L’annuncio dell’appartenenza
Scritto da Vincent Nagle il 27 gennaio 2010 ·
Il papa è venuto a Betlemme a maggio dell’anno scorso. Dopo aver salutato la folla, ha cominciato l’omelia con le parole dell’angelo riportate nel vangelo di Luca: «Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia» (cfr. Lc 2, 10). C’è qualcosa di straordinario in questo annuncio. Dopotutto, la gioia non è una di quelle emozioni che possono facilmente essere provocate o manipolate. La gioia, più delle altre emozioni, è infatti un sentimento che deve sorgere da qualcosa di profondo e originale. Non la si può generare artificialmente. Affinché sia un «annuncio di grande gioia», qualcosa di profondo in noi deve riconoscere la bontà di queste notizie. Quando l’angelo dice che porta un annuncio di gioia, deve voler dire che ciò che annuncia è capace di farci riconoscere, dall’intimo del nostro cuore, che «questo è buono, questo mi dà vita».
In un mondo dominato dalla politica della paura, della reazione, e dell’ira, dove la comunità cristiana sta scomparendo, quale possibilità c’era che la gioia divampasse? Eppure, il giorno dopo, nella piazza davanti alla chiesa della Natività, è scoppiata la gioia. Dopo tutte le minacce e i lamenti, chi avrebbe detto che la gioia potesse erompere proprio lì? Nello stesso luogo, e provenendo dallo stesso evento annunciato dall’angelo, la gioia, il riconoscimento di una presenza vivificante, ha illuminato i volti delle migliaia di persone radunate lì. Era come la luce di una stella brillante. Una cosa del genere non si può inventare. Solo la presenza di Uno che convince il cuore del bene può creare quella luce. La nostra unità con il papa nella fede ha permesso, persino a chi è arrivato pieno di obiezioni e pregiudizi, di riconoscere quella presenza e di risponderle.
Per tutte queste ragioni, io sono continuamente riportato al Natale, a quell’annuncio di gioia nel mezzo di circostanze che non promettevano nulla di buono.
Un giorno ero in visita a una povera signora anziana. è ammalata, sola, e non ha soldi per le medicine. Nonostante il suo dolore, è soprattutto preoccupata per sua cugina, che ha un cancro alla gola. Ad un certo punto, le ho chiesto di pregare. Alla fine, ha cominciato a piangere e insisteva che non piangeva per il dolore, ma per la gioia. Diceva di non riuscire a spiegarsi perché piangesse. Io, invece, sì: piangeva perché riconosceva quella presenza annunciata duemila anni fa, quella stessa presenza che stavamo annunciando l’uno all’altra nella nostra testimonianza reciproca: «Ecco, oggi è nato il Salvatore, Cristo il Signore».





















