Con un cuore accogliente
«Ogni grande voto, matrimoniale, sacerdotale, cavalleresco, è avventato, e ciò ne costituisce la gloriosa bellezza. Solo gli uomini sono in grado di lanciare i loro cuori oltre tutti i calcoli, per conquistare ciò che il cuore desidera». Qualche mese fa mio papà mi ha passato questa citazione di Chesterton, e con essa ha dimostrato di conoscere bene qualcosa che sta nel fondo del mio animo: una certa avventatezza che ho imparato, come per osmosi, da tanti uomini grandi incontrati nella mia storia, e che mi muove quando sono alla presenza di quello che sembra rispondere al mio desiderio.
Ho conosciuto la Fraternità san Carlo dieci anni fa. Da subito, dalla prima visita a Roma, ho avuto l’impressione di avere incontrato una realtà grande: respiravo in essa tutta la Chiesa, tutto il movimento, tutto quello che di bello c’è nella vita per il cuore dell’uomo. Per questa prima intuizione mi sono bastate una passeggiata nel parco di via Boccea, una serata di musica in seminario, la prima liturgia delle ordinazioni a cui ho partecipato, una visita agli affreschi di Caravaggio a Roma con la spiegazione di alcuni preti appena conosciuti, l’amicizia che si stringeva con loro. Allora non pensavo di certo a una realtà di “soli” 100 preti, una goccia nel mare della Chiesa. Ho incontrato una compagnia del tutto per me e del tutto più grande di me. Da subito, insieme all’accendersi del mio desiderio di amicizia, ho sentito una sproporzione tra quella grandezza e la mia indegnità: ero piccola, al primo anno di università, e arrivavo a Milano dalla provincia col cuore pieno di tantissimi movimenti e desideri, non certo ordinati, anche se già in un certo senso precisi. Eppure Dio guardava a questo incontro come a qualcosa di grande.
Quei primi mesi da matricola alla Statale di Milano sono stati l’inizio della scoperta della mia vocazione. Ho compreso solo più tardi e negli ultimi tempi, come i primi 20 anni della mia vita siano stati una silenziosa e operosa preparazione da parte di Dio a quel momento, perché io potessi sentire proprio allora una voce chiara che mi chiamava; perché potessi sentire nel suo timbro qualcosa che già conoscevo. I tre anni successivi hanno ospitato la scoperta della mia chiamata e la mia decisione.
Gli incontri
La mia storia è cresciuta nella compagnia di grandi uomini e grandi donne. I miei genitori per primi, che mi hanno fatto crescere nell’aria buona e sana del movimento di don Giussani; li ho sempre visti spendersi per le opere che da esso nascevano, anche nel mio quartiere e nella mia città. Una operosità senza lamenti e con un ideale che sapeva attraversare anche i dolori. Poi la mia maestra delle scuole elementari, Michela: una ragazza che cominciava a insegnare a 19 anni, e che mi ha lasciata impressa l’immagine della bellezza della verginità, anche se allora era tutto implicito; poi un giorno, alla fine della quinta, ci disse che sarebbe partita per Roma per consacrarsi a Dio. Lei era veramente bella e forte. Da lei ho imparato moltissimo in quei cinque anni; ha dato la vita a 33 anni per via di una malattia fulminante.
L’altra grande donna che ha segnato la mia vita è stata la mia insegnante di pianoforte. A sette anni i miei genitori mi hanno proposto di cominciare a suonare, a venti l’ho incontrata e ho vissuto con lei tre intensissimi anni di passione, di musica, di lavoro e sacrificio per la bellezza; erano gli stessi anni della scoperta della mia vocazione, e mi muovevo tra Legnano (la mia città), Bergamo (il conservatorio) e Milano (l’università e gli amici). È difficile dire quanto mi hanno lasciato quelle lunghe ore di lezione tra le mura dei palazzi di Città Alta a Bergamo. Innanzitutto la convinzione vissuta che la bellezza salverà il mondo, e che per questo ci vuole una offerta del proprio impegno costante, nascosta, fedele.
Nel febbraio del 2001 ho incontrato a Milano don Paolo Sottopietra. Da quel momento ha seguito ogni passo della mia vocazione fino ad ora, fino al giorno in cui ho consegnato nelle sue mani i miei voti definitivi. Il dialogo decisivo con don Massimo invece è avvenuto nell’agosto del 2004, quando mi ha accolta nel mio desiderio di unirmi alla Fraternità. Alla loro amicizia e paternità, come a quella di don Gianluca Attanasio che avevo conosciuto in Trentino nel luglio 2001, è legato ogni fatto della mia vita di questi anni. A loro ho consegnato la mia vocazione, il mio cuore, i miei errori, i miei doni, tutta la mia storia, consegnandola in questo modo allo Spirito perché mi plasmasse secondo il desiderio di Dio.
Tra i grandi incontri della mia storia devo mettere anche quelli con alcuni santi, che mi fanno compagnia quotidianamente, chi da tanti anni, chi da meno. Nella messa dei voti solenni c’è un momento di preghiera in cui si invocano la Madonna e tutti i santi, e questo mi ha riempito il cuore: vivo realmente nella comunione, vivo davvero l’esperienza di avere padri, madri, fratelli e sorelle, in cielo e qui, sulla strada verso il Padre.
Don Massimo ripete spesso che la Fraternità e le Missionarie sono due Istituti in una sola famiglia. Io sento di essere stata accolta in questa famiglia, con gioia e con misericordia, dal primo giorno fino ad oggi: da quando non era per nulla scontato che fosse data la possibilità a me e ad altre ragazze di unirsi alla Fraternità, lungo questi sei anni a Roma, dove tanti sacerdoti e seminaristi in moltissime occasioni ci hanno sostenute con la loro esperienza e il loro lavoro. La parola accoglienza rimane come una forma che ha plasmato la mia vita. E così formata, vorrei essere anch’io un cuore accogliente per tutti gli uomini e le donne che il Signore vuole farci incontrare.
La risposta di Dio
Un’ultima parola su questi sei anni che ho vissuto a Roma. Io e le mie sorelle – oggi 15 – abbiamo vissuto l’avventura di una nascita e di una costruzione. Tutto il fascino di questo grande, sofferto e bellissimo lavoro scaturisce da quella che secondo me è la sua origine più profonda, cioè la domanda che ci siamo posti da subito: che cosa desideriamo? cosa vogliamo vivere? cos’è per noi essenziale e cosa ci spinge?
Dall’abito al nostro modo di cantare e di pregare, dai lavori di ristrutturazione della casa alle indicazioni pratiche su come vivere la povertà, dai primi passi missionari nella nostra parrocchia della Magliana al rapporto che vogliamo vivere con le nostre famiglie e i nostri amici, tutto ha avuto come fonte costante questa grande domanda. Seguiamo quello che desideriamo! E Dio ci ha indicato le strade e ci ha donato le benedizioni necessarie perché i nostri desideri prendessero una forma. Su tutto vigilava poi la grande esperienza e l’affetto della Fraternità, i nostri padri e i nostri fratelli maggiori. Questo sono stati gli anni in cui sono nate le Missionarie di san Carlo, gli anni della risposta di Dio ai desideri che ci ha messo nel cuore.

Una pagina nuova
Ora sta per aprirsi per noi una nuova pagina, perché cominciamo a riflettere sulle prime possibili case di missione. Chi di noi partirà, per quale terra, per servire e amare quale popolo, quale storia, quale lingua, sono le domande che si stanno aprendo in questi mesi e che stanno anche aprendo il mio cuore. Pensare che Dio mi ha voluto così bene da mettermi in questa casa, dove sono amata, e da darmi un compito grande, per la sua gloria nel mondo, mi riempie di commozione. E pensare a tutti i volti amici che ci stanno sostenendo nel nostro inizio continua a rinnovare la mia gratitudine. Sono una missionaria, e voglio dare la mia vita per questi amici e per tutti gli altri uomini che il Signore mi farà incontrare. Posso farlo perché Gesù l’ha data, tutta e in anticipo, per me. Vorrei che questi miei voti fossero per tutta la vita una risposta a questo suo dono.
In questi mesi ho tenuto spesso nei miei pensieri una frase di un teologo che amo moltissimo, Jean Daniélou: «Per la fede cattolica le frontiere tra l’aldilà e l’aldiquà diventano indefinibili. In verità, fra ciò che siamo oggi e quel che saremo eternamente non c’è poi una gran differenza. La vita eterna mostrerà solamente quel che avremo amato sulla terra; in altre parole, la vita eterna solamente ratificherà quel che saranno state le nostre adesioni durante questa vita, portandole alla pienezza della loro realizzazione. La prospettiva dell’eternità allora, ben diversamente dall’essere una evasione, impregna, piuttosto, questo momento presente di un significato gravido di conseguenze: poiché saremo eternamente quel che ci saremo fatti durante la nostra esistenza terrena. La vita presente assume a questo modo tutto il suo senso drammatico. Ci è data per essere caricata della più grande misura possibile d’amore». È per me un augurio per tutta la mia vita e per quella delle mie sorelle.
Nelle foto, Rachele Paiusco con alcuni bambini del catechismo e durante un momento dei voti solenni.
Una casa che assomiglia alla vita
«La vostra è una casa di formazione alla vita consacrata e alla missione collocata nel quartiere di periferia di una grande città. Quando uno entra in questa casa deve vedere la bellezza. Deve capire che è un luogo di pace e di conversione. Un luogo di Dio».
Questa frase, pronunciata dall’ingegnere che ha seguito i lavori, ci ha accompagnato passo dopo passo nelle scelte di costruzione della nostra casa.
L’inizio
La casa in cui oggi abitiamo è nella zona vecchia del quartiere Magliana di Roma, annessa a una piccola chiesa dedicata alla Madonna di Pompei. L’abbiamo ricevuta poco più di tre anni fa. Nei dieci anni precedenti al nostro arrivo era stata abitata da una casa di preti della Fraternità san Carlo (che ora si sono spostati nella zona alta del quartiere, dove è stata edificata una nuova chiesa). Nei precedenti settant’anni, invece, era stata un convento dei frati cappuccini d’Abruzzo.
Al nostro ingresso era completamente vuota: oltre la soglia non c’erano che le mura e pochi armadi così vecchi e fragili che non si potevano spostare. Subito ci siamo rese conto che era necessario un grande lavoro di risistemazione. Alcune parti della casa erano rovinate e consumate dal tempo. Ma per noi, tutto era come nel suo momento iniziale. Il cammino delle prime Missionarie di san Carlo si era avviato da soli due anni; e la forma della nostra vita, i suoi tempi e i suoi spazi, si andavano delineando proprio allora. Ogni elemento della nostra vita, dagli orari della preghiera e dei pasti fino ai colori dei muri o alla scelta delle piastrelle e degli armadi, era colto in questa luce iniziale. Tutto attendeva di essere plasmato perché si svelassero i tratti del nostro volto così come Dio, chiamandoci, li aveva pensati.
La casa doveva essere il luogo nel quale Cristo avrebbe potuto pian piano entrare nella nostra vita per portarci nella Sua. Il luogo della vita comune, dello studio, della preghiera e del silenzio. Volevamo inoltre che, pur essendo una casa di formazione, essa nascesse già pensata per l’accoglienza.
Cose vecchie e cose nuove
La nostra casa è fatta di cose vecchie e cose nuove. A partire dalle stesse mura: ci sono stanze vecchie e stanze nuove, mura di tufo di inizio Novecento, che risalgono al convento di frati cappuccini, e mura di cemento armato che abbiamo costruito negli ultimi due anni. Del passato che ci aveva preceduto erano rimasti alcuni segni. Tra questi, abbiamo voluto tenere tutto ciò che aveva un suo valore, una storia.
Per esempio, il giardino interno alle mura della casa era molto diverso da come è ora. Su un terreno scosceso e brullo erano accatastati tanti mattoncini di tufo, consumati dal tempo, quasi ridotti a detriti. Abbiamo recuperato i pochi mattoni rimasti intatti e con essi abbiamo realizzato delle aiole, che ora circondano i nostri alberi di mandarini e limoni e ospitano delle margherite. In un’altra lunga aiola costruita in cortile, varie piante di rose s’arrampicano attorno alla statua della Madonna.
Valorizzate e ripulite, le cose antiche che ci erano state consegnate potevano rinascere in un nuovo ordine, in una nuova bellezza.
Ma non ci attirava l’idea di una bellezza appariscente. Lo stesso nostro ingresso in questa casa portava con sé il distacco da tante ricchezze che prima costituivano la nostra vita: gli amici, la famiglia, un lavoro retribuito e una gestione autonoma di noi stesse, dei nostri tempi e dei nostri spazi. Entrare in casa era stato un primo ma deciso passo di povertà.
Una casa povera e bella
Per i primi tempi, gli spazi della casa rimasero spogli. Non volevamo che l’horror vacui e l’avventatezza tipici del mondo in cui viviamo ci portassero ad affollare stanze e pareti in modo caotico e istintivo. Anche la casa doveva crescere dentro questa tensione di semplificazione della nostra vita. Ai ragazzi del Clu nel 1981, Giussani diceva che bisogna diventare più poveri, ossia certi di alcune grandi cose. E aggiungeva che solo quella certezza dell’essenziale permette all’uomo di organizzare lo spazio e costruire un’architettura: «Se non è bello, se non diventa opera d’arte, il tocco che l’uomo porta sulle cose non è umano».
Volevamo che la nostra casa fosse povera, perché in Cristo – e non in un accumulo arbitrario di oggetti – ci è stato promesso il possesso di tutto. E volevamo che ogni spazio di essa potesse richiamare la nostra memoria a ciò che ha conquistato la nostra vita.
Tutto ci è dato
La povertà è per noi il possesso dell’essenziale. E quello stesso essenziale ci era donato: era il frutto della generosità di alcuni che hanno creduto nella nascita delle Missionarie e hanno sostenuto e finanziato la costruzione della casa. Tutto ci è dato, in questa casa: educarci a vivere la povertà e ad avere cura della nostra dimora significa fare memoria di una Presenza che ci dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno, fino alle cose più concrete.
Così, non ci interessa avere una grande quantità di cose, ma poche cose importanti, messe nel posto giusto. La nostra presenza deve essere una traccia della bellezza di Dio che non possiamo oscurare con lo sfarzo, né con la trasandatezza. Vogliamo che la casa in cui viviamo e accogliamo le persone sia semplice e decorosa.
Vogliamo che le cose di cui ci circondiamo siano per la vita. Ogni scelta ben ponderata, fino a essere giudicata necessaria.
Dal disordine creato dalla ristrutturazione (muri che venivano abbattuti, impalcature che si innalzavano e ingombravano gli spazi) lentamente si delineava un ordine. E noi sapevamo che quell’ordine nasceva grazie a dei volti ben precisi: il volto di chi ci aveva regalato le mattonelle per la pavimentazione dei bagni, quello di chi aveva regalato la nuova scala interna, la cucina, le sedie del capitolo o le librerie della biblioteca.
Come una cattedrale
La chiesa dedicata alla Madonna di Pompei annessa alla nostra casa risale al 1901. Fino a non molti anni fa, essa si affacciava sulla stazione da un lato e sulla piazza principale del quartiere dall’altro ed era molto frequentata. Ora il centro della vita del quartiere non è più qui, e anche la vita parrocchiale si è spostata nella nuova chiesa dei Martiri Portuensi.
Tuttavia, rimangono alcuni fedeli affezionati alla piccola chiesa. Sono per lo più anziani, testimoni di una generazione passata e di un popolo che riconosceva nella chiesa del quartiere una vera e propria casa. Le trasformazioni che questa chiesa ha subito nell’arco di un secolo hanno ogni volta segnato una novità nella loro vita e nella loro preghiera. Queste persone ne conoscono ogni angolo, si accorgono se cambi la statua di un santo con un altro, se sostituisci il basamento ligneo che sorregge san Giuseppe o se lucidi i marmi dell’altare. Furono proprio i sacerdoti della Fraternità che ci hanno preceduto in questa casa a far loro il più grande regalo, ritrovando e tinteggiando un’antica statua della Madonna color legno, molto simile alla Madonna di Pompei rappresentata nel quadro dell’abside (a cui i parrocchiani sono molto devoti).
Il nostro arrivo ha costituito un grande cambiamento per la chiesa e per la vita delle nostre vecchiette. Sia per i lavori di ritinteggiatura e restauro che abbiamo avviato, sia per la nostra preghiera comunitaria, che si svolge in chiesa quattro volte ogni giorno. Ci hanno accolto con gioia. Invece di spaventarsi per il cambiamento, si sono rallegrate. Dicevano che con noi e i nostri lavori la loro chiesa sarebbe diventata più bella.
Un giorno Anna, una di loro, si è avvicinata a noi stringendo nella mano una busta. «Questi sono i soldi che abbiamo raccolto per regalare una corona alla Madonna». Questo episodio ci ha fatto pensare a una cosa che spesso ci dice don Massimo: nel Medioevo, la stessa gente che per la maggior parte viveva in case modestissime, di legno, di fango, in capanne, innalzava a Dio una casa come a Chartres. Perché faceva questo? Perché sentiva che quella casa era fatta per richiamare a una luminosità della vita che avrebbe reso tutto più bello, anche l’andare a lavorare, anche la fatica della famiglia, la pesantezza delle condizioni sociali. Oggi noi siamo chiamati a lasciare nuove tracce di questa bellezza.
Il Dio vicino
Quest’anno seguo alcuni bambini piccoli, di otto o nove anni, di terza elementare, al primo anno di catechismo. Molti di loro entrano in chiesa per la prima volta e arrivano con lo sguardo aperto, desiderosi di conoscere e di affezionarsi.
I bambini di questa età hanno il cuore naturalmente aperto al dialogo con i più grandi, con i loro genitori, con don Gerry, con me. Più tardi saranno assediati da altri interessi, ma a otto anni sono tutti volti alla relazione con qualcuno più grande di loro. Hanno un cuore che vive già nella preghiera.
La terra buona del loro cuore allora ha bisogno di cose semplici e chiare: dei volti buoni, dei nomi, dei luoghi e, infine, un esempio davanti. La prima cosa perciò è parlare loro di Dio, far loro conoscere il suo volto buono, attraverso i fatti che ha compiuto: la creazione della luce, del cielo, del mare, della terra, delle piante e degli animali, fino ad arrivare a noi; il padre che ha aspettato il figlio che lo aveva lasciato e che aveva sperperato tutti i suoi beni; Gesù che ha detto a Zaccheo di scendere dall’albero, perché desiderava mangiare con lui.
I bambini hanno bisogno di conoscere chi è il Padre, chi è Gesù, chi è Maria. Hanno bisogno di conoscere i loro nomi e di sapere quello che hanno fatto.
Hanno bisogno poi di sapere dov’è il Signore. All’inizio dell’anno, dopo aver guardato insieme delle bellissime immagini sui sette giorni della creazione, abbiamo scritto alla lavagna una domanda: «Dov’è Dio?». Ognuno ha dato la propria risposta, giusta: in cielo, nel mio cuore, in paradiso, in chiesa… Alla fine io ho scritto una parola difficile, la parola «tabernacolo», e ho spiegato ciò che succede nella messa e nell’ostia consacrata. Siamo andati insieme, per gli ultimi dieci minuti, nella cappellina feriale. Ho chiesto ai bambini di entrare in silenzio e li ho fatti sedere nei primi banchi. C’è un bel tabernacolo d’oro, al centro della parete, con la scritta «Ego sum, noli timere». Ho spiegato il significato di quella scritta e perché ci fosse la candela accesa. Abbiamo pregato insieme e poi un po’ da soli, in silenzio, così che ciascuno potesse chiedere a Gesù quello che aveva nel cuore. Sono stati davvero in silenzio, anche mentre uscivano. E ho compreso ciò di cui hanno veramente bisogno, ciò di cui tutti abbiamo bisogno: scoprire l’altezza infinita di Dio, il suo grande mistero buono, e, allo stesso tempo, trovarlo in un luogo, poterlo trovare sempre vicino.
Ciò che nel tempo, lentamente, porta i bambini alla familiarità con Dio, è la presenza di qualcuno che stia con loro e li accompagni; che li corregga quando pregano a voce troppo alta, li aiuti a rispondere insieme; qualcuno che vada con loro a portare un fiore davanti alla Madonna, che prenda con loro il libretto dei canti durante la messa, che ricordi loro di entrare con il segno della croce e con un inchino. Qualcuno che li porti ancora tante volte lì, davanti al Signore.
Al servizio del mistero di Cristo
Il 25 marzo prossimo sarà un giorno speciale per le Missionarie di san Carlo Borromeo. Ester e Mariagrazia, infatti, emetterano i voti semplici, prima tappa verso i voti definitivi che solitamente avvengono dopo tre anni. Prima di loro, già avevano preso gli stessi voti Rachele (due anni fa) ed Elena (l’anno scorso). «I voti di Ester e Mariagrazia sono per noi una conferma del cammino che abbiamo intrapreso», spiega Rachele. E ancora: «Essere in quattro è diverso che essere in due. Certo, siamo un piccolo gruppo che però ha preso sul serio la strada indicata da Dio. Di anno in anno maturiamo insieme e i voti di due di noi sono un segno visibile della strada che stiamo percorrendo, segno anche di una stabilità maggiore».
Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione: una festa che le missionarie sentono come la propria festa. Il «sì» di Maria all’annuncio dell’Angelo è il fondamento della disponibilità che le missionarie danno a Dio in questo giorno importante.
Il 25 marzo è anche il giorno nel quale l’inizio dell’avventura delle missionarie è stato sancito ufficialmente da una firma, quella che il vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali, ha posto nel 2007 sul decreto che le riconosce come Associazione di fedeli: «Affido le Missionarie di san Carlo Borromeo alla speciale protezione della Vergine dell’Annunciazione, chiedendo per loro il dono di riconoscere e servire il mistero dell’Incarnazione del Signore, mentre invoco su di loro la pienezza della Benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», scrisse monsignor Reali.
Monsignor Reali parla di «servire il mistero dell’Incarnazione» e, in effetti, la vita delle missionarie è un servizio. Servizio a Dio e al suo popolo attraverso la vita in comune e la missione. Oggi le missionarie abitano nel quartiere della Magliana, vicino alla parrocchia che la diocesi ha affidato ai sacerdoti della San Carlo. «La vita – spiega Rachele – si svolge in casa e nel quartiere. Fino a quest’anno Ester e Mariagrazia dedicavano gran parte del loro tempo allo studio. Con i voti semplici si dedicheranno insieme a me e ad Elena maggiormente alla missione, anche se lo studio continuerà ad avere una parte importante nella vita di tutti i giorni».
La missione nel quartiere significa tante cose: il catechismo in parrocchia ai bambini e agli adolescenti. Il coro parrocchiale formato da una trentina tra ragazzi del liceo e adulti. Curato da Mariagrazia, il coro canta durante le messe, anche in polifonia, e riesce a sostenere anche la liturgia dei tempi forti. Poi la visita agli ammalati: avviene solitamente una volta a settimana. Le missionarie entrano nelle loro case, pregano e parlano con loro. Capita, anche, che accompagnino alcuni di questi ammalati alla morte. Visitare coloro che soffrono fisicamente è anche un’occasione per allacciare rapporti con le rispettive famiglie, rapporti che poi continuano nel tempo. In parrocchia i sacerdoti tengono anche un corso per fidanzati: quest’anno sono quaranta le coppie che lo frequentano. Al corso partecipa anche una missionaria che accompagna le coppie nel loro percorso. Infine il dopo scuola per i bambini delle medie curato da Elena: un’opera alla quale le missionarie vogliono dare maggiore peso nel corso dei prossimi mesi.
Sono trascorsi soltanto tre anni dal riconoscimento delle missionarie da parte della Chiesa. Tre anni sono quasi nulla nella bimilleneria storia della Chiesa eppure possono significare tanto. Lo disse bene, in quel 25 marzo 2007, anche don Massimo Camisasca: «Ciò che oggi nasce – disse – è una piccola cosa. D’altra parte così sono i bambini quando vengono alla luce e così sono quasi tutte le opere di Dio: cominciano nel nascondimento, quasi nella furtività, come Gesù a Betlemme. Le Missionarie di san Carlo sono un’opera che io non ho preventivato; nascono dalla vocazione di Rachele Paiusco che, mossa dall’incontro con il carisma di don Giussani e la nostra Fraternità, ha insistentemente riproposto a me e a don Paolo Sottopietra il desiderio di dare vita a una comunità analoga alla nostra, segnata dallo stesso tipo di vocazione e di missione, evidentemente tenendo ben presenti le differenze che esistono tra il sacerdozio ordinato e una comunità di religiose».
Dunque, una comunità legata ai missionari di san Carlo Borromeo e a loro analoga. Una comunità che non ci sarebbe stata senza la Fraternità dei missionari fondata da don Camisasca. Un legame che trova un suo punto d’espressione in quella consegna di se stesse a Cristo nel quale, dicono le missionarie, «troviamo la nostra felicità». E ancora: «La piccola comunità nella quale viviamo è il luogo in cui desideriamo appartenere per sempre a Cristo. Siamo di Cristo perché siamo di questo luogo, di questa comunità. Certo, ogni giorno dobbiamo mendicare la nostra conversione a Cristo. Ogni giorno è per noi un’ascesi e l’occasione per chiedere al Signore di aiutarci affinché il seme del battesimo possa fiorire in una vita nuova. Abbiamo i voti di povertà, verginità e obbedienza ad aiutarci. Sono la nostra strada concreta, il dono perché la nostra conversione si compia».
Ester e Mariagrazia il 25 marzo ricevono anche l’abito: «Quando facciamo i voti semplici prendiamo l’abito. Da quel giorno assumiamo un compito visibile per conto della Chiesa, visibile davanti a tutti. Il nostro abito, infatti, è la forma visibile di questa consegna, di questa appartenenza, di questo impegno e di questo compito».
Il primo “sì”
Lo scorso 31 marzo Rachele Paiusco, la prima delle Missionarie di San Carlo Borromeo, ha pronunciato i voti di povertà castità e obbedienza nelle mani del superiore generale don Paolo Sottopietra, alla presenza del vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali. La cerimonia si è svolta a Roma, nella cappella della Casa di formazione della Fraternità san Carlo. La comunità femminile, costituita per ora da sei ragazze, era stata riconosciuta come associazione di fedeli il 25 marzo 2007.
Rachele ha 27 anni ed è originaria di Legnano, laureata in lettere moderne e diplomata in pianoforte al conservatorio di Bergamo. La sua vocazione è nata durante l’università, alla Statale di Milano. Qui incontra don Paolo Sottopietra, oggi vicario generale della Fraternità san Carlo e superiore generale delle Missionarie. Lentamente nasce in lei «il desiderio di abbracciare una vita simile a quella dei missionari della San Carlo», spiega. Un desiderio che un anno fa ha trovato forma nuova nel ramo femminile della Fraternità, con sede nella parrocchia di Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana (Roma).
Vita in comune secondo una regola
Rachele è stata la prima ragazza che ha chiesto a don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità san Carlo, di potersi dedicare a Cristo seguendo una vita simile a quella dei suoi preti. Oggi, sulla sua stessa strada, ci sono altre cinque novizie. Abitano tutte assieme a Roma in una grande casa nel quartiere Magliana. Qui si preparano alla futura missione, studiano, e già vivono la vita in comune secondo una regola affine a quella dei sacerdoti della San Carlo.
Alla Magliana ci sono due chiese, entrambe affidate ai preti di don Massimo. Le Missionarie abitano accanto alla chiesa più antica e più piccola. La giornata è scandita da orari precisi. La sveglia il mattino alle 7. Alle 7.40 le lodi in chiesa e poi un’ora di silenzio. Un’ora, cioè, in cui pregare, leggere, meditare, approfondire la conoscenza personale di Cristo. Poi lo studio in biblioteca: un grande tavolo, contornato da librerie, dove ognuna ha il suo posto a sedere. Il tutto mantenendo sempre un clima di silenzio. Alle 13 il pranzo, un momento di riposo e poi alle 3 del pomeriggio la recita dell’ora nona. Quindi ognuna ai suoi lavori: c’è chi tiene la contabilità della casa, chi deve preparare le lezioni di catechismo per i bambini della parrocchia, chi visita gli ammalati o va a trovare i bisognosi del quartiere. E poi la spesa, la cucina e i lavori domestici, come in ogni famiglia. Alle 18 la messa, quindi i vesperi e a seguire la cena. Compieta, l’ultimo momento assieme della giornata, è alle 22.
La vita in comune non è un optional per le Missionarie. Molte di loro è da questa vita – che hanno visto vivere dai preti della San Carlo – che sono rimaste affascinate. Una vita unita, nello stile del monachesimo benedettino. Racconta Mariagrazia, nata 25 anni fa a Induno Olona, in provincia di Varese: «Nel giugno del 2005 ho partecipato a un’ordinazione a Roma dei preti della San Carlo. Cantavo nel coro invitato per la liturgia. Messa e festa a seguire mi sono sembrate un tutt’uno. Un bellezza unita». Una bellezza che ha fatto nascere in lei il desiderio di «vivere la stessa cosa».
Cl e la missione
Rachele e le cinque novizie vengono tutte dal movimento di Cl. Entrare a far parte delle Missionarie è per loro motivo per vivere fino in fondo il carisma di don Giussani. Come i preti della San Carlo, anche loro, in qualunque parte del mondo andranno, è secondo il particolare accento di Giussani che porteranno Cristo agli uomini. Spiega Rachele: «Siamo disponibili a tutti gli incarichi e le professioni che possono servire allo scopo di annunciare Cristo e all’educazione della fede. In particolare, l’insegnamento nelle scuole e nelle università; l’educazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani, anche attraverso la catechesi nelle parrocchie; il servizio a chi ha bisogno anche in opere di carità; l’aiuto alle famiglie e agli anziani; la cura dei malati; il sostengo alle opere del Movimento di Cl e della San Carlo. E, ancora, la disponibilità ad andare in tutto il mondo dove la Chiesa ha più necessità».
Lo studio e la formazione
Prima della missione, ovviamente, c’è lo studio e l’approfondimento della conoscenza di Cristo. Studio che ha una parte centrale negli anni di formazione: un tempo che comprende un periodo di prova (da 2 a 4 anni) e il periodo di incorporazione temporanea (durata minima di 3 e massima di 5 anni). Per questo le Missionarie frequentano dei corsi in una facoltà di scienze religiose a Roma. Per questo in casa si avvicendano professori, che vengono anche da lontano per tenere lezioni dedicate a tematiche filosofiche e teologiche, ma anche al cinema, alla letteratura, alla storia. Racconta Elena, 28 anni, di Imola, che per prima si è unita a Rachele due anni fa: «Lo studio è una strada privilegiata per approfondire la conoscenza di Cristo, della sua vita e delle sue parole. Egli risponde ai desideri più profondi che ogni uomo ha in sé. Noi vogliamo testimoniarlo dal di dentro di ciò che l’umanità vive e soffre. Ecco perché vorremmo appassionarci a tutto ciò che esprime l’esperienza umana, dall’arte alla musica alla politica…».
L’abito come segno di Cristo
Dunque, il 31 marzo, per la prima volta Rachele ha indossato l’abito sacro, ideato dalla stilista Elisabetta Bianchetti, conosciuta al Meeting di Rimini, dove curava una mostra di arredi sacri. «Non è un scelta dettata da vanità – spiega la stilista – ma dalla convinzione che la liturgia sia maestra di vita e bellezza, in quanto somma espressione del rapporto tra l’uomo e Dio». E l’abito, in effetti, non è una cosa secondaria. Resta un segno che ricorda al mondo che Dio esiste e che qualcuno ha deciso di dargli tutto: «Un aiuto in più – dicono le Missionarie -, un segno visibile di Cristo davanti agli uomini».
foto di Elio e Stefano Ciol
Un «sì» sempre nuovo
Kristin e Daniela sono arrivate da poco. Hanno attraversato l’oceano, una dal Kansas, l’altra dall’Argentina. Alla spagnola Ana sono bastate poche ore di volo. Per le altre – Ester, Maria Grazia, Sara – è stato sufficiente un treno da Milano: destinazione Magliana, periferia ovest di Roma. Ad aspettarle c’erano già Elena e Rachele, la prima.
La sua storia era iniziata nel 2001. Un incontro, quello con don Paolo Sottopietra, con don Massimo Camisasca poi, che ha segnato la sua vita. Tanta strada e tante strade per arrivare in questa piccola piazza riscaldata dal sole, proprio di fronte all’uscita del treno che da Roma porta a Fiumicino. Seconda fermata, Magliana. Una palazzina liberty sulla destra, di fronte la salsamenteria dove trovi di tutto, dai fili elettrici alle patate. Ci sono persino le luci dell’albero di Natale che suonano. Anche a Pasqua. Al centro, una scala in pietra che sale e si perde nel bosco. Sotto, il mosaico eretto per i Martiri Portuensi del III secolo d.C. A sinistra, c’è il santuario dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei, l’interno solare riverniciato a nuovo. La grande casa accanto ne è il proseguimento, non solo architettonico. Vivono qui le missionarie della Fraternità san Carlo. Fino a ieri parevano solo studentesse un po’ speciali, giovani di quella giovinezza dello sguardo, del sorriso, che a volte resta attaccata per sempre. Adesso due di loro portano l’abito che annuncia al mondo un amore nuovo. Un abito bellissimo che, come dice il vescovo al momento di consegnare il velo, è per gli uomini che lo vedono «segno della bellezza della vita nuova in Cristo».
E anche l’abito aiuta a capire meglio il perché di quella loro giovinezza. Il 25 marzo scorso Elena l’ha indossato per la prima volta, in occasione dei voti. L’anno prima, il 31 marzo 2008, era stata Rachele a pronunciare la promessa di obbedienza, povertà e verginità. Il superiore l’aveva accolta con queste parole: «Il Signore, che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento». L’opera è il sì che hanno pronunciato, lo stesso sì che un’altra ragazza, Maria, aveva detto duemila anni fa. L’opera sono loro, la vocazione, la casa, la vita in comune, il silenzio, la preghiera, lo studio. Sono i bambini del catechismo e quella recita sorprendente allestita per Pasqua nella parrocchia retta dai missionari della Fraternità san Carlo, Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi, che anche Papa Ratzinger ha voluto visitare nel dicembre 2007. Sono gli anziani a cui fanno compagnia. è la missione in tutto il mondo che le attende e per cui si stanno preparando. L’opera è quello che c’è, presagio di quello che verrà. Un’umanità che fiorisce, così semplice da aprire il cuore.
foto di Elio e Stefano Ciol







