Alverca: la parrocchia dove l’ordinario diventa eccezionale
In occasione del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo nel decimo anniversario della beatificazione dei Pastorelli di Fatima, proponiamo un articolo sulla missione della Fraternità ad Alverca, sobborgo di Lisbona.
Jael è una ragazza di 15 anni e i genitori l’hanno messa in castigo. Fin qui tutto bene: è normale nel mondo degli adolescenti. Soltanto che non è normale il castigo che i genitori le hanno dato: non partecipare alle attività del sabato in parrocchia.
Il programma proposto ogni sabato include preghiera, catechesi e giochi. «Giochi nel vero senso della parola: andiamo tutti ad una grande palestra e ci organizziamo in squadre. E anche i preti giocano!», conferma Paula, 24 anni, catechista. «La catechesi non è solo venire qui a ricevere una lezione di regole e dottrina. È, soprattutto, coltivare un’amicizia tra tutti. E i giochi aiutano a costruire l’amicizia: i preti stanno lì, al nostro fianco, alcuni sono compagni di squadra, altri avversari… A volte, don Raffaele è l’arbitro e i giocatori si rivoltano contro di lui… è molto divertente!». Raffaele non gioca soltanto: con determinazione ha bussato agli uffici delle autorità cittadine ed è riuscito ad ottenere che i suoi centinaia di ragazzini potessero giocare nella palestra della scuola.
Paula è una delle giovani catechiste che aiutano i preti della Fraternità san Carlo nella parrocchia di Alverca, una città-dormitorio nella periferia di Lisbona. È laureata in Chimica e lavora a Lisbona con un assegno di ricerca, ma dedica il suo tempo libero alla parrocchia: venerdì partecipa alla scuola di comunità dei liceali, sabato mattina fa la catechista e partecipa ai giochi, domenica mattina canta nel coro dei giovani e al pomeriggio partecipa alla scuola di comunità coi lavoratori della sua età.
«Non passi troppo tempo in cose legate alla Chiesa?». La domanda sorge spontanea. Ma Paula non esita a rispondere: «Mi piace molto stare qui. Siamo tutti capaci di gestire il nostro tempo quando sappiamo cosa vogliamo. Io voglio essere felice e qui sono felice, ho la possibilità di vivere la mia vita in una maniera diversa. Qui ci sono sempre molti giovani che passano per la parrocchia, anche i preti passano molto tempo con la gente, sono sempre disponibili».
Infatti, la presenza della chiesa dei Pastorelli (Igreja dos Pastorinhos) non passa inosservata. Il suo carillon è il secondo più grande d’Europa e il magnifico suono delle sue campane ha cominciato a far parte del quotidiano di Alverca. La chiesa, inaugurata il 1 maggio del 2005, è l’unica del Portogallo dedicata ai giovani veggenti di Fatima, Francisco e Jiacinta Marto. Situata nel cuore della città, la chiesa è sempre piena. Anche nei giorni feriali.
Don José Maria, portoghese, è stato artefice della nuova chiesa e parroco dal 1997 all’aprile 2010. Oggi è parroco Luis Miguel Hernández.
Le influenze anti-clericali della Prima Repubblica (1910) e più tardi delle idee comuniste che seguirono alla Rivoluzione del 25 aprile 1974 portarono all’allontanamento graduale dei portoghesi dalla pratica religiosa. La crisi degli anni ’70 toccò anche la vita interna della Chiesa e due parroci di quel periodo, ad Alverca, abbandonarono il sacerdozio.
«Io non frequentavo la Chiesa, ma ho iscritto i miei figli alla catechesi. Attraverso mia figlia mi sono riavvicinata», ricorda Cristina, 40 anni. «Visto che non sapevo rispondere alle domande che lei mi poneva, decisi di iscrivermi alla catechesi per adulti, feci la prima comunione e la cresima. È stata la più bella cosa che mi sia capitata: la mia vita è cambiata. Avevo un vuoto dentro di me, che ora è scomparso». La nuova chiesa è sempre aperta e invita ad entrare. «Qui mi sento come a casa mia e il fatto che la chiesa sia dedicata ai pastorelli, la rende anche molto attrattiva per i bambini», conclude Cristina, che ora fa la catechista dei più piccoli.
«Qui tutti i dettagli sono importanti. E la bellezza dei gesti mi ha sempre colpito. Si percepisce come questi sacerdoti si preoccupano di arrivare alle persone, di ascoltarle, accompagnarle», afferma Mariana. È una delle catechiste che prepara gli adulti al battesimo, alla prima comunione e alla cresima. «Arrivano qui senza sapere nulla, proprio come pagani», commenta sorridendo, «ma, dopo aver seguito il corso, rimangono nella Chiesa e proseguono il cammino frequentando la “scuola di cristianesimo”, tutti i mercoledì sera. Giungono a considerare questa come casa loro. E anch’io, che vengo appositamente da Lisbona per aiutare nella catechesi, mi sento parte di questa casa», spiega Mariana.
Ma perché? Perché Mariana lascia i suoi figli e nipoti a Lisbona, per dedicarsi al lavoro in una parrocchia lontano da casa? «È un luogo dove c’è vita», spiega. «Con i quattro sacerdoti imparo a prestare attenzione all’umano, a dare valore a tutti i fattori del reale. Non è che questa parrocchia abbia storie straordinarie da raccontare, ma è una parrocchia dove le cose banali diventano eccezionali». (traduzione di Matteo Dall’Agata)
Fotogalleria Alverca
La più bella esperienza, innamorarsi
Parlare di famiglia oggi sembra un’impresa impossibile. Abbiamo tutti davanti agli occhi convivenze difficili, litigiose, divisioni e divorzi; registriamo sempre più la difficoltà di un dialogo fra generazioni che peraltro è sempre difficile. Siamo poi percossi dalla banalizzazione dell’amore e dei rapporti sessuali, non per moralismo, ma perché vorremmo che essi, uno dei doni più grandi che Dio abbia dato all’uomo e alla donna, fossero conservati nella loro freschezza originaria, nella loro capacità unitiva, nella loro apertura alla sorpresa di una vita nuova che nasce.
D’altra parte, non possiamo cadere né nello spiritualismo né nel romanticismo. Le difficoltà sono quello che sono, e nascono dal difficile rapporto nell’uomo tra la sua materialità e la sua apertura all’infinito. E sono poi aggravate oggi da un contesto sociale in cui si vuol far credere all’uomo di poter fare tutto, scegliere se avere figli, quando averli, come averli, e ora chi avere; volare da una donna all’altra, da un uomo all’altro senza prendere insegnamento dalla delusione di don Giovanni e Casanova. Ulteriore difficoltà: le famiglie fragili generano figli ancora più fragili, più paurosi di fronte alla realtà… Sembra un bollettino di guerra, e vorrei fermarmi qui anche perché il mio scopo non è di lamentarmi della cattiveria del tempo presente, ma all’opposto di rallegrarmi perché in mezzo a tutto questo c’è sempre chi vive ciò che è essenziale, e testimonia quanto sia bello e pieno di letizia abbandonarsi a ciò che la grazia di Cristo rende possibile nella vita.
Proviamo a fissare alcuni punti fondamentali. Non è forse vero che l’esperienza più entusiasmante della vita sia l’innamoramento? A partire da quell’istante, tutto sembra nuovo, unito, tutto sembra proiettarci creativamente verso il futuro. Tutto chiede di durare. Occorre allora che ci siano delle persone che ci aiutino a liberare questo amore dalle insidie che possono soffocarlo. Da soli non possiamo farcela. Occorre chiedere a Dio questa grazia, occorrono gli amici, le letture giuste. Occorre vedere che questo è possibile perché lo si scopre nella vita degli altri. Poi l’amore diventa un «sì». Anche qui è solo l’inizio. Perché questo «sì» possa attraversare le infinite insidie della vita degli avvenimenti, occorre innamorarsi sempre di nuovo. Occorre perciò nuova preghiera, nuovo silenzio, nuove letture, nuovi amici. Occorre la grazia che ci porti sempre a sperare, a ricominciare. E poi i figli: quale grande dono essi siano! Lo sappiamo tutti, ma com’è difficile la loro educazione, a quante sconfitte dobbiamo prepararci, a quante scoperte. Educare loro vuol dire accettare di rimettere in discussione noi stessi per ritrovare ogni giorno il punto di equilibrio tra autorità e libertà, ma l’educazione rimane l’avventura più avvincente che l’uomo possa correre. Anche in questo caso, gli amici sono fondamentali. Oggi più che mai, la vita dei nostri ragazzi si decide nelle amicizie che incontrano.
LA VITA MESSA AI VOTI?
Il Portogallo dice ancora una volta di no alla depenalizzazione dell’aborto considerato un reato punibile con il carcere, tranne che nei casi più gravi: pericolo di vita per la madre, violenza sessuale e malformazione del feto. Dopo il referendum del ’98, infatti, anche l’11 febbraio scorso non è stato raggiunto il quorum. Solo il 40% dei votanti è andato alle urne, mentre per la validità della consultazione è necessario raggiungere almeno la soglia del 50%. Per il premier socialista José Socrates quello dell’11 febbraio rimane comunque un successo politico visto che il 59% dei votanti si è espresso per la depenalizzazione. Ora, forte di questo risultato, annuncia una legge in Parlamento. A malincuore anche José Cortes – missionario della Fraternità san Carlo nella periferia di Lisbona e parroco di tre chiese nella periferia della città – deve convenire con il premier sul successo politico della consultazione dovuto in parte ad un intervento della Chiesa che, secondo lui, non è riuscita a far passare come avrebbe dovuto il concetto più importante. Vale a dire che la vita è un dono.






