colpisce e li richiama all’attenzione.
Un giorno era più difficile del solito. Avevo però notato che alcuni ragazzi erano incuriositi da una serie di scatole colorate di cartone, che un paio di giorni prima erano state messe nella nostra sala per decorarla. Non riuscendo a proseguire nella discussione, mi sono detto: «Partiamo da ciò che li colpisce e vediamo se il buon Dio ci porta a scoprire qualcosa». Così, ho preso in mano una scatola arancione e ho chiesto loro: «Chi sa dirmi cosa c’è dentro questa scatola?». Dopo qualche tentativo, finalmente un ragazzino ha detto: «Certo, sarebbe più facile se ci permettessi di aprirla», «E chi dice che non ve lo permetto?».
Subito in tre o quattro mi sono saltati addosso per poter essere i primi ad aprire la scatola e scoprire che, ovviamente, era vuota. Da questo piccolo fatto è scaturita una serie di considerazioni sul metodo che la realtà ci impone per conoscerla, sulle promesse che ci pone, su come le soddisfa o meno e sulle esigenze del cuore di ognuno di noi. Mentre parlavo con loro, dicevo a me stesso che loro erano la mia scatola arancione con cui dovevo fare i conti quotidianamente, lasciandomi guidare nel guidarli, e così essere disponibile ad essere sorpreso da ciò che accade davanti ai miei occhi.

nella foto, veduta di Denver

21 luglio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Tre alberi a Taipei

tre-alberi-3L’estate scorsa sono tornato in Italia. Ho partecipato con la mia famiglia alle vacanze in montagna della comunità del movimento di Imola. C’erano anche molte maestre e molti bambini della scuola che frequentano i miei nipoti, la San Giovanni Bosco.
Ogni giorno le maestre trascorrevano diverse ore con i bambini a preparare uno spettacolo per la sera conclusiva: «La favola dei tre alberi». Si tratta di una storia che non conoscevo. I protagonisti sono tre alberi che hanno grandi desideri per il futuro. Ostacolati dalle circostanze della vita, alla fine realizzano i loro sogni in maniera imprevista e superiore alle aspettative: tutti i desideri si compiono in Gesù.
Un primo albero voleva diventare uno scrigno per contenere tesori; il suo sogno sembra infranto quando viene trasformato in una mangiatoia, ma sarà la mangiatoia che accoglie il bambino Gesù. Il secondo albero voleva diventare una nave per solcare l’oceano e trasportare re importanti. Diviene invece una barca di pescatori puzzolente di pesce. Un giorno, però, trasporta Gesù con i suoi discepoli. Il terzo albero desiderava essere l’albero più alto del mondo cosicché chiunque, guardandolo, pensasse a Dio. Viene invece tagliato per farne assi. Diventerà la croce di Gesù: l’albero della vita per cui abbiamo ricevuto la salvezza. Tutti gli uomini, guardando la croce, pensano a Dio.
Questa favola mi commuove ogni volta che la racconto. Tornato a Taipei, l’ho raccontata a tutti, comprese le maestre del catechismo domenicale della parrocchia, che accoglie un gran numero di bambini. Abbiamo realizzato la recita per Natale. Il risultato è stato bello e coinvolgente. Il cuore umano è ovunque lo stesso: ciò che comunichiamo colpisce anche i nostri amici taiwanesi. L’educazione, infatti, è portare l’altro a conoscere ciò che ha affascinato te. Solo chi è commosso muove.
Un caro saluto a tutti,
Paolo

14 luglio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Bologna: il Gruppo SV

foto neveBologna, 18 aprile 2010
Caro don Massimo,
diverse volte mi capita di ascoltare i ragazzi delle medie che si lamentano della scuola e della fatica dello studio. Ne provo sempre dispiacere, anche perché la nostra è un’ottima scuola, con professori appassionati e capaci di introdurre i ragazzi al fascino della conoscenza. Per questa ragione, invece di fare discorsi sull’importanza dello studio, ho proposto ad alcuni ragazzi di trovarci a studiare insieme un pomeriggio alla settimana. Hanno accettato volentieri, forse spinti più dalla simpatia che provano per me che dalla voglia di mettersi davvero sui libri. Ma io ho posto le mie condizioni con molta chiarezza: chi vuole venire me lo deve chiedere almeno il giorno prima tramite sms; occorre arrivare alle 14.30 puntuali, chi arriva tardi resta fuori; si inizia insieme, con una preghiera, poi si studia senza pause fino alle 16.30; chi finisce i compiti in anticipo non può rimanere nelle sale comuni; chi disturba non può venire la settimana successiva. Così si capisce perché abbiamo deciso di chiamarci Gruppo SV, che sta per Studio Violento.
Quelli che hanno iniziato con me hanno continuato a venire, poi si sono aggiunte altre persone. Adesso siamo più o meno venticinque ogni mercoledì, senza aver stampato nemmeno un volantino. Mi aiutano alcuni studenti universitari che vengono a fare caritativa. E mi aiuta anche Silvia, prof di inglese giovane e brava, che garantisce la conduzione del gesto anche quando io non ci sono. Si studia seriamente, a piccoli gruppi –non più di tre per tavolo–, con l’aiuto dei grandi. Due ore filate, senza interruzioni. E non ce n’è uno che si lamenti. Anzi, se mi mandano l’sms tardi, temono che i posti siano esauriti e mi supplicano di accettarli lo stesso.
Io li sfido sempre ad essere amici, cioè a richiamarsi gli uni gli altri allo scopo per cui ci troviamo, a riprendere chi si distrae, ad aiutare chi è più lento, a rimettere al lavoro chi si stanca. E poi, tutte le volte che finiamo, domando loro se non è vero che a studiare così si fatica di meno, si impara di più e ci si ritrova più soddisfatti. Rispondono sempre di sì, e il mercoledì dopo vogliono tornare. Una volta mi hanno detto che dopo aver studiato bene è più bello anche giocare, e non mi sembra una scoperta da poco. Forse è un aiuto per imparare ad usare il tempo con gusto e responsabilità.
Ciao, don Andrea

7 luglio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Sacerdote porta a porta

maglianaIo e Paolo Desandré abbiamo trascorso gli ultimi due mesi bussando di porta in porta per la benedizione delle case della nostra parrocchia. Già negli ultimi giorni sentivo una specie di nostalgia perché il “giro” stava terminando. Non mi era successo negli anni precedenti. Ho vissuto questo compito con una coscienza diversa, frutto di un’educazione ricevuta nella vita comune in casa e rinvigorita da un episodio accaduto nell’abitazione di una coppia di giovani sposi.
Ho suonato il campanello tardi, verso le 9 di sera. Mi hanno aperto e subito mi hanno detto: «Padre, meno male che è arrivato, temevamo che non arrivasse più. Sono quattro anni che non riusciamo a far benedire la casa perché torniamo tardi dal lavoro. Quest’anno abbiamo preso un permesso orario per farci trovare da lei. La aspettavamo dalle 4 e mezza del pomeriggio… meno male che è arrivato».
Da quel momento in poi, ho suonato ogni campanello col desiderio autentico di incontrare le persone che avrei trovato in casa. Molti, conosciuti gli anni precedenti, rimanevano stupiti del fatto che ricordassi il loro nome o qualche particolare della loro vita di cui mi avevano parlato. Un giorno sono entrato nella casa di una giovane mamma, conosciuta in occasione del battesimo di suo figlio. Poco tempo prima le era stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico. Mi aveva confidato il suo terrore al pensiero che il figlio sarebbe dovuto crescere senza la sua madre naturale. Le dissi (con un po’ d’imbarazzo, non sapevo che cos’altro dire…) di cominciare a venire a messa, per stare alla presenza del Signore e chiedere a lui la grazia di affrontare la situazione. L’eucarestia è diventata per lei un appuntamento fisso della giornata, a parte quando è in ospedale per la chemioterapia. Ha cominciato a sentirsi a casa sua in chiesa.
Dopo la benedizione della casa ha voluto che mi fermassi a cena. A tavola mi ha raccontato come, da quella vicenda, avesse compreso di avere vissuto troppo tempo come se Dio non ci fosse. Sua madre, che è stata colpita dalla stessa malattia, ha cominciato ad ammirare la forza interiore che vede nella figlia. Anche altri amici sono rimasti stupefatti dal cambiamento della sua persona: prima sempre impaziente e scattosa, ora più sensibile e attenta verso gli altri. La sua preoccupazione è diventata cercare di infondere speranza alle altre giovani donne che incontra all’ospedale, angosciate dal fatto che potrebbero rimanere sterili a causa della chemioterapia. Mi ha chiesto di aiutarla in questo e nel risponderle mi sono reso conto della grazia che, attraverso di lei, stava investendo già chi le sta vicino, e me per primo.
Da queste recenti esperienze sto imparando a superare la superbia e la paura di perdere me stesso nei mille rapporti con la gente del mio popoloso quartiere. Sto scoprendo il mio sacerdozio come una delle strade attraverso cui la grazia battesimale riceve nuova linfa nelle persone che mi sono affidate. Quando la fede rinasce è avvenimento sempre nuovo che accade per ridestare anche me che ne divento partecipe.

30 giugno 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Ordinazioni 2010: “Tu batterai sulla roccia…”

Oulx_121Il sacerdote è un uomo scelto da Dio in mezzo agli altri uomini per essere il tramite, nel tempo e nello spazio, della sua misericordia. Ma le modalità con cui la chiamata di Dio prende corpo sono spesso misteriose. Obbediscono alla fantasia dello Spirito, intrecciandosi misteriosamente nella trama concreta di segni, fatta di volti, circostanze, gesti e parole, che costituisce l’ordito della nostra esistenza.
Così, una sera, può accadere che alcune parole pronunciate tra un boccone di pizza e un sorso di birra si incidano indelebilmente dentro di noi e da quell’istante comincino a lavorare, facendo sgorgare fonti nascoste. «A rifletterci ora, quell’episodio, agli inizi della quarta ginnasio, possiede chiaramente la dinamica, sorprendente e ineffabile, con cui il soprannaturale irrompe e s’intreccia con la nostra storia. Quella sera di settembre mio padre mi rispose: “Gesù ha detto: Quando due o tre s’incontreranno nel mio nome, io sarò in mezzo a loro. In GS ci si propone di verificare questa promessa di Gesù e vedere se la vita con Lui è davvero più bella”. Erano solo poche parole che avrebbero potuto scivolare via. E invece no. Si fermarono, proprio come si ferma un masso che rotola giù dal pendio, arriva a valle, batte sul fondo e sta. Cristo, inarrestabile, potente, vittorioso, si servì di quelle parole pronunciate da mio padre, in quel preciso istante in cui furono dette, per entrare nella mia vita e non mollarla più». A parlare è Lorenzo Di Pietro (Varese, 1976) che, insieme a Paolo Di Gennaro (Milano, 1978) e a Marco Basile (Messina, 1978), sarà ordinato sacerdote il 26 giugno da mons. Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
La sfida è proprio questa: «Tutto doveva procedere da Cristo e a Cristo ritornare, amore, studio, genitori e amici, per cui ogni minimo particolare doveva essere vissuto unicamente al fine di verificare quell’immane pretesa di Cristo». E così le vacanze all’Alpe di Siusi, i canti alpini, il pranzo al sacco, la chitarra, qualche sigaro, le passeggiate nel parco, tutto ma proprio tutto a poco a poco «mi resero per sempre esperto dell’amore di Cristo» fino ad assecondare, malgrado – e attraverso – i dubbi e le ribellioni, il fascino di quell’incontro e ad accettare la sua imprevedibile ma reale presenza, perché davvero «il nostro Dio – continua Lorenzo – è un Dio geloso che non mi ha mai abbandonato. Mi seguiva come fa un padre con il suo bambino mentre impara a camminare. Il bimbo cade molte volte e il padre, reprimendo il dolore e la tentazione di raccoglierlo subito, aspetta che si rialzi decidendo di intervenire solo quando s’accorge che da solo il bimbo non riesce a rimettersi dritto sulle gambe».
Perché per muoversi bisogna avere un punto di partenza, per camminare avanzando, un punto di riferimento, una terraferma, che permette all’individuo di andare e venire e di poter scegliere, insomma di avere libertà. Come scoprire allora qual è la volontà di Dio su di noi? E come aderire ad essa? Nel tempo, attraverso tante cadute, dimenticanze e stanchezze, a poco a poco nascono un punto di vista e un sentimento nuovo della vita, che conducono Lorenzo a chiedere di entrare nel seminario della Fraternità.
«Finalmente mi trovavo in un luogo in cui l’esperienza di Cristo precedeva e superava tutte le parole, tutti i discorsi. Don Massimo non mi aveva mai visto fino ad allora, ma era come se mi avesse atteso da molto tempo. La sua accoglienza disarmante spazzò via quell’istinto di sfida e di difesa che avevo per lungo tempo provato. Non dovevo essere all’altezza di nessuna aspettativa. Al contrario, sorprendentemente, era lui stesso a porsi al mio servizio, al servizio della mia vita e della mia felicità».
Il fascino della vita sacerdotale non si impara e non si racconta, ma si vede, si impone. Per questo, la testimonianza viva e concreta di quanti hanno già aderito al progetto di vita che Egli ha su ciascuno di noi è decisiva, in quanto capace di illuminare la nostra risposta, il nostro “sì”. «Sorprendentemente trovavo in me un’energia, una letizia, un coraggio – confessa Paolo Di Gennaro, allora studente di medicina – e una positività inimmaginabili vista la situazione. In quel periodo accompagnavo mia madre alle sedute di chemioterapia, ma mi rendevo conto che in fondo c’era qualcosa in più che ero chiamato a dare. Ciò che io potevo dare, quando si riesce, è la salute, ma questo non risolve tutti i problemi. E fu così che una sera, tornando a casa, ebbi questa intuizione: devi fare il prete per accompagnare la gente».
Questo è il sacerdote, colui che, vivendo una particolare sequela e intimità con Cristo, è chiamato a farsi compagno di viaggio di altri uomini e donne per aiutarli a crescere e a maturare fino alla loro statura totale. «Subito dopo la laurea, giunse il momento di fare qualcosa. L’unica cosa che sapevo – continua Paolo – era che nel Movimento era nata la mia vocazione e desideravo che il Movimento la educasse e la coltivasse. Per questo chiesi di entrare nella Fraternità san Carlo. Molte volte nei mesi a seguire sono stato assalito dal dubbio: sentivo la mancanza dei miei amici e della professione medica, per cui avevo studiato sei anni, e a volte pensavo che forse mi ero ingannato, ma entrando pian piano nella vita del seminario mi sono accorto che non stavo perdendo nulla. Al contrario, la mia vita era sempre più piena». È la scommessa del dono totale di sé, che non è innanzitutto mortificazione né solo rinuncia, ma strada verso il centuplo, la pienezza e la soddisfazione, lungo la quale si accende una passione per tutto.
«Avvicinandosi l’ordinazione – afferma Marco Basile – ho la certezza di non aver rinunciato a niente, ma di aver ottenuto tutto». Anche in questo caso, il metodo dell’incontro e del dialogo, incarnati dall’eccezionalità di un testimone, si riconfermano decisivi nel suscitare la domanda cruciale: veramente Dio ha a che fare con la mia umanità? «Era la seconda volta che partecipavo ad un incontro di Comunione e Liberazione, non avevo ancora 14 anni. Un giovane carmelitano veniva regolarmente a Siracusa a trovarci e tutti parlavano di lui con una stima che mai avevo visto in dei ragazzi verso un prete. Durante l’incontro, all’improvviso, si volge verso di me e mi chiede: in cosa consiste la grandezza dell’uomo?».
Ogni prete, come ogni uomo, è ricondotto alla questione radicale: cosa desidero per me? Da cosa mi aspetto il bene per la mia vita e la mia felicità? Quali sono le strade che possono favorirla?
«L’incontro con Cristo ha coinciso per me con questa scoperta: c’era Qualcuno interessato alla mia vita e al suo scopo, perché la grandezza dell’uomo è raggiungere lo scopo della vita. Ma qual è questo scopo? Gli anni del liceo, e poi quelli dell’università, sono stati tentativi di risposta a questa domanda. E le risposte si accumulavano: lo studio, gli amici, un buon lavoro, una donna».
Il sacerdote non è privo di affettività. Non gli è proibito amare e affezionarsi alle persone, altrimenti non potrebbe vivere la sua vocazione. «Per me quegli occhi sempre ridenti iniziavano a diventare indispensabili – racconta Marco – ma mi accorgevo che con il desiderio di rivederla, cresceva anche la sensazione di una mancanza. Che cosa significava amarla? Ciò che mi colpiva in lei andava oltre lei, era il suo rapporto con Cristo. Così ho scoperto di desiderare anche per la mia vita la stessa certezza, la stessa letizia che solo l’incontro con Cristo può dare. Avrei dato la vita per lei, mi veniva forse chiesto di darla per Cristo? Avrei fatto di tutto per abbracciarla, mi veniva forse chiesto di abbracciare Cristo, come il prete durante la Consacrazione?». «Questo innamoramento mi ha mostrato come merita di essere amato solo Lui. Per me lo spostamento dello sguardo da quella ragazza al Signore è stato la più grande e incomprensibile grazia fatta alla mia vita. Una grazia, perché non si smette di amare le persone, le si ama più intensamente e liberamente, senza afferrarle».
Dominato da una passione che lo rende partecipe di tutto, attento a tutto ciò che accade nel mondo, il sacerdote ha quanto gli serve per essere un uomo pienamente compiuto. Trova in Cristo lo sviluppo autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva. Trova la libertà.

16 giugno 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il volto del prete

C-Enrich-LessingDalla finestra della sala d’attesa della Congregazione per l’educazione cattolica si vedono i turisti in piazza san Pietro che camminano nella luce del tardo pomeriggio. Ombre lunghe si stendono sui sampietrini, le macchine scorrono tranquille per la strada, le nuvole s’indorano. Incontriamo mons. Jean-Louis Bruguès, Segretario della Congregazione, poco prima della fine dell’anno sacerdotale.

Che cosa ha voluto insegnarci il papa durante quest’ anno sacerdotale?
L’obiettivo principale dell’anno sacerdotale è stato di definire con maggior chiarezza i tratti del volto del sacerdote. Settimana dopo settimana il Santo Padre sta dipingendo un disegno nel quale sottolinea ogni volta un aspetto in particolare. Alla fine dell’anno sacerdotale ci troveremo di fronte ad un bel ritratto, un’immagine autentica del prete.
Ci ha detto che il prete non è un funzionario. È una tentazione presente in alcuni paesi, specialmente dove i sacerdoti ricevono uno stipendio. Il papa ha voluto anche ribadire che il sacerdozio non è un mezzo di promozione sociale. In alcune parti del mondo, ad esempio in Africa o in America Latina, ci sono alcuni ragazzi che scelgono la vita sacerdotale per ricevere una promozione sociale.
Infine ci ha ricordato che il prete non è innanzitutto un produttore di attività sociali, anche se l’attività sociale è necessaria.

In «Gesù di Nazareth» Benedetto XVI, dopo avere elencato tutte le cose che Gesù non ha portato, si chiede: che cosa ha portato, allora? E risponde: ha portato Dio. È una risposta che, come molti dei suoi discorsi, mira all’essenziale.
Ultimamente il papa sta insistendo sull’amore di Cristo come dono di se stesso. Il prete non parla di se stesso né dichiara le proprie idee, ma dona la parola di Dio, la parola della Chiesa. Il tema del dono e dell’efficacia della persona che lo porta sono stati più volte ripresi nelle catechesi del papa.
Non credo che l’esplosione del tema pedofilia sia stata voluta e provocata volontariamente in concomitanza dell’anno sacerdotale. Trovo che ci sia bisogno di una lettura spirituale di questa coincidenza. In questo ci ha aiutato il papa, quando ha detto che il servo non è più grande del maestro. Se non imparate l’umiltà di Cristo, se non imparate l’obbedienza del Figlio per il Padre, non potrete conservare il vostro sacerdozio. Che questi episodi drammatici siano emersi oggi mostra allo stesso tempo la magnificenza e le esigenze terribili del sacerdozio. Il profeta dice: «Tu mi hai scelto, e non volevo essere scelto».

Può dirci qualche parola in più sulla crisi, in parte reale, in parte esagerata dai media, che la Chiesa sta vivendo?
Come ha detto l’Apostolo, si deve passare attraverso il fuoco. Oggi la Chiesa sta passando attraverso il fuoco. E nel fuoco brucia tutto ciò che è superficiale. è una purificazione. Ne verrà fuori una Chiesa redenta e purificata, ma non una Chiesa pura. Non esisterà mai una Chiesa pura, questa è la tentazione dei catari…
Non sono una donna, quindi non ho esperienza diretta, ma vorrei utilizzare la metafora del parto: il dolore del parto che stiamo vivendo oggi è in vista di una vita nuova. Non sappiamo come sarà il bambino. Oggi soffriamo, perché si tratta di una nascita, ma un bambino è sempre bello: non possiamo non amarlo, e così amiamo e aspettiamo la Chiesa di domani.

Secondo lei, in questo momento occorre concentrare l’attenzione all’educazione di piccoli gruppi, tralasciando i grandi numeri?
È difficile dare una risposta. Si tratta di entrambe le cose. Se curi un piccolo gruppo per prepararlo alla missione universale, sono d’accordo. Se curi un piccolo gruppo affinché resti un piccolo gruppo, affinché sostenga se stesso, allora agisci a lato della missione della Chiesa. Oggi c’è la tentazione di vivere la nostalgia di una Chiesa d’elite, di accontentarci di piccoli gruppi di cristiani ferventi. Ma la missione della Chiesa è universale. La missione è verso tutti.

Perché oggi la Chiesa sente il bisogno di chiarire il volto del sacerdote e che cosa dice questo a coloro che tra di noi si stanno preparando per diventarlo?
Fino pochi anni fa, il cinema americano, italiano e francese presentava molte figure di preti, perché c’erano ancora scenografi di ispirazione cristiana. Oggi nella società secolarizzata la figura del prete è diventata incomprensibile o esotica, a volte esoterica (il prete è solo l’esorcista…). C’è una grande ignoranza da parte della società secolarizzata riguardo alla figura del prete. E i ragazzi di oggi provengono da questa società. Dunque è necessario aiutarli a chiarire quale sia il volto autentico del prete.
La mia generazione viveva all’interno di un ambiente culturale fortemente cristianizzato e quando siamo entrati nei seminari abbiamo potuto accedere rapidamente a corsi specializzati su temi precisi. Per esempio, io nello studio della teologia non ho scoperto niente di nuovo. Il catechismo che ho imparato a scuola mi aveva già dato tutti gli elementi essenziali della teologia. Certamente, li ho poi sviluppati e approfonditi, ma non ho imparato nulla di nuovo.
Poi la mia generazione ha conosciuto una crisi del sacerdozio gravissima, paragonabile a pochi altri esempi nella storia della Chiesa. Oggi, grazie a Dio, incontriamo generazioni nuove, che hanno superato la crisi. E che cosa si fa dopo la crisi? è necessario ricostruire. Dunque la generazione di oggi deve ricostruire. La mia è stata quella della messa in discussione, della critica; la vostra è quella della ricostruzione. Un anno sacerdotale è dunque una sorta di incoraggiamento, di aiuto, una boccata di ossigeno, necessaria per compiere questa missione.

Come portare avanti oggi questo lavoro in un seminario?
Per le nuove generazioni la cultura cristiana si è sradicata: si è sradicata nella società secolarizzata e anche presso gli stessi cristiani. Così, quando un ragazzo entra in seminario, non si deve metterlo subito in contatto con problematiche troppo specialistiche, perché non arriverà a comprenderle. È necessario invece offrire una formazione sintetica, organica, che gli permetta in seguito la specializzazione. è necessario fornire quel background culturale che oramai non viene più dato.
Ci sarà tempo per criticare, dopo, ma non possiamo iniziare il nostro cammino nella vita spirituale con uno spirito di critica o per dirla con san Benedetto “di mormorazione”.

Che cosa l’ha attratta della vita sacerdotale?
Ciò che mi ha attirato di più è stata la vita religiosa. Desideravo una vita religiosa: la vita comune, la vita liturgica, la condivisione fraterna, una regola da osservare, una vita monastica. Le figure che mi hanno più attirato sono sempre state figure religiose. Ho scoperto il posto del sacerdozio nella mia vocazione dopo essere entrato nei religiosi, tant’è vero che quando sono entrato nell’ordine ho detto: voglio essere religioso, ma non voglio essere prete. Poi evidentemente le cose sono cambiate, se non fossi diventato prete non sarei qui a raccontarlo…!
Ho visto anche bellissimi esempi di preti secolari. Per esempio, nella mia vita ho passato spesso le vacanze in un piccolo paese dove c’era un prete che è rimasto parroco per quarantadue anni. Aveva una personalità così forte che durante le omelie domenicali sgridava tutti, assolutamente tutti: giovani, vecchi, donne, uomini, tutti. Trovavo straordinaria quella libertà di parola! Ma mi dicevo: non è ciò che voglio io. Ciò che mi ha fatto vibrare, infatti, è stata soprattutto la vita comune e liturgica.

Chi le ha insegnato a vivere la vita sacerdotale?
Innanzitutto ci sono state delle persone tra i religiosi che ho conosciuto che mi hanno permesso di capire la mia vocazione personale. Testimoni involontari, incoscienti, della volontà di Dio sulla mia vita. Ho visto una vita per cui ho potuto dire: «è bella questa vita. Perché non vivere anch’io così?». Credo profondamente nella testimonianza delle persone viventi che spesso sono il mezzo che Dio usa per rendere manifesta la sua chiamata.
Ma più tardi ho scoperto una seconda cosa. Ho scoperto che esisteva una “stirpe” spirituale, e che altri prima di me avevano conosciuto e amato ciò che io amavo – dei maestri, dei santi. Quando ho cominciato il mio noviziato, mi sono scoperto come appartenente a una famiglia che conta molte generazioni. Avevo davanti a me per esempio Maestro Eckhart, Teresa D’Avila, Giovanni della Croce, Luigi di Granada. Mi sono detto: ecco la mia famiglia.

Le persone che ha citato sono per lo più mistici…
Dei mistici forse, ma soprattutto scrittori spirituali, maestri della pedagogia. Nella mia vita c’è sempre stata una passione per la pedagogia. Per questo ho provato una grande affinità con le persone che mostravano il mio stesso interesse per la pedagogia. Per esempio, quando Luigi di Granada descrive la ragione, è come se ti prendesse per la mano, per accompagnarti. Noi siamo sicuri quando abbiamo qualcuno che ci prende per la mano.

Qual è il suo augurio ai nostri tre diaconi che il 26 giugno diventeranno sacerdoti?
Più invecchio e più sono sensibile a ciò che fanno i giovani. Se avessi vent’anni di meno non direi la stessa cosa, ma oggi i giovani sono davvero i miei figli. Perciò oggi io guardo a loro, a ciò che fanno. Ciò che i nuovi sacerdoti vanno a fare è molto importante per loro, ma lo è anche per noi. Direi così a loro: abbiamo fiducia in voi, e vi promettiamo la nostra assistenza spirituale, in particolare con la preghiera, ma vi chiediamo una cosa: non deludeteci.

foto: copyright Erich Lessing – Tutti i diritti riservati

9 giugno 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Tendere all’ideale

tendereChi sono io? Dove si trova la vera consistenza della mia personalità? È a questo tipo di domande che don Luigi Giussani cerca una risposta per aiutare l’uomo di oggi a riscoprire il suo io perduto. Al centro della sua proposta sta una semplice ripetizione degli inviti biblici: “seguite”, “rimanete in me”, “siate di Cristo”, “offrite voi stessi a Dio”. L’originalità della morale giussaniana consiste però nel rendere ragione di tali atteggiamenti morali, nel fondarli in una ontologia nuova. “Quello che si cambia in noi deve partire coscientemente, ragionevolmente, avere cioè come primo luogo di avvenimento la conoscenza, perché tutto quello che l’uomo fa dipende dal modo in cui concepisce”. Attraverso la spiegazione di alcuni concetti chiave (avvenimento, esperienza, comunione, presenza, misericordia) egli suggerisce così di cambiare lo sguardo sulla realtà e di lasciarsi stupire dall’unità che traspare tra l’io, il mondo e Dio.

In libreria: Tendere all’ideale. La morale in Luigi Giussani, di Michael Konrad – Marietti Editore.

3 giugno 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Noi poveri preti, la carne di Gesù in Paraguay

confratelliDa tempo desidero approfittare dello spazio che mi regala Tempi per parlare dei miei fratelli sacerdoti che formano la comunità della Fraternità sacerdotale “San Carlo Borromeo” in Paraguay. In particolare mi sembra una necessità, dato il momento che noi sacerdoti stiamo vivendo nel mondo d’oggi, nel quale esiste una campagna il cui fine è l’inutile tentativo di distruggere la Chiesa, Corpo di Cristo. Noi quattro che formiamo questa comunità stiamo soffrendo molto; essa si pone come punto di riferimento non solo per la parrocchia ma per tutto il Paraguay e anche per molte persone di tutto il mondo. Teniamo gli occhi fissi sull’esperienza che viviamo, perché gli attacchi quotidiani al Santo Padre e alla Chiesa ci colpiscono terribilmente. Noi viviamo giorno per giorno in contatto con la morte e tutto ciò che la precede: malati terminali di cancro e Aids (fra i quali prostitute, omosessuali, travestiti, pedofili), anziani abbandonati, medicanti, bambini violentati, bambini poveri, bambine incinte a causa di stupri, eccetera. Una cosa è parlare, leggere i giornali, dettare sentenze da dietro una scrivania; altra cosa è vivere sommersi da questo oceano di dolore. Un dolore che modella ogni giorno la nostra vita nella relazione con Cristo, fra di noi e con il prossimo. Siamo quattro: padre Paolino che è il parroco, padre Ferdinando il vicario, padre Oscar che ha altre responsabilità e lo scrivente, occupati a condividere la vita in questo oceano di sofferenza. Ciascuno di noi ha la sua storia particolare, il suo temperamento, però fra di noi esistono cinque cose che sono le fibre della nostra vita.

Solo Cristo basta

«Solo Cristo basta», come suole ripeterci ogni giorno padre Ferdinando, detto anche padre Daf. Lo sguardo a Cristo è il continuo richiamo che ciascuno di noi è per l’altro. Per questo motivo viviamo un’intensa vita comunitaria fatta di gesti molto concreti, come la recitazione di tutte le parti del breviario insieme, un’ora di dialogo comunitario ogni giorno, dalle tre e mezza fino alle cinque e mezza, e ogni lunedì un giorno di ritiro nella Granja Padre Pio per riposare e pregare. Guardare a Cristo, stare di fronte alla sua Presenza, essere l’uno per l’altro “memoria” di Cristo: questo è il cuore, il respiro da cui nasce tutto. In primis la compagnia piena di tenerezza fra di noi.

La nostra amicizia è invincibile

Tutti potranno distruggere quello che esiste qui, tutti possono rovinarci, anche perché il nostro motto è “pane al pane e vino al vino” e non conosciamo molto le regole della diplomazia, però «non potranno mai non solo distruggere, ma nemmeno toccare la nostra amicizia», è solito affermare il padre Paolino. Per noi l’amicizia non è mai stata il punto di partenza della vita, né delle opere, ma la logica conseguenza (grazia) del guardare a Cristo. È impossibile stare davanti a Cristo senza osservare chi incontri sulla tua strada. In questo senso l’amicizia fra di noi è il punto più commovente dell’amicizia personale con Cristo. E fate attenzione che non c’è nulla di romantico, non c’è nulla che faciliti le relazioni visto che il temperamento e lo stato d’animo di ciascuno molte volte rende pesante la vita. L’unico che fa eccezione è il padre Paolino, con la sua ironia e il suo modo simpatico di guardare alla realtà. Non siamo nemmeno come delle calamite, ma il fatto è che ogni giorno la relazione con l’altro nasce da un “sì” personale a Cristo.

«Guardate come stanno fra di loro»

«Guardate come stanno fra di loro», dice la gente. Non mancano i bisticci, c’è chi si trova bene con l’altro o sta sempre con lui, e c’è chi bisogna andarlo a cercare per vederlo, c’è chi sbuffa come un treno quando si arrabbia, e c’è chi è più silenzioso e ama la calma, il mangiare o la vita in stile monastico, c’è chi parla bene il castigliano e chi parla veneto, c’è chi guida come se fosse un pilota di Formula 1 e provoca incidenti, e c’è chi è prudente o viaggia in taxi perché non ha la patente. C’è chi lavora come un matto e chi prende la vita con calma. Sembra un circo nel quale ciascuno ha il suo ruolo, il suo modo di essere. Perfino quando preghiamo abbiamo problemi, perché c’è chi tiene il retto tono e c’è chi, come me, anziché l’attenzione favorisce la distrazione con un tono di voce insopportabile. E non solo questo: a volte si ritrova uno solo a pregare, perché gli altri sono rimasti a dormire, e allora il padre Paolino con la sua solita ironia dice: «Non preoccupatevi, ho pregato io per voi». Un’ironia che ci ricorda una grande verità: siamo il Corpo Mistico di Cristo. Una compagnia, un’amicizia, volti tesi al Mistero.

Un’amicizia operativa, evidente strumento nelle mani del Signore. Nessuno può credere che Dio abbia fatto i miracoli che qui si vedono quotidianamente utilizzando un somaro depresso e uno che, prima della conversione, che si è compiuta a 25 anni, lavorava come carrozziere e andava in Marocco a rifornirsi di marijuana. Tuttavia il Dio che usa gli stolti, quel che per il mondo e a volte anche per certi uomini di Chiesa è spazzatura, usa questi due poveretti per mostrare a tutti la sua tenerezza, la sua infinita misericordia. Ogni giorno ci troviamo (l’appuntamento per tutti è alle 7.45) per la preghiera delle Lodi, però c’è chi si alza alle cinque e aspetta nella cappella, chi alle sei e va a correre, chi alle sette e mezza perché non ha altre occupazioni, chi, come il parroco Paolino, alle sei e mezza perché deve dir Messa. Il semplice guardarci in faccia coincide col riconoscimento: “Sì, o Cristo mio”.

Inoltre si tratta di un’amicizia che non solo è il cuore delle opere, ma che è aperta a quanti (secondo le possibilità che abbiamo) hanno bisogno di aiuto, in particolare i depressi che arrivano dall’Italia e da altre parti. Alle 13, quando pranziamo, la tavola lunga cinque metri molte volte è piena di persone con differenti problemi. Per esempio c’è stato un periodo nel quale insieme ai noi sacerdoti c’erano una giovane bulimica, un’anoressica e un’altra che aveva gravi problemi di depressione. In questi giorni ci troviamo con persone di differenti nazionalità: una ragazza tedesca, un’ebrea di un kibbutz israeliano, una spagnola, un’italiana, eccetera. Ogni giorno viviamo quell’opera che ventuno anni fa mi regalò don Luigi Giussani ed è continuata col padre Alberto, che mi ha fatto compagnia per dieci anni. Una compagnia che continua con il padre Paolino e attualmente si estende al padre Daf e al padre Oscar. Quando uno è stato abbracciato non può più vivere senza abbracciare tutti, chiunque essi siano, non importa quali siano le loro miserie, la loro situazione fisica o psichica. Che spettacolo quando arriva l’ora del pranzo e ci troviamo con questo circo! Eh sì, perché o ripeti subito con tutto il tuo cuore “Sì, o Cristo mio”, “Tu, o Cristo”, oppure diventa difficile pranzare insieme, perché molte volte c’è il depresso che non parla, l’anoressica è invidiosa della bulimica, c’è una che soffre di quello che oggi chiamano il disturbo bipolare (io non capisco cosa sia questa malattia) e a causa di questo passa da momenti euforici ad altri in cui si ritrova col sedere per terra. Poi ci sono quelli che parlano per tutti e quelli che sempre ascoltano… Potremmo continuare all’infinito a raccontare quello che succede durante il pranzo… Tuttavia è uno dei momenti più belli della nostra convivenza, perché mai come in quel luogo si rende evidente la carne di Cristo. Viviamo sommersi nel dolore e col cuore pieno di pace. E poi quanta gente ci visita da ogni parte del mondo. Fra loro gli amici più cari: Marcos, Cleuza e Julián de la Morena, coi quali sono nate un’amicizia e una compagnia uniche. Diremmo che di fatto questa è la fraternità con cui condividiamo la strada della fede quotidiana. Con loro è sempre una tenerezza e la vita è un richiamo continuo a Cristo. Quando arrivano (una volta al mese, più o meno) è il momento di maggior riposo.

L’amore alla libertà di ciascuno

Personalmente ho toccato con mano cosa significa la libertà per don Giussani e attualmente con don Julián Carrón e don Massimo Camisasca (il superiore generale della Fraternità): l’amore alla libertà di ogni fratello. La mia preoccupazione è solo una: che ogni padre si senta amato, che stia bene nella sua casa. Mi piace tantissimo il detto di sant’Agostino: «Ama e fai quello che vuoi». Essere capo-casa, per me, significa favorire concretamente, dentro a tutte le debolezze del mio carattere scontroso, come lo definisce la gente, la posizione di sant’Agostino. O meglio, come dice san Paolo, «essere custode della gioia dei miei fratelli». E questo respiro, che solo un’appartenenza radicale a Cristo dà, mi permette il rispetto per l’altro, la fiducia, l’assenza di ciò che spesso caratterizza certe comunità, cioè il controllo, o il fare il poliziotto dell’ortodossia o della regola. La libertà è l’unica possibilità per amare ed essere amato. Per questo ciò che chiedo ai miei fratelli sacerdoti è che mi aiutino a stare in ogni momento davanti al volto di Cristo, vivendo intensamente la realtà.

È bello che i fratelli vivano insieme

«Com’è bello che i fratelli vivano insieme», recita il Salmo. Per la verità è ancora più bello che quattro sacerdoti vivano insieme essendo l’uno totalmente dipendente dall’altro. E il frutto di questa unità è una comunità più viva, appassionata a Cristo, protagonista delle meraviglie che Dio opera in questo perimetro e che commuovono il mondo. Quattro uomini che, per il mondo e per molti “amici”, non valgono nulla; tuttavia in essi si compiono le parole di Gesù: «Che siano una sola cosa perché il mondo creda» e «Compiranno opere ancora più grandi». Davvero, «non a noi, o Signore, ma al tuo nome da’ gloria».

pubblicato su Tempi – www.tempi.it

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24 maggio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Col suo potente manto

simonemartiniFino a vent’anni ho abitato a Cinisello Balsamo, al sesto piano di un grande palazzo che si affacciava su una serie d’incroci stradali e su una chiesa appena costruita. È una chiesa piuttosto famosa, costruita a forma di tenda, che si può scorgere anche dalla tangenziale che attraversa la periferia nord di Milano.
Uno dei ricordi più belli di quegli anni è legato al mese di maggio. Tutte le sere, alle nove, si scendeva per dire il rosario. Eravamo parecchi giovani. Prima le Ave Marie scandite da suor Adelaide, poi la recita in ginocchio delle litanie, in conclusione  un canto dedicato alla Madonna. Alla fine, fuori dalla chiesa, noi ragazzi giocavamo a nascondino, col buio che rendeva la sfida ancora più intrigante. Andavamo al rosario anche per questo, per giocare, ma pregare insieme la Madre di Gesù ci riempiva di gioia. Lì, giovani e vecchi, eravamo una cosa sola. A tutti la preghiera dava consolazione, pace, speranza.
Senza Maria, la donna vestita di sole, la mia vita e la mia vocazione non sarebbero nemmeno pensabili. Lei ha esaudito le mie domande, ha protetto i miei parenti e i miei amici, mi ha preservato nei momenti più burrascosi della mia esistenza. Mi ha difeso col suo potente manto dalle insidie del maligno. A Lei posso rivolgermi senza timore. Come scrive Santa Teresa di Gesù Bambino: «La vergine lo sa bene cosa deve fare dei miei piccoli desideri, se li deve dire oppure no: insomma, sta a lei vedere di non forzare il buon Dio ad esaudirmi, per lasciare fare a lui in tutto e per tutto la sua volontà».
Non ho mai smesso di dire il rosario, e ancora adesso, ogni volta che lo finisco, mi ritrovo più certo della positività della vita. Spesso comincio a pregare assorbito dalle mie preoccupazioni, ma poi, decina dopo decina, il mio sguardo si alza e comincio a vedere anche i problemi in una prospettiva nuova, con occhi pacificati, più consapevole che tutto è nelle mani del Padre.

19 maggio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Alverca: la parrocchia dove l’ordinario diventa eccezionale

portogallo9In occasione del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo nel decimo anniversario della beatificazione dei Pastorelli di Fatima, proponiamo un articolo sulla missione della Fraternità ad Alverca, sobborgo di Lisbona.

Jael è una ragazza di 15 anni e i genitori l’hanno messa in castigo. Fin qui tutto bene: è normale nel mondo degli adolescenti. Soltanto che non è normale il castigo che i genitori le hanno dato: non partecipare alle attività del sabato in parrocchia.
Il programma proposto ogni sabato include preghiera, catechesi e giochi. «Giochi nel vero senso della parola: andiamo tutti ad una grande palestra e ci organizziamo in squadre. E anche i preti giocano!», conferma Paula, 24 anni, catechista. «La catechesi non è solo venire qui a ricevere una lezione di regole e dottrina. È, soprattutto, coltivare un’amicizia tra tutti. E i giochi aiutano a costruire l’amicizia: i preti stanno lì, al nostro fianco, alcuni sono compagni di squadra, altri avversari… A volte, don Raffaele è l’arbitro e i giocatori si rivoltano contro di lui… è molto divertente!». Raffaele non gioca soltanto: con determinazione ha bussato agli uffici delle autorità cittadine ed è riuscito ad ottenere che i suoi centinaia di ragazzini potessero giocare nella palestra della scuola.
Paula è una delle giovani catechiste che aiutano i preti della Fraternità san Carlo nella parrocchia di Alverca, una città-dormitorio nella periferia di Lisbona. È laureata in Chimica e lavora a Lisbona con un assegno di ricerca, ma dedica il suo tempo libero alla parrocchia: venerdì partecipa alla scuola di comunità dei liceali, sabato mattina fa la catechista e partecipa ai giochi, domenica mattina canta nel coro dei giovani e al pomeriggio partecipa alla scuola di comunità coi lavoratori della sua età.
«Non passi troppo tempo in cose legate alla Chiesa?». La domanda sorge spontanea. Ma Paula non esita a rispondere: «Mi piace molto stare qui. Siamo tutti capaci di gestire il nostro tempo quando sappiamo cosa vogliamo. Io voglio essere felice e qui sono felice, ho la possibilità di vivere la mia vita in una maniera diversa. Qui ci sono sempre molti giovani che passano per la parrocchia, anche i preti passano molto tempo con la gente, sono sempre disponibili».
Infatti, la presenza della chiesa dei Pastorelli (Igreja dos Pastorinhos) non passa inosservata. Il suo carillon è il secondo più grande d’Europa e il magnifico suono delle sue campane ha cominciato a far parte del quotidiano di Alverca. La chiesa, inaugurata il 1 maggio del 2005, è l’unica del Portogallo dedicata ai giovani veggenti di Fatima, Francisco e Jiacinta Marto. Situata nel cuore della città, la chiesa è sempre piena. Anche nei giorni feriali.
Don José Maria, portoghese, è stato artefice della nuova chiesa e parroco dal 1997 all’aprile 2010. Oggi è parroco Luis Miguel Hernández.
Le influenze anti-clericali della Prima Repubblica (1910) e più tardi delle idee comuniste che seguirono alla Rivoluzione del 25 aprile 1974 portarono all’allontanamento graduale dei portoghesi dalla pratica religiosa. La crisi degli anni ’70 toccò anche la vita interna della Chiesa e due parroci di quel periodo, ad Alverca, abbandonarono il sacerdozio.
«Io non frequentavo la Chiesa, ma ho iscritto i miei figli alla catechesi. Attraverso mia figlia mi sono riavvicinata», ricorda Cristina, 40 anni. «Visto che non sapevo rispondere alle domande che lei mi poneva, decisi di iscrivermi alla catechesi per adulti, feci la prima comunione e la cresima. È stata la più bella cosa che mi sia capitata: la mia vita è cambiata. Avevo un vuoto dentro di me, che ora è scomparso». La nuova chiesa è sempre aperta e invita ad entrare. «Qui mi sento come a casa mia e il fatto che la chiesa sia dedicata ai pastorelli, la rende anche molto attrattiva per i bambini», conclude Cristina, che ora fa la catechista dei più piccoli.
«Qui tutti i dettagli sono importanti. E la bellezza dei gesti mi ha sempre colpito. Si percepisce come questi sacerdoti si preoccupano di arrivare alle persone, di ascoltarle, accompagnarle», afferma Mariana. È una delle catechiste che prepara gli adulti al battesimo, alla prima comunione e alla cresima. «Arrivano qui senza sapere nulla, proprio come pagani», commenta sorridendo, «ma, dopo aver seguito il corso, rimangono nella Chiesa e proseguono il cammino frequentando la “scuola di cristianesimo”, tutti i mercoledì sera. Giungono a considerare questa come casa loro. E anch’io, che vengo appositamente da Lisbona per aiutare nella catechesi, mi sento parte di questa casa», spiega Mariana.
Ma perché? Perché Mariana lascia i suoi figli e nipoti a Lisbona, per dedicarsi al lavoro in una parrocchia lontano da casa? «È un luogo dove c’è vita», spiega. «Con i quattro sacerdoti imparo a prestare attenzione all’umano, a dare valore a tutti i fattori del reale. Non è che questa parrocchia abbia storie straordinarie da raccontare, ma è una parrocchia dove le cose banali diventano eccezionali». (traduzione di Matteo Dall’Agata)

12 maggio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

La sapienza più grande

DSC_4758Intervista a Julián de la Morena, missionario a San Paolo del Brasile.

Il Brasile non era certo nei progetti immediati della Fraternità san Carlo. Appartenere, però, significa obbedire alle proposte che Dio ci fa, ogni tanto in modo esplicito. Così quando Julián Carrón ha chiesto a don Massimo di lasciare partire Julián De la Morena per il Brasile, per poter seguire la realtà nata dall’incontro di Cleuza e Marcos Zerbini con il movimento, tutta la Fraternità si è rimodellata a partire da questa indicazione di Dio.
Una mattina, penso alle 7 o forse prima, mi ha chiamato Paolo [Sottopietra NdR] e mi ha chiesto se ero disponibile ad andare in Brasile. Io ho detto subito di sì. Per me è stato dire «sì» a Cristo, un’altra volta. Non c’è compito, pur eccezionale che sia, che valga la ripresa continua del rapporto con Cristo. La missione è accettare che lui ci porti in posti che non sappiamo. In ogni posto che ho lasciato è morto qualcosa, per andare a vedere, in un altro posto, come Cristo sia la vita di tutti gli uomini, anche di quelli che ancora ci sono estranei. Partire è un momento di fede. In Messico ho lasciato tantissimo: gli amici, l’esperienza con i seminaristi, con i preti della casa, grazie ai quali il Signore mi ha fatto crescere. Ho collaborato per cinque anni ad una storia più grande di me, di cui io non sono il padrone. Arrivare in Brasile è stata una grande grazia perché ho capito che tutta questa vicenda di Cleuza e Marcos è qualcosa che Dio ha voluto, proprio ora, per la storia del movimento e per la storia della Chiesa.
La storia fra i movimenti cattolici e quelli sociali è costellata di drammi e tragedie per la Chiesa…
Il cardinale di San Paolo, la scorsa estate, a trecento dei nostri ragazzi che chiedevano i primi sacramenti ha detto che tante volte i cattolici hanno aiutato i movimenti popolari e i movimenti sociali, ma facendo questo, spesso, hanno perso la fede. E quella era la prima volta che un movimento sociale portava ai sacramenti persone da loro aiutate. La grandezza di questa nuova storia è testimoniare la fede in Cristo dentro al bisogno dell’uomo, non giustapposta ad esso. Così tutto rinasce, diventa nuovo. Anche a 47 anni.

Che cosa fai concretamente?
Il compito che mi è stato affidato è quello di una comunione vissuta con Cleuza e Marcos e con il movimento. Io feci un’esperienza del tutto analoga in Nueva Tierra, quando nell’85 incontrammo il movimento. Concretamente, devo adattarmi alla complessità di quello che ho di fronte. Loro sono tantissimi. Gli universitari dell’associazione sono la quinta parte di tutti gli universitari di San Paolo, una città di venti milioni di persone. Per poter vivere dentro a questa frenesia di incontri, di bisogni concreti della gente, occorre lasciare spazio al rapporto con Cristo, radicandosi in esso. Cleuza dice che quando arriviamo a casa stanchi, non ci resta che guardare ai miracoli che Dio compie giorno per giorno.

Il bisogno più grande a cui loro si sono trovati di fronte è quello della povertà, gente che non ha la casa. Che cosa possiamo imparare da loro per la gente povera che conosciamo noi?
Che la povertà è assenza di educazione. Cleuza racconta di come, nella favela dove è nata, Mina Geiras, la gente abbia ricevuto aiuti dalle fonti più svariate : Chiesa Cattolica, Ong, Banca mondiale ecc. Tutti, però, una volta ottenuto ciò che volevano, se ne andavano via più poveri.
Così si è accorta che non era quella la strada.

Perché diventavano più poveri?
Perché non diventavano protagonisti. Rimanevano ad aspettare che arrivasse l’aiuto, senza fare niente. Qualcosa arrivava per il cibo, qualcosa per la casa, ma, in fondo, rimanevano immobilizzati nella loro povertà. Cleuza e Marcos sanno, senza saperlo, che la dottrina sociale della Chiesa educa in un altro modo. Una persona esce dalla povertà quando diventa protagonista della vita. Se bisogna comprare della terra, bisogna aiutare le persone a saper risparmiare. La ricchezza che vogliono dare ai poveri è l’educazione, insegnata attraverso la disciplina, un’ascesi vera e propria. Per questo, in tutte le riunioni che fanno, se uno arriva anche un solo minuto in ritardo non entra. Una di queste è il sabato mattina alle 7 con 3000 ragazzi, che magari hanno lavorato per tutta la notte. Per noi può anche essere una cosa artificiale, ma per loro è la possibilità di imparare il valore della puntualità. In Brasile, un ragazzo povero che arriva in ritardo perde il lavoro. Infatti, tanti nostri ragazzi continuano a lavorare nelle aziende perché agli ap­pun­tamenti arrivano mezz’ora prima.

Che cosa ha imparato la loro esperienza dal movimento?
Hanno imparato che senza comunicare il senso della vita non possono chiedere un’ascesi, per la quale chiedi alle persone vent’anni per costruire la casa. Questo è il tempo che passa dal primo giorno in cui arrivano fino all’ultimo, in cui viene consegnata la casa! Loro sono nati da una di quelle esperienze cattoliche che in America Latina si è, di fatto, allontanata dalla Chiesa. Non hanno mai perso la fede, e nemmeno il rapporto con la Chiesa, che però era diventato come un filo sottilissimo. Il movimento è stato una rinascita, perché hanno compreso finalmente che senza Cristo non si può costruire un movimento popolare o una casa. Entrambe le cose sarebbero vuote senza di Lui. Cristo è l’ultimo vero educatore, è l’unica liberazione per le persone che ci sono affidate. Adesso sono talmente pieni dell’incontro che hanno fatto che lo comunicano a chiunque, abbattendo ogni barriera.

Un aspetto importante nell’incontro con il movimento e quindi con la Chiesa è la riscoperta della preghiera e dell’importanza dei sacramenti.
Cleuza e Marcos sono personaggi molto sinceri. Mi hanno confidato che pensavano alla preghiera come all’occupazione delle donne che non hanno voglia di lavorare… Il loro sguardo è cambiato radicalmente quando sono andati in Paraguay e hanno visto pregare padre Aldo. Si sono accorti di vivere la preghiera nel momento in cui tornavano a casa stanchi, senza riuscire a dormire, perché invasi dai miracoli che Cristo ha compiuto. Mi hanno detto: «Solo questo porta al silenzio, non sapevamo che questo si chiamasse preghiera, ma, di fatto, noi facciamo così». Per me è stata una correzione infinita. Quanti di noi arrivano a casa stanchi e non vogliono avere rapporti con nessuno, nemmeno con Cristo? Loro invece hanno capito che stare con Lui è l’unico riposo che esista. La stanchezza è un dono che ci è dato per fare memoria.
Abbiamo iniziato a celebrare la messa tutti i giorni alle 12. Mi impressiona sempre di più la capacità che hanno di penetrazione del vangelo. Non hanno studiato niente, eppure si aspettano tutto da quella Presenza, così da diventare più sapienti dei sapienti.

5 maggio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Incontro alle persone

brembillaokIntervista a Giovanni Brembilla, missionario a Città del Messico dal 2005: insegnamento, educazione, fede

Giovanni, sei in missione a Città del Messico da cinque anni. Qual è secondo te l’impatto della fede nella vita sociale del paese?
Spesso, quando si pensa alla realtà sociale dei paesi latinoamericani e a ciò che la missione cristiana può operare, si pensa al problema della fame, della povertà, e alle opere sociali connesse. Ora, se è vero che nella mia parrocchia ci sono famiglie che vivono solo di tacos e fagioli, è anche vero che certo attivismo animato da buoni propositi qui in Messico è frenato da uno stato onnipresente, che ha profonde ingerenze nel sociale. Soprattutto, però, la fame qui è anche di altra natura: abbiamo fame di libri, abbiamo fame di capacità di giudizio, di dibattito e di confronto. La maggior parte della gente non può permettersi i libri, molto costosi, e spesso la mancanza di abitudine alla lettura genera una mancanza di giudizio sulla realtà.

Tu sei un insegnante. I tuoi alunni leggono?
I ragazzi ricevono una educazione che non li aiuta certo a maturare un atteggiamento di giudizio. Per esempio, di recente la mia scuola ha partecipato ad una sorta di gara. Sono state illustrate alcune tesi e, a un certo punto, è stata lanciata una monetina per decidere chi dovesse sostenere una certa tesi piuttosto che un’altra. Avevamo fatto un lavoro di preparazione insieme ai miei ragazzi… e invece: una opinione assegnata con una monetina! Un altro esempio: per una settimana culturale ho proposto la mostra su La rosa bianca. Dopo la proiezione del film, una ragazza, stupita, mi ha detto: «Morire per un ideale… A noi insegnano a cambiarli continuamente!». Insomma, c’è una forte sete di verità, di giudizio. Quando i ragazzi incontrano qualcosa di vero, se ne accorgono, eccome!

Come affronti questa sete? Che cosa provoca in te?
Quando qualcosa non funziona, non bisogna stroncare, ma mantenere la porta aperta a un’altra possibilità. E’ un processo lento. Del resto, l’ho vissuto anch’io e lo vivo tuttora. In questi cinque anni, ho vissuto un cammino faticoso, in cui ho dovuto aprirmi, abbandonare il mio schema educativo “classico”. Il mio è stato un lavoro di comprensione, nel senso etimologico del termine, in cui ho cominciato ad accogliere la persona che ho davanti, con tutta la sua storia, accettando ciò che non va con un abbraccio gratuito. E’ vero, l’America Latina non è la Cina, culturalmente è molto più vicina a noi. Ma questo cammino è necessario. E per me è stato ed è essenziale la vicinanza dei miei fratelli della casa.

Vedi un cammino simile anche nelle persone che ti sono affidate?
I messicani sono persone di compagnia, ma a volte un carattere festaiolo, espansivo, può essere un modo per soffocare qualcosa che non si vuole far emergere. E’ un cammino lento, che qualcuno comincia a fare. Bisogna che ognuno di noi prenda coscienza della ferita che ha. Tutto si gioca nel camminare insieme, senza schematizzare, senza avere timore. Poi, ognuno ha i suoi tempi.

Quali sono le strade che percorri ogni giorno?
Be’, sono fortunato. Per esempio, ho la passione della storia e, oltre ad insegnarla, ne parlo spesso. Una donna della parrocchia, che penso abbia fatto solo le elementari, un giorno mi si è avvicinata e mi ha chiesto: «Com’è che lei sa così tante cose della nostra storia, più di noi?». Quando parli alle persone della loro storia, indicando luoghi concreti, delle loro città, della loro terra, ne restano incantate e si illumina di una luce nuova anche la storia ufficiale. L’amore al particolare ti porta ad aprirti all’universale. Se uno non ama il campanile del proprio paese, non potrà amare il mondo. Non sarà disposto ad amare una terra lontana undicimila chilometri dal campanile del suo paese. Io sono bergamasco, ma ormai non lascerei mai Città del Messico.

Sei un insegnante, ma soprattutto un prete. Che atteggiamento vedi nella società nei confronti della fede?
Questa gente sta compiendo un passo importantissimo, anche grazie alle beatificazioni e canonizzazioni di persone messicane. La maggioranza delle chiese antiche nei paesi sono dedicate a san Francesco D’Assisi, a san Domenico di Guzman, a san Luigi di Tolosa… Mettiamoci nei loro panni: chi è per loro san Francesco D’Assisi? Io ho incontrato san Francesco d’Assisi studiando a scuola la letteratura italiana, la storia dell’arte… Non ho conosciuto san Francesco, ma è la mia storia. Oggi, invece, con le canonizzazioni cominciano ad esserci santi che i messicani hanno conosciuto. Quando hanno canonizzato Raffaele Guízar Valencia, vescovo di Veracruz, alcuni parrocchiani ci dicevano: «Era nostro prozio!». Una signora che gestisce un autosalone, vicino alla parrocchia, aveva messo un manifesto che recitava: «Rafael Guízar Valencia è nostro zio». La santità è qualcosa che c’entra con la vita. La storia ha sradicato il cristianesimo dalla società. E’ diventato un impegno privato. Veramente profetico è stato Giovanni Paolo II, che con le beatificazioni e canonizzazioni ha permesso che la gente si riavvicinasse ai testimoni. Ci ha fatto vedere che il cristianesimo non è credere in qualcosa che è successo duemila anni fa e basta, ma è qualcosa che continua nella storia.

28 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Nati a Roma

RomaVertIl prossimo 14 settembre festeggeremo i 25 anni di nascita della nostra Fraternità. Un quarto di secolo non è molto, neppure per la vita di un singolo uomo. Figurarsi poi per la storia della Chiesa, e tanto più per la storia del mondo. Eppure per noi sono una parte di tempo significativa, data l’intensità di esperienze e di avvenimenti che l’hanno contrassegnata. Durante questi mesi vorremmo perciò riandare lungo i primi venticinque anni della nostra storia attraverso gli editoriali che scriverò per Fraternità e Missione. Non per ricercare in una cronologia minuziosa i passi della nostra vita, ma per riflettere su alcuni fuochi che l’hanno contraddistinta.
Vorremmo partire da Roma. Dal fatto che siamo nati a Roma, che qui si è radicato il nostro seminario e il Centro della nostra Fraternità.
San Pietro è venuto a Roma, certamente per ispirazione di Gesù. Non avrebbe potuto né saputo prendere una tale decisione da solo. Forse Gesù gliene aveva parlato già prima della morte. È nata così una simbiosi straordinaria tra la capitale dell’impero romano, certamente una delle città decisive nella storia del mondo, e la capitale del cristianesimo. Fra continuità e discontinuità, Roma è rimasta il centro più affascinante della storia degli uomini. Essa gode di una universalità che nessun’altra città possiede, forse neppure Gerusalemme. Certamente non Bisanzio né Mosca, e neppure New York.
Io sono venuto a Roma mandato da don Giussani. È stato lui a decidere il mio trasferimento da Bergamo a questa città. E così la mia vita è stata decisa felicemente da questa obbedienza. Nel 1985 abitavo a Roma. È stato perciò naturale pensare che la nostra Fraternità che nasceva si sarebbe dovuta radicare qui, anche se solo io fra i preti che firmarono l’atto di fondazione abitavo nella capitale. Qui, alle Cappellette di san Luigi, iniziammo il nostro seminario, tenemmo la prima assemblea, si costituì il primo embrione del Centro della Fraternità, che all’inizio eravamo io e don Sandro Spinelli. Per una comunità che voleva essere missionaria, aperta ad ogni orizzonte del mondo, nascere e svilupparsi a Roma è stata una opportunità meravigliosa. Era sufficiente prestare l’orecchio e l’occhio al movimento missionario di Giovanni Paolo II. Da lui abbiamo sentito le parole «andate in tutto il mondo» rivolte a tutto il movimento e percepite da noi come una frase programmatica. Da lui don Giussani ha tratto l’impulso di un nuovo sviluppo internazionale di CL. Da lui abbiamo ricevuto il coraggio per aprirci alla Russia, alla Siberia, per spingerci fino a Taiwan.
Ma Roma è stata una opportunità straordinaria soprattutto per i seminaristi, forse non sempre pienamente compresa e vissuta. Studiare a Roma la filosofia e la teologia vuol dire entrare in contatto con la storia della Chiesa che parla attraverso le pietre, i documenti, i fatti accaduti in questa città, la presenza stessa della Santa Sede. Ma soprattutto i santi, che hanno vissuto a Roma, l’hanno evangelizzata, e da qui sono partiti per nuove missioni. Roma presenta una teologia viva, mette sotto gli occhi di tutti l’attualità del cristianesimo, anche i suoi tradimenti, le sue inerzie, i suoi travisamenti.
Per i nostri missionari, partire da Roma vuol dire sapere che la propria casa è là dove Gesù ha voluto il centro del mondo. Ma è anche sapere che il centro del mondo è là dove è ognuno di noi, là dove si celebra l’eucaristia, dove si accoglie il fratello, dove si annuncia Gesù risorto.
Roma è veramente dovunque è l’uomo rinato.

21 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Per una sola ragione

GPIINel quinto anniversario della morte di Giovanni Paolo II, il racconto di un’attesa ben ripagata.

Erano le sei di mattina quando siamo arrivati in fondo alla coda. Eravamo lì per rendere omaggio a Giovanni Paolo II, preparati ad una lunga attesa prima di passare per pochi secondi davanti al suo feretro. Come accade in tanti eventi di massa, non eravamo molto coscienti del motivo reale per il quale stavamo lì. Dopo qualche minuto nella folla, a respingere chi si infiltrava nella coda, non era facile ricordarlo. Il flusso continuo di persone che si infilavano nella coda, attraversando le transenne per guadagnare qualche metro, era diventato il centro dell’attenzione. Molti guardavano solo loro, fischiando e gridando contro chi avrebbe reso l’attesa ancora più lunga.
Dopo aver detto distrattamente le lodi e l’ufficio delle letture, anch’io sono stato dominato dalle distrazioni di mille conversazioni sentite a metà, e dalla rabbia per i furbi che ci tagliavano la coda. Poi c’era quella signora a fianco a me che chiacchierava incessantemente…
Un amico, Christoph, ha cominciato a dire il rosario in silenzio; aveva la coroncina in mano. Quando gli ho chiesto se voleva pregare insieme a me, mi ha risposto che aveva quasi finito. Allora ho detto che l’avrei aspettato, e poi potevamo ricominciare insieme. La chiacchierona mi ha sentito, e mi ha sorpreso dicendo: «Benissimo! Per favore, dite il rosario, così possiamo fare qualcosa di meglio che parlare tutto il giorno!».
Così è stato: abbiamo cominciato con i Misteri gloriosi ad alta voce, e subito tutta la gente attorno a noi ha preso parte. Tutte quelle persone erano venute per una sola ragione, ma l’avevano persa di vista ancora più in fretta di noi. Eppure bastava che qualcuno affermasse quella ragione, perché tutti la riconoscessero.
Per quattro ore ancora abbiamo snocciolato i Misteri gaudiosi e luminosi, e ogni volta è stata la stessa cosa. La distrazione generale è stata trasfigurata, diventando serena operosità. Persone a me completamente estranee partecipavano insieme nel gesto umano più alto, e così eravamo uniti.
La mattina diventava lunga, e il sole cominciava a farsi sentire. Nessuno aveva previsto una attesa così snervante. In strada cominciavano a vedersene i segni: spazzatura, bottiglie, cartacce… Tutto ciò ci faceva avvertire ancora più di prima la ressa della folla.
Cominciavo poi a temere per l’orario. Pensando di farcela a tornare a casa per pranzo, avevo infatti preso un appuntamento importante nel primo pomeriggio. Quando è diventato chiaro che non sarei arrivato a San Pietro in tempo per arrivare poi all’appuntamento, ho dovuto decidere di andarmene senza vedere il papa.
Ho preso in mano il rosario di nuovo, e ho cominciato a offrire i disagi della mattinata e il mio disappunto per non aver visto il papa, ad offrirli per la Chiesa, e in particolare per il conclave, recitando i Misteri dolorosi. Di nuovo tutti attorno a me hanno partecipato.
Il mio sguardo si è abbassato e di colpo lacrime di gioia sono sgorgate dai miei occhi. Lì, in mezzo alle difficoltà di quella mattina, ero diventato come un faro per il resto della gente attorno a me. Ero su quella strada come segno di Cristo, per ricordare ai miei compagni pellegrini la loro meta. Di colpo non c’erano più l’angoscia della ressa, la rabbia per i furbetti. Di colpo, tutto ciò era il mio contributo alla salvezza del mondo, e voglia Iddio che io rimanga su quella strada per il resto della mia vita.

14 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Custodi della famiglia universale della Chiesa

CardRuiniOmelia nella Solennità di san Giuseppe,
Casa di formazione della Fraternità san Carlo.

Sono molto lieto di festeggiare san Giuseppe insieme a voi. Celebriamo san Giuseppe e anche la devozione del popolo di Dio a Giuseppe. Giuseppe e la devozione a Giuseppe hanno un duplice legame. Anzitutto sono legati alla umanità di Gesù. Il culto a Giuseppe certamente si richiama all’umanità di Gesù. Non è per caso che, almeno in occidente, si sia sviluppato, soprattutto con san Bernardino da Siena, quando è diventato forte il senso del rapporto con l’umanità di Cristo, la riscoperta dell’umanità di Cristo, mai dimenticata, ma da allora sentita come umanità che ci tocca da vicino. La seconda dimensione è l’unione con Cristo e Maria, nella sacra famiglia di Nazaret. Questa seconda dimensione è il rapporto con la Chiesa, corpo di Cristo, famiglia di Cristo, allargamento all’infinito della famiglia di Nazaret. Pio IX ha proclamato, proprio per questa ragione, san Giuseppe patrono della Chiesa universale.

In questo quadro stanno le letture che abbiamo ascoltato. Innanzitutto, la profezia-promessa di Natan a Davide, che è la promessa della discendenza davidica che sta alla radice del messianismo regale, o davidico, presente nel popolo di Israele. Questa promessa grande è poi richiamata all’inizio del vangelo di Matteo, con le parole della genealogia, nelle quali si dice che il padre di Gesù era Giuseppe, discendente di Davide. Nel vangelo abbiamo anche quella che a me piace chiamare la “annunciazione a Giuseppe”. Così come c’è una annunciazione, che tutti conosciamo, a Maria, così c’è stata una annunciazione a Giuseppe, in cui l’angelo gli appare in sogno e gli dice di prendere Maria come sua sposa, e gli dice anche perché può e deve prendere Maria come sua sposa: il bambino che lei attende viene dallo Spirito Santo. Abbiamo già qui l’origine divina di Gesù e al tempo stesso la verginità di Maria, che non sono collegate in maniera necessaria, ma, nel concreto del piano di Dio, sono intimamente connesse l’una con l’altra. Poi: “Lo chiamerai Gesù”. Che vuol dire: Jahvé è salvezza, Dio è salvezza. E aggiunge subito: “Egli infatti salverà il suo popolo dal suo peccato”. Ecco l’annuncio del mistero della salvezza, che ha indissolubilmente queste due dimensioni: quella del mistero e quella della salvezza che raggiunge dentro ciascuno di noi.

In questo breve testo c’è anche la qualifica di Giuseppe: uomo giusto. “Giusto” è una parola carica di significato. Giusto davanti a Dio e, poiché giusto davanti a Dio, giusto davanti agli uomini. L’uomo è giusto per la giustizia che viene da Dio, come spiegherà abbondantemente san Paolo, ma come era già nell’Antico Testamento. È una giustizia che non solo viene da Dio, ma che conduce a Dio.

Nella seconda lettura, tratta dal capitolo quarto della Lettera ai Romani, si passa dalla figura di Davide, presente nella prima lettura e poi richiamato nel vangelo, alla figura di Abramo. Di nuovo la paternità, la paternità di Abramo che è un allargamento della discendenza a tutti i popoli. La figura di Abramo è richiamata con tanta forza da Paolo per fondare, per radicare nella rivelazione divina l’allargamento della salvezza a tutti i popoli, il senso pieno del mistero di Cristo. Anche Abramo qui è chiamato “giusto”. Giusto perché ebbe fede, – qui si tratta della giustizia che viene dalla fede – sperando contro ogni speranza. Proprio così è diventato padre di molti popoli, in una paternità universale. A quella paternità Giuseppe partecipa, in quanto patrono, custode universale della Chiesa. Giuseppe partecipa a questo destino: essere patrono e custode della famiglia di Gesù, dilatata a dimensioni universali, universali nello spazio, universali nel tempo, ma anche al di là dello spazio e del tempo. Universali come universale è il mistero della salvezza che è Dio stesso, nostro Salvatore.

* * *

Vorrei ora soffermarmi sulle tre parole che formano il vostro nome: fraternità, sacerdotale, missionari. “Fraternità” vuol dire partecipazione alla famiglia di Nazaret. Una dimensione della fraternità è quella di essere dentro una famiglia: i fratelli appartengono a una sola famiglia. Sono fratelli fra loro per questo. E la fraternità sacerdotale è partecipazione alla famiglia di Gesù. Anche, dunque, all’universale famiglia che si realizza nella Chiesa. Noi come sacerdoti – passo alla seconda parola – siamo al servizio di questa universale famiglia. Ce ne è affidata la cura, la custodia, come Giuseppe aveva la cura della famiglia di Nazaret. Anzitutto custodia dell’amore; certo anche della fede, ma radicalmente, originalmente, custodia dell’amore. Ecco il nostro compito: aver cura della universale famiglia della Chiesa, facendola crescere, per quanto spetta a noi, nell’amore, nell’amore di Dio e quindi nell’amore fraterno. In un amore che non va mai disgiunto dall’obbedienza. Giuseppe ubbidisce alla parola del Signore. Così l’amore vero del prete è un amore ubbidiente a Dio, a Gesù Cristo che (ricordo qui la parola della prima lettera di Pietro) è “arcipastore”, pastore dei pastori, capo pastore. A lui ubbidiamo. La nostra obbedienza punta sempre a lui.

Arrivo alla terza parola: missionari. Chi sono i missionari? Sono coloro che si spendono per accrescere la famiglia di Dio di nuovi figli e di nuove figlie. Questa è la missione. Deve essere la sollecitudine costante che pervade la nostra vita. Non è ansia, nel senso della preoccupazione “pelagiana” di colui che confida in se stesso piuttosto che nella grazia di Dio, e che quindi è ansioso perché si rende conto della sproporzione fra le sue forze e il compito che gli è proposto. Si può anche chiamare ansia, ma in un senso diverso: è un desiderio costitutivo del nostro essere personale. Il mio essere personale è quello di essere questo prete. E l’ansia missionaria è un desiderio costitutivo del mio essere prete, desiderio che muove ogni nostro comportamento e riconduce tutto alla sua radice, sapendo che tutta la vita e la missione della Chiesa è affidata a Cristo e allo Spirito, le due Persone mandate dal Padre per la nostra salvezza. La custodia della famiglia di Nazaret, a cui si è consacrato totalmente il giusto Giuseppe, diventa anche per tutti noi il compito nei confronti della Chiesa, la nostra missione dentro la grande famiglia della Chiesa. È la nostra paternità: nella misura in cui siamo sacerdoti, abbiamo un compito di paternità nella Chiesa, che non è alternativa alla fraternità, ma che rimane sempre anche fraternità. Fraternità fra i sacerdoti, ma anche con tutti i nostri fratelli in Cristo e, alla fine, con tutti i nostri fratelli in umanità. Fraternità che è custodia nell’amore e nell’obbedienza, ed è passione per la missione. Continuiamo la santa Messa con questa intenzione: che tutti noi diventiamo ciò che siamo sacramentalmente, quello che il Signore ha disposto per noi nel suo amore eterno e preveniente.

19 marzo 2010

nella foto: il card. Ruini durante l’omelia nella cappella della casa di formazione

7 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

La Chiesa “assediata” da Gesù

Comunione_degli_apostoli,_cella_35La Chiesa è sotto assedio? Sembrerebbe di sì, se si dovesse dar retta ad alcuni giornali di questi ultimi giorni. Vi si parla della Chiesa cattolica come di una istituzione colpita a morte dai peccati di alcuni suoi membri e di un successore di Pietro che dovrebbe pensare a dimettersi. In realtà, grazie a Dio, le cose non stanno così.
Certamente i peccati di noi cristiani costituiscono uno schermo tra l’opera di Cristo – che in questi giorni vediamo curvarsi di nuovo sull’uomo ferito, per guarirlo con la propria passione, morte e risurrezione – e l’umanità che l’attende gridando e sperando.
Quando poi il peccato è così grave da attentare l’innocenza e la salute dei piccoli, il crimine è particolarmente odioso e va perseguito. Ma nulla può spegnere l’opera di Cristo che è venuto proprio per guarirci dal nostro male.
Senza la sua vicinanza, senza la Chiesa, la tenebra nel mondo, lungi dal diminuire, aumenterebbe. La santità della Chiesa nasce dall’opera di Gesù che muore sulla Croce per cancellare i nostri peccati, vincendo ogni divisione e ridando all’uomo la speranza di poter risorgere sempre. La Chiesa non è santa per la bontà dei suoi membri.

Alla fine del IV secolo sant’Agostino, nella lotta contro il Donatismo, ha rivelato il vero volto della Chiesa. C’era chi voleva che i lapsi, che avevano abiurato la fede sotto la pressione delle persecuzioni imperiali, venissero ribattezzati. Agostino si oppose: «È Cristo che rende santa la sua Chiesa».
La Chiesa è assediata, sì, ma dall’amore del suo Signore che continuamente urge i suoi membri a conversione. Benedetto XVI poggia in questo la sua confidenza. Per questo è sereno, pur nel dramma dei peccati di tanti uomini. Da questa serenità attinge la forza per una riforma della Chiesa, per far pulizia, senza nascondere nulla ma anche senza nessun cedimento alla logica mondana di chi vuole negare alla Chiesa quella maternità che le viene dalla morte e resurrezione del suo Signore.

pubblicato su ilsussidiario.net

nell’immagine: Beato Angelico, Comunione degli apostoli

7 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il dono della resurrezione

E0670_ElioCiolAlle soglie della Pasqua Gesù risuscita Lazzaro. Quel gesto spiega tutta la portata rivoluzionaria dell’annuncio che ancora oggi risuona nel mondo: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (cfr. Gv 11, 25). La morte, dunque, non è tolta, ma è vinta.
Dopo sua madre e Giuseppe, Gesù non aveva nulla di più caro dei fratelli Maria, Marta e Lazzaro. Forse solo Giovanni aveva in lui lo stesso posto che avevano loro. Non è dunque senza significato il fatto che Gesù scelga di resuscitare proprio Lazzaro. L’amico, il più caro amico. La vita sgorga dall’amicizia, è ultimamente amicizia. Ed essa in Gesù nasceva dalla sua passione per gli uomini. Giovanni nel suo Vangelo descrive così la reazione di Gesù di fronte alla morte dell’amico: «Si commosse profondamente, poi pianse» (Gv 11,38).
La commozione di Gesù e la resurrezione di Lazzaro sono per ognuno di noi il segno che la vita non finisce. Anche se siamo chiamati a passare attraverso le prove della malattia e della morte, esse non sono definitive: l’ultima parola è la vita che lui ha portato.
Lazzaro è risuscitato per poi morire ancora. Cristo invece risorge per non morire più. La resurrezione di Lazzaro, in realtà, è solo una prefigurazione di quella di Cristo. È un’anticipazione, come un dono pregustato. Attraverso di essa Cristo ci vuol far capire che il dono della sua resurrezione comincia a trasformare la nostra vita presente: già nella nostra vita presente noi risorgiamo!
La nostra vita trasformata è la sua gloria in mezzo agli altri uomini. Di che cosa abbiamo bisogno per partecipare a questo dono? È una domanda importante. Sarebbe veramente terribile poter sentire l’annuncio di un grande dono e non poterlo ricevere. Affinché questo sia possibile abbiamo bisogno di vivere un’amicizia con Gesù come quella di Lazzaro, Marta e Maria che custodisca il regalo prezioso della fede, che permetta a noi di rinascere, di risorgere ad ogni istante.
Ogni giorno abbiamo bisogno di fare l’esperienza della resurrezione. Ogni momento, nonostante le tribolazioni e le difficoltà, la nostra vecchiaia si trasforma in una giovinezza di cui viviamo l’esperienza concreta. Ci accorgiamo di essere più veri, più consapevoli, più vicini alle cose della vita.
Lo scopo di qualsiasi amicizia cristiana è mutare la vecchiaia in giovinezza. «Si nasce vecchi – ha scritto Jean Guitton – e occorre tutta la vita per diventare giovani». Questa è la ragione di una fraternità, qualunque essa sia. Ed è questa giovinezza, è l’esperienza di questa giovinezza, che permette di andare lontani rimanendo vicini, che permette di maturare una consapevolezza sempre più grande della resurrezione di Gesù, che è l’unica grazia che noi possiamo, dobbiamo e vogliamo portare agli uomini. Perché gli uomini hanno bisogno soltanto di questo: sapere che la vita non è un passaggio dal nulla al nulla, ma che essa è voluta da un Dio cosciente e amante, da un Padre. E che questo Padre ci accompagna, e ci attende.

tratto dal libro “Armonia delle stagioni”

foto di Elio Ciol: Il grido di Pasqua (Spagna 1963) – tutti i diritti riservati

31 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Al servizio del mistero di Cristo

_MG_0504Il 25 marzo prossimo sarà un giorno speciale per le Missionarie di san Carlo Borromeo. Ester e Mariagrazia, infatti, emetterano i voti semplici, prima tappa verso i voti definitivi che solitamente avvengono dopo tre anni. Prima di loro, già avevano preso gli stessi voti Rachele (due anni fa) ed Elena (l’anno scorso). «I voti di Ester e Mariagrazia sono per noi una conferma del cammino che abbiamo intrapreso», spiega Rachele. E ancora: «Essere in quattro è diverso che essere in due. Certo, siamo un piccolo gruppo che però ha preso sul serio la strada indicata da Dio. Di anno in anno maturiamo insieme e i voti di due di noi sono un segno visibile della strada che stiamo percorrendo, segno anche di una stabilità maggiore».
Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione: una festa che le missionarie sentono come la propria festa. Il «sì» di Maria all’annuncio dell’Angelo è il fondamento della disponibilità che le missionarie danno a Dio in questo giorno importante.
Il 25 marzo è anche il giorno nel quale l’inizio dell’avventura delle missionarie è stato sancito ufficialmente da una firma, quella che il vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali, ha posto nel 2007 sul decreto che le riconosce come Associazione di fedeli: «Affido le Missionarie di san Carlo Borromeo alla speciale protezione della Vergine dell’Annunciazione, chiedendo per loro il dono di riconoscere e servire il mistero dell’Incarnazione del Signore, mentre invoco su di loro la pienezza della Benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», scrisse monsignor Reali.
Monsignor Reali parla di «servire il mistero dell’Incarnazione» e, in effetti, la vita delle missionarie è un servizio. Servizio a Dio e al suo popolo attraverso la vita in comune e la missione. Oggi le missionarie abitano nel quartiere della Magliana, vicino alla parrocchia che la diocesi ha affidato ai sacerdoti della San Carlo. «La vita – spiega Rachele – si svolge in casa e nel quartiere. Fino a quest’anno Ester e Mariagrazia dedicavano gran parte del loro tempo allo studio. Con i voti semplici si dedicheranno insieme a me e ad Elena maggiormente alla missione, anche se lo studio continuerà ad avere una parte importante nella vita di tutti i giorni».
La missione nel quartiere significa tante cose: il catechismo in parrocchia ai bambini e agli adolescenti. Il coro parrocchiale formato da una trentina tra ragazzi del liceo e adulti. Curato da Mariagrazia, il coro canta durante le messe, anche in polifonia, e riesce a sostenere anche la liturgia dei tempi forti. Poi la visita agli ammalati: avviene solitamente una volta a settimana. Le missionarie entrano nelle loro case, pregano e parlano con loro. Capita, anche, che accompagnino alcuni di questi ammalati alla morte. Visitare coloro che soffrono fisicamente è anche un’occasione per allacciare rapporti con le rispettive famiglie, rapporti che poi continuano nel tempo. In parrocchia i sacerdoti tengono anche un corso per fidanzati: quest’anno sono quaranta le coppie che lo frequentano. Al corso partecipa anche una missionaria che accompagna le coppie nel loro percorso. Infine il dopo scuola per i bambini delle medie curato da Elena: un’opera alla quale le missionarie vogliono dare maggiore peso nel corso dei prossimi mesi.
Sono trascorsi soltanto tre anni dal riconoscimento delle missionarie da parte della Chiesa. Tre anni sono quasi nulla nella bimilleneria storia della Chiesa eppure possono significare tanto. Lo disse bene, in quel 25 marzo 2007, anche don Massimo Camisasca: «Ciò che oggi nasce – disse – è una piccola cosa. D’altra parte così sono i bambini quando vengono alla luce e così sono quasi tutte le opere di Dio: cominciano nel nascondimento, quasi nella furtività, come Gesù a Betlemme. Le Missionarie di san Carlo sono un’opera che io non ho preventivato; nascono dalla vocazione di Rachele Paiusco che, mossa dall’incontro con il carisma di don Giussani e la nostra Fraternità, ha insistentemente riproposto a me e a don Paolo Sottopietra il desiderio di dare vita a una comunità analoga alla nostra, segnata dallo stesso tipo di vocazione e di missione, evidentemente tenendo ben presenti le differenze che esistono tra il sacerdozio ordinato e una comunità di religiose».
Dunque, una comunità legata ai missionari di san Carlo Borromeo e a loro analoga. Una comunità che non ci sarebbe stata senza la Fraternità dei missionari fondata da don Camisasca. Un legame che trova un suo punto d’espressione in quella consegna di se stesse a Cristo nel quale, dicono le missionarie, «troviamo la nostra felicità». E ancora: «La piccola comunità nella quale viviamo è il luogo in cui desideriamo appartenere per sempre a Cristo. Siamo di Cristo perché siamo di questo luogo, di questa comunità. Certo, ogni giorno dobbiamo mendicare la nostra conversione a Cristo. Ogni giorno è per noi un’ascesi e l’occasione per chiedere al Signore di aiutarci affinché il seme del battesimo possa fiorire in una vita nuova. Abbiamo i voti di povertà, verginità e obbedienza ad aiutarci. Sono la nostra strada concreta, il dono perché la nostra conversione si compia».
Ester e Mariagrazia il 25 marzo ricevono anche l’abito: «Quando facciamo i voti semplici prendiamo l’abito. Da quel giorno assumiamo un compito visibile per conto della Chiesa, visibile davanti a tutti. Il nostro abito, infatti, è la forma visibile di questa consegna, di questa appartenenza, di questo impegno e di questo compito».

nella foto: momento di canti

24 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Massimo Camisasca al Tg5

Venerdì 19 marzo Massimo Camisasca è ospite a “La lettura”, rubrica del Tg5 della Notte, condotta da Carlo Gallucci. L’intervista è incentrata sul libro “Padre”, che sarà presentato a Roma martedì  23 marzo 2010, alle 17,30, presso l’aula magna dell’Istituto Patristico Augustinianum, in via Paolo VI 25.

19 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti |  

Educazione: compagnia in cammino

IMG_0433_Chi ci vive lo sa: a Roma, l’inverno regala certe fredde mattine di sole che mettono subito di buon’umore. E di ottimo umore varco la soglia dell’Istituto Sant’Orsola, storica scuola di Roma, nel quartiere nomentano. Oggi è l’open day: porte aperte per accogliere chi, come me, si trova tra le mani una responsabilità voluta nella sua grandezza: l’educazione di un figlio.
Nei corridoi della scuola, già gremiti, incontro don Matteo Stoduto, rettore dell’istituto dal 2003, impegnato a ricevere genitori e dare le ultime, preziose indicazioni ai tanti ragazzi coinvolti nelle attività della giornata. Dai bimbi dell’asilo ai giovani del liceo, ad ogni corridoio e in ogni classe i ragazzi accolgono i visitatori, spiegano, dialogano. Traspare un coinvolgimento inaspettato. «Questa giornata particolare – spiega don Matteo – è, in realtà, un’e­sperienza paradigmatica di scuola fatta “con” i ragazzi, che diventano protagonisti in ciò che apprendono, tramite la loro creatività. Al centro, la loro tensione verso ciò che viene proposto alla loro conoscenza, visto secondo diverse discipline e diversi punti di osservazione».
E, in effetti, tra immagini del Giudizio universale, presentazioni di Vivaldi, gallerie di immagini dal Macbeth, progetti di design, pannelli su Ulisse e letture di Dante, quello che si respira è un’apertura ai diversi aspetti dell’espressione umana, della fede e della ragione.
Di fronte alla grandezza che si intravede, affiora di nuovo l’urgenza che mi preme da tutte le parti: qual è la strada per educare mia figlia, e verso dove? «Lo strumento migliore per educare i propri figli, le persone che ci sono affidate – risponde don Matteo – è condividere con loro la crescita del nostro rapporto con la realtà».
Mentre don Matteo mi parla, il pensiero torna al composto entusiasmo e allo stupore con cui, pochi minuti prima, un ragazzo di prima media, illustrandomi le tecniche per realizzare un erbario – con foglie raccolte a Villa Torlonia, polmone verde del quartiere -, mi ha fatto sentire il sorprendente odore di formaggio del frutto della magnolia. E penso che proprio quella freschezza, quella generosità del cuore ad aprirsi sempre, ogni giorno, a ciò che ci è stato donato, proprio questo è ciò che vorrei trasmettere con l’educazione. «Si gioca tutto nel rapporto tra chi educa e chi è educato, tra padre e figlio. L’apertura al mondo matura quando il ragazzo diventa consapevole di essere guidato da una autorità che lo accompagna, da un adulto che percorre in prima persona la strada dell’imparare. Così, l’educazione è ricerca comune del senso di ciò che ci circonda e di noi stessi». E non sfugge un accenno alla complessa realtà dei ragazzi di oggi. Il commento di don Matteo non lascia spazio a repliche: «Che cosa guardano i nostri ragazzi? Guardano gli adulti che siamo, ciò che li aspetta, ascoltano la nostra proposta, esplicita o implicita, colgono e assorbono il senso che diamo alla vita».
Certo, a volte sembra che una distanza incolmabile ti separi da chi vorresti condurre su questa strada. E, soprattutto, il tempo di una vita sembra quasi troppo lungo, guardato attraverso il prisma del rapporto genitore-figlio. Ma, incalza don Matteo, «ci sono esigenze profonde che ci uniscono, a prescindere dalla generazione cui apparteniamo. Facendoci incontro ai ragazzi, ai loro desideri più autentici, diventiamo compagni in un cammino in cui ognuno dà il suo contributo, in una avventura che sembrerebbe non finire mai».
Certi squarci che si aprono sulle nostre domande più profonde spaventano, disorientano. «Dove poggiare le nostre forze?», chiedo infine. «La roccia su cui poggiare è l’Incarnazione. Il bene, il bello, il buono, il giusto si sono incarnati in un uomo, Gesù Cristo, da cui è scaturita una nuova storia, una società diversa, che esiste e che, se si ha la fortuna di conoscerla, cambia la vita a tal punto che non se ne può fare a meno».

nella foto: studenti del liceo artistico Sant’Orsola in laboratorio.

17 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Si è spenta Mariangela Camisasca

mammadonmassimoOggi, 16 marzo 2010, alle 6.30, si è spenta la mamma di don Massimo, Mariangela Tufigno Camisasca, all’età di 95 anni.
Vi chiediamo di ricordarla nelle vostre preghiere, assieme al fratello di don Massimo, Franco, e a tutta la loro famiglia.
I funerali saranno celebrati a Milano giovedì 18 marzo, alle ore 14.45, presso la parrocchia San Michele Arcangelo e Santa Rita, in piazzale Gabrio Rosa.

Oggi, nella cappella della casa di formazione di Roma (via Boccea 761), alle ore 19.00, sarà possibile partecipare alla recita del rosario e alla santa messa in suffragio di Mariangela Camisasca.

16 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

«Questo è un seme di Dio. Mettiamolo nella terra»

famigliaCi sono famiglie, a questo mondo, che sono toccate dal Signore in un modo speciale: uno dei loro figli ha risposto alla sua chiamata scegliendo la strada del sacerdozio.
Sempre, là dove accade, questa grazia scaturisce da una storia, che nella famiglia trova il terreno fertile che permette il fiorire di una vocazione, come testimoniano le storie di Marco e Lia Sottopietra, il cui figlio, don Paolo, è oggi vicario generale della Fraternità san Carlo e superiore delle Missionarie di san Carlo; di Giovanni e Caterina De Carli, genitori di don Martino, rettore della casa di formazione latino-americana e responsabile di CL del Cile; e di Stephen e Elise Lynch, padre e madre di don Jonah, giovanissimo vicerettore della casa di formazione della San Carlo a Roma.
Quando parlano di Paolo, a cui sempre hanno guardato con un’attenzione particolare, la voce di Marco e Lia Sottopietra tradisce un orgoglio e una soddisfazione così profondi che quasi non ti aspetteresti: «Ancora oggi – ammette Marco – tutte le volte che assisto alla sua messa sto attento nel vedere come imposta la predica».
La vita di campagna, cinque figli vicinissimi di età a cui i genitori insegnano a frequentare la Chiesa, a seguire mamma e papà aiutando in parrocchia «perché dove andavamo noi – ricordano – venivano tutti», e il sostegno di una fede senza dubbi o mezze misure, segnata anche da una domanda fatta a Dio quasi con pudore: «Saremmo contenti di avere un figlio prete…», sono la trama di un’esistenza semplice in un paesino alle pendici del Brenta, sotto lo sguardo vigile delle montagne.
Ed è proprio davanti a quelle montagne, spaccando la legna, che Paolo, fresco di laurea, esprime al padre il desiderio di diventare sacerdote: «È stata una notizia che abbiamo subito accolto con gioia – racconta Lia -. Eravamo contenti perché vedevamo nostro figlio contento, e grazie a lui tutti in famiglia siamo stati travolti dall’incontro con il movimento di Comunione e Liberazione». Sono una letizia e una pace che spiazzano, ma che nulla tralasciano dell’umanità di una madre che ha anche la libertà di ammettere: «Oggi la sua grande responsabilità mi fa paura, temo che a volte possa sbagliare. Ma chiedo al Signore tutte le ore che gli tenga una mano sulla testa, per il peso che deve portare”.
Sono due genitori, Marco e Lia, che sanno anche guardare al loro figlio come «a uno che sta davanti nella strada, e ci stimola a dare credito al Movimento come esperienza personale».

Giovanni e Caterina De Carli sono sposati da 46 anni, e quando ricordano la prima messa del figlio Martino la voce trema dalla commozione. «È stato il giorno più bello della nostra vita» – ammettono. Ma se chiedi loro come reagirono alla notizia della vocazione sacerdotale del figlio, capisci subito di aver posto una domanda inadeguata. «Il merito della vocazione di Martino, che è sempre stato un ragazzo umile e semplice, va alla chiamata del Padre eterno, non a quello che abbiamo dato noi. Noi abbiamo dato solo l’esempio. Martino ha dato conferma al valore della chiamata, che è opera di Dio».
E allora riemerge il ricordo di quel primo segnale, quando, a soli dieci anni, in cucina, don Martino dichiarò ai genitori che da grande sarebbe diventato missionario. «Questo è un seme di Dio – gli rispose sicuro papà Giovanni – mettilo sotto terra e vedremo cosa crescerà».
Sarà forse questa concretezza lombarda di due genitori umili, che ancora oggi vivono in un paesino della Bassa Padana, ma per Giovanni e Caterina non c’è neanche da chiedersi come sia potuto accadere: «La vocazione di nostro figlio è stata una cosa naturale, che non ci ha sconvolto neanche quando abbiamo saputo che avrebbe rinunciato ad una sicura carriera come medico per diventare missionario: in quel momento abbiamo percepito che era come se il Signore avesse lavorato anche su di noi».
La vocazione di don Martino, e prima ancora il suo «innamoramento intenso con Comunione e Liberazione», ha coinvolto tutta la famiglia: «La sua figura ci rende più sicuri, più convinti di quello che facciamo», spiega Giovanni. «Avendo un figlio prete – aggiunge mamma Caterina – abbiamo oggi una responsabilità in più verso gli altri: dobbiamo sempre testimoniare la nostra fede come autentica e vissuta, non solo a parole».

Dall’altra parte del mondo, in Oregon, Stephen Lynch guarda fuori dalla finestra gli alberi che ha piantato con le sue mani insieme ai quattro figli.
Jonah, se l’erano sempre immaginato come un buon padre, quel figlio primogenito acuto, a volte ribelle e fragile, che, approdato all’Università di Montreal da una famiglia cattolica di origine irlandese, aveva cominciato a cambiare grazie all’incontro con un professore che leggeva i libri di un sacerdote italiano, don Luigi Giussani.
Ma nel marzo del 2000 Stephen e sua moglie Elise furono colpiti da un episodio “scioccante”, dai contorni quasi surreali: «Avevamo deciso di visitare Roma in occasione del Giubileo – racconta Stephen, alternando le parole ad una risata aperta e contagiosa, che ti fa rammaricare di non essere anche tu americano – e nostro figlio Jonah ci raccomandò di incontrare un sacerdote, don Paolo Sottopietra. In un attimo ci trovammo a pranzo con don Massimo Camisasca, messi davanti, quasi brutalmente, alla decisione di nostro figlio di entrare in seminario, cosa di cui tutti immaginavano fossimo a conoscenza».
«Non riuscivo a smettere di piangere – racconta oggi Elise, quasi imbarazzata – pensavo che avrei perso mio figlio, lontano migliaia di chilometri da me».
«In quel momento – racconta Stephen – seppi che tutto quello che avevo immaginato per mio figlio non sarebbe mai accaduto. Stavo perdendo la possibilità di avere dei nipoti da lui. Capii solo qualche tempo dopo che questo era il dono che io e mia moglie avevamo ricevuto per il mondo: Jonah sarebbe stato il padre di centinaia di persone, e oggi quel bambino a cui tenevo la mano mi guida e mi conduce, e con il suo coraggio dà forza alla mia vecchiaia».
Tornati a casa, Stephen e Elise cominciano a leggere i libri di don Giussani. «Cominciammo a sperimentare amicizie straordinarie, e ad approfondire la nostra fede, che divenne sempre più vibrante. Avevamo sempre educato i nostri figli nella fede, insegnando loro ad essere persone buone, avendo a cuore il loro destino, ma leggendo don Giussani ci accorgemmo di essere come un passo indietro: ci mancavano le parole, che abbiamo trovato incontrando il movimento attraverso Jonah».
È disarmante la schiettezza di Elise, quando afferma: «Credo di aver contribuito in qualche modo alla vocazione di mio figlio. Ho insegnato ai miei figli a pregare, e tutte le sere, senza farmi sentire, chiedevo al Signore che donasse ad uno di loro una vocazione religiosa (senza badare alla forma, non volevo forzare il disegno di Dio, e poi questi non sono affari miei!). Dio questo non lo ignora, e, nel modo più imprevisto, mi ha risposto».

10 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Corrotti si nasce o si diventa?

Sandro_Botticelli_050«Se la corruzione è un grave danno dal punto di vista materiale e un enorme costo per la crescita economica, ancora più negativi sono i suoi effetti sui beni immateriali, legati più strettamente alla dimensione qualitativa e umana della vita sociale» (Pont. Cons. Giustizia e Pace, Lotta alla corruzione, 4).

Leggendo i giornali di questi ultimi giorni la prima impressione è quella di un’enorme confusione. Il lettore normale, come penso di essere, non riesce a raccapezzarsi. Che cosa è accaduto? Che cosa sta accadendo? Siamo di fronte a qualcosa di nuovo o semplicemente al ripetersi di un vizio antico e inveterato?

Dobbiamo uscire da ogni visione moralistica ed entrare in un autentico giudizio morale. La storia dei popoli, da quando la conosciamo, è segnata dalla corruzione. Sant’Agostino parlava di magna latrocinia: «Se togliamo il fondamento della giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi associazioni a delinquere?» (De civ. Dei, 4,4).

Eppure qualcosa di nuovo e di tragico sta accadendo sotto i nostri occhi. Non tanto la presenza del male, che caratterizza la vita di ogni uomo in ogni tempo. È nuovo il disorientamento che regna nel cuore di tanti uomini. Qual è la strada verso una vita buona? Quale la via verso rapporti tra gli uomini che diano la soddisfazione di vivere sulla terra?

Viviamo infatti in un’epoca in cui dominano l’ansia e la paura. L’ansia di non potere avere a sufficienza, la paura che venga la morte a portarci via tutto. Tutto deve essere ottenuto in un tempo breve perché non c’è altro tempo. Del doman non v’è certezza scriveva Lorenzo De’ Medici all’inizio dell’età moderna. L’incertezza nei nostri tempi porta taluni a un’avidità insaziabile che acceca.

L’insicurezza riguardo al proprio futuro è tipica delle età in cui viene meno la speranza. La crisi della natalità che caratterizza il nostro Occidente è un indice tragico di questa incapacità a guardare oltre la propria individualità e oltre l’attimo presente. Non ci sono più figli a cui tramandare qualcosa, non c’è una storia personale da salvare.

Anche la povertà delle esperienze affettive, che muoiono presto e hanno bisogno subito di essere sostituite da altre esperienze, porta le persone a rischiare oltre il ragionevole pur di avere qualcosa tra le mani che giustifichi il presente. Ci si attacca al denaro come all’unica sicurezza. Già Dante ricordava che superbia invidia ed avarizia sono / le tre faville ch’ hanno i cuori accesi (Inf., VI). Abbiamo spento troppi fuochi. I fuochi della carità, della bellezza, della gioia di stare assieme, di curvarci sugli altri, di godere di una canzone, di un tramonto, di un bacio. Il freddo che ne è nato porta a rischi spaventosi. Pur di avere qualcosa da stringere.

Dobbiamo tornare a riscoprire il valore sociale delle virtù cristiane, buone per chi crede e per chi non crede, capaci di fondare una convivenza ragionevolmente umana. Se Dio sparisce dall’orizzonte dell’uomo, ognuno può credere di essere dio. All’euforia succede la depressione. Le civiltà si chiudono così su se stesse e perdono ogni creatività.

La sfida di oggi è assolutamente radicale. Ci porta alle radici delle questioni, ci fa vedere il percorso semplice che può aiutare a scrivere una strada di rinascita. Primo: la vita è un dono positivo per chiunque, malato o sano, povero o ricco, colto o ignorante e non va sprecata. Secondo: da soli non si va da nessuna parte. Imparare ad accogliere e ad amare è una strada essenziale per amare se stessi. Terzo: quando scopriamo di essere perdonati, diventiamo anche capaci di costruire qualcosa che rimane e sa coinvolgere altre persone.

Volere il bene degli altri è la strada principale per voler bene a se stessi. Badare soltanto al proprio arricchimento porta inesorabilmente all’autodistruzione e a un male generalizzato.

pubblicato su Il sussidario

nella foto, Sant’Agostino dipinto da Sandro Botticelli

3 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Lasciare spazio all’Altro

sirit1Carissimi,
da pochi giorni siamo entrati in Quaresima.
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni che mi hanno accompagnato in questi ultimi giorni e che ho già messo in comune con i seminaristi.
La Quaresima ci invita a lasciare l’immagine che noi abbiamo di noi stessi per incontrare Dio e poter trovare, in lui, il nostro io. È lui che ci spalanca alle dimensioni vere della nostra personalità. È lui che ci insegna cosa sia il bene per la nostra vita e quali siano le strade per raggiungerlo. Certo, in questo passaggio noi abbiamo l’impressione di morire. Un’infinità di volte abbiamo trovato commentata da don Giussani questa esperienza della mortificazione come sembianza di morte. Sembra di dover lasciare tutto.
Il sacrificio è lasciare spazio all’Altro. Lasciare che l’Altro prenda spazio nella mia vita, entri nella mia vita a poco a poco fino ad occuparla tutta, fino a diventare il mio io: Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me (Gal 2,20). Il sacrificio è lasciare spazio a Cristo. È la Pasqua, il passaggio dall’apparente al reale, dal demonio a Dio, dall’io come significato di tutto a Dio come significato di tutto.
Lo scopo della Quaresima non è la mortificazione, ma che ciascuno trovi se stesso: chi si perde, si trova. Il sacrificio è la strada necessaria alla nostra natura, incline al male e alla divisione, per poter ritrovare la sua identità.
Ma non si tratta di un passaggio improvviso. Implica molto tempo. Il significato comune di sacrificio, per nulla banale, è quello di sofferenza. Perché percepiamo queste due parole come fortemente legate? Perché fare un sacrificio ci fa soffrire? Perché comporta un cambiamento. È un sacrificio, perché è il passaggio ad un bene più grande in cui ancora non avvertiamo pienamente la luce. Ma Dio ci guida e ci riempie di consolazione.
Sant’Agostino nel capitolo undicesimo del De civitate Dei dice che l’unico sacrificio è la comunione. L’unico sacrificio è il passaggio alla comunione, arrivare a dire: “il mio io sei tu”. L’unico sacrificio, perciò, è l’amore. È la grande rivoluzione portata nella storia del mondo prima dai profeti e poi da Gesù. Il suo amore rende possibili tutti i sacrifici per affermare l’altro, anche il sacrificio della vita. Per questo la Chiesa identifica i vergini e i martiri con la forma più alta di amore, perché verginità e martirio sono la testimonianza che la gioia più grande della vita è affermare l’altro, affermare che il tutto è l’altro.
I fioretti che facevamo da piccoli non avevano senso se non in quest’ottica: affermare il fatto che l’altro è tutto. Così anche i sacrifici che la Chiesa ci invita a vivere in questo tempo di Quaresima, come il digiuno, l’elemosina e la preghiera, non sono una rinuncia, ma un’affermazione. In questo senso il sacrificio è l’anticipo della Resurrezione.
Il sacrificio, dunque, è la strada della comunione, è lo spazio che apriamo all’Amato. Tant’è vero che nel momento supremo della storia del mondo, sacrificio e comunione sono due parole che indicano la stessa realtà: l’Eucaristia. Nell’Eucaristia arriviamo ad intuire che il sacrificio è già comunione, è già tutto, perché il sacrificio è fare spazio all’Altro e questo è già tutto.
Vostro,
don Massimo
(Lettera inviata ai sacerdoti della Fraternità san Carlo, febbraio 2010)

nella foto: via Crucis in Siberia

24 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Imparare ad essere figlio, per essere padre

DSC_4118Ho scritto questo libro, “Padre”, per raccogliere il succo dell’esperienza educativa di questi ultimi venticinque anni della mia vita, dedicati quasi interamente all’educazione di giovani verso il sacerdozio e alla guida di piccole comunità sacerdotali sparse per il mondo. Ho sentito la necessità di raccogliere il frutto di questa esperienza per offrirlo a quanti, preti e non, fossero interessati ad ascoltarla.
Il libro è un racconto, quasi un’autobiografia. Ma non vi si trovano particolari della mia esistenza, quanto piuttosto una traccia di riforma per la vita sacerdotale.
Girando per il mondo ho visto figure di preti affascinanti che hanno creato attorno a sé comunità e opere. Ho visto anche sacerdoti stanchi, delusi. Mi sono chiesto: come può una vocazione così interessante cadere in un’espressione così limitata di vita? È perché essa ha perso le sue radici.
In questo testo dunque mi sono occupato delle radici della vita sacerdotale. Così ho scritto un libro che può essere letto da chiunque, perché, in fondo, le radici della vita sacerdotale sono le radici di ogni vita cristiana, sono le strade che possono affascinare ogni uomo.
Ho visto preti uccisi dall’attività, senza un minuto per prendere fiato, per riposare, per recuperare il senso di quel che facevano. Per questo il primo capitolo del libro, il più lungo, è dedicato al silenzio. Chi vorrà leggerlo noterà che il silenzio non è l’assenza di parole, di suoni e di immagini, ma la scoperta di uno sguardo più profondo, di un ascolto più vero.
Poi parlo della preghiera e della liturgia. Della compagnia che i Salmi fanno alla vita dell’uomo, ma anche della banalizzazione di certe celebrazioni liturgiche. Parlo di alcune nuove chiese in cui è difficile pregare, parlo del canto e dell’insegnamento di Benedetto XVI a questo riguardo.
Ho trovato sacerdoti che non leggono e non studiano più. Per questo ho voluto dedicare un po’ di spazio all’importanza dello studio. In ogni età della vita occorre continuare a leggere, a meditare, ad arricchire il tessuto della nostra riflessione, della nostra visione del mondo.
Infine la parte più cospicua del mio libro è dedicata alla vita affettiva del sacerdote. Molti preti sono soli. Dopo una giornata affannosa e piena di responsabilità tornano a casa e spesso hanno solo il televisore con cui “parlare”. In molte pagine ho spezzato una lancia a favore dell’amicizia, sia dell’amicizia tra sacerdoti, sia di quella con i laici.
Nella Chiesa si ha ancora molta paura dell’amicizia. Le amicizie morbose e negative, che non sono perciò propriamente neppure amicizie, non devono chiuderci al valore essenziale di quei legami di preferenza che aprono all’amore per gli altri e ci aiutano a capire chi sia Dio. Paternità e figliolanza sono due esperienze fondamentali nella vita dell’uomo, perciò anche in quella del sacerdote. La gente chiama il prete: “padre”. Ho voluto fermarmi su questo fatto, sulla bellissima esperienza di paternità che vedo vivere in tanti preti, perché hanno aperto il proprio cuore alla figliolanza verso qualcuno che li guida e li aiuta.

pubblicato su Il sussidiario.net

17 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Padre

PadreLR copyCi saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? Mons. Massimo Camisasca pone questa domanda provocatoria come sottotitolo del suo nuovo libro, Padre (San Paolo, 16 euro, pp. 221), in uscita il 12 febbraio 2010.

Nel volume, scritto per l’anno sacerdotale in corso, Camisasca affronta i nodi fondamentali dell’attuale crisi nel clero e offre un contributo originale alla sua riforma. Benché l’autore non insista nel suo testo su tale tema, la prefazione di Mons. Bruguès, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica in Vaticano, identifica così il senso profondo delle riflessioni di Camisasca: “Sono molti i sacerdoti che, in Europa e nell’America del Nord, hanno perso il gusto della loro vocazione. La loro vita attraversa gravi difficoltà: la solitudine pesa, il rischio di abbandono li minaccia. Che fare? La risposta è semplice, evidente, e nello stesso tempo terribilmente audace: una riforma!”.

I problemi della vita sacerdotale sono molti e molto discussi. Dopo il Concilio Vaticano II, qual è il senso della liturgia e della preghiera? Perché si nota una scarsa formazione intellettuale dei sacerdoti, e cosa bisogna fare? Si può ancora parlare di paternità spirituale, in un’era che ha smarrito anche il senso della paternità carnale? Ma anche: qual è il senso delle amicizie sacerdotali? Perché il celibato?

Per gettare una luce su queste problematiche, Camisasca rilegge l’esperienza dei suoi venticinque anni di superiore della Fraternità san Carlo, una società missionaria che oggi conta più di cento preti e circa quaranta seminaristi. Vivendo con i suoi fratelli, e mandando missionari in tutto il mondo, ha imparato l’importanza dell’affettività: perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e ai seminaristi. I preti devono fare l’esperienza di essere figli per poter diventare padri del loro popolo. Così con le amicizie, che l’autore afferma essere una strada fondamentale anche per arginare le patologie.

La strada di ripresa che Camisasca propone ha radici profonde. Afferma che il prete oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno, dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Questi non sono la negazione della vita attiva tra gli uomini, sulle strade, ma la loro condizione.

Una parte importante del libro è dedicata alla liturgia, in perfetta consonanza con quanto sta operando Benedetto XVI. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo.

12 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti |  

Tre matrimoni e un battesimo

silanosCaro don Massimo,
ogni due giovedì ho proposto agli anziani della parrocchia di trovarsi insieme. Dico per loro una messa e poi preghiamo un po’, ci spostiamo nel centro parrocchiale e lì chiacchieriamo, scherziamo e poi pranziamo insieme. Vengono una dozzina di persone più la Gao e sua sorella che preparano da mangiare e fanno da segreteria del gruppo.
Una di queste volte ho fatto raccontare al Signor Qing (80 anni) e a sua moglie la storia del loro matrimonio. L’ho fatto apposta perché sapevo da Paolo che i due non si erano mai regolarmente sposati in chiesa (la moglie ha ricevuto il battesimo solo un anno e mezzo fa, dopo essere guarita da una malattia durante la quale ha visto in sogno Gesù che l’ha invitata a farsi battezzare). Ho poi scoperto che tanti anziani cattolici sono nella stessa situazione del signor Qing, in quanto a quel tempo erano militari e per un’oscura legge di Chiang Kai Shek non potevano sposarsi in chiesa.
Quel giorno, al termine del racconto che i due hanno fatto, li ho ringraziati dicendo che mi avevano commosso e proponendo loro di fare una bella festa insieme agli altri anziani e di sposarsi finalmente in chiesa: loro, commossi, hanno finalmente accettato. A quel punto mi sono commosso davvero e ho pensato a Bertolina e ai due vecchi siberiani che facevano il loro viaggio di nozze tornando a casa a piedi dalla chiesa del villaggio…
Il giorno dopo siamo andati a casa della signora Yang per la preghiera in famiglia. Il marito (81 anni), mezzo sordo, non è cattolico. Chiacchieravamo con lei e la Gao mi sussurra che anche loro due non si sono mai sposati in chiesa, essendo anche il marito della Yang un ex militare. Allora propongo anche a loro di sposarsi. La Yang mostra la sua sorpresa, ma commossa dice di sì. A quel punto però, il vecchio Qing (sempre presente…) parte al contrattacco e si impunta nel voler convertire il marito della Yang, il quale però, non capisce quello che l’altro gli sta dicendo, un po’ perché il loro dialetto cinese non è lo stesso e soprattutto perché il Yang Bei Bei è sordo come una campana. Allora il Qing gli si mette vicino e urla. Niente da fare: l’altro non sente. Eppure il Qing non molla. Prende carta e penna e scrive, con mano lenta e tremolante, i suoi caratteri cinesi su un foglio volante, mentre noialtri presenti mangiamo, parliamo, scherziamo. Alla fine, il vecchio Yang legge l’invito a battezzarsi che il suo quasi coetaneo ed ex commilitone gli fa leggere: e, nell’incredulità’ generale, dice di sì, vuole il battesimo. Spiega che, quando era giovane, avrebbe voluto farlo, ma quando era sotto le armi non ha mai avuto il tempo e, in seguito, non ha mai più trovato nessuno che glielo proponesse, prima che lo facesse il vecchio Qing…
Nei giorni scorsi, infine, ho scoperto che anche la Maestra Luo (80 anni) e suo marito (un ex colonnello dell’esercito di Chiang) non sono ancora sposati…
Così il 29 di novembre festeggeremo il nostro patrono San Francesco Saverio e in quel giorno ci saranno anche tre matrimoni e un battesimo: età media, 80 anni…

Un abbraccio grande,
Lele

PS: Lo dici tu a Francesco Bertolina, che, stavolta, ho fatto meglio di lui?

10 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Ancora un inizio

IMG_6573Abbiamo incontrato Romano Christen, da pochi mesi in missione a Colonia, in Germania, insieme a Gianluca Carlin, Georg del Valle e Lorenzo Di Pietro.

Don Romano, avete da poco aperto una casa della Fraternità a Colonia, in Germania. Qual è la tua prima impressione di questa città?
Siamo a Colonia dall’agosto del 2009. La città ha una storia imponente: sorta duemila anni fa ad opera dei romani, per secoli al centro d’Europa, era chiamata la «Roma del nord». Una città con una storia molto cattolica, patria di molti santi, ricca di chiese romaniche e gotiche. Nel contempo, se giri in metropolitana o vai per le vie della città, vedi una massa di gente che si è estraniata da questo patrimonio. È una città ricca, ma con una significativa quota di disoccupazione e un tasso altissimo di immigrazione. Gli abitanti di Colonia si concepiscono culturalmente all’avanguardia, aperti a qualsiasi espressione, anche un po’ esagerata, eccentrica. Insomma, la preziosa tradizione che costituisce la sua identità non è vissuta in maniera scontata, ma è immersa nei contrasti del ventunesimo secolo. È questo il punto d’inizio della nostra presenza qui: radicati nella nostra appartenenza alla Fraternità, al movimento, desideriamo amare questo popolo e testimoniare che questa tradizione è chiamata ad avere un grande futuro.

Come s’inserisce in questo contesto la vostra responsabilità in parrocchia?
L’unità pastorale che mi è affidata come parroco si compone di tre parrocchie, e conta in totale diecimila anime. Georg del Valle è vice parroco. Io sento il mio compito di parroco innestato nel cammino della tradizione religiosa e culturale di questo popolo, cammino che, qui, per noi trova un punto di forza nella paternità del nostro vescovo, il cardinal Meisner. Abbiamo avuto occasione di incontrarlo più volte e ne siamo stati molto rincuorati. Abbiamo, infatti, percepito la sua capacità di valorizzare il nostro carisma, di rispettarlo, di porsi con stupore di fronte ad esso. Egli desidera sostenerci perché il fiore della nostra Fraternità possa sbocciare anche nella sua diocesi. La diocesi di Colonia è grande, la curia è immensa. Anche nei collaboratori che lo circondano, però, non abbiamo incontrato freddezza burocratica, ma ci hanno accolto con calore e hanno mostrato un grande desiderio di lavorare insieme.

Come giudichi l’inizio della vostra missione qui?
Abbiamo trovato un’accoglienza molto calorosa anche nei parrocchiani, persone molto aperte nei nostri confronti. Pur non conoscendo alcunché della nostra Fraternità, si sono posti nei nostri confronti senza pregiudizi né preclusioni. Sin da subito, si sono lasciati interpellare dal fatto che quattro sacerdoti vivessero assieme. In molti, anche tra coloro che hanno una responsabilità in parrocchia, sono rimasti affascinati dall’unità che traspare dalla nostra vita e la percepiscono come una grande promessa per la parrocchia. Comprendono che non siamo quattro persone venute qui per fare numero. Chi guida la parrocchia è accompagnato da un’amicizia di confratelli. Questo ha destato in loro la speranza di poter vivere un’amicizia analoga, tra di loro e con noi.

3 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

L’annuncio dell’appartenenza

naglecolorIl papa è venuto a Betlemme a maggio dell’anno scorso. Dopo aver salutato la folla, ha cominciato l’omelia con le parole dell’angelo riportate nel vangelo di Luca: «Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia» (cfr. Lc 2, 10). C’è qualcosa di straordinario in questo annuncio. Dopotutto, la gioia non è una di quelle emozioni che possono facilmente essere provocate o manipolate. La gioia, più delle altre emozioni, è infatti un sentimento che deve sorgere da qualcosa di profondo e originale. Non la si può generare artificialmente. Affinché sia un «annuncio di grande gioia», qualcosa di profondo in noi deve riconoscere la bontà di queste notizie. Quando l’angelo dice che porta un annuncio di gioia, deve voler dire che ciò che annuncia è capace di farci riconoscere, dall’intimo del nostro cuore, che «questo è buono, questo mi dà vita».
In un mondo dominato dalla politica della paura, della reazione, e dell’ira, dove la comunità cristiana sta scomparendo, quale possibilità c’era che la gioia divampasse? Eppure, il giorno dopo, nella piazza davanti alla chiesa della Natività, è scoppiata la gioia. Dopo tutte le minacce e i lamenti, chi avrebbe detto che la gioia potesse erompere proprio lì? Nello stesso luogo, e provenendo dallo stesso evento annunciato dall’angelo, la gioia, il riconoscimento di una presenza vivificante, ha illuminato i volti delle migliaia di persone radunate lì. Era come la luce di una stella brillante. Una cosa del genere non si può inventare. Solo la presenza di Uno che convince il cuore del bene può creare quella luce. La nostra unità con il papa nella fede ha permesso, persino a chi è arrivato pieno di obiezioni e pregiudizi, di riconoscere quella presenza e di risponderle.
Per tutte queste ragioni, io sono continuamente riportato al Natale, a quell’annuncio di gioia nel mezzo di circostanze che non promettevano nulla di buono.
Un giorno ero in visita a una povera signora anziana. è ammalata, sola, e non ha soldi per le medicine. Nonostante il suo dolore, è soprattutto preoccupata per sua cugina, che ha un cancro alla gola. Ad un certo punto, le ho chiesto di pregare. Alla fine, ha cominciato a piangere e insisteva che non piangeva per il dolore, ma per la gioia. Diceva di non riuscire a spiegarsi perché piangesse. Io, invece, sì: piangeva perché riconosceva quella presenza annunciata duemila anni fa, quella stessa presenza che stavamo annunciando l’uno all’altra nella nostra testimonianza reciproca: «Ecco, oggi è nato il Salvatore, Cristo il Signore».

27 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Notizie da Roma…

Messa con ospiti panorama 1Ieri, martedì 26 gennaio, un gruppo di giovani studenti della Scuola Sant’Angela Merici (di cui oggi ricorre la memoria) di Desenzano Del Garda, ospiti dell’Accoglienza Internazionale, hanno partecipato alla santa messa in cappella della casa di formazione. Ricordiamo che l’Accoglienza è disponile per ospitare gruppi, parrocchie, scuole ecc. Per informazioni: info@accoglienzainternazionale.com

27 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Nell’ora di Gesù

ammissione-agli-ordini_035Cari fratelli,

dove si decide il presente e il futuro della vostra vita, della vita di ciascuno di voi? e, poiché ormai la vostra vita è così legata alla nostra, dove si decide il presente e il futuro della nostra Fraternità?

Nelle deliberazioni ponderate e sagge del nostro consiglio? Nella nostra passione educativa? Nel discernimento che noi superiori esercitiamo sulla vostra esistenza? Nella dedizione missionaria dei nostri fratelli? (E l’elenco delle domande potrebbe essere molto lungo).

Certamente in tutto questo. Ma vi è un livello ben più profondo e più importante su cui desidero soffermarmi stasera con voi che operate questo passaggio e con tutti i seminaristi, i preti e gli amici qui presenti.

Il presente e il futuro si decidono nel sì che ora dite e che sarete chiamati a dire centinaia di volte, nel segreto della vostra coscienza o in pubblico.

Il destino della esistenza di una persona e di una comunità si gioca in quel misterioso e furtivo incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo, ove si combatte la grande battaglia tra bene e male, che si ripete in ogni ora della storia e determina la storia dell’uomo e dei popoli molto più dei grandi consessi nazionali o internazionali.

A che cosa l’uomo è chiamato a dire sì (o no)? Ed è solo in questa decisione?

A questi due interrogativi può aiutarci a rispondere la liturgia di questa sera.

L’uomo è chiamato a rispondere a Dio che lo invita a partecipare alla sua vita di luce, di gioia, di donazione. Alcuni uomini sono poi chiamati a partecipare della sua volontà di salvare gli uomini. Per questo si è fatto uomo. Per questo chiama voi.

Questa chiamata di Dio non avviene una volta sola. Avviene innumerevoli volte lungo il corso dell’esistenza, in innumerevoli ore. L’ora. È una espressione di Gesù: non è ancora la mia ora…, essendo giunta la sua ora. Siamo chiamati a partecipare alla sua ora, alla sua volontà di correre incontro all’uomo in ogni ora della storia.

L’incontro tra Dio e l’umanità, con chiara allusione descritto da san Giovanni nel Vangelo delle nozze di Cana, avviene nell’ora di Gesù. Noi veniamo invitati ad entrare in quel movimento, a collaborare con Lui nella sua sete di salvare gli uomini e far loro conoscere il Padre.

Entrare nell’ora di Gesù con tutto noi stessi, con tutti i nostri doni personali, come allude il brano di san Paolo che abbiamo ascoltato.

Ma c’è una considerazione ancora più importante di tutto ciò che ho detto finora. Ed è che la nostra non è mai una risposta che siamo chiamati a dare nella solitudine. Neanche per Gesù è stato così. Mentre la solitudine gli suggeriva di dire: Non è giunta la mia ora, la Chiesa, rappresentata da Maria, lo spinge a dire di sì, e soprattutto a fare di sì: Fate quello che Lui vi dirà.

Il nostro sì, che ha certamente bisogno di silenzio e di preghiera per maturare, non è però il frutto finale di riflessioni personali, di macerazioni solitarie e tormentate, della nostra povera sapienza umana. Confrontiamoci sempre con la Chiesa che parla attraverso i nostri amici veri, i nostri superiori, i nostri padri spirituali, il fondo segreto della coscienza quando non ci rimprovera.

Non diventate mai i solitari e sicuri consiglieri di voi stessi! Soprattutto non fate della paura del giudizio degli uomini il vostro banco di prova! Lasciatevi consigliare da chi vi ama, da chi vi apre le strade della speranza e della carità. Amen.

Omelia per le ammissioni agli ordini sacri – casa di formazione, 16 gennaio 2010

Seconda domenica del tempo Ordinario (anno C): Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

20 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il primo “sì”

ammissioni 2009Sabato 16 gennaio, alle ore 19.00, presso la cappella della casa di formazione di Roma, avrà luogo l’ammissione agli ordini sacri di Michele Benetti, Nicolò Ceccolini, Matteo Collini, Donato Contuzzi, Lorenzo Locatelli e Daniele Scorrano. Vi invitiamo a pregare per i seminaristi.

13 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Segni dell’opera di Dio

santoCarissimo don Massimo,

l’anno sociale è cominciato già con molti segni dell’opera di Dio.

Così venerdì scorso, al gruppo del post-comunione (il Patio de san Juan), c’erano quasi trenta bambini. Alla fine, prima di recitare la preghiera al termine dell’incontro, gli abbiamo chiesto di mettere in comune quello che avevano nel cuore dopo il tempo trascorso assieme. Laura ha detto che la nostra parrocchia è l’unico luogo in qui può esprimere se stessa, qualunque cosa faccia.

Vicki ha detto che finora, nella sua vita, non si era mai divertita tanto. Noi le abbiamo risposto che questa è l’esperienza di incontrare Gesù, che ci dona un gusto di vita impossibile senza di lui. E Jonathan, boliviano, il bambino più serio del gruppo, dice che in questo gruppo ha incontrato a Gesù e che desidera crescere per approfondire la sua amicizia con lui.

Anche accompagnare i genitori del bimbo di due anni morto annegato, di cui ti ho scritto qualche tempo fa, è un’esperienza che mi sta facendo riconoscere l’opera di Dio. Si stanno avvicinando molto alla vita della parrocchia e capendo ciò che senza questo tragico avvenimento non avrebbero forse mai capito. È proprio vero che da una disgrazia può nascere la più grande grazia.

Il lavoro con la Caritas ha avuto un buon inizio. È una grande educazione assumere un incarico che spontaneamente non avrei desiderato. Aiutiamoci sempre a scorgere i miracoli che Dio opera nella nostra vita, essi devono avere il sopravvento su qualsiasi problema, difficoltà, fatica, paura, che non farebbero altro che bloccarci e impedirci di andare avanti.

Grato della tua costante paternità, tuo

Santo

Fuenlabrada, 7 ottobre 2009

Nella foto: Santo Merlini fa catechismo con l’aiuto del pianoforte

7 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

La pace, dono del Natale

NativitargbSe il dono della Pasqua è la gioia, il dono del Natale è la pace. L’uno è la condizione dell’altro. Non può esserci, infatti, gioia senza pace.
In che cosa consiste la pace? Perché è il dono del Natale? La pace è il dono del Natale perché il Natale è la riconciliazione di Dio con gli uomini, nella carne di suo Figlio. «Egli è la nostra pace. E dei due popoli ne ha fatto uno solo» (cfr. Ef 2, 14). Il fondamento della pace è dunque l’opera di Dio, la riconciliazione con tutta l’umanità che egli ha realizzato nella carne del figlio.
Tutto ciò permette a ciascuno di noi di riconoscere il proprio posto dentro la storia del mondo e di Dio. E questo è, propriamente, la pace. Il riconoscimento del posto in cui Dio ci ha voluti, ci ha pensati, ci ha collocati, talvolta è semplice, talaltra è difficile; talvolta è luminoso, talaltra è tormentato. Scrive Paul Claudel ne L’Annuncio a Maria: «La pace, chi la conosce, di gioia e di dolore si compone». Noi dobbiamo riconoscere questo, con la consapevolezza che la pace è il bene sommo e ad esso perciò tutto va sacrificato, tanto che, appunto, il nome di Cristo è pace perché in lui la pace è stata resa possibile.
Senza pace non vi è costruzione nella vita. Sarebbe come pretendere di edificare una casa, senza prima pensare alle fondamenta. Proprio sulle fondamenta della pace si erge la possibilità di costruttività nella nostra vita. Se uno pensasse di lanciarsi verso il futuro, senza poggiare sul presente, la sua vita ne verrebbe annientata. Il suo tentativo si rivelerebbe vano e, anzi, distruttivo. Questo è vero anche per la missione. Che cosa sarebbe dello sforzo di missionari come Pepe, Markus e Giovanni, di cui leggiamo in questo numero di Fraternità e Missione, senza la certezza del proprio fondamento? Dobbiamo pertanto invocare dallo Spirito di Dio questo dono, che coincide col dono della fede, poiché la grazia della fede è proprio questa: il riconoscimento dell’opera di Dio nel mondo e del nostro posto in tale opera.
La pace è un dono coraggioso. Esige e crea uomini coraggiosi perché, senza coraggio, non è possibile riconoscere il proprio posto, quello autentico, reale, non quello sognato, vagheggiato. Quando medito sul coraggio, penso spesso ai miei fratelli in missione. Troviamo in queste pagine, per esempio, il quotidiano coraggio che nutre la missione di Vincent Nagle (è uscito, tra l’altro, un cortometraggio che parla di lui), missionario in Terra Santa, al cuore della nostra storia. Ma troviamo anche il coraggio delle suore della Trappa di Vitorchiano. Ho accompagnato recentemente i seminaristi in una visita al monastero nell’alto Lazio (potete leggere un sunto del nostro incontro): mi colpisce sempre la certezza delle suore di servire la Chiesa intera nel loro silenzio nascosto.
La pace crea uomini forti e saldi, poiché, quando si è riconosciuto il vero fondamento della vita, allora si può tutto. «Omnia possum in eo qui me confortat», «Tutto posso in Colui che è la mia forza» (Fil 4, 13).
Quel bene che sta alla base di tutta la costruzione della nostra vita, che sta alla base della Chiesa, all’inizio della sua storia, è dunque il bene sommo, che tutti noi, soprattutto nel Natale del Signore, siamo invitati a chiedere con perseveranza. Siamo anche invitati a riconoscere con semplicità che tale dono, in realtà, ci è già stato dato. Si tratta perciò di riconoscerlo con verità e di alimentarlo. Si tratta di costruire su di esso ogni altra speranza della nostra esistenza.

nell’immagine: Marko Rupnik, Natività, Casa incontri cristiani,Capiago (Co).

22 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Attraverso il muro, speranza in Israele

attraversoBOXPIATTOA volte la speranza della pace passa attraverso la storia di un’unica vocazione. «Sei nato ebreo, sei diventato cattolico, e hai studiato l’islam… tu devi andare laggiù, quello è il tuo posto!» Questo il lapidario commento della madre ebrea di don Vincent Nagle, missionario in Terra Santa, alla notizia della sua nuova missione.

Nagle è il protagonista del documentario «Attraverso il Muro. Missionario in Terra Santa», il racconto breve e avvincente di una missione al servizio delle piccolissime comunità cristiane a Nablus e Ramallah. Con uno stile veloce quasi da videoclip, l’obbiettivo del film maker Giacomo Prestinari ci porta nelle strade e nelle case di una terra sempre in primo piano nei media, ma raramente raccontata con l’equilibrio speranzoso di questo filmato. Assieme al protagonista, attraversiamo più volte il muro di divisione.

«Ieri ero con degli amici nella chiesa del Santo Sepolcro, la chiesa costruita sul luogo dove Gesù è stato deposto dopo la sua morte, e dove è risorto. Notavamo tutti questi muri costruiti dentro la chiesa, che separano le aree riservate alle differenti confessioni cristiane. Ho detto loro: vedete, queste mura che ci dividono, sono anche le mura che ci permettono di condividere lo stesso luogo», racconta il missionario.

In fondo, ciò che divide è anche ciò che unisce. Su tutti i lati delle mura di divisione ci sono persone bisognose di affetto e di sostegno. «Per i musulmani, sono un cristiano; per gli ebrei sono un arabo. Cosa posso fare?» è la domanda bruciante a Nablus. Risponde un arabo cristiano a Betlemme, intervistato nel filmato: «Vivo in uno stato ebraico, e in un villaggio musulmano, e devo vivere da cristiano».

Il documentario finisce con un quadro toccante che svela il motore segreto di questa missione. Nel luogo in cui Pietro è stato perdonato da Gesù dopo averlo tradito, nell’episodio narrato dal vangelo di Giovanni (capitolo 21), Vincent racconta la sua esperienza analoga. Conclude: «Ma, anche di fronte a tutte le obiezioni possibili, perfino di fronte al tradimento, il più orribile e disgustoso tradimento, nonostante tutto, rimane una voce instancabile che dice: Allora? Tu, seguimi».

Il tutto è impreziosito da una colonna sonora realizzata ad hoc da Roland Satterwhite, musicista americano che vive e lavora a Berlino. Attraverso il suono del violino, uno strumento comune alle tre culture incontrate nel filmato – quella araba, quella ebraica, e quella americana del missionario – si percepisce che la convivenza è possibile, pur con tutte le differenze di questi popoli.

«Attraverso il Muro» è disponibile in DVD su www.dischiespartiti.com e altri siti di vendita online. La prima proiezione pubblica avrà luogo il 20 dicembre prossimo a Milano.

Press room

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colonna sonora

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11 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

La riscoperta del “gusto” di Cristo

pepe scuola bambini 112José «Pepe» Claveria guida la pastorale universitaria cattolica a Vienna. Ci racconta la sua esperienza.

Pepe, da quanto tempo ti occupi della pastorale universitaria a Vienna e in che cosa consiste il tuo lavoro?
Ho iniziato a lavorare nella pastorale universitaria nove anni fa, nel 2000, e dal 2006 ne sono diventato il responsabile. Il mio compito fondamentale è stare con i ragazzi, educarli a scoprire la forza grandiosa che è Cristo, in fondo già presente in loro per la grazia del battesimo, ma che spesso è nascosta.

Quali sono i luoghi in cui incontri gli studenti universitari?
Incontro i ragazzi negli studentati (strutture che forniscono alloggio a centinaia di persone), nella mensa e nella cappella dell’università. Gli studentati rappresentano una preziosa occasione per conoscere i ragazzi, un luogo semplice per trovarsi, per condividere la vita con loro, attraverso un’amicizia che fiorisce magari in una cucina, con una cena insieme.

In che modo curi il rapporto con loro?
Innanzitutto li ascolto. La mia prima responsabilità come cappellano è, infatti, la disponibilità alle persone che mi sono affidate: non voglio seguire solo i miei progetti o le mie idee, sebbene legittimi. Desidero piuttosto favorire le riunioni di studenti che incominciano a scoprire la concordia che nasce nel nome di Gesù.
A partire da questo sono sorti interessanti “fenomeni”, molti dei quali, i più belli, non programmati. All’interno degli studentati, ad esempio, alcuni hanno espresso il desiderio di sostenersi a vicenda, più da vicino. Hanno dato vita ad appartamenti in cui i ragazzi vivono una embrionale vita comune, con una regola minima: ogni giorno pregano insieme le Lodi, al mattino, e almeno una volta a settimana si trovano a cena insieme, per condividere quello che stanno vivendo.
Un altro esempio è ciò che è accaduto la scorsa primavera. Due studentesse di medicina mi hanno chiesto: «Perché una volta non parliamo di quelle cose importanti che in Università sono un tabù?». Ed io: «Quali?». «Per esempio il dolore», mi hanno risposto. Ho accettato la loro richiesta, con la condizione che il nostro fosse un incontro aperto a tutti. La prima volta sono venuti una ventina di studenti di medicina, spinti dal desiderio di scoprire il senso del dolore e della vita. Oggi l’incontro si tiene mensilmente.
Spesso gli studenti che incontriamo avvertono il gusto di una vita comune che non è fonte di distrazione, ma li aiuta a studiare e a divertirsi in maniera umana, a discutere delle cose a cui tengono di più, a vivere la fede. Dal “gusto” che questa compagnia offre a volte nascono amicizie che durano per tutta la vita.

Quali sono gli altri pilastri su cui si fonda la pastorale universitaria?
Insieme alla vita comune, l’altro principale pilastro della pastorale universitaria è la celebrazione della messa ogni domenica sera in Duomo. Si tratta per noi del punto in cui tutto inizia, del momento in cui un Altro, Dio stesso, è per eccellenza all’opera. La messa è anche il luogo dove si evidenzia l’unità visibile della Chiesa. Partecipano gruppi cattolici diversi: il «Circolo di preghiera Loreto», la Legio Mariae, i Giovani Pro Life, i Focolari, la Comunità Emmanuel, Comunione e Liberazione… A turno preparano i canti, la liturgia, le letture, l’offertorio ecc. In questa occasione fanno esperienza che nella molteplicità dei carismi la Chiesa è una e si aprono ad un orizzonte più grande. Vi partecipano in molti. A volte invitiamo il cardinale o i vescovi ausiliari. Dopo la messa si esce insieme, in un locale nelle vicinanze per un momento gioioso e divertente ma, almeno questo è il tentativo, che non vuole essere banale. Una sera è venuto a cena con noi il cardinale. Gli abbiamo dato un microfono e lui si è messo a rispondere alle domande dei ragazzi sui temi più diversi. Credo sia indispensabile che i ragazzi percepiscano la presenza di una guida, per affermare l’unità della Chiesa.

La liturgia riveste dunque un ruolo fondamentale in ciò che stai proponendo.
Infatti. Con i collaboratori laici e sacerdoti ci troviamo una volta a settimana per pregare insieme e per un momento di meditazione su un testo, da cui cerchiamo di trarre un aiuto per la nostra vita e il nostro lavoro con i ragazzi. Negli ultimi tempi abbiamo letto insieme Lo spirito della liturgia di Benedetto XVI. Attraverso questo testo abbiamo compreso meglio la bellezza della sobrietà e dell’essenzialità della liturgia romana.
Insieme ai ragazzi stiamo riscoprendo quanto il canto, soprattutto quello gregoriano, possa trasformarsi in un eccezionale strumento educativo per vivere il rapporto con Dio. A partire da questo lavoro i ragazzi stanno imparando ad entrare in chiesa in silenzio, riescono a pregare meglio e scoprono che sono davanti alla sacra presenza di Dio che si dona alla loro vita e che li attrae.

Che tipo di proposta avanzi a quelli che non appartengono a nessun gruppo particolare?
Molti dei ragazzi che conosciamo non appartengono a un gruppo o a un movimento. Sono però persone che ci tengono a partecipare alla vita della comunità. Per queste ragioni offriamo una struttura fondamentale di vita di Chiesa, non solo a livello liturgico, ma anche a livello catechetico. Abbiamo cominciato a proporre una catechesi mensile, dove si discute di temi diversi, proposti dagli stessi ragazzi, come l’amicizia, lo studio, il lavoro, la sessualità, la politica.

Di che natura è il cambiamento che vedi accadere nelle persone che ti sono affidate?
Il fenomeno che mi pare più significativo è quello di molti ragazzi che provengono da una tradizione e da una storia famigliare cattolica. L’arrivo in università li disorienta, poiché si trovano in un ambiente intriso di ateismo e di laicismo e spesso non posseggono ragioni adeguate per affrontare questa sfida. Nella nostra comunità universitaria spesso riscoprono le ragioni della loro fede. Hanno quasi lo stesso entusiasmo di quelli che hanno appena incontrato il cristianesimo, perché trovano un luogo in cui la fede è un incontro umano, che spalanca verso qualcosa di più grande. Allora cominciano un cammino insieme a noi e così a poco a poco la loro vita fiorisce.

9 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il nostro compimento

033_E0145_ElioCiolLa nostra vita è definita da ciò che ci attrae e non dai nostri limiti. Quando uno cammina, ha in mente soprattutto la meta e questo pensiero determina anche il suo itinerario. Se uno deve andare in pellegrinaggio a Santiago di Compostela o a Czestochowa, o a Chartres, che cosa domina il suo cuore? Il desiderio di arrivare. Se risentissimo le testimonianze dei seminaristi che quest’anno hanno percorso il cammino verso Santiago de Compostela, saremmo sicuramente colpiti dal fatto che il momento più emozionante per loro è stato l’arrivo nella piazza davanti alla Cattedrale, dove si sono inginocchiati cantando il Non nobis Domine.
È la meta che domina la nostra vita e determina e illumina i passi di ogni giorno. Tutto ciò segna la differenza profonda fra ogni messianismo umano e il cristianesimo. Il messianismo umano, ogni ideale rivoluzionario, è costretto a cancellare il presente per affermare il futuro. “I morti di oggi, i sacrifici di oggi non contano, sono necessari al domani.” Nel cristianesimo, invece, la meta illumina e riscalda il presente, dà luce e giudizio su di esso e forza per viverlo.
Durante il viaggio, i piedi continuano a fare male, ma tale dolore non è tutto: il desiderio della meta e l’essere insieme agli altri rendono le fatiche tollerabili. Così è nella vita illuminata da Cristo. Il nostro male non ci definisce. Non per questo dobbiamo sottovalutarlo, ma è possibile attraversarlo, anzi addirittura capovolgerlo, facendolo diventare, nell’umiliazione di cui esso è causa, una pedana di lancio per la nostra esistenza.
Con l’immagine del pellegrinaggio ho voluto descrivere il nostro cammino verso la maturità affettiva. Essa è resa possibile innanzitutto dalla presenza di un’autorità. Se non c’è un’autorità, non c’è una guida al pellegrinaggio della vita, non c’è un indirizzo, non c’è la certezza della strada. È tale certezza a segnare i confini ai nostri limiti e ai nostri peccati. La certezza della strada fa sì che essi non siano l’ultima parola, ma siano confinati e poi, a poco a poco, se Dio vuole, in alcuni casi addirittura vinti.
Riecheggiando un’espressione di don Giussani, possiamo dire di essere pellegrini mendicanti. Siamo pellegrini in cammino, ma non degli sbandati, gente che non ha meta, che oggi è qua e domani è là. Questo non è il pellegrino. Il pellegrino è un uomo abitato dalla meta. Per questo può raggiungerla. È abitato dalla meta perché altri sono con lui in cammino verso quella stessa meta. Non c’è niente di statico nella nostra compagnia, di definito a priori, nessun soffocamento della personalità, dell’originalità dell’io. All’opposto, tutto è per noi, per la nostra crescita, perché la peculiarità di ciascuno possa concorrere ad edificare la gloria, che è di molti colori.

Amare Dio, sé e il prossimo
Viene in mente l’espressione di Gesù, che a sua volta traeva anche dall’Antico Testamento: «Ama Dio con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Mt 22, 37-39). Vorrei dire almeno qualcosa sui tre amori: di Dio, del prossimo e di sé.
Leggendo il vangelo notiamo l’insistenza di Gesù che ci invita ad amare Dio con tutto noi stessi. Nello stesso tempo, egli parla dell’amore al prossimo come di un amore simile al primo (cfr. Mt 22, 39). Perché è simile al primo? Oppure, pensiamo a Giovanni che dice: «Come fai ad amare Dio che non vedi, se non ami prima il tuo prossimo che vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Che cosa viene prima, che cosa viene dopo?
Solo apparentemente siamo davanti ad una serie di incongruità. Amare Dio con tutto noi stessi vuol dire che il cambiamento della nostra vita non ha fine. Colui che ci attrae è infinito, non è mai riducibile all’idea che mi faccio di Lui. Dentro la carne della nostra vita c’è un infinito che ci attrae.
Il compimento affettivo non è innanzitutto qualcosa che io faccio per amare gli altri, per tollerare gli altri, per essere più buono. La maturità affettiva è aderire a Colui che mi attrae. Mi attrae innanzitutto con il suo Spirito attivo, con il suo Figlio che mi parla. Mi attrae attraverso il corpo di suo Figlio. Questa è la maturità affettiva, lasciarsi attrarre: Amor meus, pondus meum. Conosciamo questa frase che Agostino ci ha lasciato, perché la leggiamo ogni anno nel breviario: «Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto» (Confessioni, 13, 9). È quella delectatio victrix che Giussani ha citato in uno dei suoi primissimi testi. È l’infinito che mi attrae. Questo infinito però non è un sentimento infinito, non è un’esperienza infinita, è una Persona. L’infinito è un Tu reso carne.
Questa è la maturità affettiva: non resistere a Colui che mi attrae. Ma l’infinito mi attrae attraverso il suo Spirito e non posso mai disgiungere il suo Spirito dal suo Corpo. Cominciamo così a scoprire l’amore del prossimo. Perché Gesù ha detto che questo comandamento è simile al primo? Perché io non posso amare Dio che non vedo, se non amo il prossimo che vedo. Il luogo attraverso cui Dio mi attrae è la realtà umana in cui ha posto la mia vita. Questa realtà umana è composta da una serie infinita di riferimenti, che va dalle persone che più hanno inciso nella mia vita a quelle che ho incontrato per un solo minuto, ma che, senza che io me ne accorgessi, hanno lasciato qualcosa dentro di me. «Il prossimo» è un neologismo inventato da Gesù. È l’infinito che ti raggiunge attraverso delle persone più vicine di altre. Me le ha messe lì proprio per questo, perché l’infinito non fosse un’idea, non fosse semplicemente un sentimento, un partito, una fazione, un’ideologia. La grazia più grande che Dio può fare alla vita di un uomo o di una donna sono le persone che fa loro incontrare e la compagnia che queste persone realizzano verso di loro. I lacci infiniti, di cui parla il Cantico dei cantici, sono soprattutto una quotidianità di incontri.

La purificazione dell’amore
Cristo mi attrae principalmente attraverso le cose e le persone. La mia anima ferita e stanca potrebbe fermarsi ad esse. L’idolatria non è altro che confondere la creatura col Creatore. Ecco la necessità continua della purificazione dell’amore.
Ciò che vi dico è dominato da una espressione di don Giussani che ho commentato decine e decine di volte e che, nel libro che ho scritto su di lui, ho richiamato come uno dei punti più alti, più impressionanti e veramente innovativi nella storia della Chiesa recente: la definizione di verginità come distanza nel possesso o come possesso con dentro una distanza. Bisogna prenderla tutta questa frase. Vi è l’esaltazione dell’umano in Cristo, che ha contraddistinto tutta la vita di don Giussani, e l’inevitabilità del sacrificio, che egli ha sempre richiamato come condizione della strada. Nessuno vuole cancellare, reprimere, mettere tra parentesi amicizie e sentimenti, ma dobbiamo essere molto chiari e chiederci: cosa vuole Dio da me? E cosa vuol dire rispettare l’altro secondo la strada che Dio gli ha assegnato?
Cristo non è paradossale. Cristo ci dona un’infinità di affetti umani per aiutarci a capire cosa vuol dire amarlo. Non mi provoca scandalo che uno dica: «A me sembra di amare più quella persona lì di Gesù», perché il nostro cammino verso l’Infinito è senza fine e prima di amare Dio che non vedi, ami il prossimo che vedi. Ma ami il prossimo che vedi per camminare verso Dio, per camminare verso la pienezza di te.

Amare se stessi
«Ama il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Mt 19, 20): è una frase che ci fa entrare nel cuore più profondo della rivoluzione portata da Gesù, la stessa rivoluzione che Egli ha espresso dicendo: «Chi si perde si trova» (cfr. Lc 9, 25), la stessa rivoluzione che ha portato dicendo: «Sono venuto perché abbiate la vita, perché siate nella gioia» (cfr. Gv 10, 10; Gv 15, 11). Gesù è venuto per il nostro compimento. Uno che non ama sé non può amare Dio e gli altri. «Credono di amare Dio perché non amano nessuno», ha scritto Simone Weil.
Non puoi amare te stesso, se non riconosci di ricevere il tuo essere da Colui che ti ha fatto, se non riconosci di essere creatura. Scopri così la positività della creazione. Poi scopri di essere persona salvata, scopri la preziosità della morte e resurrezione di Cristo; scopri di essere persona chiamata, scopri il privilegio di ogni vocazione.
Questi amori, l’amore di Dio, l’amore del prossimo, l’amore di sé, sono un unico amore. Sono la descrizione del movimento dell’amore. Siccome Dio è infinito, devo imparare ad avere pazienza dei miei limiti, devo imparare a sapere che ci sono limiti che avrò fino alla fine della vita. Magari, Dio mi salva proprio perché, umiliandomi attraverso quei limiti, mi obbliga così a pregarlo, a riconoscerlo, ad amarlo. «Perché non mi insuperbissi, mi ha messo una spina nella carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggia» (cfr. 2 Cor 12,7). Sono parole di san Paolo. Certo, molti affetti che nascono nella nostra vita ci parlano di una ricchezza nuova che ci aspetta. Ma quando essi divengono sregolati, parlano anche di un buco che c’è nella nostra esistenza.

L’amore al lavoro
Ogni responsabilità che è affidata all’uomo è una strada fondamentale dell’amore. Il lavoro è, infatti, per ogni persona la strada per la sua espressione. Essa entra in relazione con gli altri e con tutta la terra e poi risponde a chi lo ha chiamato. Perciò occorre convertire il nostro sguardo sul lavoro, acquisire, dentro la preghiera, una passione per la responsabilità che ci è affidata e nello stesso tempo un distacco da essa. La vita cristiana è realmente il luogo in cui si sperimenta l’unità di ciò che nel mondo è diviso. Come essere appassionati e distaccati nello stesso tempo? È possibile? Certamente. Non solo è possibile, ma è auspicabile. Solo così l’uomo trova la verità di sé. Nella vita siamo chiamati a lasciare camminare da soli coloro che abbiamo generato e cresciuto. È molto difficile distaccarsi da coloro che siamo tentati di possedere.
Non lasceremo mai i nostri figli e i nostri amici, non li abbandoneremo, anche se essi sono chiamati a percorrere una strada che noi non avevamo preventivato. Non dobbiamo sentire come un affronto il fatto che oggi siamo qui e domani siamo chiamati ad essere là. Sicuramente ci sarà un periodo di adattamento, forse anche qualche rimpianto o nostalgia, ma poi basta. Guardiamo a ciò che ci è chiesto in questo momento, sapendo che quello che abbiamo fatto finora non è mai perduto. Non c’è un attimo che vada perduto. Questa certezza ci fa sperimentare una pienezza nell’istante, nel presente. Perché la Chiesa soffre? Perché ciascuno si sente in diritto di fare quel che gli piace, persino davanti al Papa. Nessuno più obbedisce, nessuno più è pronto ad avvertire la gloria che sta dentro all’obbedienza.
Donarsi è «svuotarsi» (cfr. Fil 2, 7)? Sì, ma con una particolare sottolineatura: che la carità, quando è divisa, non è mai diminuita. Quando io dono tutto me stesso a Cristo, sono riempito cento volte tanto.
Il seme deve morire per dare luogo alla pianta. Morire è imparare una lingua. Imparare l’ungherese, per esempio, è morire, perché uno deve dimenticare qualcosa, altrimenti non può impararlo. Imparare il cinese è lo stesso. Entrare dentro un luogo fino a immergersi in quel luogo, fino a diventare di quel luogo, senza perdere se stessi: non è il secondo capitolo della lettera di san Paolo ai Filippesi? «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, fino ad assumere la forma umana, fino a diventare uomo» (cfr. Fil 2, 6-7). E lo ha fatto perché noi potessimo diventare Dio, divini, partecipi della natura divina, come dice san Pietro (cfr. 2 Pt 1, 4). Questa è la descrizione di che cosa sia la missione. (Appunti da una lezione ai sacerdoti della Fraternità san Carlo, luglio 2009)

foto: © Elio Ciol – Tutti i diritti riservati


2 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Milano, 20 dicembre: la prima di “Attraverso il muro”

_DSC0640Il nuovo film “Attraverso il muro. Missionario in Terra Santa”, documentario sulla missione di don Vincent Nagle a Gerusalemme, sarà proiettato, in prima assoluta, a Milano, dopo la Santa Messa di Natale con gli amici della Fraternità. La celebrazione sarà presieduta da don Massimo Camisasca e inizierà alle ore 16 presso la chiesa di sant’Ignazio di Loyola, in piazza don Luigi Borotti 5 (ex via Pisani Dossi 25, quartiere Feltre).

25 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Tutto è nato dalla caritativa

retiro045L’amore al popolo a cui siamo mandati è uno dei fondamenti della missione. Non è possibile però un amore alla gente, al Paese in cui svolgiamo la nostra opera, se non custodiamo in noi stessi la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Essere grati rende possibile partire per la missione e ci permette di portare quella sofferenza che è inevitabile corollario della partenza. Ricordo di aver vissuto profondamente, ormai otto anni fa, questo aspetto che caratterizza l’inizio di ogni missione: la coscienza della mia fragilità di fronte al distacco da ciò che avevo di più caro, dagli amici, dai superiori, dalla famiglia, dalla mia terra. La gratitudine mi ha permesso di attraversare quello “strappo” doloroso e di sperimentare la carità di Cristo per la mia vita. La gratitudine è una sorta di alimento che consente di superare le obiezioni alla missione, soprattutto nelle fasi iniziali.
Una di queste obiezioni può scaturire dalla diversità dei posti a cui siamo mandati rispetto alle nostre origini. Il Cile, dove attualmente vivo, è il paese economicamente e socialmente più stabile dell’America del Sud, ma conserva ancora alcuni contrasti che caratterizzano la società latinoamericana. C’è, ad esempio, una Santiago “bene”, più ordinata, e una parte della città, dove invece le case sono piccole, con tetti di lamiera, tutte attaccate, con piccole viuzze… L’incontro con quartieri meno belli di quelli in cui abbiamo vissuto può generare in noi avversione, difficoltà. Anche questa esperienza può però diventare occasione di una coscienza più profonda della vicinanza di Cristo a noi. Ricordo, in proposito, un episodio accaduto a un mio confratello. Chiamato a visitare un ammalato arrivò in una casa di una favela. La casa era un luogo molto povero, quasi invivibile. Al momento della benedizione il cappuccio dell’aspersorio si staccò, finendo sotto l’unico mobile dell’unica stanzetta. Dovette perciò chinarsi per raccoglierlo. Il suo pensiero è stato: «Ecco, il Signore ha voluto che mi inginocchiassi su questo pavimento, per fare memoria di come egli si è inginocchiato sulla mia vita, di come egli mi ha abbracciato e abbraccia così misteriosamente la vita di quest’uomo».

* * *

Dietro la passione per le persone, dietro i fatti della missione c’è sempre, nella mia esperienza, l’unità vissuta con i superiori e con i fratelli della mia casa. Negli otto anni di missione che ho vissuto in Argentina e in Cile, ho costatato che la comunione porta frutti intorno a noi. La casa è la prima compagnia, un luogo di misericordia. Spesso le persone ci fermano in parrocchia dicendoci quanto siano colpite dall’accento di unità, di sintonia che vedono tra noi. E questo si trasmette anche nelle omelie, nell’amministrare i sacramenti, nei momenti, insomma, in cui siamo di fronte alle persone. Dall’unità vissuta nella casa si irraggia una forza generatrice che compie passi decisivi nella nostra opera missionaria.
L’unità con gli altri mi ha aiutato a rischiare con i giovani. Non nasce nulla, se non si rischia. In molti casi, si tratta di smuovere una terra indurita, non fertile. Occorre prendere gli attrezzi e cominciare a lavorare, anche senza prospettive allettanti… A Santiago, per esempio, il nostro incontro con i giovani è nato attraverso una caritativa, che ho proposto nonostante io stesso nutrissi dubbi sulla possibilità di quel gesto. Appena arrivato, la nostra immensa parrocchia (novantacinquemila abitanti, divisa in svariate cappelle) mi strattonava tra decine di incontri, riunioni, catechesi. Tutto sembrava suggerirmi di non proporre un gesto che rischiava di rimanere disatteso. Sono partito proponendo un momento che non si identificava con nessuno degli incontri già previsti. Era una proposta libera. Forse inizialmente ha coinvolto poche persone. Ora posso dire che è stata una decisione che sta portando molti frutti.
Andiamo in caritativa in un ospizio, vicino alla parrocchia. Un giorno, qualche tempo fa, vi ha preso parte, quasi casualmente, una ragazza. Si è presentata con i capelli che le coprivano gli occhi, poiché non aveva il coraggio di mostrarli. Apparteneva a una delle bande della periferia. Quel sabato mattina la sua presenza ha suscitato la perplessità di tutti, anche la mia. Invece è rimasta, è cresciuta e, dopo alcuni mesi, ha stupito tutti presentandosi a scuola di comunità con il volto scoperto, mostrando a tutti i suoi begli occhi neri. In una lettera, ci spiegava come l’incontro con Cristo avesse reso possibile il coraggio di mostrare se stessa.

Nella foto, un ritiro con i giovani in Cile.

25 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Egli viene per chiamarvi

accolitatoLa liturgia di questa sera ci fa entrare in un momento particolare della vita di Gesù. Sta scendendo da Betania verso Gerusalemme. La vista è splendida da quel punto. Anche agli occhi di Gesù la Gerusalemme di allora doveva sembrare impressionante nella sua bellezza. E Gesù si commuove, e si mette a piangere. In fondo, lui era venuto per lei. Nessun altro punto della terra era importante per Gesù come Gerusalemme, neanche Betlemme e Nazareth, neanche Betania e Cafarnao. Perché Gerusalemme era la città di Davide, e sul suo monte era stato costruito il tempio che Gesù stesso ha chiamato “la casa di mio padre” (Gv 2, 16), dichiarando in questo modo di essere figlio di Dio e di riconoscere nel tempio il segno di ciò che sarebbe stato nei secoli il Suo corpo.
Egli era venuto per Gerusalemme, e Gerusalemme non lo aveva accolto. Anche a questo allude san Giovanni nel suo prologo, quando dice “venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero”. Tutta la vita di Gesù è stato un andare verso Gerusalemme. La vita di Gesù è stato il giorno, l’occasione per Gerusalemme, ma lei si era chiusa su se stessa, sicura della propria effimera santità, che come carta cadrà lasciando sulla terra un mare di macerie e di morti.
Il mistero di Gerusalemme illumina il mistero della nostra vita. Anche a noi viene Gesù. Anche a noi chiede il nostro sì. Egli viene in tanti momenti della vita, si può dire che egli venga in ogni istante della vita. Ma ci sono alcuni momenti che acquisiscono un significato particolare. Essi sono, per usare l’espressione di Gesù, “il suo giorno”. E attraverso il nostro sì diventano il nostro giorno.
Questo che voi vivete, cari fratelli che ricevete l’accolitato e il lettorato, è uno di questi giorni. Dentro il semplice rito e la semplice attribuzione a voi di un compito di pure lontana preparazione al sacerdozio, avviene qualcosa di molto più importante. Venite chiamati da Dio a riconoscere la sua continua venuta nella vostra vita. Egli viene per chiamarvi, per sollecitarvi a seguirlo, per aprirsi alla sua manifestazione. In questo modo la vostra vita si apre a sempre nuove dimensioni, verso sempre nuove scoperte e, infine, fiorisce in quella sua statura definitiva che il padre ha pensato per ciascuno di voi e che sarà il vostro volto eterno nel regno di Dio.
In Gesù Dio viene definitivamente. Tutte le sue venute non sono altro che manifestazioni successive di un’unica venuta. Lo contempleremo meglio nel prossimo Avvento e nel Natale. C’è un solo Natale, così c’è un solo Avvento, e una sola manifestazione di Gesù. Ma, per il nostro cuore debole, per la nostra mente traballante, per la nostra libertà così incerta, egli viene continuamente. Egli necessita di essere continuamente accolto e scoperto. Così, questa sera, viene ancora per voi, e verrà nei prossimi giorni, mesi ed anni.
In Gesù il Padre si manifesta non solo definitivamente, ma anche completamente. Gesù è la realizzazione piena di ogni promessa. Nel suo “sì” alto, sicuro, luminoso, ha reso possibile il nostro “sì”, che, da prima timido e quasi faticoso, diventa poi sempre più lieto, convinto, e quasi naturale.
Anche noi dunque questa sera vogliamo dire “sì” insieme a voi. Sì, voglio seguirti. Sì, io prendo tutto me stesso, e ti seguo. E’ importante, questo “tutto me stesso”. Gesù ha detto “prenda la sua croce e mi segua”, chi vuole seguirmi. Leggo in questo invito di Gesù la sollecitazione a seguirlo con tutto me stesso, con tutta la mia mente, con tutto il mio cuore, anche con tutta la mia debolezza, fatica, e perfino con i miei peccati. Lo ha detto Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis: “L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo deve, con la sua inquietudine e incertezza, e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve entrare in Lui con tutto se stesso, deve appropriarsi ed assimilare tutta la realtà della incarnazione e della redenzione per ritrovare se stesso.” (RH 5)
Gesù amava Gerusalemme. Egli ama colui e coloro a cui è mandato dal Padre. L’intensità del suo pianto rivela l’intensità del suo amore. Egli ama in modo particolare ciascuno di voi, che questa sera visita con una grazia speciale, offrendo tutto se stesso e chiedendo a sua volta a voi di donare generosamente tutta la vostra vita per poter essere felici ministri della sua grazia.

Omelia in casa di formazione per il conferimento del lettorato e dell’accolitato ad alcuni seminaristi
19 novembre 2009

20 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il segno del perdono

Immagine 202Carissimo don Massimo,
so che durante il Meeting di Rimini è stato proiettato ripetutamente L’ultimo ponte. In tanti mi hanno scritto o detto di averlo visto, comprato e di esserne stati colpiti. Tra le persone del film, colpisce sicuramente la bella Hua Liang. C’è un rapporto particolare tra me e la sua famiglia. Ti racconto come è nato.
Hua Liang si è trasferita a Taiwan col marito – aborigeno come lei, ma di un’altra tribù – più o meno nel periodo in cui io sono arrivato nell’isola, ormai quasi tre anni fa. Con loro c’era anche la piccola Mei Li, che allora aveva quattro anni. Davvero piccola, ma molto vivace. Una domenica, dopo solo un mese scarso che ero arrivato a Taiwan, dopo la messa, Mei Li ha insistito perché prendessi la bicicletta e portassi lei e un’altra bimba della parrocchia sulla bici. Io ho messo lei dietro e l’altra bimba davanti e ho cominciato a girare per il cortile della parrocchia. Le bimbe ridevano contente e la gente che passava sembrava meravigliata per il giovane prete straniero che giocava con i bambini… Improvvisamente, mentre mi trovavo proprio davanti alla statua della Madonna che sta nel nostro cortile, la bici si è bloccata. Io ho avuto per un attimo la tentazione di dare un colpo secco al pedale, proprio come quando scende la catena e tu ti vuoi assicurare che non ci sia modo di ripartire, se non scendendo dalla bici e sporcandosi le mani… Ma, credo grazie alla Madonna che mi ha messo una mano sulla testa, quella volta non ho dato quel colpo secco al pedale. E mi sono girato. Ho visto Mei Li che non diceva niente, ma il suo piedino era infilato nei raggi della ruota posteriore. Ho cominciato a sudare freddo. Non parlavo (in che lingua avrei potuto farlo?). Sono sceso dalla bici e ho cominciato a cercare di far uscire il piedino dai raggi. Solo allora Mei Li ha cominciato a lamentarsi. A un certo punto ho cercato di toglierle la scarpina e allora ho visto. La ferita, lunga e, sembrava, profonda. Ho cominciato a non capire più nulla. Attirati dall’allarme dato da qualcuno, sono arrivati di corsa il papà di Mei Li, Li Ming Wen, e il signor Chen Guo Fong. Come per miracolo il piedino è uscito fuori al primo muovesi della ruota. Il papà e Chen Guo Fong, con Mei Li in braccio, sono subito corsi verso il vicino ambulatorio pubblico. Io dietro di loro, insieme a Hua Liang.
Arrivati all’ambulatorio, il mio pensiero era solo uno: se il raggio aveva lacerato il tendine, Mei Li sarebbe rimasta zoppa per tutta la vita. Non avevo parole, la tensione mi stava distruggendo. Ma vicino a me c’erano Hua Liang e suo marito. Tutti e due mi consolavano. Mi consolavano! Loro consolavano me, senza sapere ancora quale fosse l’entità della ferita al piede della loro bambina! Dopo pochi minuti, il dottore ci ha rassicurati: il tendine era a posto. La bimba doveva stare a riposo per una settimana, ma non c’era da preoccuparsi. Mi accompagnarono a casa, con un sorriso per me incomprensibile. «Come fate» pensavo «a sorridermi così?».
Da allora è ogni giorno così. Non so in nome di che cosa, ma da allora Hua Liang, Li Ming Wen e Mei Li non hanno mai nascosto una preferenza per me.
Un anno e mezzo fa, poco dopo il suo battesimo, Hua Liang è rimasta finalmente incinta, dopo che per tanto tempo avevano cercato di avere un altro bambino. È un maschio. È nato a metà dicembre. La notte di Natale, dopo la messa, Li Ming Wen ha annunciato il nome del loro bimbo: «Chen En, come Xie’ Shen Fu», cioè come Padre Xie’, che sarei io… Avevano già detto da tempo che stavano pensando di dare al loro figlio un nome come il mio, cosa a dir poco rara tra i cinesi. E la sola idea mi riempiva di imbarazzo e, al tempo stesso, di commozione e gratitudine. E poco importa che il primo carattere non sia esattamente uguale al mio, perché quando qualcuno oggi chiede loro: «Perché Chen En?», loro dicono: «Perché suona bene ed è il nome di Xie’ Shen Fu». E se qualcuno chiede loro che cosa farà il loro bimbo da grande, entrambi rispondono: «Speriamo che faccia il prete».
L’altro giorno stavo parlando con Li Ming Wen e c’era Mei Li con noi. «Si è fatta alta», gli ho detto, ed è davvero così. Ed egli a me: «Ti ricordi come era piccola quando l’hai conosciuta? Quando si è fatta male sulla bicicletta?». «Come faccio a non ricordarmi?». E lui: «Guarda, la cicatrice si vede ancora, ma è sempre più piccola». Ha alzato il piedino di Mei Li e mi ha mostrato il segno della ferita: non mi aspettavo che fosse così lungo e che si vedesse ancora così chiaramente… probabilmente non le andrà mai via.
Il Signore non annulla, non cancella il male che commettiamo, o le sciocchezze che facciamo. I segni rimarranno sempre. Lui, semplicemente, ci scrive un’altra storia sopra.
Ciao e a presto,
Lele

Taipei, 3 settembre 2009

18 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Cosa c’entra il Papa con l’ambiente?

ambienteLa scorsa estate, durante l’ultima settimana di giugno, sono tornato in Sicilia, la patria di mio nonno. Non ci andavo, per un lungo periodo di tempo, dal 1961. Da allora, sempre e soltanto viaggi di una giornata. Adesso mi sono fermato per una settimana. Ho visto, tra l’altro, Messina, Taormina, Siracusa, Catania. Mi ha impressionato, più di ogni altra cosa, il contrasto tra la bellezza della natura e la cementificazione. Case costruite sui greti dei fiumi, sulle ripe scoscese delle colline, rapinate degli alberi.
Una bellezza ferita. Ciò che più mi interroga, oltre alle conseguenze di tale scempio che sono sotto gli occhi di tutti, è la ricaduta diseducativa che si realizza nel cuore e nello sguardo di intere generazioni di giovani. «L’esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l’ambiente reca danni alla convivenza umana» ha più volte ricordato Benedetto XVI. «Il tema dello sviluppo – afferma nella Caritas in veritate – è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale».
Nel Medioevo molta gente viveva nelle capanne. Per esempio ad Assisi. A un certo punto, vedendo Giotto, oppure Masaccio a Firenze o Piero della Francesca ad Arezzo o Duccio a Siena, ha cominciato a guardare con occhi nuovi e ha pensato e poi realizzato case nuove, un nuovo modo di vivere e di abitare.
Ora, quando esco da casa mia, alla periferia di Roma, entro in una campagna che presenta ancora aspetti di una profonda bellezza, con la sua terra, i suoi animali. Ma ci sono bottiglie e lattine dovunque e poi televisori e lavatrici abbandonate.
Avendo speso secoli per uscire dalla barbarie ci stiamo ritornando? «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso», ammonisce ancora il Papa nella sua ultima enciclica. È un tema, questo, molto caro al pontefice. A dire il vero anche Giovanni Paolo II è più volte intervenuto in proposito sottolineando lo stretto rapporto tra ecologia e giustizia.
Quel che più colpisce, invece, nei numerosi interventi di Benedetto XVI è il nesso che lui stabilisce tra ambiente e bellezza, tra ambiente ed educazione a «vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero». «La nostra fede – afferma – comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile».
L’educazione dello sguardo deve generare uomini e donne che sappiano creare fatti di bellezza attorno a sé. La nascita della scuola creata da Cometa a Como, il lavoro che vedo fare nei Meeting-point con i malati di Aids a Kampala e a Nairobi, in Africa, Cà Edimar, che a Padova offre una casa e una scuola a ragazzi che non hanno i genitori o non possono vivere con loro… centinaia e centinaia di punti nel mondo in cui si educa a una rivoluzione dello sguardo che pone le premesse per un rispetto della bellezza dell’ambiente e per una sua valorizzazione.

pubblicato su ilsussidiario.net, il 16 novembre 2009

17 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Il gusto dell’essenziale

carlo borromeoNon è un caso che san Carlo sia stato scelto come patrono eponimo della nostra Fraternità.
L’aspetto che più mi impressiona di lui è la forza che gli veniva dalla fede. San Filippo Neri si chiese un giorno: “Ma quest’uomo era di ferro?”. Eppure la sua costituzione fisica era provata dalle fatiche, dai digiuni, dalle pallottole conficcate nella carne per un attentato subito nella sua stessa cappella privata.
Ma egli era forte perché amava. Amava Cristo e gli uomini e viveva concretamente la totale relatività a loro della sua vita.
Questo sentiva: la responsabilità di fronte al tempo che Dio gli aveva concesso. Responsabilità che si esprimeva innanzitutto come coscienza viva delle necessità del silenzio, della preghiera, dello studio. Le ore che trascorreva davanti al Crocifisso e all’Eucarestia erano per lui una necessità.
In quel silenzio, egli portava a Gesù l’immane peso dei volti sofferenti, delle malattie e delle povertà di quel secolo, delle lotte con i capi politici, delle resistenze e degli abbandoni di intere comunità. Assieme ad esso, le suppliche, le nuove iniziative, il nuovo slancio creativo di una chiesa che, dopo la tragedia della divisione, cercava forme nuove della sua espressione della storia.
Senza Carlo Borromeo la Chiesa non avrebbe avuto il messale, il breviario, il catechismo, i seminari, le scuole di dottrina cristiana. Ma soprattutto non avrebbe avuto ciò di cui ha assolutamente bisogno: una icona vivente di Gesù, come uomo pieno di pietà per gli uomini. Carlo Borromeo dovette prendere grandi decisioni nella sua vita e seppe dare a queste decisioni la forma della legge; fu un legislatore che tagliò alberi, ebbe il coraggio di potare e di sradicare.
Eppure egli non amò l’umanità, amò uomini e donne personalmente. L’immenso numero delle sue letture, ancora per lo più disperse negli archivi d’Europa, sta a testimoniare della cura particolare che contraddistinse l’animo di un uomo che non si vergognò, nello scrivere i trattati di architettura sacra, di indicare fin dove piantare i chiodi per appendere il cappello del predicatore.
Dalla sua preghiera scaturì la forma di una nuova civiltà. Questo è il succo del suo testamento vissuto.
Questo è l’invito che la figura di san Carlo rinnova oggi a tutti noi: di avere il gusto dell’essenziale, di tutto ciò che è essenziale, di vivere tutto nella memoria che fa di ogni istante la pietra di una costruzione, di avere un grande rispetto per la forma di vita cui il Signore ci ha consegnati, di desiderare cose grandi e di lasciarsi potare e portare dal Signore senza paura. Egli sa cosa fa, sa cosa chiede, sa cosa permette, sa cosa dona per sempre.

4 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Radio Vaticana

Rosario Tronnolone ha intervistato Massimo Camisasca su Radio Vaticana, il 5 novembre 2009, nell’ambito del canale One-O-Five. Potete ascoltare la trasmissione qui

Buon ascolto!

2 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Per educare uomini

Oulx_149Proponiamo un’intervista a don Gianluca Attanasio, rettore della casa di formazione: paternità, vita comune, educazione

Don Gianluca, raccontaci l’inizio del tuo lavoro come rettore.
Prima di essere rettore, sono stato vicerettore per cinque anni. Avevo poco più di trent’anni, e quattro anni di sacerdozio. Mi occupavo, all’inizio, degli aspetti organizzativi della vita del seminario. Poco dopo, ho cominciato a constatare che i seminaristi si affidavano a me con grande fiducia, con grande apertura. Guardavano a me, ascoltavano ciò che dicevo: ho iniziato così a prendere coscienza della paternità che vivevo nei loro confronti. Da una parte questo mi ha spaventato, anche considerando i limiti che ho; dall’altra mi ha entusiasmato. È stata un’esperienza di paternità che nel tempo è andata sempre più crescendo. Non sei padre prima di avere dei figli. Impari a essere padre insieme ai figli che crescono con te. Occorre accettare di crescere nel rapporto con le persone che ti sono affidate, crescere insieme a loro.

Paternità, dunque. Che cos’è per te la paternità?
L’esperienza di paternità che ho cercato di descrivere si è sviluppata attorno a due fuochi. Il primo, che emerge d’altronde anche nel rapporto con le altre persone con cui ho a che fare come sacerdote, è lo stupore dell’unicità, della singolarità e della profondità di ciascuna persona. Santa Teresa di Gesù Bambino dice che ci sono più differenze tra le anime che tra i volti. Ciascun volto esprime una realtà irripetibile. Entrando in rapporto con l’anima delle persone, cioè con la loro profondità spirituale, si scopre che ciascuno è un universo in cui non si finisce mai di entrare. Non ci si stanca mai di intrattenersi con l’altro. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Era lo stupore per il dono delle persone che mi erano affidate.
L’altro fuoco: vivendo con i seminaristi, parlando con loro, mangiando insieme, trascorrendo le vacanze assieme, studiando insieme a loro, si è sviluppata in me una conoscenza così profonda delle loro persone, da superare, in alcuni casi, anche la conoscenza che ciascuno aveva di se stesso. Nel rapporto con me erano aiutati a scoprire alcuni degli aspetti della loro persona che ancora rimanevano latenti ai loro stessi occhi.
Il compito precipuo della paternità è, dunque, aiutare i figli a scoprire i doni che Dio ha dato loro. Affidando dei compiti, delle responsabilità, consigliando certe letture.
Insieme a questo lavoro di valorizzazione, il mio compito è anche correggere i lati oscuri delle persone con cui vivo, avere il coraggio di manifestare chiaramente ciò che non va, senza la paura di perdere la stima di chi mi segue. Dopo la prima reazione, a volte anche di rabbia e di rifiuto, molti sono grati per il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di correggerli, senza la paura di perdere la loro stima.
Oltretutto, mi ha stupito che in alcuni questa fosse un’esperienza nuova, mai vissuta prima dell’ingresso in seminario. È un chiaro indice della carenza della figura paterna nel mondo di oggi e, dall’altro lato, della necessità di essa.

L’idea di seminario nell’immaginario collettivo fa pensare a corridoi bui, ai libri di Dan Brown, a un’immagine molto scura, timorosa. Tu parli del seminario come fosse una famiglia.
Don Massimo ha sempre detto che il nostro non è un seminario, ma una casa di formazione. Questo nome esprime un’intenzione profonda, presente sin dall’inizio, esprime l’essenza di ciò che vogliamo vivere. Noi vogliamo vivere una casa. Una casa è costituita da una vita comune: superiori e seminaristi mangiamo assieme; passiamo assieme del tempo libero, delle serate.
Ricordo che, quando entrai in seminario, don Massimo disse che ciascuno aveva la chiave di casa, ciascuno poteva entrare e uscire a piacimento, purché si confrontasse con i superiori, per valutare se l’uscita fosse utile per la strada che stavamo facendo insieme. Proprio come in una casa, si dice dove si va, quando si esce. Perché ci sia un clima di casa, è dunque necessaria una grande libertà.
Certamente, una delle esperienze più belle della vita del seminario è lo studio insieme, il fascino della scoperta. La nostra vita è una vita comune nella ricerca della verità che ci supera e ci trascende, che è Cristo. Lo studio è sempre vissuto da noi come espressione della vita comune. È solo nell’amore che si conosce veramente la verità. Studiare con i seminaristi, approfondire le loro materie, fare assieme un lavoro alla scoperta di teologi e padri della Chiesa che ci hanno preceduto indicandoci la strada; studiare don Giussani e la liturgia: sono tutti aspetti molto affascinanti della vita comune in seminario.

Questo è un seminario che prepara ad essere missionari. Nell’immaginario comune, il missionario è un eroe, che va in terre sconosciute… Che cos’è la missione?
La caratteristica specifica della nostra Fraternità, l’essenza che la contraddistingue da altri tentativi, pur nobilissimi, è il concepire la missione come il dilatarsi della vita comune vissuta in una casa. San Leone Magno dice che non è opportuno che prenda l’incarico di annunciare Cristo agli altri chi non vive la comunione fraterna.
Annunciare Cristo facendo dei discorsi, per quanto giusti essi possano essere, è un conto; tutt’altra cosa è invece annunciare Cristo comunicando l’esperienza di cambiamento di sé che comporta il vivere con altri. Un conto è dire a un marito o a una moglie che devono stare tutta la vita col coniuge, un altro è mostrare che noi accettiamo di vivere con le persone che ci sono date in casa, chiunque esse siano.

(nella foto: un momento delle vacanze estive della Fraternità san Carlo, agosto 2009)

28 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Camilian Demetrescu: lettera aperta ai sacerdoti

bacio-cosmicoProponiamo un testo interessante dell’artista rumeno Camilian Demetrescu, che ha presentato in seminario una settimana fa.

Lettera  aperta  ai sacerdoti delle chiese nuove di oggi e di domani

Carissimi, quando mi trovo in uno di questi nuovi fabbricati registrati al catasto come “luogo di culto”, in quale voi, seguendo la vostra missione sacerdotale, dovete celebrare la parola di Dio, non posso fare a meno di chiudere gli occhi e chiedermi che cosa manca per sentirmi veramente dentro una chiesa, dove mi trovo e perché avverto intorno a me questo incolmabile vuoto?

Che cosa è rimasto dentro le mura di cemento e di pietra artificiale di un simile edificio segnato ancora da una croce solitaria? Di tutto quello che i costruttori delle cattedrali, dei sacelli o delle piccole pievi di campagna ci hanno lasciato nei tempi “bui” del medioevo, di tutto l’ingegno che le maestranze, i pittori, gli scultori, i mastri della pietra, del ferro, del legno, gli orafi e i tessitori, vi mettevano per raffigurare il corpo di Cristo nel corpo di una chiesa, di tutto questo non è rimasta oggi che la vostra voce umana  per trasmetterci dal vivo la Verità del Verbo. Tutto il resto sembra sia stato risucchiato da un ciclone oscuro nella voragine dell’oblio, scaricato nelle betoniere di questa civiltà meccanica che stritola e divora la memoria della grande storia cristiana.

Con questi sacri detriti i costruttori di oggi forgiano nelle moderne “fabbriche del Duomo” – del Duomo-silos – la cattedrale d’”avanguardia” dei nostri tempi, che Hans Sedlmayr chiama, eufemisticamente, “garage per le anime”.  Piantato nel cuore della metropoli, in spazi di alta densità urbanistica, in stridente flagranza con l’anima della città, questo silos non è  certamente una “cattedrale nel deserto”. Il deserto sta dentro di se. E’ “il deserto nella cattedrale” la conquista dell’analfabetismo regnante nell’odierna architettura del… “sacro”.

Che cosa intendo per questo vacuum che rimbomba attorno a noi in questi “garages per le anime”? Mentre celebrate la Santa Messa, la vostra parola è rimasta l’unico tramite per incontrare il messaggio divino. Scriveva Meister Gerhardt nel XIII° secolo:

“Dio è una parola, il regno dei cieli è una parola; oltre la parola non  abbiamo che il simbolo per definire la presenza di Dio” .

Ecco quello che manca in questi edifici nuovi: Il Simbolo. La raffigurazione visibile della parola divina. Se Cristo è il Dio incarnato, l’invisibile che di fa vedere, il Simbolo è la Parola di Dio incarnata.

Quando, nella settimana Santa si leggeva in chiesa l’Apocalisse, mentre il testo parlava del Cristo in trono che annuncia il Verbo primordiale, nell’affresco dipinto sulla parete, nell’immagine scolpita sul capitello o disegnata sulla pergamena, il fedele  vedeva raffigurato il Cristo con una spada a doppio taglio in bocca, simbolo della forza invincibile della parola di Dio, del Verbo incarnato. L’iconografia della chiesa romanica illustrava il vecchio ed il nuovo testamento, la vita di Gesù e i fatti degli Apostoli, in chiave simbolica. La croce della crocefissione e del trionfo di Cristo raffigurata sugli altari (come a San Salvatore di Vasanello) o sui mosaici (di San Clemente in Roma) appariva come un albero dalle cui radici sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, con i due cervi che si abbeverano dalle acque limpide come il cristallo,  simbolo dell’Albero della Vita.

Durante la lettura dei brani liturgici, ascoltando la vostra parola, che cosa può vedere  oggi  il popolo  su una parete di cemento nudo, o dentro una finta vetrata astratta senza alcun riferimento ad un tema sacro? L’arte astratta, gradita da alcuni sacerdoti nella loro chiesa, contraddice il principio stesso del cristianesimo: l’incarnazione del divino, il Dio invisibile che si fa vedere, lo spirito che appare ai nostri occhi in sembianze umane. Rimandare nell’invisibile il volto di Cristo, astrattizzare il creato e le sue fome simboliche, significa togliere all’immagine il mistero dell’incontro tra spirito e materia, tra Dio e l’uomo. Il declino della catechesi visiva ha lasciato sola la parola. Viviamo in un una civiltà dell’immagine, ed è proprio per questo che la presenza di una iconografia simbolica diventa indispensabile per rafforzare il significato della parola.

Gli addetti della modernità  sostengono che viviamo in un altro tempo, che l’uomo di oggi non ha più bisogno di  rappresentare i temi biblici come una volta, che bastano segni essenziali per comunicare i concetti sacri. La liturgia è stata compressa, inserita nel frettoloso ritmo della vita quotidiana, le omelie sono ridotte spesso a considerazioni sociologiche, il catechismo segue la stessa regola.

Abbiamo bisogno urgente di un ritorno all’iconografia, evidentemente senza imitare il passato, in uno spirito di rinnovamento nella continuità della grande tradizione cristiana. Il vostro ruolo, carissimi sacerdoti, è fondamentale. Con pazienza e determinazione dovete restaurare il principio dell’unità corale delle arti, come ai tempi della fioritura medievale, rimettere al loro posto i temi iconografici della chiesa di sempre, nello spirito di una visione simbolica liberata dalle decorazioni superflue che nel barocco avevano raggiunto il massimo di ambiguità tra sacro e profano, tra chiesa e palazzo principesco.

La scomparsa del simbolo nella nuova architettura ecclesiale ha molteplici aspetti e cause. In nome della “purezza” di ogni disciplina artistica – pittura, scultura, musica, architettura – che non dovevano essere più contaminate da concetti letterari, filosofici, morali o religiosi, si è arrivato nei tempi moderni alla separazione delle arti, alla disgregazione della loro integrità corale che costituiva la maestà delle cattedrali medievali, i veri musei della civiltà cristiana,  aperti al popolo dal sorgere del sole fino al tramonto. Il divorzio tra architettura e le altre arti ha partorito questo vacuum all’interno della  nuova chiesa parrocchiale, dei grandi santuari e dei vari altri garages per le anime spuntati nella città.

Per di più, la struttura stessa dell’edificio ha perso i riferimenti simbolici  originali. La chiesa non è più orientata, l’altare non guarda più verso il sol levante, come nella tradizione paleocristiana e bizantina, ereditata dal tempio egizio e da civiltà precedenti. Il concetto stesso di “orientatio”, scompare gradualmente già dal periodo post medievale, sostituito da ragioni di inserimento urbanistico del fabbricato nel tessuto della città. Nei tempi moderni si perde completamente ogni traccia di riferimento alla centralità cosmica della chiesa e dell’altare, del rapporto simbolico tra la festa patronale e il punto geografico del sorgere del sole in quel giorno. Siamo ad anni luce  dal tempo in cui ogni chiesa era il centro del mondo, il luogo sacro dell’incontro tra uomo e Dio.

La chiesa rappresenta, simbolicamente, il corpo di Cristo. L’abside ne è la testa, la navata il corpo, il transetto le braccia aperte del crocefisso benedicente. Come potrebbe un edificio che sembra piuttosto una sala congressi, una palestra, l’atrio di un motel a cinque stelle o un capannone fieristico impersonare il corpo di Cristo? Il costruttore di turno di questi edifici non si preoccupa di simili particolari, sia perché li ignora, sia perché li considera del tutto superflui.

L’architetto contemporaneo, salvo eccezioni, è figlio di quell’illuminismo che ha acceso sul pensiero umano, per la prima volta nella storia, il faro della luce artificiale di una razionalità senza Dio, nel rifiuto della trascendenza e della millenaria esperienza spirituale dell’uomo. Ma non solo l’architetto. Il nuovo stile nell’architettura “sacra”, se possiamo ancora chiamarla così, rispecchia in fondo la mentalità regnante a tutti i livelli: statale e privato, consiglio parrocchiale, soprintendenza, sponsor, diocesi e… il parroco.

Evidentemente, l’architetto moderno deve lavorare in assoluta libertà, senza alcun obbligo di imitare i modelli del passato; egli può dare sfogo alla sua immaginazione creativa, pur nel rispetto dei simboli cardinali della chiesa cristiana. Anche dal periodo paleocristiano la geometria della pianta  esprime il dialogo tra il cerchio (l’abside) e il quadrato (la navata), tra Dio e l’uomo. L’abside semicircolare, per il suo significato sacro non può essere quadrata, triangolare, o mancare del tutto, così come la navata non può essere circolare, trapezoidale o asimmetrica. Sono regole elementari che non impongono al costruttore una soluzione architettonica prestabilita. E’ libero di immaginare forme nuove, senza però buttar via i significati originali, così come il sacerdote non può svestirsi dei paramenti liturgici per celebrare la messa in blues jeans, come i  “preti operai” della teologia della liberazione. Non si può trascurare il significato sacro del rito archetipale.

La famosa chiesa a forma di nave, ideata da le Corbusier nella prima metà del novecento,  è  solo una metafora, non un simbolo. Suggerisce la sagoma di una nave, ma non é una nave, mentre la chiesa  che impersona il corpo di Cristo, è il Cristo stesso. La chiesa del Giubileo di Roma, il lussuoso garage per le anime firmato da un prestigioso nome di oggi, non aveva una croce, perché, presumibilmente la croce non si integrava nell’estetica della facciata. Fu inserita ulteriormente in seguito alle proteste dei parrocchiani.

Negli ultimi trent’anni, da quando  decisi di abbandonare l’arte astratta per dedicarmi ad un’arte incentrata sul sacro, ho conosciuto molti sacerdoti giovani diventati buoni amici. Da loro ho saputo che nei seminari teologici non si studia la simbologia dell’iconografia cristiana; si fa cenno soltanto ai simboli essenziali liturgici. I sacerdoti che invece hanno la fortuna di celebrare la messa nelle cattedrali e nelle pievi romaniche in cui si conservano favolosi programmi iconografici medievali, si trovano in difficoltà a svolgere una catechesi visiva per spiegare alla gente, e soprattutto ai giovani, il significato di questi tesori d’arte. La scuola, i media, la televisione non se ne occupano che sporadicamente, le guide turistiche raccontano ai visitatori banalità che non dicono niente, l’insegnamento artistico sfiora il tema del sacro marginalmente, e perfino gli artisti disposti a collaborare dicono che tutta l’arte è per definizione sacra, e che dunque non può esistere una distinzione tra sacro e profano.

In assenza di una iconografia vera, consone alla struttura simbolica dell’edificio, la pietà e il buon senso popolare tenta di animare gli spazi vuoti con immagini e oggetti artigianali fabbricati in serie – cromolitografie, madonnine,  santini ecc. – acquistati sul mercato dei souvenirs, oggetti che svolgono una funzione puramente ornamentale, rendendo ancora più anonime le pareti e l’ambiente della chiesa nuova; oggetti che non aggiungono niente alla  catechesi della parola, che rischia certe volte di rimanere astratta. Sono pochissimi ormai gli artisti professionisti in grado di concepire e realizzare una iconografia essenziale e unitaria per offrire allo sguardo un supporto visivo alla parola. Purtroppo non esiste oggi un’accademia d’arte sacra dove le giovani generazioni di artisti possano imparare la cultura del simbolo. La necessità di fondare una simile accademia è urgente.

Carissimi sacerdoti, abbiamo bisogno delle vostre energie e della vostra determinazione spirituale per vivere insieme la rinascita della chiesa di Cristo. Non lasciate sola la vostra parola! Il popolo ha bisogno di ascoltare, e, allo stesso tempo, come sempre,  di vedere la liturgia.

Camilian Demetrescu

pittore, scultore e studioso d’arte romanica

26 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

In Africa, dove rinasce il cuore dell’uomo

Alfondo Poppi con una piccola parrocchiana di Kahawa Sukari

Caffè e zucchero, periferia di Nairobi. Qui c’è ancora la fattoria della baronessa Karen Blixen. Una zona strappata alla savana che in lingua locale è chiamata Matopeni, ovvero «dove c’è fango». Qualche anno fa c’era solo una cappella in legno e lamiera. Oggi, una chiesa grande e bella, con un campanile altissimo e un tetto a capanna che protegge più di mille persone, inaugurata il 29 marzo di quest’anno. Intorno alla chiesa, come sue emanazioni naturali, scuole, case di accoglienza, case di sacerdoti.
Qui vivono e lavorano don Alfonso Poppi, don Valerio Valeri e don Giuliano Imbasciati. Troviamo la parrocchia di Saint Joseph, un territorio vasto e diversificato, e il sostegno alle scuole che nascono poco a poco, grazie all’Avsi e a cooperative di genitori e insegnanti disposti a mettersi in gioco. E poi l’istituto professionale San Kizito, dove si formano meccanici, falegnami, elettricisti, tecnici informatici; il liceo Cardinal Otunga (compianto arcivescovo di Nairobi, scomparso nel 2003); la scuola primaria Urafiki (significa “amicizia”), quella de La Carovana, l’asilo Emanuela Mazzola. Nate per mettere alla prova il metodo educativo di don Luigi Giussani, in un Paese, una città dove si è capito che tocca scommettere sull’educazione per guadagnarsi il futuro. Non a caso il Kenya è in testa a tutte le classifiche: il 95 per cento dei ragazzi frequenta la scuola primaria, il 50 per cento quella secondaria.
«Ma è una corsa all’educazione accademica, che chiede un taglio netto con le radici, la dimenticanza del passato. Che produce uno straniamento, culturale e umano», spiega don Alfonso Poppi, uno che il mestiere di educatore lo conosce bene. E adesso ha quarant’anni di Africa addosso, come una malattia, del cuore, incantato dalla sua bellezza.
La storia di questo missionario varrebbe un libro corposo. Dopo la laurea in chimica, voleva fare il professore di matematica e fisica. Poi l’incontro con i ragazzi di Comunione e Liberazione, l’invito di don Giussani ad andare in Africa, dove i primi, soprattutto medici, partiti negli anni 60, avevano conosciuto l’umanità di un missionario comboniano veterano dell’Africa, padre Tiboni. «Mi resi disponibile immediatamente, con un amico di Bergamo che studiava in facoltà con me, ma si temeva che il Governo di Idi Amin Dada avrebbe espulso i sacerdoti e i volontari, e dovetti aspettare tre anni, per arrivare a Kitgum». Poppi, modenese verace, diventa sacerdote in Uganda, «perché lì avevo trovato la risposta totale alla mia vita, la pienezza del mio essere uomo». Padre Tiboni – spiega don Alfonso – «aveva dato vita a un seminario per vocazioni adulte. Mettiamoci un po’ di terzomondismo anni 70, le letture di Charles de Foucauld, la scelta del “diventare come loro”. Magari era una sensazione un po’ idealista e confusa, ma vera. Se stai in un Paese come l’Uganda ti ci vuole una vita per capire la sua gente».
Don Alfonso studia e impara presto la lingua e le culture acholi, sul campo, di capanna in capanna, non sui libri. «Ma diventare sacerdote – continua – significa vivere l’esperienza della comunità, non solo avere una formazione teologica. Un gomito a gomito che ti impedisce di sognare idealmente. La Chiesa è comunità, è confronto quotidiano, come nel matrimonio. Così è stato per me in seminario. Io e il mio amico, i soli due bianchi, più dieci africani, di diverse tribù. Nella diocesi invece il sostegno della comunità è venuto a mancare. Tante parrocchie, lontane, disunite, si viveva in solitudine e se si aggiunge il rischio della vita! Ricordo un lungo periodo nascosto nei boschi, tra soldati, profughi. Do l’assoluzione a tutti, mi dicevo, ma chi la dà a me? Certo il buon Dio ci avrebbe pensato, ma avevo bisogno io di un luogo e un’esperienza da proporre, per essere missionario».
Nel 1985 nasce la Fraternità San Carlo. Nel 1993 don Poppi ottiene di farne parte, e ritrova una casa. In tutti questi anni di lontananza e pericoli la sua prima casa non l’ha mai lasciato. Famiglia di Sorbara, papà produttore di Lambrusco, naturalmente, allegro, spiritoso, amante della compagnia. Mamma capace di affezione, sacrificio, donazione totale. La scelta del figlio dev’essere stata difficile da accettare. «Forse – commenta -, ma a me hanno fatto capire che la mia vocazione sarebbe diventata la loro, e mi hanno sempre sostenuto. “Ho imparato da mio padre, ora imparo da te”, mi disse il babbo il giorno dell’ordinazione. Era l’Assunta del 1980. E quando mamma si ammalò gravemente fu lei a mandarmi via dal suo capezzale, a dirmi di tornare alla mia missione».
Uganda è guerra, odi etnici, povertà. E malattia. Verso la metà degli anni 80 l’aids diventa di pubblico dominio, non lo si può più nascondere, cresce la paura. Comincia il lavoro nelle scuole, tra la gente, un lavoro di educazione, che propone anzitutto un cambiamento nelle abitudini sessuali, nel rispetto per le donne. Oggi anche molti medici confermano che è l’unica strada, tra lo scandalo di chi cerca soluzioni più facili. E in Uganda ha dato i suoi frutti. Nasce il Meeting Point, il suo simbolo l’Icaro slanciato verso il cielo di Matisse, con quel cuore rosso che sembra pulsare. La perla più preziosa, il cuore dell’uomo, che sa cercare e conoscere la verità anche nelle circostanze più terribili. Il Meeting Point, noto oggi in tutto il mondo, è uno dei pochi luoghi dove gli ammalati di aids “guariscono”, riprendono comunque fiducia e speranza. Rose Busingye, l’infermiera che strappa alle donne malate la fiducia e la malattia, ha commosso molti. Don Poppi ne è cappellano per dodici anni: «È cominciato con un ammalato in fase terminale che ha chiesto di me. Un uomo chiuso, ostile. Che mi ha permesso una comunione estrema e totale. Così ho conosciuto l’aids e accompagnato tante persone sole e ferite dal male. Perché è sempre dalla realtà che bisogna partire, è la realtà che ti parla, cioè Dio che ti viene incontro. E va abbracciato».
Dopo venticinque anni di Uganda, Poppi viene chiamato in Kenya, a Nairobi. Il cardinale vuole dei missionari, c’è da far crescere una parrocchia, da aprirne altre. «È stato più difficile per me lasciare il nord Uganda che l’Italia. Sembrava poi che me la svignassi, per sfuggire alla guerra, alle rappresaglie, nel periodo più buio. Ma la vocazione era alla fraternità, la fedeltà a un carisma, non a un luogo geografico. Questo ho spiegato alla mia gente. Non avete fatto domanda per avermi. Ora Chi mi ha mandato mi vuole da un’altra parte».
Dall’Africa rurale alla metropoli. Da una cultura di accoglienza, di solidarietà, di legami radicati, di amore per la natura alle divisioni, alla solitudine di genti di diverse tribù e storie, in quartieri improvvisati e disumani. Ma don Alfonso si era formato e reso africano, e l’hanno capito subito. «Padre, mi dicono dopo la mia prima messa, da lei abbiamo risentito cose vecchie, ma come rifatte nuove, più fresche. Ha proprio ragione Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio, quando dice che il luogo privilegiato della missione sono le grandi città. Lì si gioca il futuro dell’Africa, nella mescolanza necessaria di tribù e etnie, lì la nostra occasione per testimoniare e far vivere la Chiesa e rendere le persone soggetto di un’esperienza che abbraccia la loro tribalità, ma insieme la supera, la fa entrare in una dimensione “cattolica”. La parrocchia è il luogo dell’apertura, dove la fede diventa supporto solido per incontrare l’altro. Questo è il nostro imperativo. Possiamo vivere in un buco, ma abbracciando il mondo».
Pensare che don Alfonso non sognava affatto di fare il missionario. Non era un tipo avventuroso, ma l’incontro con l’avvenimento cristiano «mi ha fatto capire che se è per me, è per tutti, a qualunque latitudine. Rivivere con la fede l’umanità africana è straordinario. Tutti i valori di quella cultura sono esaltati. Quello che il Papa ha detto in Angola, in Camerun, io l’ho visto, lo vedo. L’indomabilità, la generosità, la positività anche tra i più poveri, gli ammalati. La rinascita del cuore dell’uomo».
(da L’Osservatore Romano, 22 ottobre 2009)

22 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

The Challenge of Fatherhood

amazon-challenge-185x300Una nuova traduzione in inglese de “La sfida della paternità“, una delle opere fondamentali di Massimo Camisasca, è stata appena pubblicata da Human Adventure Books. E’ possibile acquistare il libro su amazon.com, ibs.it o altre liberire on line.

22 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

“Mi ami tu?”

carronasiaIn febbraio abbiamo preso parte all’incontro di Comunione e Liberazione dell’Asia, tenutosi a Manila, capitale delle Filippine. Tutti gli amici del movimento di Cl, provenienti da diversi paesi dell’Asia, sono rimasti sorpresi, insieme a noi, dalla testimonianza corale del fatto che, pur nella diversità delle situazioni in cui si vive, il movimento cresce e conosce nuove persone, partendo dal cambiamento dell’io della persona.
In Corea, a Manila, a Giakarta o a Taiwan, il cambiamento dell’io parte dalla risposta personale alla domanda che Cristo pone a ognuno di noi, attraverso le circostanze e gli accadimenti in cui egli ci immette: «Mi ami tu più di costoro?». La risposta a questa domanda è aderire alla forma con cui lui ci ha presi, seguire la strada condotti da qualcun altro, senza porre impedimento all’azione dello Spirito. Questa strada per noi, concretamente, è la forma del movimento. Siamo qui a Taiwan in missione, per parlare di Cristo e per comunicarlo con la sensibilità e l’accento che abbiamo conosciuto nel movimento di Cl, rispondendo all’invito di Giovanni Paolo II ad andare in missione, e ad andare in Asia, continente che non conosce ancora Cristo.
Parlare in cinese a un popolo che non conosce Cristo è una sfida grande e affascinante. Sappiamo di essere mandati qui per la Cina, ma non possiamo parlare alla Cina se non parliamo in cinese ai cinesi che incontriamo.
In questi anni di missione a Taipei, l’università e la parrocchia sono stati i luoghi dove abbiamo incontrato le persone e dove abbiamo proposto l’esperienza della fede in Cristo, attraverso la compagnia del movimento. Senza progetti troppo articolati, la nostra compagnia si sta dilatando. Negli ultimi tempi, inoltre, l’impegno missionario mio e dei miei confratelli si sta ampliando, con il servizio al movimento in Australia, per Emmanuele, nelle Filippine per Paolo Costa, nella Cina continentale, dove io sono andato, per ora solo una volta, ad incontrare gli amici. Senza nessuna pretesa ci siamo mossi e Cristo si sta manifestando nel tempo. Alcuni passi visibili di questo cammino sono stati la messa per don Giussani del febbraio scorso – primo gesto pubblico del movimento qui a Taiwan -, la vacanza con gli adulti, e poi il gesto che facciamo in università, il primo piccolo happening con i nostri studenti. Tutto ciò nasce dalla risposta alla domanda di Cristo «Mi ami tu più di costoro?» e rende innanzitutto noi stupiti per l’azione che il Signore compie nella nostra vita e nella vita degli altri.

nella foto: La Thuile, agosto 2009. Un gruppo di responsabili di Cl dell’Asia con don Julián Carrón (al centro).

14 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

La speranza oltre il pianto

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Prima dell’estate, in uno dei villaggi in cui svolgo la mia opera pastorale è tragicamente morta una giovane mamma. Si è addormentata con la sigaretta accesa, e il principio di incendio l’ha soffocata. Ha lasciato tre bambini, avuti da tre uomini diversi. Si era fatta battezzare, insieme a sua madre, due anni fa. Aveva dentro di sé il forte desiderio di disintossicarsi dall’alcol. Ne abbiamo parlato insieme molte volte, anche durante i tanti incontri di catechesi in preparazione al battesimo. L’avevo sentita al telefono pochi giorni prima che morisse, voleva sapere a che ora avrei celebrato la messa dell’Ascensione…

Nel rapporto con quella ragazza, che era animata da buone e sincere intenzioni – rimaste, purtroppo, tali – è emersa dentro di me la percezione che il Signore mi faceva intravedere i limiti di quella persona per mostrarmi i miei.

La notizia della sua morte mi è giunta all’improvviso, e ho pianto. Ho pianto per il legame che si era instaurato con lei, in cui mi ritrovavo anche io stesso mendicante e bisognoso. Ho pianto per i suoi tre bambini. Essi vivevano già da due anni in un orfanotrofio a circa duecento chilometri di distanza, però trascorrevano con lei l’estate. Il giorno dopo, sono partito alla volta del villaggio della donna, con l’intenzione di passare prima all’orfanotrofio. Durante il viaggio avrei comunicato ai bimbi la terribile notizia; ma in che modo, e quando?

Ho pregato mentre andavo all’orfanotrofio. Sapevo che la direttrice aveva tenuto all’oscuro i piccoli, i quali, tra l’altro, non erano affatto sorpresi che io passassi a prenderli, dato che era il penultimo giorno di scuola. La più piccola, di otto anni, si è seduta in macchina e subito mi ha detto: «La mamma sarà contenta che oggi arriviamo!». Sono molto affezionati a me, mi parlano liberamente. A un tratto, mentre guardavamo dai finestrini il paesaggio stupendo, di un verde intenso causato dalle piogge continue, ho detto loro che Dio è grande, ci ha dato un mondo così bello. Ho iniziato a parlare del creato, del Creatore, aiutandomi con delle domande: «Chi ha creato tutto questo? Chi ha creato noi?».

Poi, a poco a poco, ho spostato il discorso sulla vita, e sulla morte, ricordando loro la morte e i funerali del nonno, accaduti due anni prima: «Dov’è ora il nonno? Chi lo sa?… Ma in Paradiso si piange?…».

Era giunto il momento: ho fermato l’auto, ho detto loro che la loro mamma stava volando verso il cielo e che c’era bisogno di pregare tanto per aiutarla in quel volo. Ho cercato di fare capire loro che quello che avrebbero visto di lì a poco era solo il corpo della loro mamma: ella è morta a questa terra, ma la sua anima vive ancora e un giorno, quando Dio vorrà, la rivedremo.

Dopo un lungo momento di silenzio, durante il quale i bimbi si sono guardati piangendo, la piccolina, sorprendendomi, mi ha detto: «Mamma ora sta con il nonno in Paradiso». Quelle parole esprimevano la certezza nata in loro: la mamma non c’era più, non potevano più vederla, ma è viva. Questa certezza li ha accompagnati durante il funerale e nei giorni seguenti, in cui sono dovuti rimanere ancora all’orfanotrofio in attesa che la zia sbrigasse le pratiche per l’adozione.

Proprio quella certezza è il dono più grande che il Signore mi ha fatto, in questa vicenda. E ha colpito tutti coloro che l’hanno vista. Per esempio, una signora del paese, amica della zia, mi ha chiesto un passaggio verso Novosibirsk proprio mentre stavo riportando i piccoli all’orfanotrofio. «Non capisco come mai non piangano per la loro mamma», mi ha detto meravigliata, «io piangerei in continuazione». Le ho risposto che nei cuori di quei bimbi si è sostituita al pianto la certezza della vita eterna e la speranza, immensa, di poter rivedere la madre in cielo.

7 ottobre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Caro Ke Shen Fu…

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Taipei (Taiwan), domenica 20 settembre: nel quartiere di Taishan, ha avuto luogo la cerimonia ufficiale in cui don Emmanuele Silanos, missionario della San Carlo, è diventato parroco di San Francesco Saverio, subentrando al suo confratello don Paolo Costa. Al momento del “discorso ufficiale”, Emmanuele ha letto una sua lettera a Paolo, che riportiamo integralmente:

Taishan, Domenica, 20 settembre 2009

Caro Ke Shen Fu (= Caro don Paolo Costa),

il primo giorno che sono arrivato a Taiwan, tu mi hai dato un nome nuovo, un nome cinese. Il nome che mi ha dato è il più bello che potevi scegliere. Il mio cognome è Xiè, che vuole dire “grazie”. Il mio nome è “Cheng En” che vuole dire “ricevere un dono, una grazia”. Il senso del nome per intero è “grazie per il dono che ho ricevuto”. Penso che non ci potesse essere un altro nome migliore di questo per esprimere il significato della mia vita, della mia storia.

Infatti credo che se una persona desidera di fare il prete missionario, non la fa perché pensa di essere una persona particolarmente brava o coraggiosa, o perché crede di essere speciale, di essere un santo. No. Uno decide di fare il prete perché vuole ringraziare per i doni grandi che ha ricevuto e vuole farne partecipi gli altri.

Oggi allora voglio ringraziare. Innanzitutto Dio, che mi ha dato la vita e la fede. Poi la mia famiglia, che mi ha educato amandomi ma anche rispettando la mia libertà. Mio padre, che mi ha fatto conoscere la bellezza della realtà. E mia madre e le mie sorelle, che mi hanno amato e “preferito” (ndt: non c’ è una traduzione della parola cinese che ho usato e che indica l’amore preferenziale e “tenero” della madre verso il figlio).

Poi don Giussani e il Movimento di Comunione e Liberazione, che mi hanno fatto conoscere il fascino irresistibile della fede. E la Fraternità San Carlo, attraverso cui ho capito che quella del prete è la vocazione più bella per me. E nella Fraternità ricordo in particolare te, don Paolo Costa, e Bo Shen Fu (don Paolo Cumin), che sin dall’inizio mi avete accolto, aiutato, sopportato.

E soprattutto il nostro superiore, Kang Shen Fu (don Massimo): se sono qui oggi è grazie a tutto quello che ho imparato da lui quando ero suo segretario e  grazie al fatto che, conoscendo il mio desiderio di venire in missione qui, mi ha mandato a Taiwan.

In particolare voglio poi ringraziare il nostro arcivescovo Giovanni Battista Hong, che oggi mi da l’incarico di seguire questa parrocchia, nonostante sia arrivato da poco e il mio cinese non si ancora perfetto. E’ come un papà che non solo non ha paura di affidare responsabilità ai suoi figli, ma anzi li incoraggia e li sostiene.

Ma il dono più bello, oggi, sono le persone di questa parrocchia. Da quando sono arrivato mi hanno accolto, aiutato, accompagnato, a volte perdonato e ascoltato con pazienza il mio “broken chinese”. Attraverso di loro ho trovato qui a Taiwan tanti nuovi padri e madri.

Da oggi devo essere io il loro padre. Dovrò ascoltare le loro parole, consolarli, accompagnarli, aiutarli. Non so se ne sono capace ma voglio imparare a farlo come hanno fatto gli altri parroci prima di me: come Li Shen Fu, come Pei Shen Fu, e, soprattutto, come te, don Paolo. Di certo io non so parlare così bene, e soprattutto non so parlare così a lungo…, come te. Non so cantare così bene come te, e soprattutto non amo salire sul palcoscenico e farmi vedere come te… Così come non sarò mai così “robusto” come sei tu… eppure, in ogni caso, noi ci assomigliamo molto, tanto che un sacco di gente, qui a Taiwan, si confonde quando ci vede e non sa distinguerci. Quando, all’inizio, la gente non riusciva a distinguere quale fossi io e quale fossi tu, mi arrabbiavo molto. Spesso, infatti, i nostri studenti, i nostri amici, i nostri parrocchiani e persino la gente che incontriamo per la strada ci dice: “Hmm, ma quanto siete uguali, quanto vi assomigliate. Siete gemelli? Siete fratelli?”… E io ho sempre fatto fatica a trattenere la mia rabbia… Mi arrabbiavo perché avevo sempre pensato che tu fossi molto diverso da me, e che io fossi molto più bello di te!

Ma adesso, caro Costa, desidero imparare da te, imparare la tua passione, la tua saggezza, il tuo coraggio, per poter guidare, accompagnare, amare queste persone come lo hai fatto tu finora.

Ecco perché spero che, in futuro, sempre più gente mi dirà: “Tu assomigli molto a Costa, sei proprio uguale a lui”.

Grazie Paolo del tuo esempio, grazie della tua amicizia. Oggi io prego per te, tu prega per me.

29 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Carrón visita il Colegio Paj Alberto

Don Julián Carrón, durante il suo recente viaggio in Paraguay, ha visitato il Colegio Paj Alberto, la scuola parrocchiale di San Rafael, ad Asunción. Trovate qui una piccola fotogalleria della visita, in cui appare anche il missionario Paolo Buscaroli.

28 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Lavorare per la bellezza

pancheC’è una scena del film “Le ali della libertà” (1994) di Frank Darabont che mi ha sempre colpito: quando i detenuti del rigido penitenziario di Shawshank devono rifare il tetto del carcere, lavorando sotto il torrido sole estivo. Ad un certo punto viene loro offerta una birra fresca, che possono gustarsi tranquillamente seduti sul tetto guardando il cielo terso. Il protagonista commenta la situazione con queste parole: «Stavamo lì seduti, il sole ci picchiava sulle spalle e ci sentivamo liberi. Era come se stessimo asfaltando il tetto di casa nostra, eravamo i signori dell’intero creato».
Lavorare per rendere più bella la propria casa è una delle esperienze più gratificanti che si possano fare. A questo abbiamo dedicato alcune giornate del mese di settembre nella Casa di Formazione a Roma. Sotto la guida esperta del papà di un seminarista abbiamo costruito una quindicina di panche ed una decina di tavoli in legno, che utilizzeremo per cene all’aperto ed altre occasioni.

Il seminario si è trasformato in una piccola azienda a conduzione famigliare con una quarantina di giovani dipendenti, inesperti, ma volenterosi. Nel parco abbiamo costituito una vera e propria catena di lavoro: dal taglio e levigazione del legno, alla verniciatura e all’assemblaggio. Chi non partecipava alla fabbricazione delle panche ha restaurato una trentina di tavoli della biblioteca che usiamo quotidianamente per gli incontri e lo studio. Noi seminaristi, insieme ad alcuni preti, abbiamo smesso temporaneamente l’abito ecclesiastico per indossare magliette e tute da lavoro. A metà mattina prendevamo una pausa rigenerante e rinfrescante con panini al prosciutto crudo, acqua, ed un fresco vinello bianco. Poco dopo le sei del pomeriggio ritornavamo nelle nostre stanze e, dopo una doccia corroborante, ci preparavamo per la messa con i vespri delle sette.
Abbiamo lavorato con passione e ilarità, ognuno secondo le proprie caratteristiche: dal seminarista-teologo che forse per la prima volta prendeva in mano un cacciavite, all’ex ingegnere meccanico che finalmente poteva riporre in libreria il manuale di filosofia moderna per impugnare la macchina levigatrice. Ma tutti avevamo una consapevolezza comune: che stavamo lavorando per rendere più bella e accogliente casa nostra, per noi e per le persone che così spesso ci vengono a trovare.

vai alla galleria fotografica di una giornata di lavoro

25 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Preghiera: dialogo con l’Altro

3_E0661_ElioCiol@A Praga, d’inverno, ogni mattina trovo sul vetro della finestra due centimetri di ghiaccio. Devo toglierlo per poter vedere fuori. La preghiera ha lo stesso compito: permette di vedere fuori di sé, e quindi di conoscere. Se non vedi, non conosci.
Il cuore dell’uomo è come il motore di un’automobile, che spinge. Ma a volte l’uomo non sa dove andare: la preghiera è come i tergicristalli della macchina, che allontanano la pioggia e permettono finalmente di vedere.
La mia esperienza della preghiera affonda le sue radici molto lontano nel tempo. Non posso dire di essere stato in passato una persona particolarmente devota, ma ho sempre avuto la percezione che la preghiera fosse un’esperienza capace di farmi uscire da me stesso. Proprio per questo, non trovo definizione della preghiera migliore di questa: l’esperienza della gioia, quindi del rendimento di grazie, che è più forte anche del conforto o della richiesta di intercessione. Tutto ciò nulla toglie al fatto che la preghiera abbia in sé un valore di sostegno nel momento del dolore e della difficoltà. Ho sperimentato questo nella perdita di mio padre lo scorso anno. Durante l’ultimo mese della sua vita, ho celebrato la messa ogni giorno di fronte a lui, nella sua camera di ospedale. Il sacramento—che è il vertice della preghiera—è stato ciò che ha sostenuto quegli attimi di dolore sconfinato. Ma è la parola “gratitudine” che identifica sinteticamente l’evento della conoscenza di Dio. La gratitudine nasce dal fatto che la preghiera, permettendo di vedere, permettendo un dialogo, permette di avere un “Tu” a cui dire: «io sono contento». Quando scopri che quel “Tu” è Colui che ti fa, la gioia diventa irrefrenabile. Infatti, puoi scoprire così anche l’altro uomo. C’è un aspetto del dialogo semplice fra uomini che è già una forma di preghiera. Ma quando poi scopri il vero dialogo con l’Altro, provi qualcosa che la parola gioia non è sufficiente descrivere. è quasi un’esperienza di euforia.

Nell’immagine, don Luigi Giussani con alcuni ragazzi di Gs durante un ritiro a Varigotti nei primi anni sessanta. Foto di Elio Ciol – tutti i diritti riservati

23 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Rassegna stampa online

La completa rassegna stampa degli articoli usciti sulla Fraternità san Carlo durante gli ultimi tre mesi è ora disponibile online a questa pagina. Buona lettura!

20 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Su Raiuno si parla di “Don Giussani”

donGiussaniOggi, venerdì 18 settembre, andrà in onda su Raiuno, in seconda serata (alle ore 23.55),  “L’appuntamento. Scrittori in tv”. La trasmissione, condotta da Gigi Marzullo, sarà dedicata al libro di Massimo Camisasca “Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio”. Saranno ospiti in studio l’autore, Gabriele La Porta (Direttore Rai Notte) e Simonetta Bartolini (giornalista e critica letteraria).

Presentazione del libro al Meeting di Rimini – guarda il video

18 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

“Autogol averlo attaccato. Arginava il dissenso al Pdl”

Don Camisasca (Cl): non è un immorale che ha fatto il moralista

ROMA – «Il caso Boffo è un singolare esempio di eterogenesi dei fini. Boffo non è stato per niente un moralizzatore. All’ opposto, ha mostrato gli aspetti positivi del governo Berlusconi. E ha fatto argine a un’ onda di preoccupazione e di dissenso verso il centrodestra, presente in alcune diocesi e in settori della Chiesa italiana. Ma ora chi potrà fermare questo dissenso? Si finisce per ottenere l’ opposto di quello che si era voluto. La scaltrezza, quando è disgiunta dalla verità, finisce per ritorcersi contro la propria origine». Don Massimo Camisasca, «ambasciatore» di Cl in Vaticano, biografo di don Giussani, fondatore della fraternità San Carlo – presente in venti Paesi – ed ex cappellano del Milan di Sacchi, riflette sul caso Boffo. «Le sue dimissioni da direttore del quotidiano dei cattolici italiani, che ha guidato con grande intelligenza e professionalità per anni, hanno destato in me una serissima preoccupazione e un desiderio di reazione. E sono sicuro che lo stesso vale per moltissimi cattolici e uomini pensosi del nostro Paese. Dove siamo arrivati con l’ uso della carta stampata? È possibile che la battaglia politica e i rapporti fra le persone, che dovrebbero svolgersi attraverso dibattiti anche aspri con la forza del ragionamento, debbano ridursi a battaglie in cui l’ arma è l’ ascolto delle telefonate, lo spionaggio fotografico quando non addirittura la pura invenzione, la calunnia per la calunnia?». Oltretutto, sostiene Camisasca, «nel caso di Boffo si è andati ben aldilà di tutto questo. Si è voluto colpire un esponente di punta del mondo cattolico perché da immorale avrebbe fatto il moralista. Ma così non era. Dino Boffo ha avuto su di sé un carico enorme di responsabilità: direttore di Avvenire, della televisione Sat 2000, della rete di duecento radio private Inblu. Si trattava di dare spazio adeguato al magistero del Papa e a quello variegato dei vescovi italiani. Boffo ha creato un giornale che, come ha scritto Ferrara, “bisognava” leggere». Un giornale non certo nemico di Berlusconi, anzi, attento a coglierne «la sintonia su alcuni temi cari alla Chiesa», e in grado di fronteggiare il malumore dei vescovi e dei settori del mondo cattolico ostili al centrodestra. «Feltri non si è reso conto che la sua uscita avrebbe creato problemi alla maggioranza, e in particolare a Berlusconi». Nessuno, dice Camisasca, «immagina un mondo politico e giornalistico fatto di angeli. Sarebbe ora però di capire che gli eccessi, da qualunque parte vengano, finiscono per erodere il consenso e la credibilità. C’ è un valore sociale e umano delle virtù che sarebbe buona cosa tornare a considerare, al di là di ogni clericalismo. Lo richiamava il Papa nell’ udienza di mercoledì scorso». E la Chiesa, è davvero divisa? «I vescovi stanno certo riflettendo e non mancheranno i momenti in cui faranno ascoltare la loro voce. Non si tratta assolutamente di privilegiare un campo piuttosto che un altro, di cambiare alleanze come potrebbe pensare qualcuno abituato a leggere le posizioni della Chiesa in chiave di destra o di sinistra. Occorre riconoscere gli uomini che sono in grado di operare politicamente, garantendo una traduzione legislativa di ciò che la Chiesa segnala essere il bene non della propria parte ma dell’ uomo concreto. Politici che sappiano guardare avanti, che non si fermino a combattere su quanti stranieri dobbiamo o non dobbiamo accogliere, ma sappiano chiarire agli italiani quali sono le linee essenziali della nostra identità che uno straniero è chiamato a rispettare. Allo stesso modo occorrono legislatori capaci di esprimere – su bioetica, fine vita, uso degli embrioni, attuazione della 194, scuola – ciò che, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, è necessario se si vuole avere una generazione di giovani meno insicura, meno infelice, meno violenta. Si tratta di inventare qualcosa di nuovo in continuità e discontinuità con l’ antico. L’ Italia è un cantiere alla ricerca di statisti. Uomini come De Gasperi non possono appartenere solo al passato. Anche la nostra generazione se li merita». Quanto alla Chiesa, «ha bisogno di una riforma della vita sacerdotale e della vita episcopale. Meno documenti, manifestazioni e convegni. Abbiamo necessità di sacerdoti e di vescovi più legati alle necessità profonde del loro popolo. Tanto più aumenterà la santità dei sacerdoti e dei vescovi, tanto più aumenterà la loro capacità di governo, il loro fiuto nelle cose del mondo, l’ edificazione di tutto il popolo». E Cl che ruolo ha avuto in questa storia? «Per quanto ne sappia io, nessuno. Se non esprimere affetto e solidarietà a Boffo, e sconcerto per l’ operato del Giornale». Aldo Cazzullo RIPRODUZIONE RISERVATA

fonte: corriere.it – pubblicato su Il Corriere della Sera, del 9 settembre 2009, pag. 14 – in pdf.

14 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Il grande equivoco

Il Papa ha ricominciato a parlare, durante le udienze, della Storia della Chiesa attraverso il racconto dei suoi santi e maestri più significativi. Mercoledì scorso si è soffermato sulla figura di Sant’Oddone, secondo abate di Cluny.

Desidero offrire ai lettori de IlSussidiario.net alcune riflessioni non sul contenuto, ma sul metodo di queste lezioni. La preoccupazione del Papa mi sembra essere quella di lasciar trasparire la dimensione storica della verità. Mostrandoci come essa nasca e si affermi dentro alla storia degli uomini, egli ci fa aderire al suo contenuto in un modo più convincente di qualsiasi argomentazione astratta. Non è un caso che il protagonista di questa udienza sia il monachesimo medievale. Forse l’esempio più clamoroso nella storia dell’uomo di che cosa c’entri la verità con la storia. È talmente vero che la verità è una vita, che genera una storia. Questo è quello che ci hanno insegnato e ci insegnano i monaci: la verità ha dato forma ad una storia.

Occorre, però, fare attenzione: niente è più lontano da ciò della religione intesa come instrumentum regni. La religione civile, nata significativamente all’interno dei movimenti della rivoluzione francese, è l’esatto opposto del monachesimo. Essa infatti nasce come espressione di uno Stato, di un potere politico, che desidera costruire un insieme di valori religiosi comuni su cui fondare poi la convivenza civile. Progetto acuto, certamente scaltro, ma che con la vita di Sant’Oddone di Cluny non ha niente a che fare. E non a caso furono proprio i discendenti della rivoluzione del 1789 a trasformare Cluny in una cava di pietra.

I monaci si sentivano oggetto di un amore che «condannava il peccato, e amava il peccatore», e da questa esperienza nacque nel tempo un nuova civiltà, come un frutto maturo da un albero. Non vivevano insieme per coltivare il loro progetto di cambiare il mondo, ma vivendo dentro la luce portata da Cristo, il mondo intorno a loro fiorì. È proprio questo il tema di fondo anche dell’ultima enciclica, Caritas in veritate. Se non potessimo più vivere l’esperienza che ha generato quella passione per l’uomo, dovremmo rassegnarci a imitare o cercare di riprodurre quell’amore, ma la copia nascerebbe già morta.

Il monachesimo è tanto lontano dalla fede come instrumentum regni, quanto il capitalismo è lontano dalla valorizzazione del lavoro nel monastero, quanto il comunismo dalla vita comune di Cluny, quanto l’assistenzialismo dalla cura al malato nel quale si riconosce Cristo. Oggi i frutti di quella vita, che hanno segnato la nascita e lo sviluppo della civiltà europea, stanno davanti a noi come una provocazione. Ammirandoli, il credente può vedere all’opera lo Spirito ed essere consolato nella fede; guardandoli, chi non crede può rimanere incuriosito e magari compiere il grande passo dal frutto all’albero che li ha generati.

da ilsussidiario.net

9 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

L’Ultimo Ponte

Taipei-ultimo-ponte_DVD_SanCarlo_1Il nuovo documentario della Fraternità San Carlo è ora disponibile in vendita online presso Itacalibri. E’ anche possibile scaricare una versione in bassa risoluzione, con sottotitoli in italiano, da questo sito. Oltre a essere in alta qualità, il dvd contiene anche otto lingue in sottotitoli.

Il dvd è la storia di tre missionari a Taiwan – Paolo Cumin, Paolo Costa ed Emmanuele Silanos – che vogliono essere compagnia alle persone che incontrano nella loro missione a Taipei. Aiutano a costruire ponti fra le persone, e fra Dio e gli uomini.

Acquistalo qui.

1 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Mostra al Meeting – p. Aldo

Proponiamo qui sotto l’intervista che padre Aldo Trento ha concesso a Erika Elleri del Meeting di Rimini, disponibile anche sul sito del Meeting. E’ la presentazione della mostra che p. Aldo ha curato assieme a un gruppo di amici di Paraguay, sulle riduzioni gesuitiche del Paraguay.

Alla scoperta delle riduzioni

Una moderna riduzione, così si può considerare l’opera di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo ad Asunción, in Paraguay dal 1989. Di questa avventura ne abbiamo parlato con lui. di Erika Elleri

Padre Aldo, come sono nate le riduzioni? E qual’era il loro scopo?
Il fine delle riduzioni è riassunto in questa frase di Ignazio de Loyola: non erano altro che “piccole Compagnie di Gesù nate nella selva, forme di vita nuova che hanno permesso ai guaranì di passare dalla situazione culturale, economica sociale, primitiva alla civiltà.” In sintesi, la provincia di Paraguaya, che andava dalla Bolivia del sud alla Terra del fuoco, era una regione dove erano penetrati dapprima i francescani nel 1537 ad Asunción, poi gli agostiniani. Ma il punto determinante era stato raggiunto con i gesuiti quando il cugino di Sant’Ignacio de Loyola (un francescano), aveva chiesto ai gesuiti di aprire una forma di vita gesuitica nella grande provincia delle Indie, dando inizio a quella che sarebbe stata l’esperienza delle riduzioni. Nel Natale del 1609 era sorta la prima riduzione della Compagnia di Gesù ad opera di San Ignacio Guazú, a sud dell’attuale Asunción. Per comprendere l’inserimento degli indios guaranì nelle riduzioni, prima di tutto bisogna capire la concezione guaranitica della vita. Per loro Dio, Tupa, era colui che aveva creato l’uomo immortale. All’arrivo della vipera la terra era stata contaminata e il guaranì era diventato mortale. Da quel momento essi avevano incominciato a peregrinare alla ricerca della terra senza il peccato. All’annuncio dei missionari che la terra senza il male era la Vergine Maria dalla quale era nato il fiore della passione simbolo di Cristo, i guaranì avevano aderito spontaneamente al cristianesimo perché era il compiersi della attesa del cuore. Il punto di evangelizzazione dei gesuiti era che gli indios incontrassero l’avvenimento di Cristo e non la morale cristiana, perché la morale cristiana cozzava contro una concezione cannibalistica e poligamica della vita.

“Una vita felice per Dio e per il Re. L’avventura quotidiana nelle riduzioni del Paraguay” è il titolo della mostra. Potrebbe spiegarci meglio l’entità di questa avventura e come verrà sviluppata nella mostra?
L’avventura quotidiana fa riferimento a come ogni istante era vissuto all’interno delle riduzioni. Vogliamo mostrare come la circostanza vissuta secondo la coscienza che la realtà è fatta da Dio, ha generato nel 1600 un’economia, una politica, un sistema giudiziario, economico, industriale, educativo, sanitario e tutto quello che avete voi oggi in Europa. L’idea che abbiamo è quella di ricostruire una riduzione e che si possa vedere, attraverso un percorso, come si viveva la quotidianità nelle riduzioni e mostrare come vivere così si possibile ancora oggi. Questa è l’avventura che vogliamo proporre.

Perché è interessante parlare di riduzioni oggi?
Perché le riduzioni sono l’esempio di come il cristianesimo vissuto crei una forma nuova di civiltà, di economia. Tuttavia, se don Giussani che fu colui che mi propose di andare in Paraguay, non ci avesse detto “andate e rivivete quei contenuti”, io non mi sarei mai messo sicuramente sulle orme dei gesuiti. Come dice papa Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, la fede è destinata a terminare”. All’interno delle riduzioni c’era un nuovo sistema di proprietà, di economia, di architettura, di urbanistica, avevano portato gli ospedali in America Latina e persino la scuola elementare obbligatoria, la donna incinta era tutelata e anche i lavoratori. Qual è stata la ragione della distruzione delle riduzioni? Prima di tutto siamo nell’epoca dei regimi autoritari, della monarchia assoluta che non poteva accettare quello che si contrapponeva al progetto politico dei Borbone. Non dimentichiamo che la crisi è iniziata con il regno dei Borbone che trattavano l’America Latina come una sorta di loro giardino. Mentre tutti gli altri dovevano importare dall’Europa, l’opera gesuitica aveva raggiunto il suo massimo splendore. Producevano dieci volte più di quello che mangiavano, quindi esportavano e avevano flotte mercantili. Per cui alcuni gruppi organizzati, non potendo sopportare quello che si era generato dalla fede, avevano atteso l’occasione giusta e cercato la motivazione per eliminarli, e l’accusa più grande era stata quella di aver cercato di creare una monarchia. Quindi è stato proprio questo a portare alla distruzione delle riduzioni: il non accettare che la fede diventasse la forma di civiltà.

Anche la leggenda nera delle conversioni forzate degli indios si colloca in questo contesto?
Mi domando come avrebbero potuto dei missionari, un sacerdote e dei fratelli laici tenere in piedi un territorio più grande della Francia se quegli indios fossero stati obbligati? Come avrebbero potuto degli indios convertiti forzatamente esprimere quell’arte, quell’architettura, quella pittura, quelle sculture cui perfino Voltaire, Chateaubriand, Montesquieu hanno dovuto inginocchiarvisi davanti? A volte l’ideologia impedisce di vedere la realtà. All’interno delle riduzioni non tutti erano battezzati: i gesuiti facevano una battaglia contro gli altri evangelizzatori, non si dovevano battezzare gli indios se non ne erano coscienti. Quindi si pretendeva una coscienza di quello che era l’avvenimento cristiano, almeno nelle linee essenziali.

Che differenza c’è tra come tu accogli i malati nella tua clinica e come i padri gesuiti accoglievano gli indios nelle riduzioni?
I gesuiti accoglievano gli ammalati come accoglievano Cristo. Io faccio lo stesso. È impressionante leggere i diari dei gesuiti del tempo da cui trapela la passione per la gloria di Cristo. Era gente innamorata di Cristo e a loro non importava fare strutture, esse crescevano perché cresceva la coscienza di Dio come colui che fa la realtà. Per me e la mia opera è la stessa cosa, nasce dalla stessa coscienza. D’altra parte come avrebbe potuto un indio, che è fatalista e a cui non importa niente del lavoro, fare quelle opere d’arte se non ci fosse stata una passione grande, immensa per Cristo? Sarebbe stato impossibile. A parte il progetto della riduzione di Sant’Ignacio Guazú, tutti gli altri progetti li aveva fatti San Rocco González nel momento in cui era tormentato da una profonda depressione. E lui diceva: “in questo tormento in cui sono vissuto psicologicamente, la certezza di patire ancora per la compagnia di Gesù e Cristo sono le uniche forze che mi permettono di andare avanti”. Io sono stato nelle stesse sue condizioni, ma con dei supporti umani enormi. Rocco Gonzalez era solo e affidato nella realtà con questa coscienza e ha dato inizio a tutte le riduzioni. Per questo dobbiamo tornare a quel punto lì.

Domenica 23 agosto – sabato 29 agosto 2009
UNA VITA FELICE PER DIO E PER IL RE. L’AVVENTURA QUOTIDIANA
NELLE RIDUZIONI DEL PARAGUAY

A cura di: Padre Aldo Trento.
Con la collaborazione di: Ana Burro, Ferdinando
Dell’Amore, Norma Gimenez, Marcos
Isfran, Victoria Palacios, Claudia Palazon
Cesar Rojos, Eduardo Zavala.

5 agosto 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Attraverso sette muri

ruffiniok«Venga, venga, che una benedizione è proprio quello che ci vuole!». Ci hanno risposto così molti dei nostri parrocchiani quando abbiamo bussato alla porta delle loro case per la benedizione pasquale, in questo anno di crisi 2009. Insieme a don Nicola ho battuto per due mesi tutti i palazzi, cercando di immedesimarmi almeno un po’ nell’animo di Cristo che «andava attorno per tutte le città e i villaggi», cercando di non perdere nemmeno un campanello. Bisogna suonare a tre o quattro cognomi prima che qualcuno apra il portone del palazzo. Poi, come insegnano i parroci anziani, si comincia dall’ultimo piano e si scende, suonando a tutte le porte.
Se qualcuno apre, ho pochissimi secondi per capire chi ho davanti e quale sia la sua situazione. Mi sforzo di trovare un appiglio per la conversazione, perché capiscano che sono venuto a piangere con chi sta piangendo e a gioire con chi sta gioendo. Molti rifiutano e chiedono soltanto l’aspersione delle pareti, ma altri mi fanno accomodare, vogliono sfogarsi, desiderano ricevere attenzioni. Cercano qualcuno disposto a portare un po’ delle loro fatiche.
Ho incontrato la solitudine di molti anziani, la dignità silenziosa di tanti poveri, l’insospettabile miseria di appartamenti fatiscenti nascosti dentro i nobili palazzi del centro storico. Quante camere da letto trasformate in stanze d’ospedale! Letti professionali, badanti, infermieri a rotazione, cartelle cliniche appese alla tappezzeria… E magari una chiassosa festa di compleanno si sta svolgendo proprio nell’appartamento di sotto: dieci bambine interrompono i loro giochi scatenati e corrono, su ordine della mamma, a farmi gli onori di casa. Tutte schierate davanti a me, col vestitino della festa, recitano compunte il Padre nostro, e poi via, riprende l’assordante tourbillon.
Ho incontrato la veterana della parrocchia, che ha 102 anni e non si alza mai dal letto. Ha voluto che mi avvicinassi e con un filo di voce mi ha snocciolato lunghe frasi in dialetto bolognese. L’ho salutata senza aver capito nulla. Poi, nel suo pied à terre bolognese, un professore universitario, che mi ha subito dichiarato la sua estraneità alle vicende della Chiesa: «Ma la Chiesa è ormai la memoria storica dell’occidente, l’unico baluardo rimasto. Per questo la rispetto».
A Bologna si dice che la benedizione attraversa sette muri, ma molti mi costringono ugualmente a benedire le stanze una per una. Così cammino fra vecchie foto incorniciate alla meglio, mobili d’antiquariato, velieri costruiti nel tempo libero ed esposizioni di argenteria. Dio benedice tutto, i ricordini di viaggio, i poster attaccati con lo scotch, i canarini nella gabbia.
Nei salotti delle ‘antiche’ famiglie mi soffermo a parlare di Bologna che «non è più quella di una volta», della crisi economica, del tribolato mondo giovanile. Per aprire varchi di speranza accenno al mio lavoro con gli studenti universitari e racconto dei seicento ragazzi con cui ho a che fare, che sono come tutti gli altri ma non sono come tutti gli altri. Molti mi manifestano gratitudine. Alcuni mi ringraziano anche per la vita che vedono rifiorire in parrocchia e mi chiedono come facciamo «ad attirare tanti giovani», quale sia il nostro segreto. E io penso sempre a don Giussani e alla storia di cui siamo figli.
Gesù è stato anche rifiutato, così qualche volta sono riuscito perfino a sorridere quando non hanno voluto aprirmi. «Sto cucinando, passi più tardi», ha detto una signora. E un’altra, assai sospettosa: «Chi mi dice che lei è veramente un prete?». Un signore si è scusato da dietro la porta: «Mi spiace ma non posso, non sono attrezzato». Uno studente mi ha aperto senza fare domande, poi, sorpreso, mi ha spiegato che in realtà aspettava un compagno e la benedizione non lo interessava. Certi studenti Erasmus con i quali ho tentato improvvisate conversazioni in lingua, sentendo il termine ‘benedizione’ hanno storto il naso o non hanno capito proprio.
Alcuni, dopo avermi fatto entrare, mi hanno lasciato da solo per continuare le loro improrogabili attività, così mi è capitato di benedire la casa con l’unica compagnia dei protagonisti dei reality show che mi guardavano vocianti dai televisori accesi.
Don Nicola ed io abbiamo battuto anche gli uffici, i negozi, le banche, le officine, gli studi professionali e gli ambulatori medici della parrocchia. Dalla parrucchiera sotto casa ci attendevano con ansia: le clienti hanno estratto le loro teste dai ‘caschi’ per lasciarsi bagnare dall’acqua benedetta i capelli appena acconciati. Un barista ha fatto alzare dagli sgabelli tutti gli avventori, in un silenzio surreale. Alle assicurazioni tutti i dipendenti dell’open space hanno lasciato le loro scrivanie per far quadrato attorno a me, mentre nella redazione di un giornale locale hanno preferito farsi benedire ognuno alla propria postazione di lavoro.
Abbiamo ripetuto il Padre nostro seicento volte con seicento persone diverse. Molte ci hanno seguito solo col labiale, magari ripetendo le parole finali, giusto per farci capire che una volta le preghiere le avevano imparate. Altre hanno ascoltato in silenzio, altre sono rimaste semplicemente assenti, come di fronte al rito di uno stregone. Seicento benedizioni forse non sono molte, ma più dei numeri conta il fatto che abbiamo suonato a più di 2000 campanelli, piccolo segno dell’immenso amore di Gesù, che continua a cercare tutti, vuole incontrare tutti, non si stanca di offrire il suo abbraccio a tutti.
nella foto: don Marco Ruffini con alcuni studenti a Bologna

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Chiamati a guardare Cristo

decarliCaro don Massimo,
la Scuola di Comunità in questi ultimi tempi mi sta aiutando molto a cercare e a riconoscere la presenza di Cristo in ogni circostanza. Le circostanze sono opache se non sono capace di riaffermare sempre che mi manca il Tu di Cristo.
Prima di Pasqua sono entrato nella chiesa principale della nostra parrocchia, un sabato pomeriggio, per andare alla catechesi dei ragazzi. Ho intravisto in fondo alla chiesa, seduta in un angolo, una giovane donna, che mi è parso subito che stesse soffrendo. L’ho solo guardata. Anche lei ha incrociato il mio sguardo. Dopo qualche minuto, è uscita dal tempio, nel quale si stava celebrando un battesimo e mi ha chiesto di parlare con lei. Ho lasciato momentaneamente ai catechisti la responsabilità dei giovani che mi stavano aspettando e mi sono seduto a parlare con lei. Mi ha detto di essere la mamma di tre bambine che in quello stesso momento stavano ricevendo il battesimo. Ma, per il fatto di essere drogata e alcolizzata, le bambine erano state affidate alla nonna. Ha saputo per caso del battesimo ed era lì, solo per vederle da lontano; ed esse, di tanto in tanto, si giravano e alzavano la manina per dire: “Mamma sono qui”. Poi si è messa a piangere e mi ha chiesto di confessarla. L’ho fatto. E pensavo tra me: “Chi sta veramente conoscendo Cristo in questo istante, o meglio, chi lo sta conoscendo più a fondo?”. Questa donna ferita, che se ne sta in fondo al tempio, come il pubblicano, o tutti coloro che in questo momento stanno superficialmente vivendo la cerimonia del battesimo?”. Dopo la confessione ella era molto commossa e mi interrogava: “Perchè Cristo mi ha perdonato e gli uomini non mi perdonano?”. Ed io non sapevo che cosa rispondere… Anch’io sono richiamato, come dicevo, in questo tempo a guardare Cristo, a cercarlo dentro le circostanze della vita, a riconoscerlo come Colui che in tutte le cose mi manca.

Tuo, Martino

nella foto: don Martino De Carli con alcuni giovani parrocchiani.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

L’intercessione

364La preghiera stabilisce fra le nostre vite un legame altrimenti impossibile, perché porta allo scoperto, come un tesoro che lentamente sia sollevato dagli abissi del mare, la misteriosa e profondissima unità nella quale Dio ha legato gli uomini. Infatti il cuore più profondo della preghiera è l’intercessione: «Intercedere, chiedere in favore di un altro, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. L’intercessione cristiana è espressione della comunione dei santi», dice il Catechismo della Chiesa Cattolica.
In particolare è il sacerdote a porsi come colui che supplica per tutti, un po’ come la figura di Mosè, che tiene le braccia alzate durante la battaglia e offre il suo sacrificio per tutto il popolo (cfr. Es 17,8-14). Lo si vede molto bene nelle parole che si recitano al momento della consacrazione: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue dato per voi».
La preghiera, nel suo cuore, è sempre intercessione, e l’intercessione è sempre un’offerta di sé. Perciò, quando recitiamo il salmo e diciamo: «Signore, mia forza, mio baluardo, mia roccia» (cfr. Sal 17,3; Sal 30,4; Sal 117,14), pronunciamo queste parole anche per coloro che non riescono o non possono dirle. Sono parole che hanno un significato decisivo anche per loro.
Si capisce così il significato sacerdotale del battesimo e il significato del sacerdozio ordinato. Attraverso di esso, nel sacrificio eucaristico, il sacerdozio di tutti diventa oggettivamente impetrazione e offerta. Ecco il valore cosmico del sacrificio eucaristico, in cui si racchiude ogni volta tutta la storia del mondo. E ciò è talmente vero che è impossibile celebrare con coscienza la messa, o parteciparvi con coscienza, senza portarvi tutto ciò che si è vissuto durante il giorno, in quell’ora, in quella settimana. Non solo le persone che abbiamo incontrato, ma anche quelle che non conosceremo mai.
Nella preghiera, che è il luogo in cui ognuno diventa sacerdote, ciascuno di noi porta il mistero e la vita di tutti davanti a Cristo, soprattutto di quelli che non pregano o non sanno pregare, di quelli che hanno smesso di pregare o non hanno mai imparato a farlo.
(estratto da: Terra e cielo. Un itinerario di vita cristiana, Cantagalli 2006)

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Chiamati al sacerdozio

_MG_6648-ordinNon si assomigliano affatto, Daniele e Pietro: il primo, siciliano di Messina dai modi schietti che ispirano subito simpatia, vive a Santiago del Cile, dove offre il suo servizio presso una parrocchia alla periferia della città. Il secondo, della provincia di Varese, studia teologia a Washington: di lui colpiscono la sintesi e i tratti tipici di chi il pragmatismo lombardo ce l’ha nel sangue. Due storie agli antipodi, ma sorprendentemente simili perché accomunate dalla passione per Cristo.
A fine giugno Daniele e Pietro si sono incontrati a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, per rispondere alla stessa chiamata ed essere ordinati sacerdoti missionari della Fraternità san Carlo.

Daniele Dizione è cresciuto in una famiglia semplice, dove la grande fede della mamma e l’incontro con Comunione e Liberazione a 12 anni hanno segnato la sua infanzia fino a far germogliare in lui una vocazione «che è stata naturale come respirare, come imparare a camminare o a parlare», per usare le sue stesse parole.
Ma dopo la laurea in Matematica la vita di Daniele sembra prendere tutt’altra strada: il lavoro a Roma e a Milano, poi un prestigioso master a Stresa, fino alla promettente carriera di manager in una importante azienda.
Poi, prepotente e inesorabile, una chiamata che ha la voce e le parole di don Julián Carrón agli esercizi Spirituali della Fraternità di CL, riporta Daniele verso quella forma di vocazione che lo aveva affascinato da bambino. «Non è stata una scelta tra possibili opzioni – precisa Daniele – Lui mi ha preso in modo così prepotente, che ho solo potuto lasciarLo fare, perché se avessi combattuto ne sarei uscito sconfitto».
Daniele è in Cile da settembre 2008, dove vive con altri cinque sacerdoti della San Carlo e presta servizio presso la parrocchia Beato Pietro Bonilli, che riunisce oltre 90 mila fedeli nella periferia più povera e violenta della città di Santiago, nella zona del Maipo.
E proprio in questa periferia questo giovane diacono ha potuto «godere dei colori di un fiore che altri, prima di me, hanno piantato», come la nascita, tra i ragazzi della parrocchia, di Gioventù Studentesca.
La caritativa in un ospizio con quindici di loro che, alla domanda «Chi siete?», rispondono senza esitare «Siamo di Comunione e Liberazione»; le vacanze con centoventi ragazzi che mettono in scena il Miguel Mañara di Milosz e si chiedono cosa c’entra la morte improvvisa di una professoressa con la bellezza che hanno incontrato.
Così Daniele riscopre continuamente la sua vocazione e rivive i passi della sua storia che, dalla Sicilia, lo hanno portato fino qui, nel cuore dell’America Latina, a fare esperienza che, come disse don Carrón a quegli Esercizi spirituali del 2000, «Non si tratta di un’assenza da colmare, ma di una Presenza da abbracciare».

Pietro Rossotti viene dal varesotto, dove la sua famiglia lo ha cresciuto nella fede solida e «operativa» che, nelle preghiere della sera «per i sacerdoti missionari», custodiva già il germe inconsapevole della sua vocazione.
Gli studi in Filosofia all’Università Statale di Milano e l’incontro con il movimento di CL sono per Pietro l’occasione per sperimentare un’amicizia stringente, in primo luogo con don Pino (don Stefano Alberto), anche lui della Fraternità san Carlo.
«L’amicizia tra alcuni e verso di me – racconta Pietro – fu ciò che più mi colpì. E fece nascere in me il desiderio di dare tutto a Chi mi stava dando tutto attraverso l’amicizia di quei tre o quattro». Dopo la laurea Pietro partecipa ad un pellegrinaggio a Czestochowa, e si chiarisce in lui la vocazione alla verginità, ma la forma del sacerdozio arriva dopo, come proposta dell’amico più grande, don Pino, che lo invita ad incontrare don Massimo Camisasca.
Pietro entra in seminario nel 2003, e viene mandato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2006, a Boston, dove la sua passione e la sua inclinazione per lo studio gli danno la possibilità di frequentare un Master in Education presso la Boston University.
Dall’inizio di quest’anno Pietro vive con altri tre sacerdoti della San Carlo a Washington, dove sta studiando teologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia.
E gli incontri inaspettati in università in un paese come l’America, dove tutti desiderano tutto, ma non hanno mai provato un «per sempre», sono per Pietro le circostanze della missione.
Per questo ragazzo così acuto e quasi sbrigativo perché teso all’essenziale non c’è distinzione tra cristianesimo e missione, perché la Chiesa è il mondo, e la missione è la Chiesa stessa.

È una prospettiva che ribalta il mondo, lo apre, annulla le distanze tra Santiago del Cile e Washington, tra Messina e il varesotto, tra una parrocchia di periferia e le aule di un’università.
Ed è uno spettacolo di cui chi è stato a Roma per l’ordinazione di Pietro e Daniele ha potuto certamente godere in tutta la sua miracolosa bellezza.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Chiusura dell’anno paolino a Taiwan

Un grande Concerto dedicato alla chiusura dell’Anno Paolino si terrà il 28 giugno, vigilia della solennità dei Santi Pietro e Paolo, nella parrocchia di San Paolo dell’Arcidiocesi di Tai Pei. La parrocchia dedicata all’Apostolo per eccellenza ha voluto infatti celebrare la Festa Patronale nella giornata di domenica 28 giugno con una solenne Eucaristia nella mattina che sarà presieduta da Sua Ecc. Mons. Hong Shan Chuan, Arcivescovo di Tai Pei, ed il grande Concerto del pomeriggio. I parrocchiani confermano: “vogliamo un concerto very Rome perché siamo una delle poche chiese che possiedono l’organo”. Dal 19 al 27 giugno la parrocchia sta celebrando la Novena dedicata a San Paolo e alla chiusura dell’Anno Paolino. Oltre al parroco, p. Paolo Costa, FSCB (Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo), anche le suore della Congregazione di Nostra Signora della Cina prestano servizio pastorale nella parrocchia, che gestisce anche un asilo (Ming Yuan Kindergarten), la Cappella dell’Immacolata Concezione dell’Università Cattolica di Fu Ren, e Le Sheng Provincial Leprosarium. (NZ) Agenzia Fides, 23/06/2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Messaggio d’auguri agli ordinandi

Ai carissimi
Don Daniele Dizione
Don Pietro Rossotti
e
Marco Basile
Paolo Di Gennaro
Lorenzo Di Pietro

Carissimi amici,
con commozione e gratitudine partecipo insieme a tutto il Movimento alla gioia della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, di don Massimo e di don Paolo, dei vostri cari genitori, amici e benefattori nel giorno della vostra ordinazione sacerdotale e diaconale per l’imposizione delle mani di mons. Paolo Pezzi.
Come ha ricordato il Santo Padre nella recente Solennità del Corpus Domini “Cristo vi ha scelto perché insieme a Lui possiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo”.
La scelta di Cristo che vi ha afferrato attraverso il fascino riconosciuto del carisma di don Giussani e l’appartenenza al Movimento vi rende per sempre suoi testimoni e ministri per i fratelli a cui siete mandati nella compagnia vocazionale della Fraternità San Carlo.
Il vostro “sì” definitivo è per me, e per tutti noi, memoria viva del richiamo forte e suggestivo di don Giussani a quello struggimento per “l’amore dimostratoci da Cristo” (2 Cor 5,14) come scopo a cui tutto il nostro desiderio deve tendere, tutta la nostra attività tende, affinché tutti coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro.
Che la Madonna accompagni i vostri passi in ogni giorno della vostra vita, renda fecondo il vostro operare e custodisca i profondi legami di comunione che in Cristo per sempre ci uniscono al Suo Corpo che è la Chiesa e tra di noi nell’avventura del nostro cammino al Destino.
Milano, 19 giugno 2009
Solennità del SS. Cuore di Gesù

Julián Carrón

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17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Ordinazioni sacerdotali e diaconali

presbiteriSabato 20 giugno 2009, alle ore 15.30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore a Roma, mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, ordina presbiteri don Daniele Dizione e don Pietro Rossotti.
Daniele Dizione sarà in missione a Santiago del Cile, dove ha trascorso l’anno di diaconato.
Pietro Rossotti sarà a Washington (U.S.A.), dove proseguirà i suoi studi in teologia.
Nella stessa celebrazione verranno ordinati diaconi Marco Basile, destinato alla casa di Praga (Repubblica Ceca), Paolo Di Gennaro, che raggiungerà la casa di Alverca, nei pressi di Lisbona (Portogallo), e Lorenzo Di Pietro, che sarà in missione a Colonia, in Germania.

Nella foto: da sin., don Pietro Rossotti e don Daniele Dizione (foto Masi)

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Fedeltà e coraggio

marianairobi1Si parla tanto di inculturazione nella Chiesa. E non sempre a proposito. Taluni infatti intendono «inculturazione» come una cancellazione del passato, delle radici ebraiche, greche e latine che hanno comunque segnato i primi secoli della storia cristiana, a favore di una traduzione del cristianesimo nelle culture nuove, che in realtà sono molto spesso antichissime, dei popoli non ancora raggiunti dal vangelo. Dal punto di vista storico, la questione è indubbiamente complessa, perché il cristianesimo è stato spesso portato in oriente, in Africa, o in America, attraverso vicende che si sono confuse con la colonizzazione. Ma, al di là del giudizio storico che si può dare su di essa, non possiamo dimenticare i benefici che la fede cristiana ha portato a milioni di uomini, benefici che non riguardano solo la vita futura ma anche quella presente, perché il cristianesimo è stato molto spesso una energia di umanizzazione.
Inculturazione allora può voler dire qualcosa di più vero. Non la cancellazione del passato, delle radici, ma la necessità che esse fioriscano in nuove sintesi, incarnandosi dentro nuove culture, nuove lingue, nella storia di nuovi popoli. Ma cosa deve restare dell’antico? E cosa del nuovo? Che cosa deve cadere? Che cosa deve essere sacrificato perché contrario al vangelo e alla vita portata da Gesù?
In questa prospettiva, l’inculturazione è la nuova parola con cui viene descritta una dinamica permanente della storia della Chiesa, quel dinamismo che vediamo vivere in Gesù. Forse è proprio lì, nel vangelo, che dobbiamo cercare le strade principali per una autentica missione cristiana, per la nascita di una nuova sintesi presso nuovi popoli.
Tutto ciò è per noi di fondamentale importanza, è la stoffa del nostro essere missionari. Moltissimi di noi sono italiani, ma una minoranza importante proviene da altri paesi. I più di noi vivono in paesi che non sono la propria patria, parlando un’altra lingua, incontrandosi e scontrandosi con altre lingue, culture e sensibilità. La prima cosa che viene alla mente pensando al Verbo di Dio che si è fatto uomo è che Dio ha voluto stare con noi, immergersi nella nostra stessa condizione, parlare la lingua di un piccolo popolo, entrare dentro le sue leggi e le sue usanze. Così dobbiamo fare anche noi. Dobbiamo immergerci nella vita di coloro a cui siamo mandati. Studiare la loro lingua, studiarla bene, approfonditamente, per poter entrare nel loro pensiero, conoscere la loro storia.
Eppure Gesù non ha condiviso in tutto la condizione umana. San Paolo dice: «Eccetto il peccato». Poi noi sappiamo che anche delle leggi del suo popolo egli ha fatto una cernita, e soprattutto ha proposto un criterio per discernere il bene dal male: la sua stessa persona. In questo modo, egli voleva uscire dal particolarismo giudaico, e si proponeva come verità per ogni uomo. Allo stesso modo, entrare dentro le culture e la vita dei popoli non vuol dire che tutto in loro sia bene, che ogni usanza, ogni costume, ogni tradizione vada necessariamente seguita e valorizzata. C’è una pietra di paragone, quello che Gesù è stato ed è. Quello che ha vissuto e vive oggi, attraverso la sua Chiesa. Le sintesi nuove non possono procedere che attraverso tentativi, e quindi attraverso errori. Rimane vero che esistono due criteri fondamentali per verificarle: la tradizione secolare della Chiesa, che vive nella fede del popolo cristiano, e il giudizio dell’autorità. Non bisogna perciò avere paura di valorizzare canti, musiche, racconti, esperienze artistiche… ma tutto deve essere posto al vaglio di questa domanda: tutto ciò fa incontrare Cristo? Lo fa incontrare veramente, efficacemente, in modo convincente e affascinante? Fa incontrare una esperienza autentica della vita, che non censura nessun aspetto dell’uomo?
La fedeltà e il coraggio sono dunque le caratteristiche principali di una vera inculturazione. Per questo essa è più opera dello Spirito che vive all’interno della comunità che di singole capacità intellettuali o morali.
Il cristianesimo è come lo sbocciare di fiori nuovi e il maturare di frutti nuovi su un tronco pre-esistente. La missione consiste infatti nel richiamare i cuori delle persone a qualcosa che accade tra loro, così come è accaduto tra noi. Per questo è necessaria la pazienza di una condivisione della loro vita, di ciò che vi è di più profondo e di autentico nel loro modo di essere.
è possibile vivere al livello degli altri ed essere nello stesso tempo significativi per loro? Che cosa ci permette di farci tutto a tutti senza sparire, alienandoci in essi, ma costituendo quel sale per la vita altrui di cui ha parlato Gesù? Soltanto lo Spirito di Cristo può operare tutto ciò. è lui che opera la rivoluzione, facendo sì che ciò che era opposto si unisca, ciò che era lontano diventi vicino, ciò che era nemico divenga fratello, ciò che è incomprensibile sia penetrato. E così tutto ci appartenga.
Alla luce di queste considerazioni appare molto chiaro che, assieme allo Spirito, il vero attore dell’inculturazione è ogni singola persona, segnata dall’incontro con Cristo. È in lei, nella sua vita quotidiana che la storia del popolo cristiano si incontra con nuove visioni e nuovi progetti, crea e purifica. L’inculturazione vera passa attraverso l’educazione. Passa attraverso qualcosa che ricevo dai miei padri, dai miei maestri e qualcosa che io a mia volta trasmetto ai miei figli, ai miei fratelli, ai miei discepoli.
Durante il mese di maggio la Chiesa ci invita a guardare a Maria. In lei possiamo scorgere l’unità di tutte le linee che ho cercato di tracciare. Educando suo Figlio, Maria ha aiutato il più grande passaggio che sia avvenuto nella storia dell’uomo.

Nell’immagine: la Madonna raffigurata in un disegno di Americo Mazzotta da cui è stata realizzata una statua che si trova nella parrocchia di St. Joseph a Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Meditazioni sulla Salve Regina

La preghiera inizia con un indirizzo di saluto, come l’Ave Maria. Mentre l’angelo non aveva bisogno di catturare la benevolenza di Maria, noi sì. Perciò lui dice: “Ave Maria”, noi: “Ave Regina”. È una comprensibilissima ricerca di benevolenza. E poi Maria è contenta di sentirsi chiamare Regina, perché tutto ciò le ricorda la regalità di suo Figlio.
Quando ascolto le litanie lauretane musicate da Mozart, mi par di sentire in quel “Regina”, che è un’esplosione ferma e dolcissima assieme, supplicante, le voci degli uomini e delle donne che ricorrono a Lei, perché lei può tutto. La sua regalità le deriva dalla regalità del Figlio, che ora siede alla destra di Dio.
La regalità di Maria è celebrata nel bellissimo mosaico di Santa Maria in Trastevere. Gesù incorona e abbraccia Maria. Siedono l’uno accanto all’altra sullo stesso trono. Maria partecipa della regalità di Gesù. Nello stesso tempo è una madre, ha il cuore segnato dalla compassione per i suoi figli, che è la stessa compassione che ha avuto per suo Figlio. Vuole che i suoi figli partecipino della stessa gloria che avvolge suo Figlio.

madre di misericordia
Poi la invochiamo come madre. È il nome più importante da collocare accanto a Maria, più importante ancora di quello di Vergine, di Immacolata, di Regina, di Assunta. Tutto ciò è in vista o in ragione della sua divina maternità.
Madre di Dio, per questo è madre di misericordia. Dio è misericordia e ha mandato suo Figlio per rivelarlo a tutto il mondo, a tutti gli uomini. Ella dunque è la madre di Colui che è misericordia (“Il nome della misericordia è Gesù”, ha scritto Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia), è Lei che ci ottiene il perdono dei peccati e le grazie necessarie.

vita, dolcezza, speranza nostra
Dobbiamo pensare a Maria come madre di Gesù, come colei che ci ha donato e ci dona continuamente Gesù.
Ella è dunque la vita perché ha portato in grembo Colui che è la vita e lo ha donato a tutti noi. È la dolcezza perché Gesù è la dolcezza: “Iesu dulcis memoria… sed super mel et omnia… nihil cogitatur dulcius”.
E poi è la speranza perché porta a noi Colui che è la speranza. Giussani ha commentato stupendamente: tu sei la certezza della nostra speranza. “Il tuo amore per noi e per tuo Figlio ci rende certi che ci donerai sempre tuo Figlio e sempre ci strapperai al male.”

A te ricorriamo, esuli, figli di Eva
A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime

La sguardo della preghiera da Maria si rivolge ora agli uomini, a noi. E ci considera sotto due aspetti: figli di Eva ed esuli. Figli di Eva, cioè segnati dal peccato originale e quindi dai peccati. Siamo segnati da mille ferite, deboli, fiaccati, disorientati, come “pecore senza pastore”, lontani dal vero e dal bene, lontani dalla patria e perciò esuli. Il nostro male diventa grido, sospiro, invocazione. I nostri sospiri si mescolano alle lacrime e ai gemiti. Quanto è realistico questo passaggio della preghiera!
Valle di lacrime, così è chiamato questo mondo, questa vita, quasi un nome geografico e assieme spirituale. Bisogne-rebbe tradurre: valle delle lacrime, valle segnata dalle lacri-me. Le lacrime sono la caratteristica più emergente di questa vita: lacrime di angoscia, di paura, lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato, lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto.
Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete”.

Su dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi i tuoi occhi pieni di misericordia
La preghiera si rivolge poi a Maria chiamandola: avvocata. Anche lo Spirito Santo è chiamato avvocato nel vangelo di Giovanni. Avvocato di Gesù presso il Padre, nostro avvocato presso il Padre. Così Maria. Ella interviene in nostro favore per stornare, per allontanare da noi la giusta ira del Padre. Come in ogni buona famiglia, la mamma supplica il padre di non essere troppo duro con i figli. Tira fuori dal padre quel lato misericordioso che egli ha già dentro di sé, ma che l’affetto della madre per i figli fa risaltare.
Da queste parole si vede quanto Dante avesse meditato la Salve Regina.
Gli occhi di Maria, rivolti prima verso il Padre a supplicarlo, si rivolgono ora verso di noi, per darci la certezza dell’assistenza, del perdono, dell’affetto.
Come in Dante, è un triangolo di affetti al cui centro stanno gli occhi e il cuore di Maria.

Mostraci, dopo questo esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo ventre,
O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
C’è un punto a cui tende tutta la preghiera, come una freccia scoccata verso il suo obiettivo: mostrarci Gesù. La Salve Regina è come una invocazione a Maria affinché ci mostri Gesù. Maria da sempre è vista dal popolo come colei che porta a Gesù, che indica Gesù, che rivela Gesù.
Come lo ha generato un tempo, frutto benedetto del suo ventre, così ora lo genera in chi lo domanda, per farci uscire dal nostro esilio.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

La crisi e la rinascita

wallstreet(1)A Budapest, in pieno centro, una signora bussa al portone della nostra casa. È l’ennesima che si presenta a chiedere qualche spicciolo per mangiare. Ne nasce una discussione con il prete che si è affacciato ad aprirle. Alla fine accetta di tornare l’indomani e di dare qualche ora per le pulizie. E la fila di quelli che si formeranno domani? E quelli, sempre più numerosi, che sono spinti sulle strade, senza casa né soldi per vivere?
A Fuenlabrada, alla periferia di Madrid, a pochi passi dalla nostra casa è stata recentemente inaugurata la Casa sant’Antonio, voluta dal parroco e dai suoi amici. Accoglie donne senza tetto e senza lavoro. La parrocchia offre loro dei corsi di base per imparare piccoli mestieri, le aiuta a reinserirsi nel circuito del lavoro. Queste persone non saprebbero dire quali sono le «patologie del capitalismo» di cui fanno le spese, non sanno discorrere di «prodotti derivati». Al massimo vedono le gigantesche lingue di condomini nuovi che si inoltrano nella striscia di campagna ancora libera che separa Fuenlabrada da Móstoles. Le punte di quelle lingue sono rimaste congelate, i palazzi sono scheletri vuoti.
Dagli Stati Uniti le notizie che un amico o un altro ha perso il lavoro sono ormai quotidiane. Moltissime sono le famiglie messe di colpo in una situazione precaria.
Della crisi globale che sta investendo l’economia sono pieni ormai da mesi i giornali, le tv e Internet, sono piene le conversazioni della gente, anche nei paesi dove gli effetti più vasti non si sono ancora fatti veramente sentire. I nostri missionari ci chiedono da più parti un aiuto. Come stare davanti a questi fatti? Che cosa dire alla gente? Come orientare le comunità che ci sono affidate? Come aiutare?
Ecco qualche umile risposta che abbiamo loro dato.
Anzitutto non evitare di domandarsi se le cose che riempiono la nostra vita sono veramente essenziali e quali lo siano. Essenziale è ciò che aiuta noi e gli altri a rifare l’esperienza di essere un popolo che si raduna attorno a un ideale riconosciuto e si lascia educare da esso. Qui non ci sono risparmi da fare. E non serve neppure spendere molto. I grandi economisti invocano regole che in futuro aiutino l’uomo a separare con più efficacia il bene dal male, ciò che è sano da ciò che è malato. Ma dove attingeremo i criteri per costruire queste nuove regole? «Crisi» vuol dire giudizio, e vuol dire separazione. In questo gli economisti hanno ragione. Ma dove trovare la lama che divide, il bisturi che taglia? È necessario imparare di nuovo e assieme quale sia il valore vero della vita, fare esperienza che le cose che restano sono l’amicizia e la comunione. Non si tratta infatti di una crisi della fiducia? Lo dicono tutti. Le banche crollano per questo. E la fiducia non è quella fede senza la quale la civiltà non si sviluppa, perché nessuno può più costruire sul lavoro degli altri? Anzitutto dobbiamo quindi ricostruire ambiti dove educare a questo.
In secondo luogo, occorre riscoprire insieme il nesso autentico tra lavoro e dignità personale. Il lavoro compie l’uomo perché sprigiona dal suo interno l’energia che viene dall’ideale. La bellezza, che ci richiama facendoci sentire al cospetto del nostro destino, mette in movimento dentro di noi questa energia. Esprimendola nel lavoro, noi cambiamo il mondo e facciamo un’esperienza di compimento. Dunque il lavoro in senso proprio vive di stupore e senso del limite insieme, ha bisogno di persone che sappiano ascoltare la musica che c’è nelle cose e contribuiscano a metterla in rilievo. Questo si può fare zappando un orto, tenendo in ordine una casa, aiutando un figlio a fare i compiti, insegnando, o ricevendo persone dietro lo sportello di banca o del comune. Lo si può fare guidando una grande azienda, si può fare spazzando una strada. Non è una questione di ambienti, di prestigio, di stipendi, di carriera. Dobbiamo aiutare tutti a riscoprire questa ultima dignità del lavoro, di ogni lavoro.
Infine aiutando le persone a vivere l’appartenenza al popolo cristiano come ragione che giustifica il rischio. Le famiglie che in Italia, durante il secondo dopoguerra, hanno tenuto aperte le fabbriche per dar lavoro ai loro operai (basta leggere Il cavallo rosso di Eugenio Corti) a costo di sacrifici fatti e condivisi con le persone a cui davano lavoro, possono esserci di esempio. È la loro mentalità che dobbiamo tornare ad imitare. La disponibilità al rischio, in un tempo come questo, è la risposta ad una chiamata, è una vocazione che partecipa consapevolmente della possibilità del martirio. Si tratta di ricostruire un tessuto di fiducia, di sacrificio portato assieme, un senso dell’unità che tiene dentro tutti. Ma per questo servono persone disposte a impegnare i propri mezzi, la propria creatività, a esporsi di persona. Sarà una grande occasione per educare i nostri figli alla responsabilità verso il tutto.

foto by Sheep Guarding Llama – flickr.com

estratto da Fraternità e Missione, marzo 2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Per confermarci nella nostra fede

nagleFin dal mese di novembre sono stato coinvolto tangenzialmente con la vista del Papa in un incontro con il patriarca Fouad e alcuni sacerdoti. Nell’incontro si percepì un’atmosfera un po’ tesa quando venne espressa con calore la posizione degli oppositori. L’opposizione si basava sul paragone fra la visita di Benedetto XVI e quella di Giovanni Paolo II del 2000. La visita di Giovanni Paolo II si era svolta in un momento di celebrazioni, un momento pieno di speranza in special modo per la comunità cristiana. Il processo di pace basato sugli accordi di Oslo, una strada verso la realizzazione dello stato palestinese, aveva fatto notevoli progressi. Anche se si era in stallo c’era e i palestinesi sentivano di essere sulla strada giusta. Inoltre era l’anno 2000, anniversario della nascita di Cristo, e c’era la sensazione generale che tutto potesse portare a un periodo di pace e di fraternità e anche la comunità cristiana locale aveva fatto investimenti nel campo del turismo. Anche se i palestinesi pensavano che la visita del papa sarebbe stata monopolio dei media israeliani per fare la loro propaganda, c’era una sensazione che potesse portare a una nuova speranza. La visita del papa era insomma l’acme di questa positività.
Oggi, non si vede un briciolo di questa positività nella comunità cristiana. I motivi risiedono in parte nella situazione dei palestinesi, che è peggiorata sia perché è scomparsa l’idea di uno stato palestinese sia per la posizione sempre più intransigente di Israele, con la costruzione del muro che divide le famiglie ecc. Oltre a tutto questo, e molto più grave, è il massiccio esodo della comunità cristiana a seguito della seconda intifada. I cristiani sono una minoranza davvero ridotta e le speranze di pace e di ritorno alla normalità sono scomparse. Nell’attesa della visita del papa, questo era il pensiero predominante: “Che cosa c’è mai da festeggiare?”. “Israele vuole usare come propaganda la visita del papa per trovare approvazione alla propria posizione e usare la presenza del papa per giustificare la politica che sta conducendo?” In generale l’opinione nei confronti di questa visita era decisamente negativa. E poi venne la guerra a Gaza.
Come potete capire, da un punto di vista umano non c’era motivo di essere contenti per questa visita: ma i miei amici e e il patriarca mi ricordarono subito che noi cominciamo da qualcosa che viene prima. Improvvisamente fui pieno di gioia e mi fu chiaro che dovevo vivere per saper riconoscere l’Altro che è la mia speranza. Il viaggio del papa aveva questo senso: confermarmi e confermarci nella nostra fede. Dovevo usare questo strumento: “Vieni, santo Padre, ti sto aspettando!”.
Come potevo comunicarlo ai miei parrocchiani della città di Nablus stretta sotto assedio?
La comunità negli ultimi 15 anni è passata da circa 5000 abitanti a circa 600. La città è chiusa dal 2003. Molti giovani sono morti per le strade di questa città, davanti agli occhi di tutti, ma un numero maggiore di persone è scomparso nelle prigioni israeliane, senza una sentenza, solo una detenzione senza termine. Bramano di vedere un segno qualsiasi che faccia vedere un progresso verso la libertà. I giornali e la televisione dievano che il Papa sarebbe venuto solo per essere gentile con gli ebrei.
Più di un mese fa, alla messa di Pasqua ho chiesto al prete che è venuto a cantare (sono capace ormai di recitare la messa in arabo, ma a cantare non ce la faccio ancora) di dire alla fine della messa due parole sulla prossima visita papale. Lui ha detto: “Sono contro la visita del Papa e so che anche voi lo siete. Ma lui sta per arrivare e noi siamo arabi e cristiani, perciò dobbiamo dargli il benvenuto”. Ho pensato che non fosse di grande aiuto.
Da quel giorno, in ogni omelia, pregai soltanto per la visita del Papa. Per esempio: “Quando Gesù ripete la benedizione “la pace sia con voi” è o non è colui che è in grado di darci la pace? La pace è soltanto l’esito di un processo politico o militare o è un dono di Dio? La pace viene da Dio e perciò abbiamo bisogno di riconoscere questo dono, cioè abbiamo bisogno di riconoscere Cristo per condividere il dono della pace con tutti. Perciò abbiamo bisogno di essere aiutati nella nostra fede. Abbiamo bisogno che il Papa venga”. Molti di quelli che mi seguono furono confortati da queste mie parole, ma mi accorgevo che molti, in particolar modo il consiglio pastorale che è molto attivo politicamente, non le apprezzarono. La loro conclusione era: “Tu non sei palestinese e quindi non puoi capire” La tensione faceva venire mal di stomaco.
Temevo che nessuno sarebbe venuto alla messa a Betlemme, invece riempimmo due pullman con più di cento persone. In tutta la parrocchia siamo solo 250. E la mia gente alla messa era felice, veramente felice. Hanno veramente visto che c’è qualcosa che viene prima. Non abbiamo bisogno di esiti politici, o di aver successo nei mezzi di comunicazione, non abbiamo bisogno di ottenere una vittoria militare. Quando lui viene ci rende felici. E il nostro cuore mutato rende possibile camminare in modo diverso, portando il dono che abbiamo ricevuto.
Quando il papa fu lì tra noi, quando udimmo e ascoltammo le sue parole di compassione e di saggezza, quando fummo spettatori della sua testimonianza di fede, non era più in questione cosa avrebbero detto i giornali, ma di cosa aspettava il nostro cuore. Mentre accanto al Papa partecipavo ai vari avvenimenti, non ero presente alla televisione, era chiaro che si andava al cuore del problema. Il problema, il nocciolo della questione era Dio e l’uomo cambiato nell’incontro con Cristo, e l’uomo cambiato da questo incontro può costruire un mondo più umano.
All’inizio del suo discorso alla comunità cristiana di Gerusalemme disse queste parole “ Cristo è risorto, alleluia”. Si è dovuto fermare a causa del lungo applauso che accolse questa dichiarazione. Poi continuò dicendo “ La comunità cristiana di questa città deve aggrapparsi saldamente alla speranza consegnata dal vangelo acclamando la promessa della definitiva vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato, dando testimonianza alla potenza del perdono.”
A Betlemme ha detto ai cristiani Cristo ha portato un regno che non è di questo mondo, ma un regno che è capace di cambiare questo mondo, perché ha il potere di cambiare il cuore, di illuminare l’intelligenza e di rafforzare la volontà”, Al presidente Abbas ha detto: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Al presidente Perez ha detto: “La sicurezza è un problema di fiducia, è alimentata dalla giustizia e dall’integrità, e viene cementata dalla conversione del cuore, che ci stimola a guardare l’altro negli occhi così da riconoscere l’altro come mio simile, io fratello, mia sorella”.
Forse la gente non sapeva che aspettava la visita del Papa, ma quando è venuto hanno capito che era venuto per loro. Questo è stato per me evidente nella messa a Nazaret, che è stata un vero record di partecipanti cristiani in Terra Santa. La gente per riuscire a prendere posto prima che la polizia chiudesse è rimasta sveglia tutta la notte e il sole ormai era cocente. Ciononostante, quando, dopo la comunione, che per molte persone è stato un momento doloroso perché non sono riuscite ad averla, fu chiesto di osservare un minuto di silenzio per ringraziare Dio della comunione ottenuta attraverso il Figlio, accadde un miracolo. In mezzo a quella folla enorme scese il silenzio, si riuscì a sentire il canto degli uccelli, anche degli uccelli che cantavano lontano da lì. Niente altro. Fu un segno che dopo tutto il rumore, la tensione, lo scetticismo e le critiche e le discussioni eravamo alla fine semplicemente grati di questa comunione. E quando nella vita uno incontra una vera gratitudine, è di nuovo pronto a ricominciare, a ripartire di nuovo.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

L’amico di Israele

gerusalemmeIl viaggio-pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa si è sviluppato lungo tre momenti: la Giordania, Israele, e i territori palestinesi.
Innanzitutto la Giordania. Il papa ha sentito la necessità, dopo quattro anni dall’inizio del suo pontificato, di affermare la linea che lo muove nel confronto del dialogo interreligioso. Nella prefazione al libro del senatore Pera, aveva scritto che il dialogo fra le religioni va vissuto anzitutto come dialogo della ragione, come alleanza per la difesa dell’umano. Da questo punto di vista, papa Benedetto continua un aspetto del dialogo inter-religioso di Giovanni Paolo II. Mette in secondo piano il pregare insieme, il dibattito teologico, senza ovviamente trascurarlo, e mette in primo piano l’alleanza per la civiltà, tema caro ad Obama e a Zapatero ma riletta dal papa in modo assolutamente originale. Non come messa tra parentesi dalla fede, ma come scoperta della fecondità che il rapporto fede-ragione dà nella lotta contro il nichilismo e l’espressione tragica delle guerre di religione.
Ecco allora la necessità di sostenere l’Islam moderato. Il papa non entra nel dibattito se esista o meno una radice di tale posizione moderata nel Corano. Probabilmente no. A lui interessa rilevare, come faceva Giovanni Paolo II, che l’Islam moderato esiste nello scenario religioso e culturale di oggi. Con lui bisogna lavorare, perché oltre alla pace si possono trovare utili alleanze sul tema della vita e del futuro dell’umanità. Senza dirlo, senza metterlo esplicitamente a tema, Benedetto XVI lavora per una evoluzione interna dell’Islam, per un suo illuminismo che lo possa salvare da una chiusura nella violenza e nell’anti-storia.
I rapporti tra Santa Sede ed ebrei sono forse destinati a restare problematici fino alla fine dei tempi. Non manca, tra i secondi, chi nota quali grandi passi siano stati compiuti nella seconda metà del secolo passato, con l’accoglienza nelle comunità religiose di tanti ebrei perseguitati, con la pubblicazione di Nostra Aetate durante il Vaticano II, con le iniziative di Giovanni Paolo II. Per altri, tutto ciò sembra non bastare. E occorre sempre tutto precisare e riaffermare. D’altra parte la storia passata è così drammatica! Le immense ferite così difficili da rimarginare!

Benedetto XVI ha dedicato molta parte della sua vita di studioso e insegnante di teologia a riaffermare la “necessità” degli ebrei all’identità cristiana. Ma chi ha letto i suoi libri? Chi conosce i suoi discorsi? Tutto infine sembra consegnato ai titoli dei giornali.

Eppure la tela della compassione e, perché no?, dell’amore reciproco va tessuta ogni giorno. Instancabilmente. Il “mistero” di Israele, di un popolo a cui Dio si è così strettamente legato – anche quando esso era tentato di scrollarsi di dosso quel giogo e solo un piccolo resto restava fedele – il mistero di Israele rimane uno dei più grandi eventi della storia, che tutti ci interroga e scuote.

Come è stato notato da molti, parecchi commentatori ebrei aspettavano il papa al varco. Ogni papa ha la sua penitenza da fare. Benedetto XVI dev’essere per forza legato a delle gaffe, anche se questa volta i testi erano controllati al millesimo. Ma chi sa leggere veramente, in profondità, ha capito. Anche il doloroso coraggio di un papa che proviene dal popolo tedesco e che non ha esitato a parlare dei delitti dei suoi connazionali contro il popolo ebraico.

Per quanto riguarda i territori palestinesi, la posizione della Santa Sede è ben nota. Assieme al diritto alla sicurezza per Israele, il diritto alla patria per i palestinesi. Benedetto XVI ha coniugato più volte queste esigenze, che non sono per lui solo di ordine politico, ma che attengono ai diritti più profondi degli uomini e dei popoli.

Infine, il suo viaggio è stato un invito pressante ai cristiani perché restino in Terra Santa, un incoraggiamento affinché quel due per cento di discepoli di Cristo non diminuisca. È un’esperienza assolutamente particolare vivere in Terra Santa. Tutte le chiese sarebbero terribilmente impoverite se i discepoli di Gesù non fossero più lì a ricordarci che Egli è vissuto davvero sulla terra, che ha camminato su quelle pietre, che ha visto il verde della Galilea e i deserti della Giudea.

pubblicato su ilsussidiario.net, il 18 maggio 2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Il martirio di Giuseppe

giuseppe007Accostare la figura di san Giuseppe alla parola “martirio” può suonare inusuale. La sua figura, avvolta nel silenzio, è così diversa da quella che esce dal fiume di parole che ci portano la passione di san Paolo, una vita fatta di azione, di riflessione gridata ad alta voce, scossa dagli affetti e conclusa da una morte cruenta. Che cosa ha a che fare tutto questo con la riservatezza di san Giuseppe?

* * *

Il martirio di Giuseppe fu anzitutto il martirio della decisione.
Tutto è condensato nel primo capitolo del vangelo di Matteo. Ma bisogna leggere anche Luca, per avere un quadro completo di ciò che accadde. Maria è tornata a Nazaret, dopo aver accompagnato negli ultimi tre mesi di gravidanza la cugina Elisabetta. Lei stessa è ormai al terzo mese. Matteo inquadra Giuseppe mentre “sta riflettendo a queste cose” e il primo verbo che usa per descriverne l’azione è: “decise”. “Decise di ripudiarla in segreto”.
Da che cosa fu mossa quella decisione? Non dall’umiliazione. Quel sentimento era in lui bloccato dall’intuizione del cuore di Maria. La amava e la conosceva. L’evidenza della sua persona era ai suoi occhi come una sorta di barriera luminosa, che impediva alla sensazione cocente della delusione di affacciarsi. Giuseppe non conobbe amarezza. Nello stesso tempo quella gravidanza era un fatto innegabile.
Quale fu dunque la riflessione di Giuseppe? Non poteva negare il fatto, non volle dubitare dell’innocenza. Questa fu la sua decisione. Le due cose non stavano insieme ed egli rinunciò a ricondurre a ragione ciò che il pensiero umano non poteva abbracciare. Si ritirò dunque di fronte all’incomprensibile. La decisione di Giuseppe fu reverenza di fronte a ciò che non poteva capire. Fu senso del mistero. Fu timore di Dio.
Anche Abramo aveva rinunciato a sciogliere l’enigma. Promessa di una discendenza sterminata, sacrificio dell’unico suo figlio. Abramo si limitò a riconoscere che quel ragazzo non era suo. Ma la mano che alzava la lama su di lui fu fermata dall’angelo inviato da Dio. Giuseppe temette di prendere Maria in casa sua. Temette che non fosse la volontà di Dio e decise tra sé il suo sacrificio. Anch’egli rinunciò a sciogliere l’enigma, si rimise a Dio. Fu la resa della disponibilità, totale. E anche a lui venne inviato un angelo, a spiegare l’inspiegabile. “Non temere, Giuseppe”. Egli allora decise di nuovo. Lasciò scombinare i suoi buoni piani, i piani di un uomo “giusto”. «Destatosi dal sonno», fece come l’angelo gli aveva indicato. Decise di accettare il martirio silenzioso della verginità.

* * *

Il suo martirio fu poi il martirio dell’incertezza.
I ripetuti interventi dell’angelo, dopo la nascita di Gesù, lo costringono ad una mobilità continua. Dopo l’umiliazione della stalla di Betlemme, ci fu quella dei continui spostamenti, della precarietà, della mendicanza, del paese straniero. Non è facile per un uomo non poter provvedere a sua moglie e a suo figlio. E a un profugo è negata proprio la possibilità di farlo. Fu per Giuseppe una nuova scuola di disponibilità, di abbandono. Dovette imparare a pensare la sua vita a partire dall’incarico di custodire quel bambino e sua madre. E basta. Dovette imparare a cercare in questo e solo in questo la sua dignità.
Questo fu per Giuseppe il martirio della povertà.

* * *

Infine fu il martirio della responsabilità.
Giuseppe è l’uomo delle decisioni. Egli obbedisce all’angelo e decide, obbedisce a Dio e fa le sue scelte. La prontezza con cui risponde è la nota di questo padre terreno, durante tutta la primissima infanzia di Gesù. Nella responsabilità del decidere Giuseppe esprime se stesso. Ma decidere significa morire. E a Giuseppe non fu risparmiato questo peso.
Questo fu il martirio dell’obbedienza al suo incarico.
È strano, ma di un uomo di cui i vangeli non riferiscono neppure una parola, descrivono però con precisione alcuni sentimenti. Sono sempre frangenti di travaglio. Egli aveva il compito di difendere. Per questo “ebbe paura” di far ritorno nella Giudea di Archelao. Decise per Nazaret, accettando il disagio delle chiacchiere malevole che li avrebbero accolti. Giuseppe aveva il compito di custodire. Ma ci fu un momento in cui temette di aver mancato all’incarico. “Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”, esplode la Madonna, ritrovando Gesù, dodicenne, dopo tre giorni di disperata ricerca. Angoscia di un padre che ha perso suo figlio, panico di un uomo che si è distratto davanti a Dio.
Questo fu per Giuseppe il martirio quotidiano della vigilanza.

[Nella foto: Jacobis monaci Sermones, vat. graec. 1162, fol. 147r (particolare)].

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Preparare la strada a Gesù

IMG_0671-1Cari amici,
la liturgia della Chiesa ci presenta questa sera due storie di vocazione estremamente adatte a indicare le tappe fondamentali della vostra strada presente e futura. Intendo soffermarmi solo su quella narrata nel Vangelo.
Essa è estremamente familiare alla maggioranza di noi. L’abbiamo ascoltata, o almeno letta, decine e decine di volte nei commenti che don Giussani ne ha fatto, facendoci immedesimare con quell’avvenimento, come fosse presente; e oggi proprio quell’avvenimento rivive qui con voi e per voi.
Esso è incorniciato da due sguardi. All’inizio si dice che Giovanni il Battista stava là, cioè lungo il Giordano, con due suoi discepoli. Fissò lo sguardo su Gesù che passava. E alla fine si dice che Gesù fissò lo sguardo su Pietro e gli cambiò il nome. In questi due sguardi sta non solo la storia della vostra vocazione, ma anche il metodo per rinnovarla continuamente. Per diventare come il Battista, cioè capaci di portare a Gesù degli altri uomini, capaci di avere dei discepoli per portarli a Gesù. E per diventare come Andrea, Giovanni Evangelista, Simone Pietro. Per diventare continuamente, ogni giorno, dei discepoli.
Innanzitutto Giovanni fissa lo sguardo su Gesù. Acutamente don Attanasio ha scritto commentando proprio questo brano di Giovanni in un testo inedito: «Solo colui che fissa lo sguardo su Gesù è un vero testimone. Giovanni non ha più lo sguardo ripiegato su di sé, ma guarda Gesù. In questo movimento dello sguardo consiste propriamente la conversione. In questo guardare a Gesù e nell’indicarlo come l’Agnello di Dio egli genera alla fede i suoi discepoli».
Voi siete chiamati a diventare come il Battista uomini che preparano la strada a Gesù. Gesù ha bisogno che la sua strada sia aperta nei cuori degli uomini, ha bisogno che i cuori degli uomini siano preparati. Per questo vi chiama a rivivere la vocazione stessa del Battista. Per poterla rivivere dovete innanzitutto fissare lo sguardo su Gesù, rivivere la sua stessa verginità; chiamare degli uomini e delle donne a voi, ma per portarle a Gesù, cioè per generare in loro la fede.
«Questa paternità spirituale – ha scritto sempre don Attanasio – è il compito più alto cui un uomo possa essere chiamato. Esso non è questione di intelligenza o di doti particolari. È piuttosto necessario essere umili, non avere più il centro della propria vita in se stessi, ma in Cristo. La paternità fisica è solo l’analogia di questa ben più profonda paternità spirituale».
Se noi entriamo con tutto noi stessi dentro l’incontro narrato, che cosa possiamo vedere? I passi progressivi dell’avvicinarsi di Gesù ai suoi primi amici. Siamo nel giorno successivo alla testimonianza che il Battista ha reso a Gesù. Disse allora: «Ecco l’Agnello di Dio». La scena si ripete. Non c’è infatti nulla di magico nell’avvicinarsi di Gesù a noi. C’è lo svilupparsi di una vicenda travolgente ma interamente umana. Gesù non cancella la nostra umanità, ma si propone a noi giorno dopo giorno. E così qui vediamo che il Battista giorno dopo giorno ha educato i suoi a guardare Gesù e ad ascoltarlo.
Se proseguiamo, improvvisamente compare solo con due discepoli. E gli altri? Sembrano non esserci più. Tra tutti il Battista ha scelto questi due. Gli ha scelti per Gesù. E in questo modo Gesù li sceglie attraverso il Battista. È quello che accade anche a noi e che accadrà anche a voi. Molti saranno scelti da Gesù attraverso di voi. In questo modo sarete lo strumento per il sorgere del nuovo popolo che nasce dall’antico. Il Battista e i due suoi svolgono la funzione che nei vangeli dell’infanzia di Luca e di Matteo hanno Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, la stessa Maria, Giuseppe. Sono il «resto da cui nasce il nuovo albero» come ha detto il profeta Isaia (6, 13).
Andrea e Giovanni, continua l’Evangelista, sentono parlare il Battista e seguono Gesù. C’erano state evidentemente lunghe conversazioni in quei giorni. A loro Giovanni Battista aveva parlato del Messia, e loro si erano mostrati così toccati e così desiderosi di seguire Gesù, così cari al precursore per la loro freschezza, per la loro ingenua passionalità, da sceglierli come primizia per Gesù.
Gesù allora, vedendo che lo seguivano si volta. E dice: «Che cercate? Che cosa cercate?». È singolare questa domanda di Gesù. Ciascuno di noi si aspetterebbe: «Chi cercate? Chi pensate che io sia»? E invece Gesù dice: «Che cosa cercate»? Gesù va al fondo della nostra domanda. Vuole sapere che cosa noi cerchiamo, che cosa ci aspettiamo dalla vita. E proprio a quel punto si propone a noi. È singolare anche la loro risposta: «Dove abiti?». Come a dire: «Vogliamo la tua compagnia». Questa è la loro risposta. Sembra di sentire le parole del salmo 27: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella Tua casa per lunghissimi anni». “Vogliamo stare con Te, non vogliamo qualcosa che potremmo chiedere al Messia secondo la tradizione ricevuta. Vogliamo scoprire noi chi sei”. Forse anche questo era stato un insegnamento del Battista. “Dove rimani Tu vogliamo rimanere anche noi”. Qui l’evangelista Giovanni anticipa quel verbo “rimanere” che poi utilizzerà molte volte lungo il suo vangelo. In questo modo Andrea e Giovanni vanno nella capanna dove Gesù abitava e in questo modo si introducono nel mistero della Trinità, il luogo dove Gesù rimane. Gesù, rispondendo, non indica un nome geografico: una via, una strada, un indirizzo; dice loro: «Venite e vedrete», perché il luogo della sua abitazione è egli stesso. Infatti il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui posare il capo (Lc 9, 58). Venite e vedrete. Che cosa? Certo, che non stava in una reggia, che non aveva dei servitori, ma più ancora “vedrete chi sono, cioè comincerete a vedere veramente con occhi nuovi la realtà”. L’eco di queste parole la troviamo decine di anni dopo nella prima lettera che lo stesso Giovanni scrive e che inizia: «Ciò che abbiamo visto». È l’ultima, l’estrema eco di quell’inizio. Vedere è un verbo decisivo in tutto il vangelo di Giovanni perché è stato decisivo nella sua vita. Ed è cominciato qui questo nuovo vedere.
«E quel giorno si fermarono presso di lui». Ancora il verbo fermarsi, rimanere. È un verbo decisivo: Gesù è colui su cui rimane lo Spirito in modo definitivo; Gesù rimane; i discepoli sono chiamati a rimanere nel suo amore. Nel capitolo 15 del suo vangelo, questo verbo rimanere ricorrerà undici volte in sette versetti. La casa in cui rimanere dunque è chiaramente Gesù. Anche qui l’evangelista (come sopra nel caso di «vedere») ci indica una posizione che dobbiamo avere di fronte a Gesù: vedere e rimanere. Andare dietro a Gesù non è infatti un’azione fine a se stessa, ma ha come scopo conoscerlo, e in lui conoscere il mistero del Padre. Il più ardente desiderio di Gesù è quello di farsi conoscere, di rendersi accessibile agli uomini. Per questo è venuto nel mondo. Scrive ancora don Attanasio: «Se puntiamo veramente il nostro sguardo su Gesù, non possiamo non desiderare di fermarci presso di lui per contemplare la sua bellezza, per conoscere i suoi misteri, per ricevere i doni che lui ha preparato per noi. Solo in questo fermarsi presso di lui il nostro cuore è veramente appagato e trova la sua pace. Quanto spesso per l’incombere delle preoccupazioni della vita ci priviamo della gioia e della luce che nascono dal fermarsi con lui!».
Ed eccoci alla conclusione dell’episodio. Quei due primi conoscono da poco Gesù, ma subito diventano i suoi testimoni. Andrea incontra suo fratello Simone e dice: abbiamo trovato il Messia. E lo conduce da Gesù. E Gesù fissa lo sguardo su di lui. «Percepire su di sé questo sguardo è l’origine della vocazione alla verginità. Esso è infinitamente più persuasivo e più penetrante di qualsiasi sguardo due innamorati si possano scambiare. È lo sguardo della gratuità infinita di Dio che ci ha amati quando eravamo ancora peccatori. La vocazione è innanzitutto non sottrarsi a questo sguardo. Accettare che Dio ci ritenga così preziosi da volgere il suo sguardo benigno su di noi che siamo nulla. Quello di Gesù non è un amore generico all’umanità, ma è un amore specifico ed unico per ogni singolo uomo. Per descrivere questo amore smisurato e bruciante S. Giovanni nell’Apocalisse (1, 14) dice che il figlio dell’uomo aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco. In questo sguardo amoroso Gesù ci conosce fino in fondo. Conosce tutto il nostro passato ma anche e soprattutto ciò a cui siamo destinati. Il compito che il padre affida a ciascuno nel regno che Egli viene a inaugurare».
L’evangelista Giovanni scrive che Andrea era il fratello di Simon Pietro. Anticipa in questo modo l’incontro di cui parlerà nei due versetti successivi. Simone è già Pietro. Quasi a significare che Gesù voleva arrivare lì a Pietro, la pietra. La vocazione al primato è qui posta all’inizio, nei primi giorni, non come nei sinottici, alla fine della vita di Gesù. Dell’altro discepolo del Battista non si dice il nome. Perché? Perché tutti sapevano che era lui, l’evangelista che non voleva citarsi e voleva nascondersi dietro Gesù. Ma solo lui poteva ricordare l’ora. Questo ricordo era come la sintesi di tutte le sue impressioni di Gesù, di tutte le ore passate assieme.
Auguro anche a voi di vivere la stessa esperienza. Amen.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Un violento a cui è stata usata misericordia

conv_paoloUn violento a cui è stata usata misericordia
La personalità di Paolo di Tarso e la nostra vita di oggi

Se volessi questa sera esporre a voi la dottrina di Paolo, il suo pensiero, occorrerebbero molte ore. Voglio fare qui una cosa più modesta, ma per me ancora più importante: mettere in voi il desiderio di incontrare san Paolo, almeno quello che compare tante volte nella liturgia della domenica. Voglio presentarvi, cioè, gli aspetti per me più impressionanti della sua personalità. Non troverete perciò nelle mie parole tanti temi fondamentali della sua teologia. Chiedo scusa sin da ora. Desidero piuttosto, come un pittore, raffigurare ai vostri occhi il volto di quest’uomo.
Cominciamo con le parole di una lettera scritta a san Paolo:
«A stento tutte le generazioni umane basteranno per venire ammaestrate dai tuoi scritti ed essere così condotte alla loro piena realizzazione». Chi scrive in questo modo è Seneca. L’epistolario, ritenuto apocrifo dai più, mentre altri studiosi, tra cui Marta Sordi, ritengono possibile l’autenticità di qualche lettera, ci rivela comunque quale fosse il posto di Paolo nei primi secoli della nostra era (al massimo infatti queste lettere sono del IV sec. d.C.).

Il persecutore
Paolo di Tarso è senza alcun dubbio una delle figure più grandi di tutta la storia dell’umanità. È come se in lui convivessero molte personalità, fuse da una considerazione assolutamente unitaria degli scopi della propria esistenza, che a mano a mano andavano mutando ed insieme approfondendosi. Parleremo innanzitutto della sua forza e poi della sua dolcezza.
Possiamo essere impressionati dalla violenza e dalla forza con cui egli, divenuto discepolo fin dalla più tenera età di uno dei massimi maestri del giudaismo, Gamaliele, si dedicasse alla ricerca e alla denuncia dei cristiani, intuiti giustamente da lui come una pericolosa eresia giudaica, che nascondeva all’interno una forza misteriosa tale da esigere una altrettanto vigorosa reazione. È lui che descrive se stesso e questa sua energia: Io ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1Tm 1,13). Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [...] molti dei fedeli li rinchiusi in prigione [...] cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere (Atti 26, 9-11). Infine, con estrema sintesi, in una sua lettera scrive: Ho perseguitato la Chiesa di Dio (1Cor 15,9).

La rivelazione
Dopo la lapidazione di Stefano, a cui Paolo assistette e a cui diede il suo voto (cfr. At 7,57-8,1), inizia in lui un sommovimento interiore, opera certamente dello Spirito. L’Holzner scrive: «Nei suoi ricordi la scena della lapidazione di Stefano ritorna a più riprese (At 22,20 e 26,10; Gal 1,23; 1Cor 15,9). Saulo non dimenticò mai più quel giorno. Lo struggerà il ricordo per tutti i giorni della sua vita». Sant’Agostino annota: «Se non ci fosse stata la preghiera di Stefano, la Chiesa non avrebbe avuto Paolo». Inizia così un lungo cammino che lo porterà lentamente ad aprirsi ad un giudizio profondamente nuovo sulla sua vita passata. Scoprirà che il fanatismo con cui serviva la legge non era altro che una volontà titanica di chiudere gli occhi di fronte all’impossibilità di salvarsi con le proprie forze. Fu la scoperta che egli non riusciva a servire come avrebbe voluto la legge, quella legge a cui egli voleva dedicare tutta la vita e che era Dio stesso. La scoperta che il peccato dominava la sua esistenza. Non si trattava, dunque, di negare la legge, ma di trovare la strada per viverla, quella strada che non poteva essere individuata nella sola volontà dell’uomo.

Il dissidio nella sua personalità
«L’intimo dissidio tra la volontà e l’attuazione lo torturava». Paolo da solo non sarebbe riuscito a dare una risposta, sarebbe probabilmente caduto in una terribile depressione tipica di quegli spiriti totalitari qual era lui. Viveva una irrequietezza interiore che aveva bisogno di amori estremi e definitivi. Da questo angosciante dissidio tra il senso acutissimo del proprio male e il senso altissimo della propria personalità, essendo impossibile per lui ogni ipocrita conciliazione, lo salvò Gesù.

L’esperienza della grazia
Nell’impotenza radicale dell’uomo l’esperienza della grazia fu il pilastro decisivo su cui si costruì tutta la personalità e l’esperienza di Paolo. Questa parola, “grazia”, è stata talmente usata ed abusata da aver perso ormai agli occhi di tutti la potenza del suo valore originario. La grazia infatti per Paolo indica innanzitutto e soprattutto, e potremmo dire in un certo senso esclusivamente, la persona di Gesù. Egli scrive significativamente: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi (Rm 16,20; 1 Cor 16,23; 2Cor 13,13; Gal 6,18; Fil 4,23; 1Ts 5,28; 2Ts 3,18; Fm 1,25). È proprio la persona di Gesù a meritare questo nome: È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11). Si tratta sempre di un genitivo dichiarativo, epesegetico: la grazia di Cristo, la Grazia che è Cristo.
Tocchiamo qui, fra l’altro, uno dei punti più significativi dell’insegnamento di don Giussani. Non è un caso che egli abbia lungo tutta la sua vita così potentemente privilegiato, assieme al vangelo di Giovanni, le lettere di san Paolo. Per Giussani la grazia, che è la vita stessa di Dio, si comunica a noi attraverso la forma di un incontro: «L’avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cui Colui che si chiama Gesù, quell’uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, si rivela significativo per il cuore della nostra vita».
Per Paolo questo incontro accadde sulla strada che collegava Gerusalemme a Damasco. Impregnati come siamo, e giustamente, dalle pitture di Michelangelo e Caravaggio, immaginiamo Paolo che corre a cavallo e cade, abbagliato da una luce. Niente di tutto ciò troviamo nelle lettere e neppure negli Atti degli apostoli.
Paolo non usa mai la parola conversione. Parla invece di rivelazione e più ancora di vocazione. Egli vive l’esperienza precisa e concreta di sentirsi chiamato per nome da uno che rimproverandolo esprime, proprio in quell’atto, di avere a cuore la sua persona come nessun altro. Si sente sconvolto. Proprio lui che Lo perseguita è oggetto di questa attenzione misericordiosa che lo risolleva da una vita disperata e gli apre la strada di una nuova esistenza piena di scoperte, di avventure! Nella rivelazione che Gesù fa a Paolo di cose nascoste da secoli e preparate per lui, egli vede la testimonianza tangibile di un amore sconfinato e incomprensibile di cui non riesce e non riuscirà mai a capacitarsi. Lapidariamente in una sua lettera scriverà: ha amato me e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). E in quel me c’è tutto lo sconvolgimento di fronte all’infinitudine di Dio che si curva sulla nostra nullità per farci partecipi della sua grandezza.

Perché ha scelto Paolo?
Questo amore di Cristo, come ogni altro amore vero, non ha ultimamente spiegazioni. Noi però non possiamo fermarci qui. In punta di piedi desideriamo penetrare nel mistero di questo amore. Perché Gesù ha scelto Paolo? Non gli bastavano gli altri apostoli? Soprattutto: non gli bastavano Pietro e Giovanni, quello che più amava e quello da cui era più amato? Cosa cercava in Paolo, cosa voleva da lui? Non possiamo sottrarci a queste domande, come non possiamo sottrarci al fatto che Gesù abbia voluto attorno a sé, già nella sua vita terrena, persone diverse. Di alcune di loro conosciamo abbastanza dettagliatamente il temperamento, lo stile, le reazioni, persino un certo itinerario esistenziale. Pensiamo, per esempio, a Giovanni che da “figlio del tuono”, irruente e indisciplinato, diventerà addirittura il simbolo della tenerezza e dell’amore ripiegato sul seno dell’amico.
Gesù vuole intorno a sé la diversità. Sceglie chi vuole, sceglie per pura grazia, perché nessuno si senta escluso. Sa che nessun uomo, per quanto grande, potrà mai esprimere i variegati colori della sua divina umanità. Non a caso ci saranno molti vangeli, che suppliscono al fatto che Gesù non ha voluto scrivere nulla, e la Chiesa ne sceglierà quattro. Gesù è tutto nella storia che nasce da Lui, negli uomini che Egli sceglie e che diventano, nella misura della loro adesione a Lui, una rifrazione di Lui. I santi sono tutto ciò che di Cristo non è esplicitamente raccontato nei Vangeli. Così è stato Paolo che amo considerare, assieme a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, l’autore del “pentateuco del Nuovo Testamento”, come vi è un pentateuco nell’Antico.
In secondo luogo la pluralità delle scelte dice che ciò che Cristo vuole portare è la comunione. Gesù sceglie persone diverse e affida a ciascuna un compito che non può essere svolto dall’altra. Questo deve far riflettere ognuno di noi sulla importanza decisiva e assoluta che ha la singola persona per Gesù e sul fatto che ciascuno di noi ha un compito che non può essere svolto da nessun altro. Se non lo compiamo noi rimarrà incompiuto.
Gesù ci sceglie proprio per la nostra particolare personalità. Egli non la stravolge intervenendo in essa, non interviene magicamente. Tutto ciò lo vediamo magnificamente in Paolo. Gesù ha scelto Paolo non nonostante la sua violenza, ma proprio perché violento. Egli infatti voleva usare di questa energia totale di Paolo cambiandole di segno, come ha usato dell’irruenza infantile di Pietro, della giocosità drammatica di Francesco d’Assisi o della semplicità essenziale di Teresa di Lisieux. Simone diventa Pietro, Saulo diventa Paolo, ma le pieghe della loro personalità, i loro limiti, i loro peccati rimangono, finalizzati ad una storia nuova. La Chiesa non ha paura delle tensioni: le tensioni tra Paolo e Pietro sono state molto forti. Se non ci fosse stato lo Spirito Santo si sarebbe arrivati ad una rottura. Paolo ha una sconfinata cultura che Pietro non ha, una complessità temperamentale che Pietro non ha. Pietro è tutto d’un pezzo, è scolpito nella roccia (rifiuta e piange). Paolo invece racchiude una complessità psicologica: Pietro pecca per eccesso di semplicità, Paolo per eccesso di complessità.

Personalità problematica?
Giustamente Romano Guardini nel suo libro Gesù Cristo annota che tutta la personalità altamente problematica di Paolo continua ad esistere anche dopo l’incontro con Gesù. «Egli dovette provare un forte senso di inferiorità, che cercò di compensare mediante l’insistito richiamo all’esperienza che aveva fatto di Cristo e per mezzo di sforzi e realizzazioni ai limiti delle umane possibilità». Gesù si serve di questa bipolarità di Paolo. «Egli fu un uomo tormentato» – scrive Guardini. Commentando un brano della seconda lettera ai Corinzi, quando Paolo parla della sua debolezza fisica, (2Cor 12, 1-10), Guardini scrive che egli ha un’alta considerazione di sé, ma essa è ferita e poi ripresa ad altro livello attraverso la considerazione di essere l’oggetto di una esperienza interiore fuori dal comune. «Il passo documenta le estese e violente eruzioni di un sentimento del vivere niente affatto equilibrato».

La tenerezza di Paolo
Non è un caso perciò che assieme all’«impegno totalitario, trascinatore, troviamo in Paolo gli accenti di una commovente dolcezza» – scrive ancora l’Holzner. «Sotto lo sguardo sfolgorante del Risorto enormi riserve di energie appetitive si liberarono in Paolo, il fanatismo si mutò in potenza d’amore, che saprà manifestarsi più tardi con la tenerezza e la dolcezza di una madre».
L’itinerario è chiaro. Paolo vede nelle persone che si stringono attorno a lui, nelle piccolissime comunità poste nell’immenso oceano dell’Impero romano, il volto stesso, la realtà stessa di Colui che lo ama. Non c’è in lui distinzione tra amare Cristo e amare i suoi. Glielo aveva insegnato Gesù in quel Perché mi perseguiti? (At 9,4; 22,7; 26,14). In tutta la letteratura d’amore dei secoli, in Ovidio, in Orazio, in Dante, in Petrarca, su fino agli spasimi d’amore degli scrittori dei nostri giorni, non riusciamo a trovare una tenerezza eguagliabile a quella di Paolo, così virile e così forte nello stesso tempo, sia verso singole persone, che verso comunità intere. Risentiamo alcune di queste espressioni.
Ai Filippesi: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nelle viscere di Cristo Gesù (Fil 1,8). Sempre a loro: Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,21-24). Ai Corinti: Non cerco i vostri beni, ma voi (2Cor 12,14). Sempre ai Corinti: Debbo venire a voi con il bastone, o con amore e spirito di dolcezza? (1Cor 4,21). Consumerò me stesso per le vostre anime (2Cor 12,15). E ancora a loro: Il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! (2Cor 6,11-13). Fateci posto nei vostri cuori! […] vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere (2Cor 7,2-3).
Descrive il suo affetto per le comunità come quello di un padre e di una madre.
Ai Corinti: Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo (1Cor 4,14-15). Alla comunità di Salonicco: Sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria (1Ts 2,11-12). Sempre a loro: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (1Ts 2,7-8).

Crocifisso con Cristo
Dopo l’incontro sulla strada verso Damasco, Paolo concepisce se stesso come un uomo abitato interamente da Gesù. Si fa fatica a rendere la potenza delle sue parole. Servo di Cristo Gesù, scrive ai Romani (1,1) e in questo “servo” c’è tutto il desiderio di vivere in relazione con Lui, di servire con tutto se stesso a Lui. Questa sarà la potente esperienza di Paolo, la sua libertà nel servire Gesù. La libertà non consiste nel non servire a nessuno. Si è liberi quando si trova Colui che realizza la nostra umanità. Perché è il Signore che ci ha fatti e ci conosce. «Dio va servito per primo», diceva Giovanna d’Arco. E i medievali scrivevano che «servire Dio è regnare». Nell’espressione con cui apre la sua lettera ai Romani, servo di Gesù Cristo, Paolo vuole esprimere il suo amore sconfinato per Lui che si realizzava concretamente nel farsi piccolo piccolo, paulos, appunto, a servizio dell’immensa statura del Figlio di Dio fatto uomo. E poi Apostolo per vocazione (Rm 1,1; Cor 1,1), cioè chiamato direttamente da Gesù perché a Gesù lo aveva chiesto il Padre, per volontà di Dio. Non sarà facile per alcuni settori della Chiesa accettare che quest’uomo che non aveva mai visto Gesù di persona e che, anzi, era stato un persecutore, proclamasse di essere apostolo. Il sospetto sulla sua persona non lo abbandonerà mai, sarà come una ruggine, una malattia, che lo porterà alla morte, se è vero che infine fu denunciato da alcuni delatori invidiosi della sua posizione (cfr. Clemente, III Lettera). Perciò ripeterà per tutta la vita: Apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (Gal 1,1). Scelto per essere mandato a tutti gli uomini del mondo, non solo agli ebrei. Gesù alla fine della sua vita, prima di ascendere al cielo, aveva detto: andate fino agli estremi confini della terra (cfr. Mc 16,15; Mt 28,19). Ma poi aveva voluto quest’uomo di Tarso affinché quel comandamento diventasse concretamente la fondazione delle Chiese in tutto il Mediterraneo. Alcuni apostoli andranno in Egitto, in India,… non dimenticheranno il comandamento di Gesù, ma è a Paolo che è stato indicato da Gesù esplicitamente di annunziare il vangelo di Dio ai pagani (cfr. Rm 1,1). È lui l’attore scelto di questa esplicita rivoluzione. Non vuole ricompense perché non agisce di sua iniziativa, ma per un incarico che gli è stato affidato (cfr. 1Cor 9,17). È chiamato e mandato da un altro. Tutto egli vede ormai attraverso Gesù e tutto gli interessa soltanto in quanto ogni cosa lo porta a Gesù: tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,8). Questa conoscenza non è l’apprendimento di una teoria, è una esperienza. In Paolo vive l’esperienza della sua risurrezione e, reso partecipe delle sue sofferenze, gli è diventato conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione (cfr. Fil 3,10-11). È prigioniero di Gesù (Fm 1,1). Questa sua identificazione con Gesù è il cuore segreto da cui tutto muove. Qualcosa di altrettanto fisico troveremo in san Francesco e Padre Pio, non a caso tutti e due partecipi dell’esperienza della crocifissione. Ma è lui, Paolo, il primo a scrivere Sono stato crocifisso con Cristo (Gal 2,20). Nessuno più oserà ridirlo. È un’esperienza in cui si fa fatica ad entrare e in cui si avverte l’abisso di una immedesimazione da cui ci sentiamo nello stesso tempo attratti e respinti. L’espressione della lettera ai Galati è veramente da imparare a memoria ed è stata una delle più commentate, ricordate e ripetute da don Giussani con le sue traduzioni originali e significative. Pare ancora di sentirlo dire, anzi gridare: Vivo, non io, è Cristo che vive in me. E poi: Pur vivendo nella carne (ha voluto che fosse anche il titolo di un suo libro ) io vivo nella fede del Figlio di Dio. Già sulla terra, dunque, per grazia a Paolo è stata concessa questa identificazione totale con Gesù che, vissuta da lui in modo particolare, è in realtà un dono concesso ad ogni battezzato.
Anzi è stato proprio merito di Paolo avere aperto il cristianesimo a questa assoluta coscienza, che il cristiano è realmente un nuovo Cristo, una sola cosa con Lui. È Cristo che vive in questo tempo, in queste condizioni di vita. Nella precarietà della nostra carne è Lui che si fa contemporaneo agli uomini di ogni epoca.

Fatevi miei imitatori
Vorrei che tutti fossero come me (1Cor 7,7). È talmente forte per Paolo l’esperienza che vive del suo rapporto con Cristo da desiderare che ciascuno sia come lui. Vorrebbe che tutti vivessero come lui, che tutti avessero il suo dono, che tutti entrassero nelle sfumature di rapporto che lui vive con la realtà. Ma poi si rende conto che non può essere così, che ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Anche se rimane il suo invito, Fatevi miei imitatori (1Cor 4,16), proprio la scoperta di essere l’ambasciatore di Dio presso i popoli più diversi, presso le più diverse nazioni, presso le lingue e le culture, lo rende certo che l’unità non è uniformità. D’altra parte in lui convivono, si uniscono e si combattono potentemente la radicalità monoteistica dell’esperienza giudaica, la finezza e la profondità della lingua e dello spirito greco e la coscienza della propria superiorità come cittadino romano. Tutto deve tendere perciò all’unità, ma senza che questa sia uniformità: Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7). Alcuni perciò Paolo li riconosce posti da Cristo come apostoli, altri come profeti, altri come maestri, altri ancora dotati dei doni più diversi (cfr. 1Cor 12,28). La decisione radicale con cui egli conduceva la propria vita e la propria vocazione rendeva capace di tenere assieme le realtà più diverse, di rispondere alle problematiche più disparate, di non aver paura delle crisi più drammatiche.

La forza d’animo di Paolo
Paolo fu un uomo dall’incredibile forza fisica, lo dimostra il numero dei suoi viaggi, i chilometri percorsi a piedi o in nave, attraverso il deserto, le città e le grandi metropoli di allora. I suoi stessi compagni di viaggio facevano fatica a stargli dietro. Certamente il dono di una forza così grande fu lo strumento prezioso di cui Cristo si servì per portare il Vangelo alle genti, ma la cosa più sorprendente per noi, e che in fondo ci interessa di più, è la forza d’animo di Paolo. Nella prima lettera ai Corinzi (4,10-13) fa quasi una descrizione della sua vita, una piccola autobiografia. I verbi sono al plurale: egli ha sempre viaggiato in compagnia di qualcuno, come Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli: Soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. E poi ecco la forza d’animo: benediciamo se siamo insultati, sopportiamo se siamo perseguitati, chi ci calunnia lo confortiamo; siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti.
Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha chiamato (1Tm 1,12). Sempre lì sta l’origine di tutto per Paolo: la voce di Gesù, la persona di Gesù, la sua presenza che gli è continuamente al fianco e continuamente gli parla. Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13). Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza (2Tm 1,7).

Uno strano dissidio. Tra forza e debolezza
Eppure ancora una volta Paolo sperimenta in sé uno strano dissidio. Questa forza, che pure lo conduce ad imprese che stupiranno milioni di cristiani convive in lui con l’esperienza continua della debolezza. La dialettica che anima la sua vita si manifesta potentemente in questa antitesi apparente tra forza e debolezza. Proprio perché sono debole, sembra dire san Paolo, proprio perché sono consapevole della miseria mia e degli uomini, proprio perché mi rendo conto della mia radicale insufficienza, sono aperto a ricevere tutto dallo Spirito di Dio (cfr. 2Cor 12,10). E da Lui Paolo riceve veramente quello spirito di forza di cui abbiamo parlato. Chi non confida in se stesso può appoggiarsi interamente su Dio e da Lui ricevere l’energia per le missioni più difficili e imprevedibili.
Questa forza Paolo non solo la sperimenta per sé, ma la augura ai suoi fratelli, gliela preannuncia come sicura. Per esempio 1Cor 10,13: Dio con la tentazione vi darà anche la forza per sopportarla. Questa forza che è lo spirito di Dio è come un fuoco che arde, è la carità. Più avanti dirà: la carità sopporta tutto (1Cor 13,7). Sempre nella stessa lettera, alla fine (1Cor 16,13) raccomanda ai suoi figli di essere virili: comportatevi da uomini, siate forti. Ma l’espressione forse più impressionante di questo paradosso è quella in cui Paolo dice: sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2Cor 7,4).

La legge e la salvezza
Quando leggiamo le lettere di san Paolo, soprattutto quelle ai Romani e ai Galati, troviamo continuamente ripresa e contraddetta l’esperienza della salvezza attraverso la legge. Abbiamo visto come Paolo sia stato educato all’osservanza assoluta della legge, non solo della legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma anche delle centinaia e centinaia di regole che i commentatori autorevoli avevano stabilito. Abbiamo visto anche come l’uccisione di Stefano abbia cominciato a incrinare in lui la fede monolitica fino allora violentemente difesa. Forse sono ritornate in lui le parole dei profeti, quelle che preannunciavano, come Ezechiele e Geremia, la necessità che i cuori di pietra diventassero di carne (Ez 11,19; 36,26), la nuova circoncisione dei cuori (Ger 4,4; 9,25; Ez 44,7; 44,9). All’obbedienza esteriore e ossessiva già i profeti avevano aperto la porta all’osservanza interiore. Là dove Dio parla all’uomo e lo rende capace di ciò che senza di Lui non potrebbe mai fare. È l’inizio della rivoluzione. Non l’abolizione della legge, ma la scoperta che essa sarebbe soltanto una tavola che dichiara i nostri peccati e la nostra morte se non fossimo resi capaci da un altro di amare Dio e il prossimo. Tanto era stato violento nella persecuzione, tanto le parole di Paolo assumono, quando parla di questo tema, una radicalità e un’asprezza giustificate e spiegate proprio dalla sua precedente esperienza. Per questo le sue frasi non vanno mai isolate, come farà invece Lutero, ma vanno sempre lette nel contesto di tutta una lettera, di tutta una tradizione. Certo, agli occhi e alle orecchie di coloro che si sentivano schiacciati sotto centinaia di precetti impossibili ad osservarsi Paolo griderà: non siete più sotto l’influsso della legge ma della grazia (Rm 6,15). È la dichiarazione della nuova libertà. Anche Gesù aveva detto ai Giudei che Egli era venuto per liberarli. Non siamo mai stati schiavi di nessuno (Gv 8,33), gli avevano risposto. Paolo riprende questa dialettica. Prima eravate schiavi del peccato, ora invece potete obbedire liberamente a quella forma di dottrina che vi è stata da me tramandata (cfr. Rm 6,17-18).
Il passaggio che avviene con Paolo è gigantesco. Mentre prima l’uomo, al di fuori della legge mosaica o sotto di essa, era schiacciato sotto il peso di esigenze di bene a cui non riusciva a tener dietro o di comandamenti che non riusciva a rispettare, e si avviluppava sempre più in un’esperienza di peccato e di morte, ora invece l’uomo è liberato. Gli basta accogliere Gesù che lo salva, accettare il suo Spirito che lo conduce dietro il Signore. È, certo, ancora un’obbedienza, ma questa volta per la vita, mentre prima era per la morte.
Libertà è una delle parole più importanti del vocabolario greco del tempo: liberi erano coloro che costituivano il cuore della nazione, delle città, ma Paolo ribalta completamente il senso di quella parola. Mostra quale schiavitù vi fosse in realtà dietro quella libertà e quale libertà invece è resa possibile dietro questa nuova obbedienza.

Cattolicità di Paolo
Con Paolo il nuovo popolo si apre per accogliere tutti i popoli del mondo. In continuità e discontinuità con il popolo ebraico, la Chiesa nasce da Abramo, ma non è più rapporto esclusivo con una sola etnia.
Paolo non rinnegherà mai la sua appartenenza al popolo ebraico. Mentre rinnegherà il suo passato di persecutore, sentirà gli ebrei come i fratelli più cari, quelli a cui Dio si è legato con promesse eterne, che non sono revocabili: i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Arriva a dire che vorrebbe essere lui stesso scomunicato a loro favore, buttato fuori lui perché essi possano entrare. E comunque prevede il loro ritorno nell’unica Chiesa di cui rimangono la radice fondamentale. Noi siamo fratelli minori come dirà Giovanni Paolo II, Paolo dice dei rami innestati (cfr. Rm 11,23-24). Ma la sua attenzione si rivolge al mondo, ai pagani: sono loro che deve conquistare a Cristo. Essi compiono le opere della legge per natura, agiscono secondo la loro ragione. Ma sappiamo tutti quanto la ragione dell’uomo sia fragile e debole. E così Paolo vuole risvegliare in tutti gli uomini il lume della ragione che Dio ha messo in ciascuno in quanto immagine di Dio. Sa di poter parlare con chiunque, in nome proprio di questa comune umanità. Non esita a parlare di una legge scritta nel cuore di ogni uomo (cfr. Rm 2,15) di cui la coscienza rende testimonianza e che emerge nei ragionamenti. Il suo dialogo nell’Areopago di Atene rimane l’espressione più alta di questo suo tentativo. Apparentemente sconfitto, egli in realtà ne esce vincitore perché traccia quella che sarà d’ora in poi la strada che vuol far percorrere ad ogni uomo. Dare un nome al Dio nascosto (At 17,23), rivelare quanto l’uomo attende senza saperlo.
I collaboratori
Un ultimo tema, quello dei collaboratori. Paolo, benché avesse una personalità così singolare come ho cercato di descrivere, ha sempre voluto non solo viaggiare con dei collaboratori, ma prima ancora ha sentito la necessità di avere accanto a sé degli amici, di farli partecipi del suo ministero, di educarli. Non erano semplicemente degli esecutori. Lo testimoniano anche le frizioni che sono nate con alcuni di loro e alcuni abbandoni. D’altra parte le prime missioni cristiane, già al tempo di Gesù, sono state sempre composte da due inviati. All’inizio è stato Barnaba. Lo accompagna nel primo viaggio apostolico e a Gerusalemme per il Concilio. Successivamente vedremo Timoteo: mittente con san Paolo della maggior parte delle lettere sarà anche il destinatario di due di esse. Qui è definito figlio da Paolo. Nessuno ha il suo cuore scrive di lui nella lettera ai Filippesi (cfr. Fil 2,20). Un altro collaboratore è stato Sila (o Silvano), un ebreo cristiano che ha accompagnato Paolo nel suo secondo viaggio apostolico. Dovremmo ricordare anche i coniugi Aquila e Priscilla, incontrati da Paolo ad Efeso, scappati da Roma dopo la cacciata degli ebrei ad opera di Claudio. Li ritroverà ancora nella capitale. Ad Efeso Paolo vive nella loro casa. Intorno a questi stretti collaboratori, fra cui vorrei ricordare anche Tito, c’è poi tutta una miriade di persone fidate da cui ricevere sostegno. Febe, la diaconessa, cioè amministratrice di un’impresa domestica, Stefana, a Corinto, ecc. Il cuore di Paolo ha bisogno di rovesciarsi in altri cuori. Scrive a Timoteo: Sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia (2Tm 1,4). Soffri anche tu insieme con me per il vangelo (2Tm 1,8). Per tutte queste ragioni è straziante ancora oggi leggere queste parole di Paolo dalla prigione, quando ormai la morte è imminente; scrive al suo Timoteo:
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tichico a Efeso. Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guardatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen (2Tm 4,9-18).

incontro organizzato dal Centro culturale E. Manfredini – Bologna, 15 gennaio 2009 www.centromanfredini.it

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Il custode della casa

sito-giuseppe-OkIl 19 marzo ricorre la solennità di san Giuseppe, sposo di Maria. Che cosa ci dice la figura di quest’uomo, che la liturgia ci descrive sempre così silenzioso? Il suo messaggio profondo sta proprio nel suo scomparire; non nell’inattività o in un’umiltà affettata, ma nella quotidianità del suo «sì». Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che, vista nell’insieme di una vita, manifesta la poderosa statura di un uomo. È questo il messaggio di san Giuseppe: il «sì» di ogni istante, la carità di ogni istante, il suo essere «custode» e «responsabile». Egli è «custode» perché deve occuparsi di qualcosa di cui non è padrone, ma che gli è affidato. Di tutto ciò Giuseppe ha piena consapevolezza. Gesù stesso identifica propriamente con il termine custode colui il quale farà entrare nel suo regno: «Servo buono e fedele che hai custodito il poco, io ti farò custode del molto» (Mt 25, 21). L’altro termine che descrive la vita di Giuseppe è «responsabile». Nel Vangelo di Luca c’è un episodio che spiega bene questo aspetto: Gesù si perde a Gerusalemme. Quando Maria e Giuseppe lo trovano, Gesù dice una parola pesante nei confronti di quest’ultimo: «Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del Padre mio», e lo dice davanti a Giuseppe. Ma poi, continua il Vangelo: «Essi non compresero le sue parole e Gesù partì con loro, tornò a Nazareth ed era loro sottomesso» (Lc 2,51). Subditus illis. Gesù era sottomesso a Giuseppe, che aveva la responsabilità di custodirlo: Giuseppe è il custode della casa. Questo è il segno grande che quest’uomo porta nella storia del mondo: Dio ha voluto abitare in una casa, con un padre ed una madre. Ha voluto abitare nel mondo, accettando di essere in una casa: un luogo umano, fatto da mani umane, dove Dio abita. È questa casa che Giuseppe ha custodito e che noi, seguendo il suo esempio, dobbiamo avere a cuore. Imitare san Giuseppe significa domandare di poter essere custodi, cioè di adorare la grazia che si è ricevuta, difenderla, amarla, servirla.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

“Don Giussani”

Ruini_CamisascaTesto dell’intervento del Card. Camillo Ruini alla presentazione del libro “Don Giussani”, di Massimo Camisasca, a Roma, il 3 aprile 2009:

Ho letto questo libro con gusto e con la sensazione di fare qualcosa di utile anche per me personalmente.
Don Giussani è una personalità non solo carismatica ma ricchissima, dal punto di vista umano, spirituale, culturale. E’ un sistematico nel metodo educativo, ma non nella produzione letteraria. Testimone di Cristo ed educatore a Cristo, egli è un temperamento intuitivo e dialogico. Perciò una sua biografia intellettuale e spirituale chiara e ordinata, oltre che profonda, come quella realizzata in questo libro, è un’impresa davvero ardua. Si tratta di una vera Einführung, “introduzione” nel senso pregnante che ha in tedesco questa parola. Mons. Camisasca è riuscito nell’impresa tenendo sempre unito il pensiero di Don Giussani con la sua vita e la sua missione. Il sottotitolo “La sua esperienza dell’uomo e di Dio” coglie dunque molto bene il vero oggetto del libro. Hanno aiutato Mons. Camisasca la sua vicinanza di un’intera vita e sintonia piena e profonda con Don Giussani, la partecipazione e condivisione del carisma da cui è nata Comunione e Liberazione, la preparazione teologica e culturale vasta e profonda. Un’ulteriore nota a suo merito è che l’Autore “scompare” dentro al libro e fa parlare Don Giussani, per così dire gli presta se stesso.
Un’ottima preparazione a scrivere questo libro sono stati i tre volumi Comunione e Liberazione, che a loro volta sono anche una vita di Don Giussani. Infatti non soltanto CL non è concepibile e conoscibile senza Don Giussani, ma vale anche la reciproca: Don Giussani non sarebbe lui e non può essere capito senza CL.
Il libro serve dunque a capire anche l’anima e la “struttura intellettuale” di CL e in questo senso è un’integrazione dei tre volumi precedenti, che sono anzitutto storici. E’ un libro molto utile per chi non appartiene a CL, la conosca o non la conosca direttamente e abbia o non abbia conosciuto personalmente Don Giussani. Ma mi sembra utile anche per chi appartiene a CL, ha letto e/o ascoltato Don Giussani. Il metodo scelto, per temi ma anche con un approccio “storico-genetico”, consente infatti una penetrazione rapida (il libro è breve) e al contempo profonda, molto ordinata e organica. La lettura ci dà il pensiero e “l’intenzione profonda” di Don Giussani, anche se non può raggiungere il risultato “impossibile” di sostituire l’esperienza dell’incontro con lui e della meditazione diretta dei suoi testi.
Finora ho parlato del libro dal punto di vista dell’Autore e dei lettori. Ora parleremo del suo contenuto: come dicevo, una biografia intellettuale e spirituale di Don Giussani. Non tenterò di “sintetizzare la sintesi”, ripercorrendo i capitoli, la cui logica e itinerario sono semplici: dai primi scritti, che costituiscono davvero il “seme” in cui è germinalmente contenuto l’albero, alle opere maggiori (Il rischio educativo e la trilogia del PerCorso: Il senso religioso, All’origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa), alle altre grandi tematiche su cui Don Giussani ha scritto ma che ha sempre anche “vissuto”, impegnandosi in esse nella sua opera di testimone-educatore.
Mi avventurerò piuttosto ad individuare i tratti fondamentali del profilo intellettuale e spirituale e dell’impegno concreto di Don Giussani, quali emergono da questo libro: un libro che – per quel che può valere il mio parere al riguardo – coglie la realtà di questo grande prete lombardo.
Dirò allora che una chiave per capirlo è davvero quella dell’uomo innamorato della bellezza o, come disse il Card. Ratzinger nell’omelia per le esequie di Don Giussani, “Ferito dal desiderio della bellezza”. Entriamo così nella sua umanità, potenziata ma per nulla cancellata o rinnegata dalla sua scelta per Cristo. Bene ha fatto dunque Mons. Camisasca a porre all’inizio, subito dopo la breve sintesi della vita di Giussani, il capitolo “L’attrattiva della bellezza”: un’attrattiva che si esprime nella passione per la poesia e le lettere, come per la musica, “dentro” alla sua vita spirituale e alla sua opera di evangelizzatore ed educatore.
Nella figura di Don Giussani individuerei due versanti maggiori. Il primo è quello dell’evangelizzatore-apologeta: egli ha fatto subito, fin dagli anni in cui insegnava al Liceo Berchet, quello che io ho avvertito essere necessario e ho cercato di proporre come Vicario del Papa per Roma e come Presidente della CEI. Don Giussani era ben consapevole che questa è la sfida decisiva per il cristianesimo oggi, ma era anche capace di affrontarla, sulla duplice base di una diagnosi precisa dell’attuale situazione e temperie culturale e di un’elaborazione teologica profondamente inserita nella scuola di Venegono ma anche decisamente originale. La sua era una “apologetica” della profondità umana e della concretezza umana, ma non dell’immanenza nel senso di privilegiare l’immanenza rispetto alla trascendenza. Egli è stato un apologeta-evangelizzatore che non solo annuncia ma dà ragione di ciò che annuncia: era pertanto anche un grande catecheta.
Passiamo così all’altro versante, quello dell’educatore, dell’uomo bruciato dalla passione educativa ma anche capace di riflettere in profondità sul processo educativo, sul suo senso, il suo obiettivo e le sue “condizioni di possibilità”. Dalla sintesi di tutto questo – esperienza e riflessione – nascono il metodo educativo di Giussani e la sua grandezza, che oggi si sta sempre più rivelando e trova un’accoglienza più allargata via via che questo metodo è meno percepito come proprio ed esclusivo di CL e quindi viene liberato dal gioco ben noto delle simpatie e antipatie.
Questo metodo va anch’esso, come la sua apologetica, al fondo dell’umano, alle “evidenze elementari”, e alla “realtà totale”, a cui l’educazione è “introduzione”. Vi è dunque un’unità profonda, e vissuta, tra i due grandi versanti. Se posso arrischiare un’ipotesi interpretativa, in questa unità inseparabile l’ordine è quello che ho seguito: l’evangelizzatore-apologeta, cioè, viene geneticamente prima dell’educatore, perché il movente decisivo della passione educativa di Giussani, per quanto questa fosse spontanea in lui e radicata nella generosità del suo animo e nel suo carisma di guida e di formatore, è stato pur sempre la sua passione per Cristo, l’innamoramento di Cristo, realizzazione concreta del suo amore per la bellezza. E’ questo innamoramento a spingerlo a donarsi ai giovani, per introdurli a quel senso della realtà totale che si trova appunto in Cristo e soltanto in lui. Questo mi sembra il nucleo sorgivo del pensiero e del lavoro di Don Giussani: Mons. Camisasca mette bene in luce che per lui tutto trae origine dall’intelligenza del Mistero del Dio che ci salva in Cristo.
La vicenda del ‘68 e delle sue propaggini e la connessa iniziativa della nascente CL, che ha dato a questo movimento una grande e permanente proiezione pubblica e una rilevanza storica, dal punto di vista di Don Giussani sono, mi sembra, il momento in cui da una parte si esprime apertamente nella storia e si radicalizza ciò che ribolliva e maturava nel fondo della parabola storica della modernità, dall’altra parte si realizza l’occasione – un’occasione “obbligante” – per rendere anche politicamente visibile la risposta, ossia la via di superamento cristiana.
Il libro consente anche di comprendere meglio il senso di un rapporto che è stato a lungo occasione di malintesi e di tensioni intra-ecclesiali: il rapporto tra CL in quanto “movimento” – e in genere i movimenti ecclesiali in quanto tali – e la Chiesa, sia universale sia particolare (diocesana o anche parrocchiale). La Chiesa è cioè una comunione che ha una dimensione di forte, precisa e costitutiva stabilità istituzionale e gerarchica, ma è anche e anzitutto vita – la vita in Cristo, il Cristo che vive in me nel dono dello Spirito e mi conduce a Dio Padre – è energia illuminante e coinvolgente, che mi raggiunge nell’incontro con persone concrete, nelle quali io incontro appunto Gesù Cristo, e questo sono i movimenti, nelle varie configurazioni che assumono nel corso della storia. Anzi, la Chiesa stessa è al contempo movimento. Una contrapposizione tra Chiesa-istituzione e movimenti è quindi qualcosa di patologico, qualcosa che va superato perché alla fine non ha senso.
Nel libro ci sono molte altre cose importanti sulle quali meriterebbe soffermarsi: ad esempio l’antropologia sottesa alla riflessione teologica ed al lavoro educativo di Don Giussani, o il Don Giussani missionario ed ecumenico, oppure la grande realtà dei “Memores Domini”.
Termino come conclude Mons. Camisasca, riferendomi cioè al rapporto di Don Giussani con Maria Santissima e alla sua mistica mariana, improntata al Dio ricco di misericordia (è forte qui, come in vari altri contesti, la vicinanza con Giovanni Paolo II). Nella misericordia di Dio, che diventa nostro atteggiamento concreto verso ogni fratello in umanità, tocchiamo il punto di sintesi più profondo, e meno conosciuto all’esterno, della personalità, tanto grande e polimorfa quanto intimamente unitaria e unita a Dio, di questo prete molto ambrosiano e al contempo unico nel suo genere.

Nella foto: da sin. il Cardinale Camillo Ruini e don Massimo Camisasca.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Nairobi. Sentieri di speranza

IMG_2321Carissimi,
sono tornato dal mio primo pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso 9 dicembre. Non vi ero mai stato e non avevo mai guidato un pellegrinaggio. L’agenzia keniota non è efficiente come quelle a cui siete abituati in Italia: la guida era musulmana, il gruppo molto eterogeneo, e ho dovuto portare pazienza per le molte distrazioni sul nostro cammino, dallo shopping alle fotografie. Ho capito che, senza una guida, è fin troppo facile dimenticarsi il significato di quello che si sta facendo, che è innanzitutto un gesto di conversione, di preghiera e di immedesimazione con Gesù.

Il nostro decanato ha ospitato l’incontro internazionale della comunità di Taizè. Alcune migliaia di giovani da tutto il Kenya e da altri paesi del mondo sono stati ospitati dalle parrocchie. Anche la proverbiale ospitalità africana è stata messa a dura prova dalla grandezza dell’evento: nella nostra parrocchia si sono presentati ottanta giovani e alcuni sacerdoti quando ne aspettavamo al massimo cinquanta! Il tema dell’incontro di Taizè era «Pellegrinaggio della fiducia», e veramente i parrocchiani hanno dato fiducia a noi e ai fratelli di Taizè, accogliendo in casa dei giovani sconosciuti, di altre tribù o di altri paesi, cosa che ha aiutato a vincere i pregiudizi e a vivere una fraternità. è stato un avvenimento di unità, di carità e di speranza.
A noi era affidata l’organizzazione della mattina dei tre giorni in cui i ragazzi di Taizè sono stati con noi. Abbiamo celebrato la Messa (sapevamo che non era nel programma del pomeriggio perché, essendo una comunità ecumenica, prevede solo dei momenti di preghiera comuni) e l’incontro con le nostre realtà caritative, tra cui il Meeting Point di Rose Busingye.
Il tema di questi incontri era «cercare insieme sentieri di speranza»: certamente sentire dei malati di AIDS parlare liberamente di sé e del proprio presente, così drammatico eppure così pieno di letizia e speranza, è stato un grande insegnamento per i giovani, così pieni di incertezza.

Abbiamo partecipato, per la prima volta insieme a cinque giovani della parrocchia, alle vacanze di CL del Kenya. Quest’anno alla vacanza hanno partecipato anche trenta ragazzi di Kampala, accompagnati da Rose e da Corrado Corradini. Sono orfani o vittime dell’AIDS, sostenuti da AVSI o incontrati da Rose tramite il Meeting Point. Ci hanno stupiti per la loro gioia di vivere, per l’entusiasmo e l’unità fra di loro, che hanno espresso in molti modi: nei giochi, nella gita nella foresta e soprattutto nei canti. Cantano divinamente ogni tipo di canzone, dai canti montagna a quelli popolari italiani a quelli ugandesi o inglesi. Stupisce vedere dei giovani così uniti. Il coro è uno strumento potentissimo di espressione della fede. Guardando loro cantare non potevamo che dire: è un miracolo! Come fanno dei ragazzi a cantare così bene? è la gioia dell’incontro con Cristo che li ha liberati e li ha resi spettacolo al mondo.
Rose è veramente tutta piena della presenza di Cristo e ogni cosa che ci ha detto è stata una testimonianza di lui. Ci ha parlato dell’importanza di appartenere alla casa: tornare alla sera a mangiare e stare con le sue compagne nella casa dei Memores Domini è ciò che salva anche tutto il lavoro del Meeting Point. Senza appartenere, anche il resto, prima o poi, stanca. Chiedo al Signore di essere un testimone come Rose. Quando uno è testimone, prima o poi un miracolo accade intorno a te, un popolo nasce o rinasce, come è successo con i malati di AIDS o gli orfani di Kampala.

La domenica di Cristo Re coincide, nella nostra parrocchia, con il «giorno del raccolto».
Tutto è iniziato dai parrocchiani che desideravano ringraziare, con offerte, delle cose buone (qui le chiamano «benedizioni») che hanno ricevuto durante l’anno. Ciò avviene ad ogni messa, con le offerte per noi preti, e la prima domenica del mese (Charity Sunday) con quelle per le opere caritative, in particolare il Meeting Point.
In questo modo le attività caritative della parrocchia sono un’opera di tutti i fedeli, non solo degli assistenti sociali o di noi preti e di qualche volontario. Vogliamo, cioè, che la carità diventi compito dell’intera comunità parrocchiale, dalle piccole comunità di quartiere alla parrocchia nel suo complesso. Questa educazione alla carità ha il suo momento culminante nel «giorno del raccolto». Ogni piccola comunità ha portato la sua offerta in processione (denaro, cibo o cose utili ai poveri); inoltre ognuna rappresentava anche un dono dello spirito o una virtù, che sono le offerte più gradite a Dio. è stato un evento di popolo, una vera festa, e anche una raccolta molto fruttuosa.
Infine la bella notizia: finalmente il pavimento è completato, levigato, lucidato e pulito. Stiamo celebrando nella chiesa nuova, che è uno splendore. Sia lodato il Signore! Un abbraccio,
Giuliano

Nella foto: don Giuliano Imbasciati con alcuni piccoli parrocchiani di Kahawa Sukari.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Taipei. Musica d’oriente

taipeiCaro don Massimo,
in questi ultimi mesi siamo stati, si può dire, sorpresi dalla musica. A settembre, nella nostra parrocchia di san Paolo c’è stato un concerto di musica rinascimentale: un coro locale ha voluto regalarci alcuni canti polifonici, tratti dalle opere di Pierluigi da Palestrina. Ci ha commosso al punto che abbiamo pensato di fare un piccolo concerto al mese, per invitare la gente a visitare la nostra chiesa. In ottobre abbiamo offerto un concerto d’organo grazie alla disponibilità di un nostro parrocchiano, organista professionista. Per il mese di novembre ho pensato di proporre, attraverso la mia voce e la mia interpretazione, accompagnata di volta in volta da organo, piano e chitarra, le canzoni che ho imparato nel movimento, dedicate alla Madonna.
Al concerto c’erano duecentotrenta persone, compreso il pastore battista (con la consorte) che abita dietro la nostra chiesa.
La prima parte era dedicata a Maria nel Vangelo: l’Ave Maria gregoriano, Altissima Luce, I wonder, Salve Regina, Voi ch’amate lo criatore. I testi delle canzoni, tradotti in cinese, sono stati proiettati insieme a quadri di pittori italiani a noi cari. La seconda parte era dedicata a Maria nella devozione popolare. Ho cantato Salve Regina gregoriano, Como busca, Virgen Morenita, Romaria, Ave Maria Stella del Mattino, La Virgen de Guadalupe. Alla fine tutti insieme abbiamo cantato due canti in cinese.
Il pastore protestante, in prima fila, prendeva appunti sul suo quadernetto; la gente è stata molto contenta della serata. Ho detto a tutti che, sebbene non sia un professionista della musica, ho voluto condividere ciò che ho di più caro, che ho imparato grazie al movimento di Cl di cui faccio parte, anche e soprattutto attraverso i canti. Spero di aver trasmesso quanto importanti sono per me la bellezza della musica e del canto per la nostra immedesimazione con Cristo.
Sabato 29 novembre l’arcivescovo Hong San Chuan è venuto alla parrocchia di Tai Shan per celebrare la Messa del nostro patrono, san Francesco Saverio. Quest’anno ricorre anche il 45° anniversario della parrocchia. Anche questa volta la chiesa era piena. Un diacono benedettino e un seminarista hanno aiutato per la liturgia. I chierichetti erano quattro bambini: don Lele Silanos li istruiva da un mese su come maneggiare l’incenso, la mitria, il pastorale, la croce astile, le candele…
La chiesa era bellissima: avevo comprato un nuovo altare, un confessionale, oltre che fioriere, acquasantiere e credenza in stile cinese. Avevo anche fatto dorare il calice, la pisside, il turibolo e navicella: tutti dettagli che, forse, ho notato solo io, ma ci tenevo che tutto fosse bello e ordinato. Durante la messa il vescovo ha battezzato due adulti e cresimato cinque parrocchiani tra cui Ilario (A Long) e Monica (Meixiang). Dopo la messa ci siamo fermati in chiesa per presentare la nostra storia attraverso foto e canti, come avevamo fatto con te, quando sei venuto a trovarci.
Nel mezzo di questa presentazione abbiamo proiettato dicei minuti del film Il vento di Dio con i sottotitoli in cinese. Il vescovo mi ha chiesto, un po’ incredulo e stupito, se è vero che noi scriviamo lettere al superiore generale e che lui ci risponde. Gli ho spiegato che è lui che ci spinge a farlo, perché la comunione è anche comunicazione…
La giornata si è conclusa con la cena all’aperto, con balli aborigeni e canti insieme. Mi ha colpito vedere i volti felici di questi adulti rinati nel battesimo o confermati nella cresima: gente normale che sta cambiando grazie all’incontro con Cristo. E mi commuove sempre il vescovo, che si stupisce di noi e ci incoraggia.
Ho conosciuto Giuseppe (Li Hong Jie) al dipartimento di italiano, dove studia, anche se non ha corsi con me. è cieco da quando era piccolo, a causa del parto prematuro e di complicazioni successive. Siamo andati insieme ad uno spettacolo teatrale messo in scena dagli studenti del primo anno. Ci sediamo vicini e, parlando con lui, scopro che ha studiato in una scuola protestante, partecipava alle loro preghiere, ma non è mai stato battezzato perché i suoi genitori, sebbene non siano contrari, non parteciperebbero con lui a questa nuova vita. Mi racconta che ha cominciato anche a dubitare della verità del Vangelo: «Per esempio, come facciamo a credere che i ciechi vedono?», mi ha chiesto. «Crediamo che i ciechi vedono perché anche oggi vediamo accadere gli stessi miracoli: chi non conosce Gesù è nel buio e brancola senza sapere la direzione. Noi sappiamo la meta». Poi gli ho detto che per conoscere Gesù occorrono degli amici, e gli ho proposto di essere mio amico, dal momento che mi ha detto che fa fatica a essere coinvolto dagli altri studenti. Durante lo spettacolo gli ho fatto la cronaca di quello che vedevo e capivo, poi siamo usciti a cena: era molto felice. L’ho accompagnato al suo dormitorio e gli ho fatto toccare le statue del presepe una a una. Sul presepe c’era una scritta che gli ho letto non senza commozione: «Nelle tenebre è brillata la vera luce: Gesù Cristo». Senza sapere che Cristo è la Luce che illumina la nostra vita, siamo tutti come ciechi, o anche peggio. Sono certo che Giuseppe sia «un altro dono di Dio» alla nostra vita.

Ti abbraccio,
Paolo

Nella foto: un momento di balli nella parrocchia di san Francesco Saverio a Taipei. Da destra, don Paolo Cumin e don Paolo Costa, in missione nella capitale di Taiwan insieme a don Emmanuele Silanos.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

La speranza e la cura

rotckoI fattori costituivi dell’esperienza umana secondo l’enciclica Spe salvi

Convegno operatori psicosociali di Medicine e Persona
Abano Terme, 7 novembre 2008
Intervento di Massimo Camisasca

«Non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona» .
Il tema di questo convegno è molto pertinente al momento che stiamo vivendo. Un momento segnato da molta paura. «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso […] nella crescita dell’uomo interiore (cfr Ef 3,16; 2 Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo» . Non voglio soffermarmi sulle ragioni di essa. Desidero soltanto annotare che questi anni sono segnati certamente da immensi passi di conoscenza e di intervento nel mondo dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande. Soprattutto i primi, gli studi e le applicazioni nell’ingegneria genetica, gli studi sul DNA, le scoperte nel campo della medicina che possono prolungare in molti casi indefinitamente la vita, provocano una ricaduta di paura. L’uomo ha sempre più l’impressione di potere essere manipolato, di trovarsi di fronte a poteri non sempre chiari che ne determinano l’esistenza. Da tutto ciò nasce un ripiegamento e una paura del futuro visto come qualcosa di minaccioso, di incognito come una fonte possibile di dolori e di prove. Il tema della speranza viene perciò ad essere centrale proprio nello sguardo sul nostro presente, prima ancora di ogni altra considerazione.

Il presente: tra passato e futuro
La nostra vita infatti si svolge sempre in un presente. «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» . L’attimo in cui viviamo è segnato però dal problema del passato e del futuro. Se è vero che è molto conveniente considerare la pienezza dell’istante presente come l’orizzonte totale a cui deve rivolgersi il nostro sguardo, dobbiamo anche considerare che è costituzionalmente impossibile, per la fattura dell’animo umano, pensare alla pienezza del presente senza assieme affrontare il passato e il futuro. La questione del passato si riconduce fondamentalmente alla questione del perdono e del male. È possibile non essere condizionati dal male commesso o subito? Mentre la questione del futuro si riconduce al problema della morte e dell’immortalità. È possibile che ciò che viviamo rimanga? Ed è possibile una giustizia per cui l’ineguale distribuzione dei beni, cosi evidente sulla terra, non solo ovviamente dei beni economici, possa essere sanata ad un livello più profondo? «Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente» . «Esiste una giustizia. Esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto […]. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna» . «Ogni nostra paura ha la sua collocazione nell’amore» (Ilario di Poitiers SS 44).
Permettetemi di notare che Cristo definisce se stesso come colui che libera l’uomo dal male e dalla morte, cioè dalle gabbie dell’angoscia del passato e dalla paura del futuro.

Psicologia ed esperienza cristiana
Non voglio con questo stabilire un concordismo troppo facile tra esperienza cristiana e psicologia. La psicologia non è una metafora del cristianesimo, né il cristianesimo un potenziamento della psicologia. Tutte e due però guardano lo stesso uomo, i suoi desideri e le sue paure, anche se con strumenti diversi. Possono essere nemici o alleati, ma mai indifferenti l’uno all’altra. Sono anche ben consapevole che non vanno mai confuse malattia e peccato. Anche se la fede ha una grande forza di guarigione, non è detto che basti pregare per guarire, almeno dal punto di vista clinico. Le nostre chiese altrimenti sarebbero sempre piene. Cosi come la sanità fisica o psichica non è necessariamente segno di benedizione dal cielo. Tutto va tenuto unito e assieme distinto, con un grande rispetto per la libertà dell’uomo e la libertà di Dio .

Evidenze ed esigenze
Il tema del passato e del futuro nella struttura della vita umana, nella considerazione dell’uomo, è stato espresso da don Giussani, nella sua antropologia, attraverso l’analisi delle evidenze ed esigenze costitutive della vita umana. Le evidenze ancorano la persona ad una storia che la costituisce e nello stesso tempo la trascende. Le esigenze proiettano la persona verso il futuro, in una costruzione che ne segna interamente l’esistenza.

Speranza e desiderio
«Come attirare il futuro dentro il presente?» .
In questa relazione affronterò soltanto il tema della speranza e del futuro. Ho detto sopra che il nostro per certi versi sembra il tempo dei desideri corti, finiti, ripiegati, il tempo della paura di uscire da sè. Lo vedo nei ragazzi soprattutto. Nella scuola o in casa, i ragazzi fanno fatica ad ascoltare ed ad incontrare. Guardano telefonini e play stations, ma sembrano avere paura della realtà. Dico subito, anticipando i temi della mia relazione, che educare alla speranza vuol dire educare ad uscire da sè, a vedere la realtà, a vedere ed incontrare ciò che è bello e buono nelle cose e nella vita. Aiutarli ad avere non desideri senza speranza, ma desideri pieni di speranza. In fondo tutto il cammino della speranza coincide con un cammino del desiderio dell’uomo, con una sua crescita e purificazione.

Necessità della speranza, tra desideri corti e desideri infiniti

La speranza si trova a metà strada tra il desiderio e il suo compimento, quello che molti teologi, ma anche filosofi e psicologi, chiamano la felicità.
Che l’uomo sia costituito di desiderio e di desideri è una evidenza che non può essere messa in discussione. Nasciamo come essere incompiuti e ci arrabattiamo lungo la strada della vita a trovare le risposte a ciò che nel profondo del nostro essere ci sembra di desiderare. La vasta gamma degli oggetti a cui si indirizzano i nostri desideri rivela anche la diversità di essi. Nella vita dell’uomo possiamo riscontrare desideri piccoli, che possono avere una risposta immediata, nell’arco di ore, di giorni, di mesi o di anni. Desideri che mettono l’uomo in relazione con ciò che è fuori di lui, con gli altri uomini, con il cambiamento del mondo, con il futuro. Altri desideri hanno un respiro più grande e sembrano non trovare soddisfazione nel tempo breve, anzi rimandano continuamente ad un oltre in cui dovrebbero compiersi. «Il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena […] Immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo» .
Otre che dai desideri corti dobbiamo purificare il nostro animo anche dai falsi infiniti, l’infinito come futuro che ci aliena dal vivere il presente, la fuga dal presente o l’infinito come vuoto: «rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile» .
«Desideriamo in qualche modo la vita stessa, […] ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo» . Cfr. L. Giussani, Il senso religioso: La malattia come grido che dice: non è questo!, mentre il realismo si placa, la malattia psischica è il realismo che non si placa.
«Questa “cosa” ignota è la vera “speranza” che ci spinge» .

La speranza poggia su un inizio di compimento
È proprio a questo livello che si innesta nell’uomo l’esigenza della speranza. Essa è infatti quella virtù per cui l’uomo, in forza di una soddisfazione iniziata, non cade nella disperazione quando vede la sconfitta del proprio desiderio, ma si rimette in cammino verso un compimento che non è né utopia né illusione. «Proprio perché la cosa stessa è già presente, questa presenza di ciò che verrà crea anche certezza. […] Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» .

La speranza come purificazione del desiderio
«La speranza – scriveva qualche settimana fa Claudio Magris sul Corriere della Sera – è una conoscenza più profonda e oggettiva, perché sa che il seme può diventare fiore e frutto, anche se tante cose minacciano di soffocarlo…. come la farfalla nella crisalide o la maturità dell’amore nell’animo ancora acerbo di un bambino» .
Questo cammino è arduo e problematico. «La stima che l’uomo porta ai suoi desideri lo acceca sulla provvisorietà di essi: l’uomo non vede che tutti questi sono dei segni […] sono in funzione di Lui» (Giussani). «L’uomo è stato creato per una realtà grande – per Dio stesso, per essere riempito da Lui. Ma il suo cuore è troppo stretto per la grande realtà che gli è assegnata. Deve essere allargato» . «Giungere a conoscere Dio [perdono? Vita eterna? “Essere conosciuti, amati attesi” (SS 3], questo significa ricevere speranza» .
La caduta dei desideri, la loro sconfitta, la loro momentanea negazione, la loro riduzione ad opera del potere, sempre pronto a creare nell’uomo quei desideri a cui esso può rispondere e a negare gli altri – tutto ciò fa sorgere nella persona il sospetto che la vita sia una grande illusione, una menzogna, un inganno. [Ma anche quando i desideri sono soddisfatti rimane l’attesa di altro].
È il fenomeno della disperazione che appunto etimologicamente vuol dire assenza di speranza. L’uomo nella sua fragilità deve essere continuamente guarito dalla disperazione e ricondotto sul sentiero della speranza.
D’altra parte in ogni persona c’è un insopprimibile desiderio di ricominciare, di riprendere il cammino verso la felicità. Anche il suicidio appare a me come un’affermazione di tutto ciò. Il suicida infatti vuole uscire da una vita in cui la speranza è negata e, implicitamente o esplicitamente, entrare in una condizione nuova.
«Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, – afferma il papa – che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa “cosa” ignota è la vera “speranza” che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l’autentico uomo» .
Alcuni geni dell’umanità e la speranza
La speranza perciò, come d’altra parte la fede, prima ancora di essere grazia soprannaturale è un dono che Dio fa a ogni uomo, attiene alla natura creata prima ancora che alla natura salvata, anche se, per le conseguenze del peccato originale, appare alla creatura come un bene incerto e difficile. Non è un caso che anche i grandi geni dell’umanità prima di Cristo abbiano posto al centro della loro riflessione sull’uomo l’esperienza della speranza. Per Eraclito la speranza è l’attesa di ciò che non può essere aspettato, cioè di qualcosa che è oltre ogni possibilità di previsione per l’uomo . Per Socrate, come afferma Platone, «noi per tutta la vita siamo carichi di speranza» . Per Giobbe, il grande testimone della speranza contro ogni speranza, al di fuori della tradizione giudaico cristiana, benché raccolto da essa, si arriva all’estremo di affermare “anche se Dio mi uccidesse continuerei a sperare” (Gb 13,15). È l’affermazione per assurdo del fatto che le prove, anche la somma prova della morte, non possono mai mettere radicalmente in discussione la positività di Dio e perciò la certezza della felicità per l’uomo. Da questo punto di vista mi sia sommessamente permesso di dire che il libro di Giobbe è un ottimo vademecum per il nostro tempo. Quando tutto indurrebbe a disperare, in una somma di prove quasi impossibili a concepirsi in una sola esistenza, Giobbe continua a tenere ferma la barra della speranza. Nessuno nella storia può essergli paragonato, se non Gesù. Come afferma Jung, solo un altro grido, il grido stesso del Dio fatto uomo in Cristo, sarà capace di rispondere al grido di Giobbe .
Sentiamo altre voci. Ancora Leopardi. Per esempio, nel suo Zibaldone, scrive che l’uomo senza speranza non può assolutamente vivere, perché dovrebbe altrimenti negare l’amore a se stesso, cosa che è impossibile . Kierkegaard umoristicamente ha scritto che «la speranza è un seccatore indiscreto di cui non ci si può liberare».


La ragione e la libertà come dinamismo della speranza

Oltre al dinamismo degli umani desideri l’altro fuoco attorno a cui si coagula l’antropologia che emerge dalla Spe salvi è quello della ragione e della libertà. Qual è il nesso fra i desideri e la ragione? Qual è il rapporto tra l’itinerario che abbiamo descritto e il cammino della conoscenza? Sono due itinerari che non procedono paralleli, ma che si implicano a vicenda. Ai desideri corti corrisponde una ragione corta, una ragione puramente funzionale, quella che sa vedere nelle cose soltanto la risposta alla domanda: a cosa mi serve? Come posso utilizzarla? Come mi fa sentire? Ad un desiderio infinto necessita una ragione allargata, una ragione che sappia accompagnare il desiderio verso confini più ampi del puro utilitarismo o della pura risposta ai sentimenti. «[La ragione] diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell’uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato» . Una ragione che sappia leggere i segni inscritti nel proprio cuore e nelle cose, sappia scoprirne le corrispondenze, sappia delineare un tracciato, senza avere la pretesa di tutto descrivere e di compiere l’itinerario.
L’oggetto stesso della speranza, le domande che essa suscita nell’uomo – cos’è che davvero desidero? cos’è la felicità, la vita eterna? cos’è la giustizia? – hanno bisogno, per non essere ridotte, dell’umiltà della ragione e del rischio della libertà. Non a caso il papa parla della preghiera come esercizio del desiderio e dei testimoni che provocano la nostra libertà come «luci di speranza» .

Gli accenni alla cura nell’enciclica
«Io posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita o per il momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore» .
Da ultimo permettetemi un nota bene finale che, in un certo senso esula dallo scopo di questa relazione, ma riguarda il tema più generale del vostro incontro. Desidero farvi notare che l’enciclica parla esplicitamente delle sofferenze psichiche e del loro affronto, proprio nel contesto della speranza. È il tema della scienza, delle sue grandi possibilità e dei suoi limiti; il tema delle strutture mediche, del loro progresso e della loro necessaria integrazione. «L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. […] Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è fallace. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. […]. Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» .
Per quanto riguarda più esplicitamente il tema della sofferenza e in particolare della sofferenza psichica Benedetto XVI, leggendola all’interno del cammino della speranza, invita a fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza. Riconosce i grandi progressi compiuti, ma è anche consapevole che le sofferenze psichiche sono aumentate nel corso degli ultimi decenni. «Dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza. Questo potrebbe realizzarlo solo Dio: solo un Dio che personalmente entra nella storia facendosi uomo e soffre in essa. Noi sappiamo che questo Dio c’è. […] Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» .

Non scandalizzatevi se, come il Papa, vi propongo la figura del fattore. Dovete essere pastori, «Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla» . Applico a voi le parole che Benedetto XVI applica a Gesù. «Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora» .
«La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente» .
«Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore […] sono elementi fondamentali di umanità» .

(tutte le citazioni – dove non diversamente specificato – sono tratte dall’enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi”)

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Una valigia per don Ettore

ferrarioDovrà essere bella grande, la valigia che don Ettore Ferrario prepara per il viaggio che, a gennaio, lo porterà dal Paraguay in Kenya. Se lui fa ancora fatica a dire cosa ci mette dentro, proviamo noi a fare un promemoria.

I volti di Asunción
«Dio mi ha fatto il regalo di incontrare cinque persone». Comincia così, don Ettore, quando racconta della presenza in università durante il primo anno in Paraguay. E fin dall’inizio si capisce che sforerà. Infatti: «Veronica, Claudia, Ugo, Gladys, Lourdes», dice. E li elenca con quella diligenza che a scuola, lui che è sempre stato «debole e anche asino», gli pareva sprecata. L’elenco si allunga subito con Sonia e Josephina. C’è Derlis, il figlioccio di cresima, c’è Paola incontrata al catechismo, Olga. E siamo a dieci: infine Fiorella, l’ultima alunna dell’ultimo corso che ha tenuto alla facoltà di medicina, «l’ultimo regalo di Dio». Fiorella gli ha scritto una lettera che trabocca di domande: «Come sapere se Dio ti chiama?». «Come non aver paura della solitudine?» «Come usare bene la ragione?». Tra tanti punti interrogativi, una certezza: «Mi rendo conto che non mi conoscevo, che un’altra persona ha spiegato quello che io sento senza neanche sapere il mio nome». Don Ettore la invita a fare scuola di comunità. «Lei viene» racconta, «poi resta attaccata». Proprio come lui, che da ragazzino preferiva la pallanuoto ai libri ma poi, colpito da bravi maestri – a scuola prima, in seminario poi – si è attaccato a loro e ha visto spalancarsi mente e cuore. «La mia fortuna non è stata quella di essere coerente ma di essere affidato, un libro aperto alle persone che mi seguivano e che sono state l’aiuto più grande.»

Gli amici della casa
A sentirlo parlare, questo ragazzone di 33 anni, la vita sembra semplice. La missione, ad esempio, è un’avventura che comincia con la battuta di un prete, don Paolo Buscaroli, che vive in Paraguay. «Disse che la missione inizia con quelli della casa, fiorisce e sboccia in una amicizia.» Ettore è al quarto anno di seminario e chissà quante volte ha sentito queste cose. Ma siccome «il Signore si manifesta con parole e persone concrete», chiede a don Massimo di andare in Paraguay per l’estate. E ci resta cinque anni. Nel volume Cronache dal nuovo mondo, Roberto Fontolan riporta la lettera con cui don Camisasca annuncia a padre Aldo Trento la sua scelta. è il 3 settembre 2004: «Sono certo che sarete contenti di don Ettore Ferrario. Ogni nuovo arrivo porta novità e magari qualche cambiamento. Ma Ettore ha chiesto di venire in Paraguay, ha una grandissima stima di voi, è un vero uomo di preghiera». Ettore riassume questi anni con una frase: «L’esagerazione della Sua presenza, il rapporto stretto con quelli della casa: bello e drammatico, pieno di correzione e di dolore partecipato». In valigia metterà una scoperta: come si ricomincia. «Il perdono, non c’è un’altra strada. Come Gesù fa con noi. Col tempo, la cosa diventa più facile ma anche più drammatica. Senti sempre più la ferita della tua incapacità di fronte all’amore di Dio».

I buscadores de la tierra sin mal
Si chiama così la piccola compagnia di Gesù che, sulle tracce dei gesuiti, padre Ettore mette su con i bambini dai 9 ai 13 anni. E si capisce bene che, in una terra senza padri, il paradiso coincida anche, un poco, con un adulto che ti vuole bene, gioca con te, ti educa. I cercatori sono 50 ragazzini scatenati: «Fanno confusione, hanno problemi, giocano, si mettono a piangere, mangiano di continuo» ride lui. E racconta di quando, ammassandosi sul parapetto in cemento che circonda il campetto da calcio, l’hanno buttato giù. «Cose da bambini» commenta tranquillo. Ma sono bambini speciali, questi: «Mercoledì, il giorno più atteso della settimana» scrive la piccola Rocio. «Questa compagnia mi ha cambiato la vita». E Araceli, 9 anni: «Ti voglio ringraziare per essere stato come un papà quando avevo bisogno di te». Fanno anche teatro, i cercatori. E quello che ha imparato più cose, tra Don Chisciotte e Il piccolo principe, manco a dirlo è lui, Ettore. Una per tutte: «Il protagonista non sono io ma l’opera. Così come, nella vita, il protagonista è Dio in me». Adesso preparano le Cronache di Narnia: anche la parte più bella, quella del Leone, finirà in valigia.

La bellezza di San Rafael

C’è ancora una cosa da stipare sul fondo dei bagagli per ritrovarla poi a Nairobi. «Non credo che in tutto il Paraguay esista una parrocchia così bella» sospira Ettore. L’ha voluta così Padre Aldo, bella come le antiche riduzioni dei gesuiti. «La chiesa, il castello, il centro, la croce quando arrivi, l’ospedale e la cappella di San Blas». Ma anche in Kenya c’è qualcosa di bello, magari nascosto tra i mattoni della scuola in costruzione, che via via sostituiscono le vecchie lamiere. Ci sono i 90 bambini che diventeranno 250 quando il progetto sarà terminato. Ci sono i ragazzi da educare al lavoro, in un Paese tra i più poveri del mondo. Soprattutto gli amici della casa, da aiutare nella missione: Valerio, Alfonso e Giuliano. Don Massimo scrive che «l’amicizia è un segreto condiviso». Quel segreto, Ettore l’ha capito così: «Il Signore ha fatto grandi cose e continua a farle».

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Preghiera e digiuno

Il tempo quaresimale è tempo di preghiera e di vigilanza.
La preghiera cristiana è una sola: «Venga il tuo Regno» (Mt 6, 10), «Vieni Signore Gesù» (Ap 22, 20). L’attesa di Cristo consiste nel grido: «Si compia ciò che hai iniziato fra di noi» (Fil 1, 6). È il desiderio che si manifesti più compiutamente, in modo più vero per noi e per gli altri, ciò che egli ha operato: l’edificazione della sua Chiesa.
La preghiera è anche richiesta a Dio di cose giuste, dice san Tommaso, ma è vera solo dentro l’attesa del suo Regno, del suo compimento, della manifestazione più profonda di ciò che tra di noi è iniziato. La preghiera deve essere il cuore del tempo che passa: è uno sguardo al passato (memoria dell’Alleanza) e al futuro (desiderio che l’Alleanza si compia) vissuti nel presente. Per questo il grido quaresimale è: “Signore, convertici, non lasciarci in balia di noi stessi, donaci di godere il frutto il cui seme tu hai seminato”.
Il digiuno è necessario, perché è il distacco nella sua forma più concreta: uno vorrebbe mangiare e non mangia, vorrebbe correre e va piano, vorrebbe abbracciare e se ne astiene. Esso ci ferisce nella nostra naturalezza, perché la natura umana desidera un rapporto con le persone o con le cose, dimenticandosi che il rapporto esauriente è quello con il Signore. La tendenza a compiersi ed esaurirsi nelle cose, in ciò che immediatamente ci colpisce, porta a essere posseduti dalle cose; questa è l’idolatria: ciò che dovrebbe essere strada a Dio diventa dio.
Il digiuno è il paradosso della vita cristiana: chi si perde si ritrova nella sua concretezza (cfr. Mt 10, 39). La mortificazione nel rapporto con le cose o con le persone permette di intravedere in esse la Presenza vera ed esauriente (cfr. 2 Cor 7).

estratto da “Il tempo che non muore”, Edizioni San Paolo 2001, pp. 48-49.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

Lasciarsi fare

P0002976_CaritativaL’esperienza di un seminarista alla guida di un coro di bambini verso la scoperta della fede in Gesù

Sono in tutto una ventina le piccole facce curiose che vedo ogni sabato pomeriggio alla parrocchia della Magliana. Sono le facce di quei bambini che hanno voluto ricominciare a cantare nel coretto della parrocchia, spinti soprattutto dalla fortissima pubblicità di don Maurizio Pirola e dal lavoro dell’anno scorso di Tommaso Pedroli. Quando un paio di mesi fa mi è stata affidata la responsabilità di dirigere questo coro, non avevo mai fatto una cosa del genere e quindi mi sono chiesto come avrei potuto catturare l’attenzione di venti bambini, per lo più bambine, tra i sei e i dodici anni. A quell’età basta che un soffio di vento muova una foglia per scatenare una reazione entusiasticamente esagerata.
Una sera organizzo una cena con gli adulti che collaborano con me, per cercare di capire da cosa potevamo partire. Una di loro a un certo punto mi dice: «Guarda che i bambini cantano molto meglio e anche più volentieri l’Alleluia da quando l’hai spiegata». Ecco! Alla fine della cena gli dico: «Abbiamo capito da dove partire. Dobbiamo far percepire loro il senso di quello che cantano». Non è che siccome sono bambini allora basta farli cantare, farli sorridere, magari farli vestire tutti uguali e farli dondolare insieme a destra e a sinistra, così che siano un bello spettacolo per i loro genitori. Questo non basta. Crescerebbero? Imparerebbero qualcosa di nuovo? Conoscerebbero di più Gesù? Direi di no. Tra l’altro col tempo passerebbe loro pure la voglia di cantare.
Allora ho cominciato a spiegare loro qualche canto. Ho regalato ad ognuno un quaderno di colore diverso e una matita. Sul quaderno scriviamo tutti i sabati il nome di un canto e una frase che gliene ricordi il senso. Il quaderno è loro; ho dato loro una piccola responsabilità, così che possano cominciare a sentirsi grandi. Ho anche detto loro che, se non lo portano, non faccio fare le prove. Da allora nessuno l’ha dimenticato a casa.
Due sabati fa ho raccontato la storia di Sobieskij. «Lo conoscete?» «No.» «Sapete dov’è Vienna?» Tiro fuori un atlante che mi ero portato da casa e mostro loro la cartina dell’Europa. «Mentre i turchi volevano conquistare l’Europa, l’imperatore austriaco si era rifugiato con tutti i suoi amici in una chiesa. Si era chiuso dentro, aveva paura. Ma Sobieskij decise di affrontarli e li sconfisse. Sapete qual è stata la sua forza? Non aveva un grande esercito, anzi erano proprio pochi. La sua forza era la fede. Infatti dopo aver vinto entrò con tutto il suo esercito nella chiesa più grande di Vienna. In un angolino c’era ancora l’imperatore, piccolino che tremava. Piangeva perché credeva di aver perso tutto. Il generale polacco va dritto verso l’altare, si inginocchia e canta il Non Nobis: “Non a noi Signore, ma al tuo nome sia gloria!”. Prendete il quaderno e scrivete: “Il generale Sobieskij ha vinto la guerra perché aveva la fede in Gesù”. Adesso cantiamo il Non nobis!»
Qualche giorno dopo ho raccontato loro un’altra storia, questa volta inventata, per spiegare Lasciati fare, un canto di Claudio Chieffo. «Cosa significa lasciati fare? Lasciati guidare, lasciati portare. E da chi ci lasciamo guidare? Immaginiamo che domani mattina uscite da scuola e qualcuno da dentro una macchina vi chiama. Voi accettereste un passaggio da uno che non conoscete?» «No.» «E da chi allora?» «Dalla mamma», «da mio fratello». «E perché da loro?» «Perché ci fidiamo di loro.» «Perché vi fidate di loro?» «Perché ci conoscono. Perché ci vogliono bene.» «Sono proprio le parole della canzone: “Lasciati fare da chi ti conosce, lasciati fare da chi ama te”. Apriamo il quaderno e scriviamo…».

Foto di Elio e Stefano Ciol

Estratto da Fraternità e Missione – gennaio/febbraio 2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti |  

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