Il volto del prete
Dalla finestra della sala d’attesa della Congregazione per l’educazione cattolica si vedono i turisti in piazza san Pietro che camminano nella luce del tardo pomeriggio. Ombre lunghe si stendono sui sampietrini, le macchine scorrono tranquille per la strada, le nuvole s’indorano. Incontriamo mons. Jean-Louis Bruguès, Segretario della Congregazione, poco prima della fine dell’anno sacerdotale.
Che cosa ha voluto insegnarci il papa durante quest’ anno sacerdotale?
L’obiettivo principale dell’anno sacerdotale è stato di definire con maggior chiarezza i tratti del volto del sacerdote. Settimana dopo settimana il Santo Padre sta dipingendo un disegno nel quale sottolinea ogni volta un aspetto in particolare. Alla fine dell’anno sacerdotale ci troveremo di fronte ad un bel ritratto, un’immagine autentica del prete.
Ci ha detto che il prete non è un funzionario. È una tentazione presente in alcuni paesi, specialmente dove i sacerdoti ricevono uno stipendio. Il papa ha voluto anche ribadire che il sacerdozio non è un mezzo di promozione sociale. In alcune parti del mondo, ad esempio in Africa o in America Latina, ci sono alcuni ragazzi che scelgono la vita sacerdotale per ricevere una promozione sociale.
Infine ci ha ricordato che il prete non è innanzitutto un produttore di attività sociali, anche se l’attività sociale è necessaria.
In «Gesù di Nazareth» Benedetto XVI, dopo avere elencato tutte le cose che Gesù non ha portato, si chiede: che cosa ha portato, allora? E risponde: ha portato Dio. È una risposta che, come molti dei suoi discorsi, mira all’essenziale.
Ultimamente il papa sta insistendo sull’amore di Cristo come dono di se stesso. Il prete non parla di se stesso né dichiara le proprie idee, ma dona la parola di Dio, la parola della Chiesa. Il tema del dono e dell’efficacia della persona che lo porta sono stati più volte ripresi nelle catechesi del papa.
Non credo che l’esplosione del tema pedofilia sia stata voluta e provocata volontariamente in concomitanza dell’anno sacerdotale. Trovo che ci sia bisogno di una lettura spirituale di questa coincidenza. In questo ci ha aiutato il papa, quando ha detto che il servo non è più grande del maestro. Se non imparate l’umiltà di Cristo, se non imparate l’obbedienza del Figlio per il Padre, non potrete conservare il vostro sacerdozio. Che questi episodi drammatici siano emersi oggi mostra allo stesso tempo la magnificenza e le esigenze terribili del sacerdozio. Il profeta dice: «Tu mi hai scelto, e non volevo essere scelto».
Può dirci qualche parola in più sulla crisi, in parte reale, in parte esagerata dai media, che la Chiesa sta vivendo?
Come ha detto l’Apostolo, si deve passare attraverso il fuoco. Oggi la Chiesa sta passando attraverso il fuoco. E nel fuoco brucia tutto ciò che è superficiale. è una purificazione. Ne verrà fuori una Chiesa redenta e purificata, ma non una Chiesa pura. Non esisterà mai una Chiesa pura, questa è la tentazione dei catari…
Non sono una donna, quindi non ho esperienza diretta, ma vorrei utilizzare la metafora del parto: il dolore del parto che stiamo vivendo oggi è in vista di una vita nuova. Non sappiamo come sarà il bambino. Oggi soffriamo, perché si tratta di una nascita, ma un bambino è sempre bello: non possiamo non amarlo, e così amiamo e aspettiamo la Chiesa di domani.
Secondo lei, in questo momento occorre concentrare l’attenzione all’educazione di piccoli gruppi, tralasciando i grandi numeri?
È difficile dare una risposta. Si tratta di entrambe le cose. Se curi un piccolo gruppo per prepararlo alla missione universale, sono d’accordo. Se curi un piccolo gruppo affinché resti un piccolo gruppo, affinché sostenga se stesso, allora agisci a lato della missione della Chiesa. Oggi c’è la tentazione di vivere la nostalgia di una Chiesa d’elite, di accontentarci di piccoli gruppi di cristiani ferventi. Ma la missione della Chiesa è universale. La missione è verso tutti.
Perché oggi la Chiesa sente il bisogno di chiarire il volto del sacerdote e che cosa dice questo a coloro che tra di noi si stanno preparando per diventarlo?
Fino pochi anni fa, il cinema americano, italiano e francese presentava molte figure di preti, perché c’erano ancora scenografi di ispirazione cristiana. Oggi nella società secolarizzata la figura del prete è diventata incomprensibile o esotica, a volte esoterica (il prete è solo l’esorcista…). C’è una grande ignoranza da parte della società secolarizzata riguardo alla figura del prete. E i ragazzi di oggi provengono da questa società. Dunque è necessario aiutarli a chiarire quale sia il volto autentico del prete.
La mia generazione viveva all’interno di un ambiente culturale fortemente cristianizzato e quando siamo entrati nei seminari abbiamo potuto accedere rapidamente a corsi specializzati su temi precisi. Per esempio, io nello studio della teologia non ho scoperto niente di nuovo. Il catechismo che ho imparato a scuola mi aveva già dato tutti gli elementi essenziali della teologia. Certamente, li ho poi sviluppati e approfonditi, ma non ho imparato nulla di nuovo.
Poi la mia generazione ha conosciuto una crisi del sacerdozio gravissima, paragonabile a pochi altri esempi nella storia della Chiesa. Oggi, grazie a Dio, incontriamo generazioni nuove, che hanno superato la crisi. E che cosa si fa dopo la crisi? è necessario ricostruire. Dunque la generazione di oggi deve ricostruire. La mia è stata quella della messa in discussione, della critica; la vostra è quella della ricostruzione. Un anno sacerdotale è dunque una sorta di incoraggiamento, di aiuto, una boccata di ossigeno, necessaria per compiere questa missione.
Come portare avanti oggi questo lavoro in un seminario?
Per le nuove generazioni la cultura cristiana si è sradicata: si è sradicata nella società secolarizzata e anche presso gli stessi cristiani. Così, quando un ragazzo entra in seminario, non si deve metterlo subito in contatto con problematiche troppo specialistiche, perché non arriverà a comprenderle. È necessario invece offrire una formazione sintetica, organica, che gli permetta in seguito la specializzazione. è necessario fornire quel background culturale che oramai non viene più dato.
Ci sarà tempo per criticare, dopo, ma non possiamo iniziare il nostro cammino nella vita spirituale con uno spirito di critica o per dirla con san Benedetto “di mormorazione”.
Che cosa l’ha attratta della vita sacerdotale?
Ciò che mi ha attirato di più è stata la vita religiosa. Desideravo una vita religiosa: la vita comune, la vita liturgica, la condivisione fraterna, una regola da osservare, una vita monastica. Le figure che mi hanno più attirato sono sempre state figure religiose. Ho scoperto il posto del sacerdozio nella mia vocazione dopo essere entrato nei religiosi, tant’è vero che quando sono entrato nell’ordine ho detto: voglio essere religioso, ma non voglio essere prete. Poi evidentemente le cose sono cambiate, se non fossi diventato prete non sarei qui a raccontarlo…!
Ho visto anche bellissimi esempi di preti secolari. Per esempio, nella mia vita ho passato spesso le vacanze in un piccolo paese dove c’era un prete che è rimasto parroco per quarantadue anni. Aveva una personalità così forte che durante le omelie domenicali sgridava tutti, assolutamente tutti: giovani, vecchi, donne, uomini, tutti. Trovavo straordinaria quella libertà di parola! Ma mi dicevo: non è ciò che voglio io. Ciò che mi ha fatto vibrare, infatti, è stata soprattutto la vita comune e liturgica.
Chi le ha insegnato a vivere la vita sacerdotale?
Innanzitutto ci sono state delle persone tra i religiosi che ho conosciuto che mi hanno permesso di capire la mia vocazione personale. Testimoni involontari, incoscienti, della volontà di Dio sulla mia vita. Ho visto una vita per cui ho potuto dire: «è bella questa vita. Perché non vivere anch’io così?». Credo profondamente nella testimonianza delle persone viventi che spesso sono il mezzo che Dio usa per rendere manifesta la sua chiamata.
Ma più tardi ho scoperto una seconda cosa. Ho scoperto che esisteva una “stirpe” spirituale, e che altri prima di me avevano conosciuto e amato ciò che io amavo – dei maestri, dei santi. Quando ho cominciato il mio noviziato, mi sono scoperto come appartenente a una famiglia che conta molte generazioni. Avevo davanti a me per esempio Maestro Eckhart, Teresa D’Avila, Giovanni della Croce, Luigi di Granada. Mi sono detto: ecco la mia famiglia.
Le persone che ha citato sono per lo più mistici…
Dei mistici forse, ma soprattutto scrittori spirituali, maestri della pedagogia. Nella mia vita c’è sempre stata una passione per la pedagogia. Per questo ho provato una grande affinità con le persone che mostravano il mio stesso interesse per la pedagogia. Per esempio, quando Luigi di Granada descrive la ragione, è come se ti prendesse per la mano, per accompagnarti. Noi siamo sicuri quando abbiamo qualcuno che ci prende per la mano.
Qual è il suo augurio ai nostri tre diaconi che il 26 giugno diventeranno sacerdoti?
Più invecchio e più sono sensibile a ciò che fanno i giovani. Se avessi vent’anni di meno non direi la stessa cosa, ma oggi i giovani sono davvero i miei figli. Perciò oggi io guardo a loro, a ciò che fanno. Ciò che i nuovi sacerdoti vanno a fare è molto importante per loro, ma lo è anche per noi. Direi così a loro: abbiamo fiducia in voi, e vi promettiamo la nostra assistenza spirituale, in particolare con la preghiera, ma vi chiediamo una cosa: non deludeteci.
foto: copyright Erich Lessing – Tutti i diritti riservati







