Per tutta la vita
Scritto da Francesco Ferrari il 28 luglio 2010 ·
Ogni sabato pomeriggio alla Barca di Pietro si rinnova la sfida: prendere sul serio il proprio desiderio di infinito.
La Barca di Pietro è nata a Roma circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni seminaristi della Fraternità, sul modello de I cavalieri di Milano, un’esperienza di Cl che coinvolge i ragazzi delle scuole medie. Ho avuto la fortuna di servire quest’esperienza per qualche anno, fino al 2009, uscendone arricchito oltre ogni aspettativa.
Ciò che proponiamo ai ragazzi è innanzitutto un’amicizia che li aiuti ad affrontare il mondo da uomini liberi, coscienti di desiderare l’infinito. Il loro desiderio, un luogo in cui possono scoprirlo e rischiarlo, una persona più grande a cui guardare, sono gli aspetti che più abbiamo a cuore quando siamo insieme a loro.
Il gioco, il canto e il dialogo segnano i passi della nostra proposta. Il gioco è per i ragazzi una porta di ingresso alla realtà. È importante che siano giochi intriganti e divertenti, che chiedano di impegnarsi personalmente. Attraverso il rispetto delle regole, i ragazzi imparano un po’ di obbedienza, scoprendo che una cosa ordinata è più bella di una istintiva… Giocando con gli altri, possono uscire dall’individualismo in cui normalmente sono immersi.
Il canto è senza dubbio lo strumento più grande per porli davanti alla bellezza e far sì che si accorgano del loro desiderio di infinito. Insegniamo a cantare seguendo chi dirige, senza improvvisazione. Il canto crea un clima che difficilmente si raggiungerebbe per altre strade: il cantar bene li rende anche più attenti nelle altre attività.
Il momento di dialogo ha la finalità di esplicitare ciò che i ragazzi stanno vivendo o di proporre ciò che desideriamo vivere. Esso vuole educarli a guardare la loro esperienza, ad accorgersi delle cose grandi che vivono. Mi ha sempre allarmato constatare che spesso i ragazzi non ricordano ciò che hanno vissuto durante la settimana. Non potranno mai essere liberi, se non impareranno a giudicare ciò che vivono. Questi momenti ruotano intorno a due cardini: la vita dei ragazzi, quello che li colpisce, e un contenuto proposto da noi, episodi tratti dalla vita di un santo, ad esempio. Cerchiamo sempre parole che possano illuminare le loro giornate e, di conseguenza, quello che loro vivono li aiuta a comprendere ciò che proponiamo. Non desideriamo che i ragazzi sappiano ripetere quello che diciamo loro, ma piuttosto che scoprano nella loro vita se le nostre parole sono vere o no. Essi non dimenticano ciò che scoprono personalmente.
Ad un certo momento dell’anno chiediamo loro un passo di responsabilità. Ciascuno deve rispondere ad una domanda: “che valore ha per te questa amicizia che hai incontrato?”. La Promessa è una sorta di gita di due o tre giorni, in un luogo bello. Durante la messa conclusiva, ogni ragazzo viene chiamato per nome; risponde “Eccomi”, poi promette pubblicamente a Gesù, con l’aiuto di un santo da lui scelto, fedeltà a questa compagnia. È un momento pregno di significato poiché i ragazzi sono chiamati ad assumersi una responsabilità personale. Ciò li aiuta a percepire in modo profondo di essere parte di qualcosa di grande. Scriveva una ragazza qualche anno fa: «La Promessa che farò non è uno sforzo né un impedimento, anzi è la risposta a ciò che desidera il cuore, è un sì ad un dono: non costa nulla, ma ti dà tanto».
Stando con i ragazzi diventa anche a noi sempre più chiaro ciò che desideriamo: aiutarli ad affrontare e giudicare l’esperienza che vivono, la realtà delle loro giornate. Non vogliamo convincerli di qualcosa senza una ragione da loro sperimentata. Vivendo con loro è possibile guardare e giudicare insieme ciò che accade. Per questo sono importanti i momenti di uscita e di convivenza. Ne racconto due.
Qualche anno fa, abbiamo aperto l’anno scolastico con una gita ad Ostia Antica. Con noi sono venuti anche i ragazzi della nostra parrocchia della Magliana (periferia di Roma) guidati da don Paolo Desandrè. C’erano circa centocinquanta ragazzi. Abbiamo iniziato con un momento di canto nell’anfiteatro romano di Ostia. Ad un tratto una guida, seguita da quattro turisti anzianotti, inizia ad urlarci contro infastidita dai nostri canti, seppur bellissimi. Ci spostiamo con tutti i ragazzi in un altro posto lì vicino per finire il momento dei canti. Riusciamo a calmare la folla in subbuglio e iniziamo a cantare. Dopo due minuti compare un altro gruppo di turisti. Si fermano, e, con lo stupore di tutti, iniziano ad applaudire e a farci i complimenti. Sfruttiamo questo episodio per dire ai ragazzi: «Vedete, nella vita si può scegliere: davanti ad una cosa bella e inaspettata uno può pensare solo al suo misero particolare oppure guardare, lasciandosi sfidare da ciò che di grande accade». I ragazzi sono rimasti segnati da questo fatto, tanto che tutti se lo ricordano, e con esso il giudizio dato.
Questa è divenuta una sfida chiara per noi: la strada più utile, ed anche quella vincente, è non aggiungere nulla a quello che Dio fa accadere nella loro vita. Noi non decidiamo attraverso quali strade diventeranno grandi, che cosa il Signore userà per conquistare il loro cuore. Possiamo però collaborare con l’opera di Dio, innanzitutto aiutandoli a maturare uno sguardo attento a ciò che succede nella loro vita!
Un anno siamo andati a Cortona per tre giorni, con i trenta ragazzi di terza media che allora partecipavano alla Barca di Pietro. Abbiamo soggiornato in una casa autogestita. I ragazzi si occupavano di tutto. C’era chi apparecchiava, chi sparecchiava, chi cucinava, chi puliva, chi preparava la colazione (che commozione nel vedere la mattina presto cinque ragazzi di tredici anni che preparavano, con cura meticolosa, la colazione per gli altri…). Alla fine dei tre giorni, uno di loro mi ha chiesto: «Fra, questi giorni sono stati bellissimi. Come faccio a portare la Barca di Pietro a casa, in classe, ovunque?». La domanda mi ha riempito di gioia: ciò che i ragazzi vivono con noi è significativo, è oggetto di stima da parte loro, non è una cosa tra le altre. Quel ragazzo aveva deciso che quella compagnia era una cosa di valore. È un segno di maturità.
La Barca di Pietro non vuole essere una parentesi nella settimana, ma piuttosto vuole indicare un punto ideale a cui tendere tutti i giorni. Solo se i ragazzi vedono che ciò che comunichiamo loro vale per tutta la vita possono sentire questo luogo come una roccia su cui stare diritti, che possono vivere oggi un’ esperienza che dia speranza anche per il domani.
Il nostro scopo è condurli a porsi quella domanda. Se, infatti, un ragazzo di tredici anni ha il desiderio che tutta la sua vita sia come l’ideale che ha intravisto, allora il suo cuore è ricettivo a ciò che Dio vorrà fargli incontrare. Mi sono molto interrogato su questo aspetto: il nostro compito è quello di portarli a Cristo, ma questo non significa pretendere da loro un riconoscimento cosciente del fatto di Cristo. Quel riconoscimento può capitare, ma è una grazia che concede Dio. A noi invece è chiesto di accompagnarli alla scoperta di ciò che desiderano, a scoprire di essere fatti per l’infinito: educarli a desiderare, anche incoscientemente, Cristo.
Questa è la sfida che portiamo a casa: il momento del sabato pomeriggio, le poche ore che trascorriamo con loro, devono porre davanti ai loro occhi una vita così bella da essere desiderata sempre e ovunque, un ideale che abbia la forza di essere desiderato tutti i giorni.





















