Leggere il libro del mondo
Scritto da Stefano Colombo il 18 aprile 2012 ·
Natura come dono, segno, sussurro del vero: riflessioni dagli States.
«Liber scriptus foris» (libro scritto di fuori) è una magnifica espressione di san Bonaventura che porto con me, come una specie di santino mentale, dalle mie ormai lontane letture di teologia in seminario. È un’espressione simmetrica a «liber scriptus intus»: le pagine dentro i testi ispirati fanno eco, e in molti passi evocano, quelle del cosmo; dalla scrittura minuta e cangiante delle acque e delle onde a quella immutabile e apparentemente lontanissima degli spazi siderali e delle stelle, che hanno sempre suscitato questioni e domande profonde negli uomini che le contemplavano, dagli astrologi della Mesopotamia e dei Maya fino ai poeti di ogni cultura.
Uno dei primi segni di umanità e pensiero è una mappa astrale, forse pensata per seguire le migrazioni delle renne, graffiata da un uomo di Cro-Magnon quarantamila anni fa sul corno di una preda. “A che tante facelle?” deve aver pensato quel nostro progenitore, anticipando di quaranta millenni i versi leopardiani così evocativi per don Giussani e per noi.
La natura è un codice miniato che teniamo fra le mani, che non cessa di sussurrarci il vero; quella verità che è appena fuori di noi e nel nostro profondo, al tempo stesso, riecheggia.
Ascoltare il vento
In un parallelo assai significativo con l’arte, la letteratura e la musica, la natura è sempre stata parte integrante dell’educazione che ho ricevuto nella Chiesa, nel movimento di Cl e nella Fraternità san Carlo. Sono cristiano perché a undici anni, seduto nel cortile dietro casa di un mio amico, ricevetti una lista di cose da mettere in valigia per il mio primo campeggio a Santa Caterina Valfurva, nel 1976. L’anno dopo fu la volta di Corvara e poi ancora, e per molti anni di fila, a Campitello.
Le Torri del Vajolet, l’Antermoja, la Marmolada, e poi le entusiasmanti vie ferrate della Tridentina, delle Mesules, della Finanzieri sono ancora nei miei occhi e nelle mie gambe, anche se oggi, probabilmente, scoppierei già soltanto a raggiungerne gli attacchi…
La Natura, specie quella indomita dell’alta montagna o del mare aperto, insegna severamente a seguire, in silenzio, nella rispettosa considerazione della realtà che si vede e di quella che si intuisce solo, per esperienza propria o dell’amico che guida.
Fin dai tempi del campeggio mi è stato insegnato a camminare in fila e in ascolto: un silenzio visto come un peso dal ragazzino di 15 o 16 anni, ma che, da vuoto che appariva, si è presto riempito dell’ascolto del vento, dei sassi, del respiro. Più avanti si è riempito spesso del rosario detto a mente e sulle dita, della preghiera di ringraziamento per gli amici che camminavano insieme, su quel sentiero e su tutti i sentieri a cui il Signore, nel tempo, ci ha poi chiamati.
La montagna sottosopra
Una delle esperienze più belle, all’inizio della mia missione (che dura tuttora) negli Stati Uniti, è stata la vacanza al Grand Canyon. Tutti noi della San Carlo in Nord America ci ritrovammo a Las Vegas per poi raggiungere il North Rim, il lato nord di questo incredibile monumento naturale. Le capanne di tronchi dove abbiamo passato una settimana erano costruite sull’orlo di uno strapiombo di oltre due chilometri e l’altro lato del canyon ne distava oltre trenta, anche se l’aria tersissima lo faceva apparire a un tiro di sasso. La quasi totale assenza di luci artificiali rendeva visibili stelle che non avevo mai visto prima; aguzzando la vista poi si poteva persino veder passare i satelliti a occhio nudo.
Ma forse la cosa più impressionante è stata l’escursione “dentro” il Grand Canyon, perché tutta l’esperienza di anni di montagna risultava letteralmente sotto-sopra; si partiva da un altopiano con prati e conifere (un paesaggio familiare, quasi alpino) per scendere verticalmente per migliaia di metri. Più si scendeva, più la temperatura saliva e il clima cambiava: dalla montagna al deserto in poche ore. A questo si aggiungeva tutto lo sforzo dell’ascesa, che non si faceva al mattino ma nel pomeriggio, dopo ore di cammino a scendere, dopo un lauto pasto. Senza dubbio una delle escursioni più dure che abbia mai fatto; ma proprio per questo indimenticabile e, in retrospettiva, una buona introduzione al cambio di vita che per me quella vacanza aveva segnato.
Le spiagge di Hopper
Con l’avanzare degli anni e l’inevitabile scemare dell’hybris competitivo giovanile, ho acquistato un senso più acuto del dono e del segno che la natura è per me.
Oggi accetto umilmente l’aiuto di una funivia o non mi spingo al largo nuotando nell’Atlantico, ma lo spettacolo di un ghiacciaio o dell’oceano in tempesta, o gli sbuffi delle balene nel golfo del Massachusetts sono pagine di un libro che ho la grazia di leggere con più attenzione di quando ero preda dell’ansia da competizione. Il tempo, altro elemento preponderante della natura, non passa invano e invita a farsi toccare più profondamente dall’evidenza del Mistero presente.
In un freddissimo ma emozionante Thanksgiving lo scorso anno, José, Luca ed io (membri della casa di Boston ndr) abbiamo speso la nostra giornata insieme a Cape Cod, la lunga penisola ricurva a sud del Massachusetts, che vanta spiagge belle e vaste, fari e dune sabbiose, con quelle case colorate che si vedono nei dipinti di Hopper.
“Naturale” è per noi il tempo speso insieme, senza troppe parole, seguendo in questo caso non una guida in persona, ma la Compagnia che ci ha messo insieme in questa casa, in questa avventura di Cristo a Boston. Quel tempo speso insieme, riconosciuto insieme, ci mette di fronte alla natura e alla bellezza, fuori e dentro il nostro cuore.
La sfida più grande per la nostra natura umana, ovvero per la nostra libertà, alla fine è seguire. In questo la bellezza della natura aiuta, consola, e ci rende grati, appena facciamo un po’ di attenzione.









