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Il dono della resurrezione

E0670_ElioCiolAlle soglie della Pasqua Gesù risuscita Lazzaro. Quel gesto spiega tutta la portata rivoluzionaria dell’annuncio che ancora oggi risuona nel mondo: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (cfr. Gv 11, 25). La morte, dunque, non è tolta, ma è vinta.
Dopo sua madre e Giuseppe, Gesù non aveva nulla di più caro dei fratelli Maria, Marta e Lazzaro. Forse solo Giovanni aveva in lui lo stesso posto che avevano loro. Non è dunque senza significato il fatto che Gesù scelga di resuscitare proprio Lazzaro. L’amico, il più caro amico. La vita sgorga dall’amicizia, è ultimamente amicizia. Ed essa in Gesù nasceva dalla sua passione per gli uomini. Giovanni nel suo Vangelo descrive così la reazione di Gesù di fronte alla morte dell’amico: «Si commosse profondamente, poi pianse» (Gv 11,38).
La commozione di Gesù e la resurrezione di Lazzaro sono per ognuno di noi il segno che la vita non finisce. Anche se siamo chiamati a passare attraverso le prove della malattia e della morte, esse non sono definitive: l’ultima parola è la vita che lui ha portato.
Lazzaro è risuscitato per poi morire ancora. Cristo invece risorge per non morire più. La resurrezione di Lazzaro, in realtà, è solo una prefigurazione di quella di Cristo. È un’anticipazione, come un dono pregustato. Attraverso di essa Cristo ci vuol far capire che il dono della sua resurrezione comincia a trasformare la nostra vita presente: già nella nostra vita presente noi risorgiamo!
La nostra vita trasformata è la sua gloria in mezzo agli altri uomini. Di che cosa abbiamo bisogno per partecipare a questo dono? È una domanda importante. Sarebbe veramente terribile poter sentire l’annuncio di un grande dono e non poterlo ricevere. Affinché questo sia possibile abbiamo bisogno di vivere un’amicizia con Gesù come quella di Lazzaro, Marta e Maria che custodisca il regalo prezioso della fede, che permetta a noi di rinascere, di risorgere ad ogni istante.
Ogni giorno abbiamo bisogno di fare l’esperienza della resurrezione. Ogni momento, nonostante le tribolazioni e le difficoltà, la nostra vecchiaia si trasforma in una giovinezza di cui viviamo l’esperienza concreta. Ci accorgiamo di essere più veri, più consapevoli, più vicini alle cose della vita.
Lo scopo di qualsiasi amicizia cristiana è mutare la vecchiaia in giovinezza. «Si nasce vecchi – ha scritto Jean Guitton – e occorre tutta la vita per diventare giovani». Questa è la ragione di una fraternità, qualunque essa sia. Ed è questa giovinezza, è l’esperienza di questa giovinezza, che permette di andare lontani rimanendo vicini, che permette di maturare una consapevolezza sempre più grande della resurrezione di Gesù, che è l’unica grazia che noi possiamo, dobbiamo e vogliamo portare agli uomini. Perché gli uomini hanno bisogno soltanto di questo: sapere che la vita non è un passaggio dal nulla al nulla, ma che essa è voluta da un Dio cosciente e amante, da un Padre. E che questo Padre ci accompagna, e ci attende.

tratto dal libro “Armonia delle stagioni”

foto di Elio Ciol: Il grido di Pasqua (Spagna 1963) – tutti i diritti riservati

31 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Via Crucis in casa di formazione

30 marzo 2010 | Categorie Multimedia |  

Mercoledì 31 marzo, a Grosseto, avrà luogo una presentazione del libro “Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio”, di Massimo Camisasca. Insieme all’autore interverrà il senatore Marcello Pera. L’appuntamento è per le ore 21, presso il Teatro degli Industri, in via Mazzini 99.

Sabato 17 aprile a Monza si terrà la Giornata annuale degli amici di Fraternità e Missione. Alle ore 17.00, presso il teatro Manzoni, ci sarà un incontro con don Massimo Camisasca; alle 19.00, presso la chiesa di San Pietro Martire, santa messa presieduta da don Massimo. A seguire un momento di aperitivo.

29 marzo 2010 | Categorie Giornata Missionaria |  

Padre

PadreLR-copyCi saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? Mons. Massimo Camisasca pone questa domanda provocatoria come sottotitolo del suo  libro “Padre” (San Paolo, 16 euro, pp. 221).
Nel volume, scritto per l’anno sacerdotale in corso, Camisasca affronta i nodi fondamentali dell’attuale crisi nel clero e offre un contributo originale alla sua riforma. Benché l’autore non insista nel suo testo su tale tema, la prefazione di Mons. Bruguès, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica in Vaticano, identifica così il senso profondo delle riflessioni di Camisasca: “Sono molti i sacerdoti che, in Europa e nell’America del Nord, hanno perso il gusto della loro vocazione. La loro vita attraversa gravi difficoltà: la solitudine pesa, il rischio di abbandono li minaccia. Che fare? La risposta è semplice, evidente, e nello stesso tempo terribilmente audace: una riforma!”.
I problemi della vita sacerdotale sono molti e molto discussi. Dopo il Concilio Vaticano II, qual è il senso della liturgia e della preghiera? Perché si nota una scarsa formazione intellettuale dei sacerdoti, e cosa bisogna fare? Si può ancora parlare di paternità spirituale, in un’era che ha smarrito anche il senso della paternità carnale? Ma anche: qual è il senso delle amicizie sacerdotali? Perché il celibato?
Per gettare una luce su queste problematiche, Camisasca rilegge l’esperienza dei suoi venticinque anni di superiore della Fraternità san Carlo, una società missionaria che oggi conta più di cento preti e circa quaranta seminaristi. Vivendo con i suoi fratelli, e mandando missionari in tutto il mondo, ha imparato l’importanza dell’affettività: perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e ai seminaristi. I preti devono fare l’esperienza di essere figli per poter diventare padri del loro popolo. Così con le amicizie, che l’autore afferma essere una strada fondamentale anche per arginare le patologie.
La strada di ripresa che Camisasca propone ha radici profonde. Afferma che il prete oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno, dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Questi non sono la negazione della vita attiva tra gli uomini, sulle strade, ma la loro condizione.
Una parte importante del libro è dedicata alla liturgia, in perfetta consonanza con quanto sta operando Benedetto XVI. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo.

24 marzo 2010 | Categorie Libri |  

Al servizio del mistero di Cristo

_MG_0504Il 25 marzo prossimo sarà un giorno speciale per le Missionarie di san Carlo Borromeo. Ester e Mariagrazia, infatti, emetterano i voti semplici, prima tappa verso i voti definitivi che solitamente avvengono dopo tre anni. Prima di loro, già avevano preso gli stessi voti Rachele (due anni fa) ed Elena (l’anno scorso). «I voti di Ester e Mariagrazia sono per noi una conferma del cammino che abbiamo intrapreso», spiega Rachele. E ancora: «Essere in quattro è diverso che essere in due. Certo, siamo un piccolo gruppo che però ha preso sul serio la strada indicata da Dio. Di anno in anno maturiamo insieme e i voti di due di noi sono un segno visibile della strada che stiamo percorrendo, segno anche di una stabilità maggiore».
Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione: una festa che le missionarie sentono come la propria festa. Il «sì» di Maria all’annuncio dell’Angelo è il fondamento della disponibilità che le missionarie danno a Dio in questo giorno importante.
Il 25 marzo è anche il giorno nel quale l’inizio dell’avventura delle missionarie è stato sancito ufficialmente da una firma, quella che il vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali, ha posto nel 2007 sul decreto che le riconosce come Associazione di fedeli: «Affido le Missionarie di san Carlo Borromeo alla speciale protezione della Vergine dell’Annunciazione, chiedendo per loro il dono di riconoscere e servire il mistero dell’Incarnazione del Signore, mentre invoco su di loro la pienezza della Benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», scrisse monsignor Reali.
Monsignor Reali parla di «servire il mistero dell’Incarnazione» e, in effetti, la vita delle missionarie è un servizio. Servizio a Dio e al suo popolo attraverso la vita in comune e la missione. Oggi le missionarie abitano nel quartiere della Magliana, vicino alla parrocchia che la diocesi ha affidato ai sacerdoti della San Carlo. «La vita – spiega Rachele – si svolge in casa e nel quartiere. Fino a quest’anno Ester e Mariagrazia dedicavano gran parte del loro tempo allo studio. Con i voti semplici si dedicheranno insieme a me e ad Elena maggiormente alla missione, anche se lo studio continuerà ad avere una parte importante nella vita di tutti i giorni».
La missione nel quartiere significa tante cose: il catechismo in parrocchia ai bambini e agli adolescenti. Il coro parrocchiale formato da una trentina tra ragazzi del liceo e adulti. Curato da Mariagrazia, il coro canta durante le messe, anche in polifonia, e riesce a sostenere anche la liturgia dei tempi forti. Poi la visita agli ammalati: avviene solitamente una volta a settimana. Le missionarie entrano nelle loro case, pregano e parlano con loro. Capita, anche, che accompagnino alcuni di questi ammalati alla morte. Visitare coloro che soffrono fisicamente è anche un’occasione per allacciare rapporti con le rispettive famiglie, rapporti che poi continuano nel tempo. In parrocchia i sacerdoti tengono anche un corso per fidanzati: quest’anno sono quaranta le coppie che lo frequentano. Al corso partecipa anche una missionaria che accompagna le coppie nel loro percorso. Infine il dopo scuola per i bambini delle medie curato da Elena: un’opera alla quale le missionarie vogliono dare maggiore peso nel corso dei prossimi mesi.
Sono trascorsi soltanto tre anni dal riconoscimento delle missionarie da parte della Chiesa. Tre anni sono quasi nulla nella bimilleneria storia della Chiesa eppure possono significare tanto. Lo disse bene, in quel 25 marzo 2007, anche don Massimo Camisasca: «Ciò che oggi nasce – disse – è una piccola cosa. D’altra parte così sono i bambini quando vengono alla luce e così sono quasi tutte le opere di Dio: cominciano nel nascondimento, quasi nella furtività, come Gesù a Betlemme. Le Missionarie di san Carlo sono un’opera che io non ho preventivato; nascono dalla vocazione di Rachele Paiusco che, mossa dall’incontro con il carisma di don Giussani e la nostra Fraternità, ha insistentemente riproposto a me e a don Paolo Sottopietra il desiderio di dare vita a una comunità analoga alla nostra, segnata dallo stesso tipo di vocazione e di missione, evidentemente tenendo ben presenti le differenze che esistono tra il sacerdozio ordinato e una comunità di religiose».
Dunque, una comunità legata ai missionari di san Carlo Borromeo e a loro analoga. Una comunità che non ci sarebbe stata senza la Fraternità dei missionari fondata da don Camisasca. Un legame che trova un suo punto d’espressione in quella consegna di se stesse a Cristo nel quale, dicono le missionarie, «troviamo la nostra felicità». E ancora: «La piccola comunità nella quale viviamo è il luogo in cui desideriamo appartenere per sempre a Cristo. Siamo di Cristo perché siamo di questo luogo, di questa comunità. Certo, ogni giorno dobbiamo mendicare la nostra conversione a Cristo. Ogni giorno è per noi un’ascesi e l’occasione per chiedere al Signore di aiutarci affinché il seme del battesimo possa fiorire in una vita nuova. Abbiamo i voti di povertà, verginità e obbedienza ad aiutarci. Sono la nostra strada concreta, il dono perché la nostra conversione si compia».
Ester e Mariagrazia il 25 marzo ricevono anche l’abito: «Quando facciamo i voti semplici prendiamo l’abito. Da quel giorno assumiamo un compito visibile per conto della Chiesa, visibile davanti a tutti. Il nostro abito, infatti, è la forma visibile di questa consegna, di questa appartenenza, di questo impegno e di questo compito».

nella foto: momento di canti

24 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Da domenica 21 a mercoledì 24 marzo don Gabriele Foti terrà un ritiro di Quaresima a Mardimago (RO).

24 marzo 2010 | Categorie Giornata Missionaria |  

Massimo Camisasca al Tg5

Venerdì 19 marzo Massimo Camisasca è ospite a “La lettura”, rubrica del Tg5 della Notte, condotta da Carlo Gallucci. L’intervista è incentrata sul libro “Padre”, che sarà presentato a Roma martedì  23 marzo 2010, alle 17,30, presso l’aula magna dell’Istituto Patristico Augustinianum, in via Paolo VI 25.

19 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti |  

gennaio – febbraio

19 marzo 2010 | Categorie FeM 2010 |  

Educazione: compagnia in cammino

IMG_0433_Chi ci vive lo sa: a Roma, l’inverno regala certe fredde mattine di sole che mettono subito di buon’umore. E di ottimo umore varco la soglia dell’Istituto Sant’Orsola, storica scuola di Roma, nel quartiere nomentano. Oggi è l’open day: porte aperte per accogliere chi, come me, si trova tra le mani una responsabilità voluta nella sua grandezza: l’educazione di un figlio.
Nei corridoi della scuola, già gremiti, incontro don Matteo Stoduto, rettore dell’istituto dal 2003, impegnato a ricevere genitori e dare le ultime, preziose indicazioni ai tanti ragazzi coinvolti nelle attività della giornata. Dai bimbi dell’asilo ai giovani del liceo, ad ogni corridoio e in ogni classe i ragazzi accolgono i visitatori, spiegano, dialogano. Traspare un coinvolgimento inaspettato. «Questa giornata particolare – spiega don Matteo – è, in realtà, un’e­sperienza paradigmatica di scuola fatta “con” i ragazzi, che diventano protagonisti in ciò che apprendono, tramite la loro creatività. Al centro, la loro tensione verso ciò che viene proposto alla loro conoscenza, visto secondo diverse discipline e diversi punti di osservazione».
E, in effetti, tra immagini del Giudizio universale, presentazioni di Vivaldi, gallerie di immagini dal Macbeth, progetti di design, pannelli su Ulisse e letture di Dante, quello che si respira è un’apertura ai diversi aspetti dell’espressione umana, della fede e della ragione.
Di fronte alla grandezza che si intravede, affiora di nuovo l’urgenza che mi preme da tutte le parti: qual è la strada per educare mia figlia, e verso dove? «Lo strumento migliore per educare i propri figli, le persone che ci sono affidate – risponde don Matteo – è condividere con loro la crescita del nostro rapporto con la realtà».
Mentre don Matteo mi parla, il pensiero torna al composto entusiasmo e allo stupore con cui, pochi minuti prima, un ragazzo di prima media, illustrandomi le tecniche per realizzare un erbario – con foglie raccolte a Villa Torlonia, polmone verde del quartiere -, mi ha fatto sentire il sorprendente odore di formaggio del frutto della magnolia. E penso che proprio quella freschezza, quella generosità del cuore ad aprirsi sempre, ogni giorno, a ciò che ci è stato donato, proprio questo è ciò che vorrei trasmettere con l’educazione. «Si gioca tutto nel rapporto tra chi educa e chi è educato, tra padre e figlio. L’apertura al mondo matura quando il ragazzo diventa consapevole di essere guidato da una autorità che lo accompagna, da un adulto che percorre in prima persona la strada dell’imparare. Così, l’educazione è ricerca comune del senso di ciò che ci circonda e di noi stessi». E non sfugge un accenno alla complessa realtà dei ragazzi di oggi. Il commento di don Matteo non lascia spazio a repliche: «Che cosa guardano i nostri ragazzi? Guardano gli adulti che siamo, ciò che li aspetta, ascoltano la nostra proposta, esplicita o implicita, colgono e assorbono il senso che diamo alla vita».
Certo, a volte sembra che una distanza incolmabile ti separi da chi vorresti condurre su questa strada. E, soprattutto, il tempo di una vita sembra quasi troppo lungo, guardato attraverso il prisma del rapporto genitore-figlio. Ma, incalza don Matteo, «ci sono esigenze profonde che ci uniscono, a prescindere dalla generazione cui apparteniamo. Facendoci incontro ai ragazzi, ai loro desideri più autentici, diventiamo compagni in un cammino in cui ognuno dà il suo contributo, in una avventura che sembrerebbe non finire mai».
Certi squarci che si aprono sulle nostre domande più profonde spaventano, disorientano. «Dove poggiare le nostre forze?», chiedo infine. «La roccia su cui poggiare è l’Incarnazione. Il bene, il bello, il buono, il giusto si sono incarnati in un uomo, Gesù Cristo, da cui è scaturita una nuova storia, una società diversa, che esiste e che, se si ha la fortuna di conoscerla, cambia la vita a tal punto che non se ne può fare a meno».

nella foto: studenti del liceo artistico Sant’Orsola in laboratorio.

17 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Sabato 20 e domenica 21 marzo don Gabriele Azzalin sarà in giornata missionaria a Recanati (MC). Nelle stesse date don Agapitus Angii sarà ad Albenga (IM) nella parrocchia del Sacro Cuore, don Stefano Don sarà a Savona nella parrocchia di San Paolo, don Aldo Belardinelli sarà a Rapallo (GE) nella parrocchia di San Pietro in Novella, don Alessandro Caprioli sarà a Sant’Antonino Ticino (VA) e don Andrea Marinzi sarà a Pontenure (PC).
Da domenica 21 a mercoledì 24 marzo don Gabriele Foti terrà un ritiro di Quaresima a Mardimago (RO).

17 marzo 2010 | Categorie Giornata Missionaria |  

Si è spenta Mariangela Camisasca

mammadonmassimoOggi, 16 marzo 2010, alle 6.30, si è spenta la mamma di don Massimo, Mariangela Tufigno Camisasca, all’età di 95 anni.
Vi chiediamo di ricordarla nelle vostre preghiere, assieme al fratello di don Massimo, Franco, e a tutta la loro famiglia.
I funerali saranno celebrati a Milano giovedì 18 marzo, alle ore 14.45, presso la parrocchia San Michele Arcangelo e Santa Rita, in piazzale Gabrio Rosa.

Oggi, nella cappella della casa di formazione di Roma (via Boccea 761), alle ore 19.00, sarà possibile partecipare alla recita del rosario e alla santa messa in suffragio di Mariangela Camisasca.

16 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

«Questo è un seme di Dio. Mettiamolo nella terra»

famigliaCi sono famiglie, a questo mondo, che sono toccate dal Signore in un modo speciale: uno dei loro figli ha risposto alla sua chiamata scegliendo la strada del sacerdozio.
Sempre, là dove accade, questa grazia scaturisce da una storia, che nella famiglia trova il terreno fertile che permette il fiorire di una vocazione, come testimoniano le storie di Marco e Lia Sottopietra, il cui figlio, don Paolo, è oggi vicario generale della Fraternità san Carlo e superiore delle Missionarie di san Carlo; di Giovanni e Caterina De Carli, genitori di don Martino, rettore della casa di formazione latino-americana e responsabile di CL del Cile; e di Stephen e Elise Lynch, padre e madre di don Jonah, giovanissimo vicerettore della casa di formazione della San Carlo a Roma.
Quando parlano di Paolo, a cui sempre hanno guardato con un’attenzione particolare, la voce di Marco e Lia Sottopietra tradisce un orgoglio e una soddisfazione così profondi che quasi non ti aspetteresti: «Ancora oggi – ammette Marco – tutte le volte che assisto alla sua messa sto attento nel vedere come imposta la predica».
La vita di campagna, cinque figli vicinissimi di età a cui i genitori insegnano a frequentare la Chiesa, a seguire mamma e papà aiutando in parrocchia «perché dove andavamo noi – ricordano – venivano tutti», e il sostegno di una fede senza dubbi o mezze misure, segnata anche da una domanda fatta a Dio quasi con pudore: «Saremmo contenti di avere un figlio prete…», sono la trama di un’esistenza semplice in un paesino alle pendici del Brenta, sotto lo sguardo vigile delle montagne.
Ed è proprio davanti a quelle montagne, spaccando la legna, che Paolo, fresco di laurea, esprime al padre il desiderio di diventare sacerdote: «È stata una notizia che abbiamo subito accolto con gioia – racconta Lia -. Eravamo contenti perché vedevamo nostro figlio contento, e grazie a lui tutti in famiglia siamo stati travolti dall’incontro con il movimento di Comunione e Liberazione». Sono una letizia e una pace che spiazzano, ma che nulla tralasciano dell’umanità di una madre che ha anche la libertà di ammettere: «Oggi la sua grande responsabilità mi fa paura, temo che a volte possa sbagliare. Ma chiedo al Signore tutte le ore che gli tenga una mano sulla testa, per il peso che deve portare”.
Sono due genitori, Marco e Lia, che sanno anche guardare al loro figlio come «a uno che sta davanti nella strada, e ci stimola a dare credito al Movimento come esperienza personale».

Giovanni e Caterina De Carli sono sposati da 46 anni, e quando ricordano la prima messa del figlio Martino la voce trema dalla commozione. «È stato il giorno più bello della nostra vita» – ammettono. Ma se chiedi loro come reagirono alla notizia della vocazione sacerdotale del figlio, capisci subito di aver posto una domanda inadeguata. «Il merito della vocazione di Martino, che è sempre stato un ragazzo umile e semplice, va alla chiamata del Padre eterno, non a quello che abbiamo dato noi. Noi abbiamo dato solo l’esempio. Martino ha dato conferma al valore della chiamata, che è opera di Dio».
E allora riemerge il ricordo di quel primo segnale, quando, a soli dieci anni, in cucina, don Martino dichiarò ai genitori che da grande sarebbe diventato missionario. «Questo è un seme di Dio – gli rispose sicuro papà Giovanni – mettilo sotto terra e vedremo cosa crescerà».
Sarà forse questa concretezza lombarda di due genitori umili, che ancora oggi vivono in un paesino della Bassa Padana, ma per Giovanni e Caterina non c’è neanche da chiedersi come sia potuto accadere: «La vocazione di nostro figlio è stata una cosa naturale, che non ci ha sconvolto neanche quando abbiamo saputo che avrebbe rinunciato ad una sicura carriera come medico per diventare missionario: in quel momento abbiamo percepito che era come se il Signore avesse lavorato anche su di noi».
La vocazione di don Martino, e prima ancora il suo «innamoramento intenso con Comunione e Liberazione», ha coinvolto tutta la famiglia: «La sua figura ci rende più sicuri, più convinti di quello che facciamo», spiega Giovanni. «Avendo un figlio prete – aggiunge mamma Caterina – abbiamo oggi una responsabilità in più verso gli altri: dobbiamo sempre testimoniare la nostra fede come autentica e vissuta, non solo a parole».

Dall’altra parte del mondo, in Oregon, Stephen Lynch guarda fuori dalla finestra gli alberi che ha piantato con le sue mani insieme ai quattro figli.
Jonah, se l’erano sempre immaginato come un buon padre, quel figlio primogenito acuto, a volte ribelle e fragile, che, approdato all’Università di Montreal da una famiglia cattolica di origine irlandese, aveva cominciato a cambiare grazie all’incontro con un professore che leggeva i libri di un sacerdote italiano, don Luigi Giussani.
Ma nel marzo del 2000 Stephen e sua moglie Elise furono colpiti da un episodio “scioccante”, dai contorni quasi surreali: «Avevamo deciso di visitare Roma in occasione del Giubileo – racconta Stephen, alternando le parole ad una risata aperta e contagiosa, che ti fa rammaricare di non essere anche tu americano – e nostro figlio Jonah ci raccomandò di incontrare un sacerdote, don Paolo Sottopietra. In un attimo ci trovammo a pranzo con don Massimo Camisasca, messi davanti, quasi brutalmente, alla decisione di nostro figlio di entrare in seminario, cosa di cui tutti immaginavano fossimo a conoscenza».
«Non riuscivo a smettere di piangere – racconta oggi Elise, quasi imbarazzata – pensavo che avrei perso mio figlio, lontano migliaia di chilometri da me».
«In quel momento – racconta Stephen – seppi che tutto quello che avevo immaginato per mio figlio non sarebbe mai accaduto. Stavo perdendo la possibilità di avere dei nipoti da lui. Capii solo qualche tempo dopo che questo era il dono che io e mia moglie avevamo ricevuto per il mondo: Jonah sarebbe stato il padre di centinaia di persone, e oggi quel bambino a cui tenevo la mano mi guida e mi conduce, e con il suo coraggio dà forza alla mia vecchiaia».
Tornati a casa, Stephen e Elise cominciano a leggere i libri di don Giussani. «Cominciammo a sperimentare amicizie straordinarie, e ad approfondire la nostra fede, che divenne sempre più vibrante. Avevamo sempre educato i nostri figli nella fede, insegnando loro ad essere persone buone, avendo a cuore il loro destino, ma leggendo don Giussani ci accorgemmo di essere come un passo indietro: ci mancavano le parole, che abbiamo trovato incontrando il movimento attraverso Jonah».
È disarmante la schiettezza di Elise, quando afferma: «Credo di aver contribuito in qualche modo alla vocazione di mio figlio. Ho insegnato ai miei figli a pregare, e tutte le sere, senza farmi sentire, chiedevo al Signore che donasse ad uno di loro una vocazione religiosa (senza badare alla forma, non volevo forzare il disegno di Dio, e poi questi non sono affari miei!). Dio questo non lo ignora, e, nel modo più imprevisto, mi ha risposto».

10 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Sabato 13 e 14 marzo, don Gabriele Azzalin sarà in giornata missionaria a Manta (CN).

10 marzo 2010 | Categorie Giornata Missionaria |  

Al servizio del mistero di Cristo

Il 25 marzo prossimo sarà un giorno speciale per le Missionarie di san Carlo Borromeo. Ester e Mariagrazia, infatti, emetterano i voti semplici, prima tappa verso i voti definitivi che solitamente avvengono dopo tre anni. Prima di loro, già avevano preso gli stessi voti Rachele (due anni fa) ed Elena (l’anno scorso). «I voti di Ester e Mariagrazia sono per noi una conferma del cammino che abbiamo intrapreso», spiega Rachele. E ancora: «Essere in quattro è diverso che essere in due. Certo, siamo un piccolo gruppo che però ha preso sul serio la strada indicata da Dio. Di anno in anno maturiamo insieme e i voti di due di noi sono un segno visibile della strada che stiamo percorrendo, segno anche di una stabilità maggiore».
Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione: una festa che le missionarie sentono come la propria festa. Il «sì» di Maria all’annuncio dell’Angelo è il fondamento della disponibilità che le missionarie danno a Dio in questo giorno importante.
Il 25 marzo è anche il giorno nel quale l’inizio dell’avventura delle missionarie è stato sancito ufficialmente da una firma, quella che il vescovo di Porto-Santa Rufina, monsignor Gino Reali, ha posto nel 2007 sul decreto che le riconosce come Associazione di fedeli: «Affido le Missionarie di san Carlo Borromeo alla speciale protezione della Vergine dell’Annunciazione, chiedendo per loro il dono di riconoscere e servire il mistero dell’Incarnazione del Signore, mentre invoco su di loro la pienezza della Benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», scrisse monsignor Reali.
Monsignor Reali parla di «servire il mistero dell’Incarnazione» e, in effetti, la vita delle missionarie è un servizio. Servizio a Dio e al suo popolo attraverso la vita in comune e la missione. Oggi le missionarie abitano nel quartiere della Magliana, vicino alla parrocchia che la diocesi ha affidato ai sacerdoti della San Carlo. «La vita – spiega Rachele – si svolge in casa e nel quartiere. Fino a quest’anno Ester e Mariagrazia dedicavano gran parte del loro tempo allo studio. Con i voti semplici si dedicheranno insieme a me e ad Elena maggiormente alla missione, anche se lo studio continuerà ad avere una parte importante nella vita di tutti i giorni».
La missione nel quartiere significa tante cose: il catechismo in parrocchia ai bambini e agli adolescenti. Il coro parrocchiale formato da una trentina tra ragazzi del liceo e adulti. Curato da Mariagrazia, il coro canta durante le messe, anche in polifonia, e riesce a sostenere anche la liturgia dei tempi forti. Poi la visita agli ammalati: avviene solitamente una volta a settimana. Le missionarie entrano nelle loro case, pregano e parlano con loro. Capita, anche, che accompagnino alcuni di questi ammalati alla morte. Visitare coloro che soffrono fisicamente è anche un’occasione per allacciare rapporti con le rispettive famiglie, rapporti che poi continuano nel tempo. In parrocchia i sacerdoti tengono anche un corso per fidanzati: quest’anno sono quaranta le coppie che lo frequentano. Al corso partecipa anche una missionaria che accompagna le coppie nel loro percorso. Infine il dopo scuola per i bambini delle medie curato da Elena: un’opera alla quale le missionarie vogliono dare maggiore peso nel corso dei prossimi mesi.
Sono trascorsi soltanto tre anni dal riconoscimento delle missionarie da parte della Chiesa. Tre anni sono quasi nulla nella bimilleneria storia della Chiesa eppure possono significare tanto. Lo disse bene, in quel 25 marzo 2007, anche don Massimo Camisasca: «Ciò che oggi nasce – disse – è una piccola cosa. D’altra parte così sono i bambini quando vengono alla luce e così sono quasi tutte le opere di Dio: cominciano nel nascondimento, quasi nella furtività, come Gesù a Betlemme. Le Missionarie di san Carlo sono un’opera che io non ho preventivato; nascono dalla vocazione di Rachele Paiusco che, mossa dall’incontro con il carisma di don Giussani e la nostra Fraternità, ha insistentemente riproposto a me e a don Paolo Sottopietra il desiderio di dare vita a una comunità analoga alla nostra, segnata dallo stesso tipo di vocazione e di missione, evidentemente tenendo ben presenti le differenze che esistono tra il sacerdozio ordinato e una comunità di religiose».
Dunque, una comunità legata ai missionari di san Carlo Borromeo e a loro analoga. Una comunità che non ci sarebbe stata senza la Fraternità dei missionari fondata da don Camisasca. Un legame che trova un suo punto d’espressione in quella consegna di se stesse a Cristo nel quale, dicono le missionarie, «troviamo la nostra felicità». E ancora: «La piccola comunità nella quale viviamo è il luogo in cui desideriamo appartenere per sempre a Cristo. Siamo di Cristo perché siamo di questo luogo, di questa comunità. Certo, ogni giorno dobbiamo mendicare la nostra conversione a Cristo. Ogni giorno è per noi un’ascesi e l’occasione per chiedere al Signore di aiutarci affinché il seme del battesimo possa fiorire in una vita nuova. Abbiamo i voti di povertà, verginità e obbedienza ad aiutarci. Sono la nostra strada concreta, il dono perché la nostra conversione si compia».
Ester e Mariagrazia il 25 marzo ricevono anche l’abito: «Quando facciamo i voti semplici prendiamo l’abito. Da quel giorno assumiamo un compito visibile per conto della Chiesa, visibile davanti a tutti. Il nostro abito, infatti, è la forma visibile di questa consegna, di questa appartenenza, di questo impegno e di questo compito».

8 marzo 2010 | Categorie MSCB |  

Corrotti si nasce o si diventa?

Sandro_Botticelli_050«Se la corruzione è un grave danno dal punto di vista materiale e un enorme costo per la crescita economica, ancora più negativi sono i suoi effetti sui beni immateriali, legati più strettamente alla dimensione qualitativa e umana della vita sociale» (Pont. Cons. Giustizia e Pace, Lotta alla corruzione, 4).

Leggendo i giornali di questi ultimi giorni la prima impressione è quella di un’enorme confusione. Il lettore normale, come penso di essere, non riesce a raccapezzarsi. Che cosa è accaduto? Che cosa sta accadendo? Siamo di fronte a qualcosa di nuovo o semplicemente al ripetersi di un vizio antico e inveterato?

Dobbiamo uscire da ogni visione moralistica ed entrare in un autentico giudizio morale. La storia dei popoli, da quando la conosciamo, è segnata dalla corruzione. Sant’Agostino parlava di magna latrocinia: «Se togliamo il fondamento della giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi associazioni a delinquere?» (De civ. Dei, 4,4).

Eppure qualcosa di nuovo e di tragico sta accadendo sotto i nostri occhi. Non tanto la presenza del male, che caratterizza la vita di ogni uomo in ogni tempo. È nuovo il disorientamento che regna nel cuore di tanti uomini. Qual è la strada verso una vita buona? Quale la via verso rapporti tra gli uomini che diano la soddisfazione di vivere sulla terra?

Viviamo infatti in un’epoca in cui dominano l’ansia e la paura. L’ansia di non potere avere a sufficienza, la paura che venga la morte a portarci via tutto. Tutto deve essere ottenuto in un tempo breve perché non c’è altro tempo. Del doman non v’è certezza scriveva Lorenzo De’ Medici all’inizio dell’età moderna. L’incertezza nei nostri tempi porta taluni a un’avidità insaziabile che acceca.

L’insicurezza riguardo al proprio futuro è tipica delle età in cui viene meno la speranza. La crisi della natalità che caratterizza il nostro Occidente è un indice tragico di questa incapacità a guardare oltre la propria individualità e oltre l’attimo presente. Non ci sono più figli a cui tramandare qualcosa, non c’è una storia personale da salvare.

Anche la povertà delle esperienze affettive, che muoiono presto e hanno bisogno subito di essere sostituite da altre esperienze, porta le persone a rischiare oltre il ragionevole pur di avere qualcosa tra le mani che giustifichi il presente. Ci si attacca al denaro come all’unica sicurezza. Già Dante ricordava che superbia invidia ed avarizia sono / le tre faville ch’ hanno i cuori accesi (Inf., VI). Abbiamo spento troppi fuochi. I fuochi della carità, della bellezza, della gioia di stare assieme, di curvarci sugli altri, di godere di una canzone, di un tramonto, di un bacio. Il freddo che ne è nato porta a rischi spaventosi. Pur di avere qualcosa da stringere.

Dobbiamo tornare a riscoprire il valore sociale delle virtù cristiane, buone per chi crede e per chi non crede, capaci di fondare una convivenza ragionevolmente umana. Se Dio sparisce dall’orizzonte dell’uomo, ognuno può credere di essere dio. All’euforia succede la depressione. Le civiltà si chiudono così su se stesse e perdono ogni creatività.

La sfida di oggi è assolutamente radicale. Ci porta alle radici delle questioni, ci fa vedere il percorso semplice che può aiutare a scrivere una strada di rinascita. Primo: la vita è un dono positivo per chiunque, malato o sano, povero o ricco, colto o ignorante e non va sprecata. Secondo: da soli non si va da nessuna parte. Imparare ad accogliere e ad amare è una strada essenziale per amare se stessi. Terzo: quando scopriamo di essere perdonati, diventiamo anche capaci di costruire qualcosa che rimane e sa coinvolgere altre persone.

Volere il bene degli altri è la strada principale per voler bene a se stessi. Badare soltanto al proprio arricchimento porta inesorabilmente all’autodistruzione e a un male generalizzato.

pubblicato su Il sussidario

nella foto, Sant’Agostino dipinto da Sandro Botticelli

3 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano |  

Sabato 6 marzo  don Massimo Camisasca terrà a Concorezzo (Mi) un incontro sulla figura di don Giussani. L’appuntamento è per le ore 11, presso il Centro Civico di via don Milani.

Sabato 6 e domenica 7 marzo don Gabriele Azzalin sarà in giornata missionaria a Cesena, presso la parrocchia di San Carlo. Nelle stesse date don Gabriele Foti sarà nella parrocchia di Craco (MT) e Patricio Hacin e Michele Benetti saranno a Gallarate (VA) nella parrocchia di Sant’Alessandro.

3 marzo 2010 | Categorie Giornata Missionaria |  

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