Noi poveri preti, la carne di Gesù in Paraguay
Da tempo desidero approfittare dello spazio che mi regala Tempi per parlare dei miei fratelli sacerdoti che formano la comunità della Fraternità sacerdotale “San Carlo Borromeo” in Paraguay. In particolare mi sembra una necessità, dato il momento che noi sacerdoti stiamo vivendo nel mondo d’oggi, nel quale esiste una campagna il cui fine è l’inutile tentativo di distruggere la Chiesa, Corpo di Cristo. Noi quattro che formiamo questa comunità stiamo soffrendo molto; essa si pone come punto di riferimento non solo per la parrocchia ma per tutto il Paraguay e anche per molte persone di tutto il mondo. Teniamo gli occhi fissi sull’esperienza che viviamo, perché gli attacchi quotidiani al Santo Padre e alla Chiesa ci colpiscono terribilmente. Noi viviamo giorno per giorno in contatto con la morte e tutto ciò che la precede: malati terminali di cancro e Aids (fra i quali prostitute, omosessuali, travestiti, pedofili), anziani abbandonati, medicanti, bambini violentati, bambini poveri, bambine incinte a causa di stupri, eccetera. Una cosa è parlare, leggere i giornali, dettare sentenze da dietro una scrivania; altra cosa è vivere sommersi da questo oceano di dolore. Un dolore che modella ogni giorno la nostra vita nella relazione con Cristo, fra di noi e con il prossimo. Siamo quattro: padre Paolino che è il parroco, padre Ferdinando il vicario, padre Oscar che ha altre responsabilità e lo scrivente, occupati a condividere la vita in questo oceano di sofferenza. Ciascuno di noi ha la sua storia particolare, il suo temperamento, però fra di noi esistono cinque cose che sono le fibre della nostra vita.
Solo Cristo basta
«Solo Cristo basta», come suole ripeterci ogni giorno padre Ferdinando, detto anche padre Daf. Lo sguardo a Cristo è il continuo richiamo che ciascuno di noi è per l’altro. Per questo motivo viviamo un’intensa vita comunitaria fatta di gesti molto concreti, come la recitazione di tutte le parti del breviario insieme, un’ora di dialogo comunitario ogni giorno, dalle tre e mezza fino alle cinque e mezza, e ogni lunedì un giorno di ritiro nella Granja Padre Pio per riposare e pregare. Guardare a Cristo, stare di fronte alla sua Presenza, essere l’uno per l’altro “memoria” di Cristo: questo è il cuore, il respiro da cui nasce tutto. In primis la compagnia piena di tenerezza fra di noi.
La nostra amicizia è invincibile
Tutti potranno distruggere quello che esiste qui, tutti possono rovinarci, anche perché il nostro motto è “pane al pane e vino al vino” e non conosciamo molto le regole della diplomazia, però «non potranno mai non solo distruggere, ma nemmeno toccare la nostra amicizia», è solito affermare il padre Paolino. Per noi l’amicizia non è mai stata il punto di partenza della vita, né delle opere, ma la logica conseguenza (grazia) del guardare a Cristo. È impossibile stare davanti a Cristo senza osservare chi incontri sulla tua strada. In questo senso l’amicizia fra di noi è il punto più commovente dell’amicizia personale con Cristo. E fate attenzione che non c’è nulla di romantico, non c’è nulla che faciliti le relazioni visto che il temperamento e lo stato d’animo di ciascuno molte volte rende pesante la vita. L’unico che fa eccezione è il padre Paolino, con la sua ironia e il suo modo simpatico di guardare alla realtà. Non siamo nemmeno come delle calamite, ma il fatto è che ogni giorno la relazione con l’altro nasce da un “sì” personale a Cristo.
«Guardate come stanno fra di loro»
«Guardate come stanno fra di loro», dice la gente. Non mancano i bisticci, c’è chi si trova bene con l’altro o sta sempre con lui, e c’è chi bisogna andarlo a cercare per vederlo, c’è chi sbuffa come un treno quando si arrabbia, e c’è chi è più silenzioso e ama la calma, il mangiare o la vita in stile monastico, c’è chi parla bene il castigliano e chi parla veneto, c’è chi guida come se fosse un pilota di Formula 1 e provoca incidenti, e c’è chi è prudente o viaggia in taxi perché non ha la patente. C’è chi lavora come un matto e chi prende la vita con calma. Sembra un circo nel quale ciascuno ha il suo ruolo, il suo modo di essere. Perfino quando preghiamo abbiamo problemi, perché c’è chi tiene il retto tono e c’è chi, come me, anziché l’attenzione favorisce la distrazione con un tono di voce insopportabile. E non solo questo: a volte si ritrova uno solo a pregare, perché gli altri sono rimasti a dormire, e allora il padre Paolino con la sua solita ironia dice: «Non preoccupatevi, ho pregato io per voi». Un’ironia che ci ricorda una grande verità: siamo il Corpo Mistico di Cristo. Una compagnia, un’amicizia, volti tesi al Mistero.
Un’amicizia operativa, evidente strumento nelle mani del Signore. Nessuno può credere che Dio abbia fatto i miracoli che qui si vedono quotidianamente utilizzando un somaro depresso e uno che, prima della conversione, che si è compiuta a 25 anni, lavorava come carrozziere e andava in Marocco a rifornirsi di marijuana. Tuttavia il Dio che usa gli stolti, quel che per il mondo e a volte anche per certi uomini di Chiesa è spazzatura, usa questi due poveretti per mostrare a tutti la sua tenerezza, la sua infinita misericordia. Ogni giorno ci troviamo (l’appuntamento per tutti è alle 7.45) per la preghiera delle Lodi, però c’è chi si alza alle cinque e aspetta nella cappella, chi alle sei e va a correre, chi alle sette e mezza perché non ha altre occupazioni, chi, come il parroco Paolino, alle sei e mezza perché deve dir Messa. Il semplice guardarci in faccia coincide col riconoscimento: “Sì, o Cristo mio”.
Inoltre si tratta di un’amicizia che non solo è il cuore delle opere, ma che è aperta a quanti (secondo le possibilità che abbiamo) hanno bisogno di aiuto, in particolare i depressi che arrivano dall’Italia e da altre parti. Alle 13, quando pranziamo, la tavola lunga cinque metri molte volte è piena di persone con differenti problemi. Per esempio c’è stato un periodo nel quale insieme ai noi sacerdoti c’erano una giovane bulimica, un’anoressica e un’altra che aveva gravi problemi di depressione. In questi giorni ci troviamo con persone di differenti nazionalità: una ragazza tedesca, un’ebrea di un kibbutz israeliano, una spagnola, un’italiana, eccetera. Ogni giorno viviamo quell’opera che ventuno anni fa mi regalò don Luigi Giussani ed è continuata col padre Alberto, che mi ha fatto compagnia per dieci anni. Una compagnia che continua con il padre Paolino e attualmente si estende al padre Daf e al padre Oscar. Quando uno è stato abbracciato non può più vivere senza abbracciare tutti, chiunque essi siano, non importa quali siano le loro miserie, la loro situazione fisica o psichica. Che spettacolo quando arriva l’ora del pranzo e ci troviamo con questo circo! Eh sì, perché o ripeti subito con tutto il tuo cuore “Sì, o Cristo mio”, “Tu, o Cristo”, oppure diventa difficile pranzare insieme, perché molte volte c’è il depresso che non parla, l’anoressica è invidiosa della bulimica, c’è una che soffre di quello che oggi chiamano il disturbo bipolare (io non capisco cosa sia questa malattia) e a causa di questo passa da momenti euforici ad altri in cui si ritrova col sedere per terra. Poi ci sono quelli che parlano per tutti e quelli che sempre ascoltano… Potremmo continuare all’infinito a raccontare quello che succede durante il pranzo… Tuttavia è uno dei momenti più belli della nostra convivenza, perché mai come in quel luogo si rende evidente la carne di Cristo. Viviamo sommersi nel dolore e col cuore pieno di pace. E poi quanta gente ci visita da ogni parte del mondo. Fra loro gli amici più cari: Marcos, Cleuza e Julián de la Morena, coi quali sono nate un’amicizia e una compagnia uniche. Diremmo che di fatto questa è la fraternità con cui condividiamo la strada della fede quotidiana. Con loro è sempre una tenerezza e la vita è un richiamo continuo a Cristo. Quando arrivano (una volta al mese, più o meno) è il momento di maggior riposo.
L’amore alla libertà di ciascuno
Personalmente ho toccato con mano cosa significa la libertà per don Giussani e attualmente con don Julián Carrón e don Massimo Camisasca (il superiore generale della Fraternità): l’amore alla libertà di ogni fratello. La mia preoccupazione è solo una: che ogni padre si senta amato, che stia bene nella sua casa. Mi piace tantissimo il detto di sant’Agostino: «Ama e fai quello che vuoi». Essere capo-casa, per me, significa favorire concretamente, dentro a tutte le debolezze del mio carattere scontroso, come lo definisce la gente, la posizione di sant’Agostino. O meglio, come dice san Paolo, «essere custode della gioia dei miei fratelli». E questo respiro, che solo un’appartenenza radicale a Cristo dà, mi permette il rispetto per l’altro, la fiducia, l’assenza di ciò che spesso caratterizza certe comunità, cioè il controllo, o il fare il poliziotto dell’ortodossia o della regola. La libertà è l’unica possibilità per amare ed essere amato. Per questo ciò che chiedo ai miei fratelli sacerdoti è che mi aiutino a stare in ogni momento davanti al volto di Cristo, vivendo intensamente la realtà.
È bello che i fratelli vivano insieme
«Com’è bello che i fratelli vivano insieme», recita il Salmo. Per la verità è ancora più bello che quattro sacerdoti vivano insieme essendo l’uno totalmente dipendente dall’altro. E il frutto di questa unità è una comunità più viva, appassionata a Cristo, protagonista delle meraviglie che Dio opera in questo perimetro e che commuovono il mondo. Quattro uomini che, per il mondo e per molti “amici”, non valgono nulla; tuttavia in essi si compiono le parole di Gesù: «Che siano una sola cosa perché il mondo creda» e «Compiranno opere ancora più grandi». Davvero, «non a noi, o Signore, ma al tuo nome da’ gloria».
pubblicato su Tempi – www.tempi.it
Carrón visita il Colegio Paj Alberto
Don Julián Carrón, durante il suo recente viaggio in Paraguay, ha visitato il Colegio Paj Alberto, la scuola parrocchiale di San Rafael, ad Asunción. Trovate qui una piccola fotogalleria della visita, in cui appare anche il missionario Paolo Buscaroli.
Mostra al Meeting – p. Aldo
Proponiamo qui sotto l’intervista che padre Aldo Trento ha concesso a Erika Elleri del Meeting di Rimini, disponibile anche sul sito del Meeting. E’ la presentazione della mostra che p. Aldo ha curato assieme a un gruppo di amici di Paraguay, sulle riduzioni gesuitiche del Paraguay.
Alla scoperta delle riduzioni
Una moderna riduzione, così si può considerare l’opera di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo ad Asunción, in Paraguay dal 1989. Di questa avventura ne abbiamo parlato con lui. di Erika Elleri
Padre Aldo, come sono nate le riduzioni? E qual’era il loro scopo?
Il fine delle riduzioni è riassunto in questa frase di Ignazio de Loyola: non erano altro che “piccole Compagnie di Gesù nate nella selva, forme di vita nuova che hanno permesso ai guaranì di passare dalla situazione culturale, economica sociale, primitiva alla civiltà.” In sintesi, la provincia di Paraguaya, che andava dalla Bolivia del sud alla Terra del fuoco, era una regione dove erano penetrati dapprima i francescani nel 1537 ad Asunción, poi gli agostiniani. Ma il punto determinante era stato raggiunto con i gesuiti quando il cugino di Sant’Ignacio de Loyola (un francescano), aveva chiesto ai gesuiti di aprire una forma di vita gesuitica nella grande provincia delle Indie, dando inizio a quella che sarebbe stata l’esperienza delle riduzioni. Nel Natale del 1609 era sorta la prima riduzione della Compagnia di Gesù ad opera di San Ignacio Guazú, a sud dell’attuale Asunción. Per comprendere l’inserimento degli indios guaranì nelle riduzioni, prima di tutto bisogna capire la concezione guaranitica della vita. Per loro Dio, Tupa, era colui che aveva creato l’uomo immortale. All’arrivo della vipera la terra era stata contaminata e il guaranì era diventato mortale. Da quel momento essi avevano incominciato a peregrinare alla ricerca della terra senza il peccato. All’annuncio dei missionari che la terra senza il male era la Vergine Maria dalla quale era nato il fiore della passione simbolo di Cristo, i guaranì avevano aderito spontaneamente al cristianesimo perché era il compiersi della attesa del cuore. Il punto di evangelizzazione dei gesuiti era che gli indios incontrassero l’avvenimento di Cristo e non la morale cristiana, perché la morale cristiana cozzava contro una concezione cannibalistica e poligamica della vita.
“Una vita felice per Dio e per il Re. L’avventura quotidiana nelle riduzioni del Paraguay” è il titolo della mostra. Potrebbe spiegarci meglio l’entità di questa avventura e come verrà sviluppata nella mostra?
L’avventura quotidiana fa riferimento a come ogni istante era vissuto all’interno delle riduzioni. Vogliamo mostrare come la circostanza vissuta secondo la coscienza che la realtà è fatta da Dio, ha generato nel 1600 un’economia, una politica, un sistema giudiziario, economico, industriale, educativo, sanitario e tutto quello che avete voi oggi in Europa. L’idea che abbiamo è quella di ricostruire una riduzione e che si possa vedere, attraverso un percorso, come si viveva la quotidianità nelle riduzioni e mostrare come vivere così si possibile ancora oggi. Questa è l’avventura che vogliamo proporre.
Perché è interessante parlare di riduzioni oggi?
Perché le riduzioni sono l’esempio di come il cristianesimo vissuto crei una forma nuova di civiltà, di economia. Tuttavia, se don Giussani che fu colui che mi propose di andare in Paraguay, non ci avesse detto “andate e rivivete quei contenuti”, io non mi sarei mai messo sicuramente sulle orme dei gesuiti. Come dice papa Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, la fede è destinata a terminare”. All’interno delle riduzioni c’era un nuovo sistema di proprietà, di economia, di architettura, di urbanistica, avevano portato gli ospedali in America Latina e persino la scuola elementare obbligatoria, la donna incinta era tutelata e anche i lavoratori. Qual è stata la ragione della distruzione delle riduzioni? Prima di tutto siamo nell’epoca dei regimi autoritari, della monarchia assoluta che non poteva accettare quello che si contrapponeva al progetto politico dei Borbone. Non dimentichiamo che la crisi è iniziata con il regno dei Borbone che trattavano l’America Latina come una sorta di loro giardino. Mentre tutti gli altri dovevano importare dall’Europa, l’opera gesuitica aveva raggiunto il suo massimo splendore. Producevano dieci volte più di quello che mangiavano, quindi esportavano e avevano flotte mercantili. Per cui alcuni gruppi organizzati, non potendo sopportare quello che si era generato dalla fede, avevano atteso l’occasione giusta e cercato la motivazione per eliminarli, e l’accusa più grande era stata quella di aver cercato di creare una monarchia. Quindi è stato proprio questo a portare alla distruzione delle riduzioni: il non accettare che la fede diventasse la forma di civiltà.
Anche la leggenda nera delle conversioni forzate degli indios si colloca in questo contesto?
Mi domando come avrebbero potuto dei missionari, un sacerdote e dei fratelli laici tenere in piedi un territorio più grande della Francia se quegli indios fossero stati obbligati? Come avrebbero potuto degli indios convertiti forzatamente esprimere quell’arte, quell’architettura, quella pittura, quelle sculture cui perfino Voltaire, Chateaubriand, Montesquieu hanno dovuto inginocchiarvisi davanti? A volte l’ideologia impedisce di vedere la realtà. All’interno delle riduzioni non tutti erano battezzati: i gesuiti facevano una battaglia contro gli altri evangelizzatori, non si dovevano battezzare gli indios se non ne erano coscienti. Quindi si pretendeva una coscienza di quello che era l’avvenimento cristiano, almeno nelle linee essenziali.
Che differenza c’è tra come tu accogli i malati nella tua clinica e come i padri gesuiti accoglievano gli indios nelle riduzioni?
I gesuiti accoglievano gli ammalati come accoglievano Cristo. Io faccio lo stesso. È impressionante leggere i diari dei gesuiti del tempo da cui trapela la passione per la gloria di Cristo. Era gente innamorata di Cristo e a loro non importava fare strutture, esse crescevano perché cresceva la coscienza di Dio come colui che fa la realtà. Per me e la mia opera è la stessa cosa, nasce dalla stessa coscienza. D’altra parte come avrebbe potuto un indio, che è fatalista e a cui non importa niente del lavoro, fare quelle opere d’arte se non ci fosse stata una passione grande, immensa per Cristo? Sarebbe stato impossibile. A parte il progetto della riduzione di Sant’Ignacio Guazú, tutti gli altri progetti li aveva fatti San Rocco González nel momento in cui era tormentato da una profonda depressione. E lui diceva: “in questo tormento in cui sono vissuto psicologicamente, la certezza di patire ancora per la compagnia di Gesù e Cristo sono le uniche forze che mi permettono di andare avanti”. Io sono stato nelle stesse sue condizioni, ma con dei supporti umani enormi. Rocco Gonzalez era solo e affidato nella realtà con questa coscienza e ha dato inizio a tutte le riduzioni. Per questo dobbiamo tornare a quel punto lì.
Domenica 23 agosto – sabato 29 agosto 2009
UNA VITA FELICE PER DIO E PER IL RE. L’AVVENTURA QUOTIDIANA
NELLE RIDUZIONI DEL PARAGUAY
A cura di: Padre Aldo Trento.
Con la collaborazione di: Ana Burro, Ferdinando
Dell’Amore, Norma Gimenez, Marcos
Isfran, Victoria Palacios, Claudia Palazon
Cesar Rojos, Eduardo Zavala.
Il vento di Dio
Il vento di Dio from Fraternità san Carlo on Vimeo.
La missione della Fraternità san Carlo in Paraguay
La Fraternità san Carlo è presente in Paraguay con tre sacerdoti: Aldo Trento, Paolo Buscaroli ed Ettore Ferrario. I tre sacerdoti vivono nella capitale Asunción e sono impegnati nella parrocchia di S. Rafael. Qui di seguito una breve descrizione delle opere e delle iniziative nate negli anni.
La Casa della Divina Provvidenza, dedicata a san Riccardo Pampuri. Aperta nel maggio del 2004, accoglie malati terminali abbandonati che, non potendo sostenere il costo delle cure mediche, sarebbero destinati a morire senza assistenza. La clinica ha ventisette posti letto e finora ha ospitato quattrocentocinquanta pazienti.
Il Centro di Aiuto alla Vita assiste le famiglie povere dal punto di vista medico, farmaceutico e alimentare. Come la clinica anche quest’opera può sostenersi grazie al volontariato e alla carità cristiana. Negli ultimi due anni sono state assistite più di seimila persone, spesso bambini. Molto intensa l’attività di distribuzione di vestiti.
La Fattoria Padre Pio (Granja). Realizzata per l’educazione dei giovani, spesso ex detenuti, o che provengono da situazioni di indigenza. I ragazzi allevano animali e lavorano la terra, producendo ortaggi per la Casa della Divina Provvidenza e per il Centro di Aiuto alla Vita
Collegio Pai Alberto. Scuola materna ed elementare aperte nel 2003. Vengono accolti circa centocinquanta bambini, ai quali si offre un’educazione cattolica. La scuola offre anche libri, quaderni, matite e mette a disposizione dei computer. L’istruzione dei bambini viene garantita grazie ai fondi raccolti con le adozioni a distanza.
Café letterario Van Gogh. Realizzato per aiutare i giovani a conoscere la bellezza della cultura attraverso approfondimenti letterari e musicali. Nel Café letterario sono presenti un bar e numerosi libri e dischi da poter leggere o ascoltare.
Pizzeria ‘O sole mio’. Vera e propria pizzeria all’interno della parrocchia. È una possibilità di lavoro per ragazzi bisognosi e d’incontro per la gente della parrocchia. Lo staff, costituito da 6-7 persone, ha costituito una società cooperativa con distribuzione interna degli utili. Questa è una vera esperienza di micro-impresa.
Editoria. Stampa del bollettino parrocchiale e pubblicazione di una ventina di libri, che non si trovano nel mercato locale.
Negozio di articoli artigianali. Articoli religiosi e non, locali e provenienti anche dall’Italia.
Policonsultorio. È un ambulatorio aperto quattro anni fa, che si sostiene grazie all’opera volontaria di circa duecento medici. Finora sono stati assistiti più di quattordicimila ammalati.
Testimonianze dal Paraguay
Asunción (Paraguay)
La Betlemme del Nuovo Mondo
di Aldo Trento
«Il Verbo si è fatto Carne. E pose la sua tenda in mezzo a noi» (cfr. Gv 1,14). Ogni giorno questo avvenimento accade nella clinica. Ogni giorno è come rivivere quanto accaduto a Betlemme, non solo per la Presenza Eucaristica, il cuore di questo pezzo di mondo in cui la speranza cristiana trasforma il dolore e perfino la morte in un cammino preferenziale alla vita, ma per il modo in cui la libertà di ogni ammalato, dopo alcuni giorni di convivenza con noi, accoglie serenamente la volontà buona del Mistero.
Magda ha passato la vita sulla strada, a prostituirsi. Ma in poche settimane di permanenza fra noi, accade in lei un cambiamento radicale: «Padre, il cancro non mi spaventa, mi spaventano i miei peccati. Però adesso ho incontrato Gesù, e Gesù mi ha cambiato la vita. Ho solo un dolore: chi si occuperà dei miei bambini? Il mio compagno, che un giorno, quando il cancro mi stava già portando alla morte, mi ha scaricato in un ospedale dicendomi che non gli servivo più, l’ho già perdonato come Gesù ha perdonato me».
Sono ventisette i pazienti che, come lei, ogni giorno vivono con me l’Avvento, aspettando il dies natalis chiamato impropriamente la morte, ma in ognuno c’è sempre la certezza della presenza di Gesù ad aiutarli a capire che la morte non è una cosa brutta, ma il Natale definitivo. «Padre, non ho mai avuto nessun amico, solo l’Aids, perché grazie a questa terribile malattia sono arrivata qui e qui ho incontrato Cristo. Adesso la morte non mi fa più paura».
La stella di Betlemme brilla giorno e notte sopra la clinica, che è diventata un segnale luminoso di speranza per me e per il mondo.
La missione con i più giovani
di Ettore Ferrario
Carissimo don Massimo,
un po’ di tempo fa sono rimasto colpito da Julio, un universitario che alla fine della scuola di comunità mi ha rivolto questa domanda: «Ettore, è possibile che io non abbia mai nulla da raccontare quando ci vediamo? O non vivo nulla oppure sono terribilmente distratto». Gli ho risposto che per imparare a giudicare realmente ciò che si vive ci vuole pazienza; gli ho dato ragione sul fatto che a volte ci si può distrarre. L’ho invitato, però, a guardare al suo desiderio di vivere intensamente la giornata, il suo studio, la vita in università, ricordandogli che stiamo insieme per aiutarci a vedere i segni della presenza di Cristo nella nostra quotidianità.
Sono molto contento perché mi sto affezionando molto a questi giovani, all’unità che vivo con loro; a quella Presenza che è più reale di quelle facce; a quella Presenza che li ha messi insieme per desiderare qualcosa di più grande.
Siamo ormai vicini alla Pasqua. Con i ragazzi ho approfondito un testo sulla quaresima che affronta il tema dell’autorità. Mi sono accorto quanto sia urgente in questo Paese, forse più che in altri luoghi di missione, una guida autorevole che sappia muovere l’io senza però sostituirsi mai a lui nel modo di affrontare la vita. Abbiamo discusso la frase “Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”. Parlandone con loro ho compreso la provocazione del Vangelo: il potere dello Stato non può arrogarsi diritti che competono soltanto a Dio, non può assorbire il cuore dell’uomo. L’autorità non può pretendere di diventare il centro affettivo: il cuore cerca qualcosa d’infinito.
Vostro in Cristo
Ettore
Il “giro d’Italia di padre Aldo”
Belluno, Agordo, Roma, Rimini. Infine Cagliari. Sono le tappe del “giro d’Italia” di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità san Carlo in Paraguay. Il sacerdote da una settimana sta attraversando la penisola per raccontare la sua esperienza in America Latina, dove vive con don Paolino Buscaroli e don Ettore Ferrario. Pochi giorni fa ha parlato al teatro Tarkovsky di Rimini davanti ad una platea di ottocento persone. Il tema dell’incontro era la carità. Un tema molto caro a questo sacerdote di origini bellunesi che insieme ai suoi confratelli ha dato vita ad una clinica per malati terminali, a una scuola, a un policonsultorio. Opere nate tutte grazie al sostegno di amici e benefattori. Per padre Aldo nulla comunque sarebbe sorto senza l’intervento decisivo della Provvidenza.
«In questi anni – ha spiegato – ho scoperto che la prima legge dell’economia è la Provvidenza. Non mi sono mai preoccupato di cosa fare per ottenere i fondi per realizzare le opere, perché i soldi inaspettatamente sono sempre arrivati, ma ho sempre pensato allo scopo per cui queste opere nascevano. E lo scopo è quello di rendere presente alle persone che incontriamo l’abbraccio di Cristo. Un abbraccio che io per primo ho sentito su di me attraverso la persona di don Giussani. È solo grazie a quell’abbraccio che ho avuto la forza di impegnarmi in qualcosa di veramente significativo e di andare al fondo del significato della carità».
Ma cos’è la carità? Padre Aldo si guarda bene dal confonderla con l’assistenzialismo. «La carità – dice – non è un insieme di cose da fare, ma è uno sguardo pieno di amore. Uno sguardo di amore alla vita, ai bisogni della gente, alla loro umanità. Quando riceviamo i malati nella clinica la prima medicina che diamo loro è l’amore: stiamo attenti ad ogni dettaglio, ad esempio, cambiamo spessissimo la biancheria e ci preoccupiamo che a loro non manchi nulla. Possono sembrare solo dettagli, ma attraverso questi gesti molte persone messe a dura prova dalla vita cominciano a sentirsi volute bene; cominciano ad accettare anche il peso della morte e del dolore. Questo è possibile solo perché incontrano Cristo».
In questi giorni il sacerdote ha avuto modo di toccare con mano la carità nei suoi confronti. In particolare pensa al rapporto di amicizia nato con Gianni Contini, un imprenditore per anni a capo di una grande azienda internazionale, che in questi giorni lo sta accompagnando in lungo e in largo per l’Italia, curando ogni particolare del suo viaggio. «Ci siamo conosciuti ad Asunción, quando era venuto a trovarci. E da allora non ci siamo più lasciati. Sorprende vedere la gratuità con cui si è messo a mia disposizione, l’amore con cui lui e la sua famiglia mi hanno accolto nella loro casa. Il suo è un esempio da cui io per primo imparo cos’è la gratuità».
Aldo poi pensa allo sguardo della gente che ha incontrato. «Negli occhi di molte persone ho visto una grande solitudine. Mi ha colpito in particolare un ragazzo di diciotto anni. Era molto triste, voleva raccontarmi della sua vita, ma non c’era il tempo per farlo. Ad un certo punto si è avvicinato a me, ringraziandomi per la mia testimonianza e ha voluto darmi un bacio. Dietro quel bacio c’era una tristezza che però non annientava la speranza».
Una speranza oltre il dolore
Prima di terminare gli studi, tre giovani studentesse di medicina, Anna, Chiara e Marianna, sono state in Paraguay, dove hanno svolto per due mesi uno stage alla “san Riccardo Pampuri”, la clinica per malati terminali gestita dai missionari della Fraternità san Carlo. Tornate a casa raccontano la loro esperienza attraverso la storia di Adolfo, 40 anni, morto dopo una settimana di ricovero a causa di un tumore al colon. «È inspiegabile – dice Chiara – pensare a come sia cambiata la sua faccia entrando in ospedale. Quando ero andata a trovarlo insieme all’assistente sociale, prima del suo ingresso in clinica, era triste ed arrabbiato. Invece è morto con un sorriso ed una letizia inspiegabili. La sua faccia non era quella di un uomo che stava per morire, ma di una persona che lì dentro aveva iniziato a vivere». Le ragazze dopo questo stage non possono che paragonare la loro esperienza in Paraguay alle altre simili svolte negli ospedali italiani. «Nonostante dal punto di vista medico ci sia una distanza incredibile, ci rendiamo conto che la scienza e la conoscenza, senza l’amore, non servono a rispondere ai bisogni della gente. Ogni malato in questa clinica si ricorda innanzitutto il modo in cui è stato trattato, poi il risultato delle cure». Alla san Riccardo Pampuri i pazienti muoiono con le unghie dipinte e la pelle profumata, il viso rasato e i capelli in ordine.
Un amore che abbatte il muro
Da quindici giorni ad Asunción la speranza cammina anche per le strade. Arriva fin dentro le favelas, tra i poveri e i malati di Aids. La speranza è verde come la “Panda 750 fire” (importata dall’Italia), l’automobile del nuovo servizio di assistenza a domicilio per malati terminali inaugurato due settimane fa dalla Clinica san Riccardo Pampuri, gestita dai missionari della Fraternità san Carlo.
Oggi il parroco, padre Aldo Trento, una dottoressa, una suora che fa l’infermiera ed una psicologa sono andate a visitare A., malato di Aids che vive da solo in una baracca a trenta chilometri da Asunción, in piena campagna. Entrando tra le macerie di quel che rimane dell’abitazione, la prima cosa che salta agli occhi non è la desolazione del posto, ma un muro di mattoni rossi che si distingue dal resto delle pareti. Lo ha fatto costruire la moglie di A. quando ha saputo che suo marito aveva il “Sida” (qui l’Aids viene chiamato così). «Questo è il muro della vergogna – dice Adriana, la dottoressa –. La moglie si vergognava di lui, della sua malattia. Per questo l’ha lasciato da solo e gli ha portato via anche sua figlia. Per un po’ di tempo ha vissuto nelle due stanze che aveva ottenuto con la costruzione del muro poi, quando ha trovato un’altra casa, se ne è andata definitivamente».
Oggi A. non ha il tempo di pensare al suo dolore. Sui suoi occhi c’è stampato il sorriso di chi ha ricevuto un regalo. Le volontarie della San Riccardo Pampuri gli hanno portato un materasso e tutti i farmaci di cui ha bisogno. Finora ha dormito solo su una brandina, stretta nell’angolo più agibile di tutto il locale. A. sta aspettando di entrare nella clinica “San Riccardo Pampuri”, che per ora non ha posti liberi. Nel frattempo però i missionari della san Carlo stanno facendo di tutto per fargli vivere con dignità il periodo in cui dovrà rimanere in quella baracca: padre Aldo, ad esempio, ha già chiamato degli operai per rendere utilizzabile il bagno.
L’affetto di padre Aldo e del personale medico della clinica che lo accarezzano e scherzano con lui, per un momento, gli fanno guardare la vita con positività. Con fierezza A. parla dell’unico motivo di orgoglio ancora presente in quella casa: il suo passato da guardia del corpo dell’ex presidente della Repubblica. Con una mano indica un quadretto che lo ritrae in divisa insieme al capo dello Stato. Poi, dopo aver raccontato la sua storia, dice che in questo periodo quello che lo sostiene è la preghiera e l’amicizia con i volontari della clinica. La visita si conclude con una preghiera, l’abbraccio dei volontari e la promessa di riverdersi ancora. L’appuntamento è la settimana prossima per la radiografia alla gamba destra (più lunga della sinistra) e per la visita oculistica.
Una speranza oltre il dolore
Milciádes è un bimbo di 9 anni con un idrocefalo, per cui la sua testa è molto più grande del normale. I medici analizzando le lastre si sono accorti che la sua massa celebrale è praticamente ridotta al minimo. Solitamente i bambini affetti da questa malattia neurologica, se non vengono curati, muoiono nel giro di due anni. Per questo motivo il caso di Milciádes è davvero particolare, anche perché egli risponde agli stimoli e sorride. Prima di essere ricoverato in clinica, il padre che poi l’ha abbandonato, lo costringeva in strada a chiedere l’elemosina. Marianna ricorda ancora il loro primo incontro: «La prima volta che l’ho visto – racconta – era costretto in un lettino sdraiato con una mano completamente paralizzata, senza parlare né muoversi. Ciò che mi sono trovata davanti agli occhi mi aveva così colpito che per tutta la prima settimana non sono riuscita ad avvicinarmi. Dopo qualche giorno però a Milciádes è venuta la varicella per cui hanno trasferito in un’altra stanza la sua compagna, una bambina di cinque anni, lasciandolo completamente solo. Da quel momento ha cominciato a piangere ininterrottamente. Così un giorno, spinta dal desiderio di alleviare almeno un po’ il suo dolore, mi sono avvicinata a lui, facendo la prima cosa che mi veniva in mente: gli ho cantato una canzone, l’unica che conoscevo in castigliano e che lui poteva capire: “Porompompero”. Milciádes ha cominciato a ridere come un matto. Con il passare dei giorni, bastava che io mi avvicinassi al suo lettino dicendo “Hola Mili” (Ciao piccolo Mili), che lui senza neanche vedermi cominciasse a ridere e a cercarmi il volto con la mano. Tutto questo è incredibile: un bambino con la sua malattia non sarebbe in grado di rispondere agli stimoli. In quel momento ho capito la potenza con cui Cristo si mostra ai nostri occhi».
Marcos, 40 anni, ha l’Aids. Le ragazze lo ricordano soprattutto per un aspetto: l’insistenza con cui chiedeva che gli scattassero una foto. «Nella sua vita – spiega Chiara – nessuno gliene aveva mai fatta una. Ma il sorriso con cui ce la chiedeva ha suscitato in noi la riflessione su un altro particolare: a lui, la morte non faceva paura». Era questa la frase che gli ripeteva più spesso: «Il paradiso l’ho già incontrato qui, e non mi spaventa quello che viene dopo».
Mariela aveva 31 anni, due figli piccoli avuti dal suo compagno. Aveva un tumore al seno, ma pian piano le metastasi hanno colpito anche le ossa e il cervello. È arrivata che non rivolgeva la parola a nessuno: era arrabbiata. Dopo due giorni, però, ha cominciato a sorridere. Alla fine ha chiesto a padre Aldo di celebrare il suo matrimonio in ospedale. È morta pochi giorni dopo con le unghie smaltate, i capelli in ordine, profumata, vestendo il suo abito bianco. È morta sorridendo. «Aveva capito – racconta Marianna – che la grazia ricevuta in quel luogo valeva più della propria vita».
In corsia con padre Aldo
Perché tre ragazze giovanissime, dopo un anno di studio e lavoro, avrebbero deciso di trascorrere l’estate nel clima torrido del Paraguay e, per di più, in una clinica per malati terminali?
La risposta la danno loro stesse, a Bologna, sedute in un bar della strada principale davanti ad un caffè. «Lì – dice una di loro – ho visto un silenzio pieno di una presenza, quella di Cristo che viveva nei volti dei malati e trasformava le loro vite»
Questa frase è di Anna, una delle tre. Lei – insieme alle sue due amiche e compagne di facoltà, Chiara e Marianna – ha lavorato come infermiera per due mesi alla “san Riccardo Pampuri”, la clinica per malati terminali gestita dai missionari della Fraternità san Carlo. Ventiquattro anni, laureande in medicina all’università di Bologna hanno svolto uno stage di formazione grazie ai finanziamenti ottenuti in parte dalla loro Università, e in parte dalla “Fondazione Maddalena Grassi” che ha realizzato un hospice (termine inglese che in italiano significa luogo di accoglienza e ricovero per malati verso il termine della vita), decidendo di investire sulla formazione di queste studentesse.
Queste tre ragazze che oggi ringraziano il cielo di essere state in sud America, non nascondono i dubbi, le domande e le perplessità dell’inizio. Ma ora si portano dietro un’esperienza che le ha cambiate e continua ad accompagnarle in quello che si trovano a fare tutti i giorni. «La cosa che mi ha più colpito – dice Chiara – è stata l’attenzione e l’amore che padre Aldo ha nel trattare i malati e nell’educare le persone sul fatto che il corpo del malato è Cristo sofferente, per cui a loro non si può negare nulla. Un’attenzione ed un amore che egli è riuscito a trasmettere a tutto il personale dell’ospedale: basta raccontare la cura con la quale venivano lavati, pettinati e profumati tutti i pazienti».
«Una bellezza», non trovano altri termini per definire quello che hanno visto alla san Riccardo Pampuri, nonostante il dolore dei pazienti. «Una bellezza che non voglio più scrollarmi di dosso – racconta Marianna – e che prego mi accompagni in tutti i particolari del mio quotidiano, oggi, a distanza di mesi da quel viaggio: nella pulizia della casa, nell’attenzione con cui si prepara un pranzo, nella cura che si dedica per preparare dei canti. Ogni istante – e questo l’ho vissuto in Paraguay – può diventare l’occasione in cui Cristo si rivela».
È stata questa la domanda che ha accompagnato le ragazze nel loro viaggio, insieme alla certezza della loro impossibilità di poter alleviare la sofferenza di quella gente. «Ho avuto chiaro subito il niente che fossi rispetto alla situazione che avevo di fronte. I miei limiti sono stati, però, l’occasione per chiedere al Signore di manifestarsi in quel luogo, nella faccia dei malati che assistevo, e nella mia faccia: ogni mattina pregavo affinché fosse Lui a guardare e sorridere ai pazienti dell’ospedale. Accompagnata da questo desiderio, pian piano, ho imparato a guardare in modo diverso a quello che mi capitava, ai miracoli che accadevano lì dentro».
Anna ricorda con chiarezza la storia di Adolfo, un uomo di 40 morto dopo una settimana di ricovero a causa di un tumore al colon, e per alcune metastasi che avevano attaccato anche il fegato. «È inspiegabile pensare a come sia cambiata la sua faccia entrando in ospedale. Quando ero andata a trovarlo insieme all’assistente sociale, prima del suo ingresso in clinica, era triste ed arrabbiato. Invece è morto con un sorriso ed una letizia inspiegabili. La sua faccia non era quella di un uomo che stava per morire, ma di una persona che lì dentro aveva iniziato a vivere».
Le ragazze dopo questo stage non possono che paragonare la loro esperienza in Paraguay alle altre simili svolte negli ospedali italiani. «Nonostante dal punto di vista medico ci sia una distanza incredibile – dicono – ci rendiamo conto che la scienza e la conoscenza, senza l’amore, non servono a rispondere ai bisogni della gente. Ogni malato, anche se guarisce, uscendo da un qualsiasi ospedale clinica si ricorda innanzitutto il modo in cui è stato trattato, poi il risultato delle cure». Alla san Riccardo Pampuri, tutti i pazienti, soprattutto le donne, muoiono con le unghie dipinte, i capelli in ordine e la pelle profumata.







