Una scatola arancione
Scritto da Accursio Ciaccio il 21 luglio 2010 ·
Sono cappellano di una scuola elementare e media che conta circa cinquecento ragazzi. Ogni venerdì cerco di pranzare con una delle diverse classi delle medie. È un’occasione per conoscerli e parlare un po’ con loro. Essendo ragazzini spesso sono distratti o chiacchierano tra di loro, ma in un modo o nell’altro riesco sempre a fare una battuta o a dire qualcosa che li colpisce e li richiama all’attenzione.
Un giorno era più difficile del solito. Avevo però notato che alcuni ragazzi erano incuriositi da una serie di scatole colorate di cartone, che un paio di giorni prima erano state messe nella nostra sala per decorarla. Non riuscendo a proseguire nella discussione, mi sono detto: «Partiamo da ciò che li colpisce e vediamo se il buon Dio ci porta a scoprire qualcosa». Così, ho preso in mano una scatola arancione e ho chiesto loro: «Chi sa dirmi cosa c’è dentro questa scatola?». Dopo qualche tentativo, finalmente un ragazzino ha detto: «Certo, sarebbe più facile se ci permettessi di aprirla», «E chi dice che non ve lo permetto?».
Subito in tre o quattro mi sono saltati addosso per poter essere i primi ad aprire la scatola e scoprire che, ovviamente, era vuota. Da questo piccolo fatto è scaturita una serie di considerazioni sul metodo che la realtà ci impone per conoscerla, sulle promesse che ci pone, su come le soddisfa o meno e sulle esigenze del cuore di ognuno di noi. Mentre parlavo con loro, dicevo a me stesso che loro erano la mia scatola arancione con cui dovevo fare i conti quotidianamente, lasciandomi guidare nel guidarli, e così essere disponibile ad essere sorpreso da ciò che accade davanti ai miei occhi.
nella foto, veduta di Denver





















