Per educare uomini
Scritto da Fabrizio Cavaliere il 28 ottobre 2009 ·
Proponiamo un’intervista a don Gianluca Attanasio, rettore della casa di formazione: paternità, vita comune, educazione
Don Gianluca, raccontaci l’inizio del tuo lavoro come rettore.
Prima di essere rettore, sono stato vicerettore per cinque anni. Avevo poco più di trent’anni, e quattro anni di sacerdozio. Mi occupavo, all’inizio, degli aspetti organizzativi della vita del seminario. Poco dopo, ho cominciato a constatare che i seminaristi si affidavano a me con grande fiducia, con grande apertura. Guardavano a me, ascoltavano ciò che dicevo: ho iniziato così a prendere coscienza della paternità che vivevo nei loro confronti. Da una parte questo mi ha spaventato, anche considerando i limiti che ho; dall’altra mi ha entusiasmato. È stata un’esperienza di paternità che nel tempo è andata sempre più crescendo. Non sei padre prima di avere dei figli. Impari a essere padre insieme ai figli che crescono con te. Occorre accettare di crescere nel rapporto con le persone che ti sono affidate, crescere insieme a loro.
Paternità, dunque. Che cos’è per te la paternità?
L’esperienza di paternità che ho cercato di descrivere si è sviluppata attorno a due fuochi. Il primo, che emerge d’altronde anche nel rapporto con le altre persone con cui ho a che fare come sacerdote, è lo stupore dell’unicità, della singolarità e della profondità di ciascuna persona. Santa Teresa di Gesù Bambino dice che ci sono più differenze tra le anime che tra i volti. Ciascun volto esprime una realtà irripetibile. Entrando in rapporto con l’anima delle persone, cioè con la loro profondità spirituale, si scopre che ciascuno è un universo in cui non si finisce mai di entrare. Non ci si stanca mai di intrattenersi con l’altro. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Era lo stupore per il dono delle persone che mi erano affidate.
L’altro fuoco: vivendo con i seminaristi, parlando con loro, mangiando insieme, trascorrendo le vacanze assieme, studiando insieme a loro, si è sviluppata in me una conoscenza così profonda delle loro persone, da superare, in alcuni casi, anche la conoscenza che ciascuno aveva di se stesso. Nel rapporto con me erano aiutati a scoprire alcuni degli aspetti della loro persona che ancora rimanevano latenti ai loro stessi occhi.
Il compito precipuo della paternità è, dunque, aiutare i figli a scoprire i doni che Dio ha dato loro. Affidando dei compiti, delle responsabilità, consigliando certe letture.
Insieme a questo lavoro di valorizzazione, il mio compito è anche correggere i lati oscuri delle persone con cui vivo, avere il coraggio di manifestare chiaramente ciò che non va, senza la paura di perdere la stima di chi mi segue. Dopo la prima reazione, a volte anche di rabbia e di rifiuto, molti sono grati per il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di correggerli, senza la paura di perdere la loro stima.
Oltretutto, mi ha stupito che in alcuni questa fosse un’esperienza nuova, mai vissuta prima dell’ingresso in seminario. È un chiaro indice della carenza della figura paterna nel mondo di oggi e, dall’altro lato, della necessità di essa.
L’idea di seminario nell’immaginario collettivo fa pensare a corridoi bui, ai libri di Dan Brown, a un’immagine molto scura, timorosa. Tu parli del seminario come fosse una famiglia.
Don Massimo ha sempre detto che il nostro non è un seminario, ma una casa di formazione. Questo nome esprime un’intenzione profonda, presente sin dall’inizio, esprime l’essenza di ciò che vogliamo vivere. Noi vogliamo vivere una casa. Una casa è costituita da una vita comune: superiori e seminaristi mangiamo assieme; passiamo assieme del tempo libero, delle serate.
Ricordo che, quando entrai in seminario, don Massimo disse che ciascuno aveva la chiave di casa, ciascuno poteva entrare e uscire a piacimento, purché si confrontasse con i superiori, per valutare se l’uscita fosse utile per la strada che stavamo facendo insieme. Proprio come in una casa, si dice dove si va, quando si esce. Perché ci sia un clima di casa, è dunque necessaria una grande libertà.
Certamente, una delle esperienze più belle della vita del seminario è lo studio insieme, il fascino della scoperta. La nostra vita è una vita comune nella ricerca della verità che ci supera e ci trascende, che è Cristo. Lo studio è sempre vissuto da noi come espressione della vita comune. È solo nell’amore che si conosce veramente la verità. Studiare con i seminaristi, approfondire le loro materie, fare assieme un lavoro alla scoperta di teologi e padri della Chiesa che ci hanno preceduto indicandoci la strada; studiare don Giussani e la liturgia: sono tutti aspetti molto affascinanti della vita comune in seminario.
Questo è un seminario che prepara ad essere missionari. Nell’immaginario comune, il missionario è un eroe, che va in terre sconosciute… Che cos’è la missione?
La caratteristica specifica della nostra Fraternità, l’essenza che la contraddistingue da altri tentativi, pur nobilissimi, è il concepire la missione come il dilatarsi della vita comune vissuta in una casa. San Leone Magno dice che non è opportuno che prenda l’incarico di annunciare Cristo agli altri chi non vive la comunione fraterna.
Annunciare Cristo facendo dei discorsi, per quanto giusti essi possano essere, è un conto; tutt’altra cosa è invece annunciare Cristo comunicando l’esperienza di cambiamento di sé che comporta il vivere con altri. Un conto è dire a un marito o a una moglie che devono stare tutta la vita col coniuge, un altro è mostrare che noi accettiamo di vivere con le persone che ci sono date in casa, chiunque esse siano.
(nella foto: un momento delle vacanze estive della Fraternità san Carlo, agosto 2009)





















