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Ordinazioni 2011. Mandati!

Scritto da redazione il 26 giugno 2011 ·  

25 giugno 2011: Patricio Hacin e Christoph Matyssek sono ordinati sacerdoti. Ecco le storie della loro vocazione.

L’isola del tesoro

di Patricio Hacin Ule

Sono originario della Patagonia, la regione più meridionale del Cile. La mia vocazione è stata segnata da tre incontri. Quello con un prete missionario, nell’isola dove vivevo. Quello con un gruppo di insegnanti, nella scuola dove lavoravo; e quello con la Fraternità San Carlo.

Il comunista e l’arcipelago
Ai tempi della mia adolescenza – siamo a metà degli anni Ottanta – c’erano le dittature in America Latina, e in Cile c’era Pinochet. Era facile cadere in uno degli estremi della vita politica: o eri comunista, o eri fascista; o eri con Pinochet, o eri contro Pinochet. Così iniziai, a dodici anni, a fare il “comunista”, contro il dittatore. Non ero veramente comunista. I comunisti, però, mi erano più simpatici. Volevo essere libero e percepivo che la dittatura soffocava questo desiderio; amavo le parole «libertà», «democrazia», «felicità» e vedevo che c’era gente che lottava per esse.
Vivevo in una piccola isola, Chiloe, e da lì combattevo per la “rivoluzione”. Mio padre era morto e la lotta era anche un modo per riempire il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Mia madre, però, ne era preoccupata. Decise così, insieme al preside della mia scuola, di farmi frequentare il catechismo per la preparazione alla cresima. Lì incontrai un prete molto simpatico, di origine belga, don Andrea. Un missionario. Dicevano che era un prete “rosso”, ma, anche lui, non era davvero comunista. Era un grande uomo. Si recava in tutte le isole e le isolette dell’arcipelago al Sud del Cile, per incontrare le persone che gli erano affidate. Era capace di rischiare la vita per andare a visitare una famiglia. Iniziai ad accompagnarlo, e guardando lui, mi rendevo conto che quel desiderio di libertà e di felicità che io cercavo di soddisfare, trovava nella sua vita una risposta. Nacque in me una sorta di “vocazione”, anche se non desideravo essere prete (non capivo cosa significasse): volevo semplicemente essere come lui.

A scuola dai propri studenti
Crescendo, andai a studiare Educazione Fisica a Osorno. Durante l’università, tutta la mia storia precedente a poco a poco sfumò nella dimenticanza. Dopo la laurea mi ritrovai solo, distrutto, anche umanamente. Cominciai a cercare lavoro, e ricevetti la proposta di insegnare in una scuola, a Santiago. Era gestita da alcune persone di Comunione e liberazione. Fu uno choc, perché la vita cristiana che avevo conosciuto con don Andrea era molto concreta, vissuta ma poco ragionata: non avevo mai preso parte a un incontro simile alla scuola di comunità, ad esempio. Quel modo di vivere il cristianesimo mi spiazzò, ma nello stesso tempo rimasi colpito dalla vita che quelle persone conducevano: mangiavano insieme, stavano insieme, educavano i nostri studenti, e li educavano alla libertà.
Incuriosito dalla figura di don Giussani, studiai i suoi libri, cercando di comprendere il suo insegnamento. Mi innamorai della proposta del movimento da lui sorto e si risvegliò in me quel desiderio che avevo sentito da piccolo. Accompagnando quei ragazzi, avvertii di nuovo il fascino della vita sacerdotale.
Avevo ventiquattro anni, una ragazza, un lavoro: la vita stava andando verso una certa direzione. Tuttavia, decisi di pormi sul serio la domanda sulla mia vocazione. Lasciai tutto e, con il sostegno di alcuni amici, entrai nel seminario della Fraternità san Carlo a Città del Messico.
L’intuizione di aprire un seminario per i ragazzi latinoamericani (che oggi è a Santiago del Cile) ha costituito per me la possibilità di iniziare la vita nella Fraternità. Se fossi andato direttamente a studiare a Roma, non avrei superato il primo anno. La casa di formazione a Città del Messico mi ha invece permesso di entrare a poco a poco in una vita nuova. L’educazione ricevuta da don Julián de La Morena ha posto le fondamenta, le colonne che hanno sorretto gli anni successivi: l’amore per la propria cultura, per il proprio popolo, che ti introduce a tutta la realtà.

La libertà che cerchiamo
Nella Fraternità san Carlo ho trovato qualcosa che corrisponde a ciò che cercavo e continuo a cercare: una vita ancora piena di mistero, ma con una certezza grande, che dà la libertà che ho sempre cercato. La libertà che non passa attraverso un’ideologia, ma si realizza attraverso le circostanze dell’esistenza.
Oggi sono in missione a Città del Messico. Al mattino insegno, il pomeriggio sono in parrocchia. Seguo i giovani, ma in modo diverso rispetto a quando lavoravo a Santiago. Entrare nella dimensione del sacerdozio conduce infatti nella prospettiva della salvezza che le persone cercano, che è la stessa salvezza che cerco io. Sto imparando, a poco a poco, che vivere il sacerdozio significa abbracciare il destino ultimo delle persone.
Mi sono gettato in maniera irruenta nella missione, ma la vita con i fratelli mi insegna una misura nuova: non occorre solo «fare», seguire i ragazzi, occuparsi della pastorale; occorre stare in un posto concreto, in cui si inizia a vivere Cristo nella preghiera e nell’eucarestia.­­

Il cielo vicino

di Christoph Matyssek

Quando mi chiedono di parlare della mia vocazione, sono io il primo a stupirmi della mia storia. È la storia di un miracolo che ha preso cose normali, ordinarie, e le ha rese straordinarie. È la storia di un ragazzo nato e cresciuto nella mentalità di questo mondo, però con la grazia di poter desiderare e guardare oltre il suo orizzonte.
Il primo sentimento è di gratitudine per le molte persone che mi hanno accompagnato nel cammino e che sono stati segni della presenza paziente e discreta di Dio nella mia vita. Innanzitutto i miei genitori e i miei due fratelli maggiori. In casa ho sperimentato una fede viva che era il fondamento di tutta la vita. La mia famiglia mi ha mostrato un ideale di santità che ha orientato la mia ricerca.
Ho compiuto un percorso lungo e non senza deviazioni, scisso tra ciò che il mio cuore desiderava e ciò che mi proponevano il mondo e i miei coetanei. Avevo una personalità timida e questo mi ha fatto faticare molto. Ma non ho mai rinunciato a cercare la mia piena realizzazione: ho seguito i miei interessi studiando storia, scienze politiche e scienze islamiche. In quegli anni la compagnia di Matthias, uno dei miei fratelli, di Christoph, un amico d’infanzia, di Andrea, la mia fidanzata di allora, era un aiuto grande a guardare avanti e tenere il desiderio vivo. Uguale importanza per il mio cammino ha avuto la Madonna di Medjugorje, dove sono andato spesso e dove ho imparato a pregare. Sentivo il cielo vicino e perciò mi sapevo a casa.
Ma l’evento decisivo, che ha segnato la mia conversione e rivelato la mia vocazione, è stato l’incontro con don Roberto Zocco, un prete della Fraternità san Carlo, e con i suoi amici di Comunione e liberazione in Germania. Era, davanti a me, in carne e ossa, ciò che desideravo veramente per la mia vita. Il cielo vicino di Medjugorje era diventato una compagnia quotidiana nella scuola di comunità con Christoph Scholz a Berlino e nella vita degli universitari di Cl. Nessuna distanza, in Germania e fuori, era tanto g rande da rinunciare a incontrarli: la risposta alla mia domanda di una vita vissuta con verità e profondità, con bellezza e umanità, aveva acquistato un volto reale. Attraverso un “tu” potevo dire “io” e nello stesso tempo “sì” a Cristo.

­Dal primo istante a casa
In seminario mi sono sentito e saputo dal primo istante a casa, cioè nel posto giusto e al momento giusto, nonostante la mia età avanzata – avevo già 28 anni – e nonostante la prospettiva di un cammino lungo per arrivare al sacerdozio.
Ho imparato il profondo significato e il valore sacramentale della vita comune e della compagnia guidata. Non c’è un’esperienza che dia più certezza del vedere Cristo presente nel cammino e nella vita con i fratelli. Ho sperimentato una guida e una paternità da parte dei miei superiori, da don Massimo a don Gianluca e a don Matteo (durante lunghi giri di corsa nel nostro parco…). Il centro della vita non è mai stata la preoccupazione di dover riuscire in qualcosa, ma realizzare la mia vocazione. Ho imparato, grazie alla sequela paziente e persistente di don Andrea, il mio padre spirituale, a guardare alla mia vita con gratitudine e con orgoglio e perciò ad avere fiducia, anche nelle responsabilità grandi che Dio mi affiderà.
Della vita nella Casa di formazione mi ha colpito anche l’intensità e l’intelligenza. Era una vita molto regolare, un susseguirsi quotidiano dei tempi per la preghiera, per i sacramenti, per lo studio, per la caritativa. E tutto aveva un unico fuoco: la scoperta della presenza di Dio e l’entrare nel suo disegno e nel suo sguardo su tutta la realtà.

La vita in Terra Santa
Per me è una grazia particolare essere mandato in Terra Santa, la terra di Gesù, dove la gente, oggi come allora, ha tanto bisogno di Lui.
Quando sono partito per la missione, prima come seminarista in Giordania e ora in Terra Santa, sapevo che non stavo seguendo i miei progetti. Sono a Ramallah perché appartengo alla Fraternità san Carlo, che mi ha mandato a servire la Chiesa in questo paese. E questa coscienza è per me liberante e fortificante. La vita in parrocchia mi pone molte sfide nuove e a volte non so da dove cominciare. Sì, ci sono e faccio tutto come risposta personale e quotidiana a Cristo. Ma non sono da solo, con le mie sole forze, a rispondere. Posso avanzare passo dopo passo e incontrare tutta la realtà perché tutto ciò che faccio nasce e prende forma dalla comunione con don Vincent a casa e don Paolo a Roma.
Così l’obbedienza al modo con cui Cristo si è reso vicino all’inizio del mio cammino – e oggi nella mia vita missionaria – diventa la strada attraverso la quale Egli mi guida e mi trasforma.

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Categorie: Articoli Recenti, Primo piano · Tag casa di formazione, jerusalem, washington

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