Bologna: il Gruppo SV
Bologna, 18 aprile 2010
Caro don Massimo,
diverse volte mi capita di ascoltare i ragazzi delle medie che si lamentano della scuola e della fatica dello studio. Ne provo sempre dispiacere, anche perché la nostra è un’ottima scuola, con professori appassionati e capaci di introdurre i ragazzi al fascino della conoscenza. Per questa ragione, invece di fare discorsi sull’importanza dello studio, ho proposto ad alcuni ragazzi di trovarci a studiare insieme un pomeriggio alla settimana. Hanno accettato volentieri, forse spinti più dalla simpatia che provano per me che dalla voglia di mettersi davvero sui libri. Ma io ho posto le mie condizioni con molta chiarezza: chi vuole venire me lo deve chiedere almeno il giorno prima tramite sms; occorre arrivare alle 14.30 puntuali, chi arriva tardi resta fuori; si inizia insieme, con una preghiera, poi si studia senza pause fino alle 16.30; chi finisce i compiti in anticipo non può rimanere nelle sale comuni; chi disturba non può venire la settimana successiva. Così si capisce perché abbiamo deciso di chiamarci Gruppo SV, che sta per Studio Violento.
Quelli che hanno iniziato con me hanno continuato a venire, poi si sono aggiunte altre persone. Adesso siamo più o meno venticinque ogni mercoledì, senza aver stampato nemmeno un volantino. Mi aiutano alcuni studenti universitari che vengono a fare caritativa. E mi aiuta anche Silvia, prof di inglese giovane e brava, che garantisce la conduzione del gesto anche quando io non ci sono. Si studia seriamente, a piccoli gruppi –non più di tre per tavolo–, con l’aiuto dei grandi. Due ore filate, senza interruzioni. E non ce n’è uno che si lamenti. Anzi, se mi mandano l’sms tardi, temono che i posti siano esauriti e mi supplicano di accettarli lo stesso.
Io li sfido sempre ad essere amici, cioè a richiamarsi gli uni gli altri allo scopo per cui ci troviamo, a riprendere chi si distrae, ad aiutare chi è più lento, a rimettere al lavoro chi si stanca. E poi, tutte le volte che finiamo, domando loro se non è vero che a studiare così si fatica di meno, si impara di più e ci si ritrova più soddisfatti. Rispondono sempre di sì, e il mercoledì dopo vogliono tornare. Una volta mi hanno detto che dopo aver studiato bene è più bello anche giocare, e non mi sembra una scoperta da poco. Forse è un aiuto per imparare ad usare il tempo con gusto e responsabilità.
Ciao, don Andrea
Fotogalleria Bologna
Attraverso sette muri
«Venga, venga, che una benedizione è proprio quello che ci vuole!». Ci hanno risposto così molti dei nostri parrocchiani quando abbiamo bussato alla porta delle loro case per la benedizione pasquale, in questo anno di crisi 2009. Insieme a don Nicola ho battuto per due mesi tutti i palazzi, cercando di immedesimarmi almeno un po’ nell’animo di Cristo che «andava attorno per tutte le città e i villaggi», cercando di non perdere nemmeno un campanello. Bisogna suonare a tre o quattro cognomi prima che qualcuno apra il portone del palazzo. Poi, come insegnano i parroci anziani, si comincia dall’ultimo piano e si scende, suonando a tutte le porte.
Se qualcuno apre, ho pochissimi secondi per capire chi ho davanti e quale sia la sua situazione. Mi sforzo di trovare un appiglio per la conversazione, perché capiscano che sono venuto a piangere con chi sta piangendo e a gioire con chi sta gioendo. Molti rifiutano e chiedono soltanto l’aspersione delle pareti, ma altri mi fanno accomodare, vogliono sfogarsi, desiderano ricevere attenzioni. Cercano qualcuno disposto a portare un po’ delle loro fatiche.
Ho incontrato la solitudine di molti anziani, la dignità silenziosa di tanti poveri, l’insospettabile miseria di appartamenti fatiscenti nascosti dentro i nobili palazzi del centro storico. Quante camere da letto trasformate in stanze d’ospedale! Letti professionali, badanti, infermieri a rotazione, cartelle cliniche appese alla tappezzeria… E magari una chiassosa festa di compleanno si sta svolgendo proprio nell’appartamento di sotto: dieci bambine interrompono i loro giochi scatenati e corrono, su ordine della mamma, a farmi gli onori di casa. Tutte schierate davanti a me, col vestitino della festa, recitano compunte il Padre nostro, e poi via, riprende l’assordante tourbillon.
Ho incontrato la veterana della parrocchia, che ha 102 anni e non si alza mai dal letto. Ha voluto che mi avvicinassi e con un filo di voce mi ha snocciolato lunghe frasi in dialetto bolognese. L’ho salutata senza aver capito nulla. Poi, nel suo pied à terre bolognese, un professore universitario, che mi ha subito dichiarato la sua estraneità alle vicende della Chiesa: «Ma la Chiesa è ormai la memoria storica dell’occidente, l’unico baluardo rimasto. Per questo la rispetto».
A Bologna si dice che la benedizione attraversa sette muri, ma molti mi costringono ugualmente a benedire le stanze una per una. Così cammino fra vecchie foto incorniciate alla meglio, mobili d’antiquariato, velieri costruiti nel tempo libero ed esposizioni di argenteria. Dio benedice tutto, i ricordini di viaggio, i poster attaccati con lo scotch, i canarini nella gabbia.
Nei salotti delle ‘antiche’ famiglie mi soffermo a parlare di Bologna che «non è più quella di una volta», della crisi economica, del tribolato mondo giovanile. Per aprire varchi di speranza accenno al mio lavoro con gli studenti universitari e racconto dei seicento ragazzi con cui ho a che fare, che sono come tutti gli altri ma non sono come tutti gli altri. Molti mi manifestano gratitudine. Alcuni mi ringraziano anche per la vita che vedono rifiorire in parrocchia e mi chiedono come facciamo «ad attirare tanti giovani», quale sia il nostro segreto. E io penso sempre a don Giussani e alla storia di cui siamo figli.
Gesù è stato anche rifiutato, così qualche volta sono riuscito perfino a sorridere quando non hanno voluto aprirmi. «Sto cucinando, passi più tardi», ha detto una signora. E un’altra, assai sospettosa: «Chi mi dice che lei è veramente un prete?». Un signore si è scusato da dietro la porta: «Mi spiace ma non posso, non sono attrezzato». Uno studente mi ha aperto senza fare domande, poi, sorpreso, mi ha spiegato che in realtà aspettava un compagno e la benedizione non lo interessava. Certi studenti Erasmus con i quali ho tentato improvvisate conversazioni in lingua, sentendo il termine ‘benedizione’ hanno storto il naso o non hanno capito proprio.
Alcuni, dopo avermi fatto entrare, mi hanno lasciato da solo per continuare le loro improrogabili attività, così mi è capitato di benedire la casa con l’unica compagnia dei protagonisti dei reality show che mi guardavano vocianti dai televisori accesi.
Don Nicola ed io abbiamo battuto anche gli uffici, i negozi, le banche, le officine, gli studi professionali e gli ambulatori medici della parrocchia. Dalla parrucchiera sotto casa ci attendevano con ansia: le clienti hanno estratto le loro teste dai ‘caschi’ per lasciarsi bagnare dall’acqua benedetta i capelli appena acconciati. Un barista ha fatto alzare dagli sgabelli tutti gli avventori, in un silenzio surreale. Alle assicurazioni tutti i dipendenti dell’open space hanno lasciato le loro scrivanie per far quadrato attorno a me, mentre nella redazione di un giornale locale hanno preferito farsi benedire ognuno alla propria postazione di lavoro.
Abbiamo ripetuto il Padre nostro seicento volte con seicento persone diverse. Molte ci hanno seguito solo col labiale, magari ripetendo le parole finali, giusto per farci capire che una volta le preghiere le avevano imparate. Altre hanno ascoltato in silenzio, altre sono rimaste semplicemente assenti, come di fronte al rito di uno stregone. Seicento benedizioni forse non sono molte, ma più dei numeri conta il fatto che abbiamo suonato a più di 2000 campanelli, piccolo segno dell’immenso amore di Gesù, che continua a cercare tutti, vuole incontrare tutti, non si stanca di offrire il suo abbraccio a tutti.
nella foto: don Marco Ruffini con alcuni studenti a Bologna
Un violento a cui è stata usata misericordia
Un violento a cui è stata usata misericordia
La personalità di Paolo di Tarso e la nostra vita di oggi
Se volessi questa sera esporre a voi la dottrina di Paolo, il suo pensiero, occorrerebbero molte ore. Voglio fare qui una cosa più modesta, ma per me ancora più importante: mettere in voi il desiderio di incontrare san Paolo, almeno quello che compare tante volte nella liturgia della domenica. Voglio presentarvi, cioè, gli aspetti per me più impressionanti della sua personalità. Non troverete perciò nelle mie parole tanti temi fondamentali della sua teologia. Chiedo scusa sin da ora. Desidero piuttosto, come un pittore, raffigurare ai vostri occhi il volto di quest’uomo.
Cominciamo con le parole di una lettera scritta a san Paolo:
«A stento tutte le generazioni umane basteranno per venire ammaestrate dai tuoi scritti ed essere così condotte alla loro piena realizzazione». Chi scrive in questo modo è Seneca. L’epistolario, ritenuto apocrifo dai più, mentre altri studiosi, tra cui Marta Sordi, ritengono possibile l’autenticità di qualche lettera, ci rivela comunque quale fosse il posto di Paolo nei primi secoli della nostra era (al massimo infatti queste lettere sono del IV sec. d.C.).
Il persecutore
Paolo di Tarso è senza alcun dubbio una delle figure più grandi di tutta la storia dell’umanità. È come se in lui convivessero molte personalità, fuse da una considerazione assolutamente unitaria degli scopi della propria esistenza, che a mano a mano andavano mutando ed insieme approfondendosi. Parleremo innanzitutto della sua forza e poi della sua dolcezza.
Possiamo essere impressionati dalla violenza e dalla forza con cui egli, divenuto discepolo fin dalla più tenera età di uno dei massimi maestri del giudaismo, Gamaliele, si dedicasse alla ricerca e alla denuncia dei cristiani, intuiti giustamente da lui come una pericolosa eresia giudaica, che nascondeva all’interno una forza misteriosa tale da esigere una altrettanto vigorosa reazione. È lui che descrive se stesso e questa sua energia: Io ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1Tm 1,13). Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [...] molti dei fedeli li rinchiusi in prigione [...] cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere (Atti 26, 9-11). Infine, con estrema sintesi, in una sua lettera scrive: Ho perseguitato la Chiesa di Dio (1Cor 15,9).
La rivelazione
Dopo la lapidazione di Stefano, a cui Paolo assistette e a cui diede il suo voto (cfr. At 7,57-8,1), inizia in lui un sommovimento interiore, opera certamente dello Spirito. L’Holzner scrive: «Nei suoi ricordi la scena della lapidazione di Stefano ritorna a più riprese (At 22,20 e 26,10; Gal 1,23; 1Cor 15,9). Saulo non dimenticò mai più quel giorno. Lo struggerà il ricordo per tutti i giorni della sua vita». Sant’Agostino annota: «Se non ci fosse stata la preghiera di Stefano, la Chiesa non avrebbe avuto Paolo». Inizia così un lungo cammino che lo porterà lentamente ad aprirsi ad un giudizio profondamente nuovo sulla sua vita passata. Scoprirà che il fanatismo con cui serviva la legge non era altro che una volontà titanica di chiudere gli occhi di fronte all’impossibilità di salvarsi con le proprie forze. Fu la scoperta che egli non riusciva a servire come avrebbe voluto la legge, quella legge a cui egli voleva dedicare tutta la vita e che era Dio stesso. La scoperta che il peccato dominava la sua esistenza. Non si trattava, dunque, di negare la legge, ma di trovare la strada per viverla, quella strada che non poteva essere individuata nella sola volontà dell’uomo.
Il dissidio nella sua personalità
«L’intimo dissidio tra la volontà e l’attuazione lo torturava». Paolo da solo non sarebbe riuscito a dare una risposta, sarebbe probabilmente caduto in una terribile depressione tipica di quegli spiriti totalitari qual era lui. Viveva una irrequietezza interiore che aveva bisogno di amori estremi e definitivi. Da questo angosciante dissidio tra il senso acutissimo del proprio male e il senso altissimo della propria personalità, essendo impossibile per lui ogni ipocrita conciliazione, lo salvò Gesù.
L’esperienza della grazia
Nell’impotenza radicale dell’uomo l’esperienza della grazia fu il pilastro decisivo su cui si costruì tutta la personalità e l’esperienza di Paolo. Questa parola, “grazia”, è stata talmente usata ed abusata da aver perso ormai agli occhi di tutti la potenza del suo valore originario. La grazia infatti per Paolo indica innanzitutto e soprattutto, e potremmo dire in un certo senso esclusivamente, la persona di Gesù. Egli scrive significativamente: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi (Rm 16,20; 1 Cor 16,23; 2Cor 13,13; Gal 6,18; Fil 4,23; 1Ts 5,28; 2Ts 3,18; Fm 1,25). È proprio la persona di Gesù a meritare questo nome: È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11). Si tratta sempre di un genitivo dichiarativo, epesegetico: la grazia di Cristo, la Grazia che è Cristo.
Tocchiamo qui, fra l’altro, uno dei punti più significativi dell’insegnamento di don Giussani. Non è un caso che egli abbia lungo tutta la sua vita così potentemente privilegiato, assieme al vangelo di Giovanni, le lettere di san Paolo. Per Giussani la grazia, che è la vita stessa di Dio, si comunica a noi attraverso la forma di un incontro: «L’avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cui Colui che si chiama Gesù, quell’uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, si rivela significativo per il cuore della nostra vita».
Per Paolo questo incontro accadde sulla strada che collegava Gerusalemme a Damasco. Impregnati come siamo, e giustamente, dalle pitture di Michelangelo e Caravaggio, immaginiamo Paolo che corre a cavallo e cade, abbagliato da una luce. Niente di tutto ciò troviamo nelle lettere e neppure negli Atti degli apostoli.
Paolo non usa mai la parola conversione. Parla invece di rivelazione e più ancora di vocazione. Egli vive l’esperienza precisa e concreta di sentirsi chiamato per nome da uno che rimproverandolo esprime, proprio in quell’atto, di avere a cuore la sua persona come nessun altro. Si sente sconvolto. Proprio lui che Lo perseguita è oggetto di questa attenzione misericordiosa che lo risolleva da una vita disperata e gli apre la strada di una nuova esistenza piena di scoperte, di avventure! Nella rivelazione che Gesù fa a Paolo di cose nascoste da secoli e preparate per lui, egli vede la testimonianza tangibile di un amore sconfinato e incomprensibile di cui non riesce e non riuscirà mai a capacitarsi. Lapidariamente in una sua lettera scriverà: ha amato me e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). E in quel me c’è tutto lo sconvolgimento di fronte all’infinitudine di Dio che si curva sulla nostra nullità per farci partecipi della sua grandezza.
Perché ha scelto Paolo?
Questo amore di Cristo, come ogni altro amore vero, non ha ultimamente spiegazioni. Noi però non possiamo fermarci qui. In punta di piedi desideriamo penetrare nel mistero di questo amore. Perché Gesù ha scelto Paolo? Non gli bastavano gli altri apostoli? Soprattutto: non gli bastavano Pietro e Giovanni, quello che più amava e quello da cui era più amato? Cosa cercava in Paolo, cosa voleva da lui? Non possiamo sottrarci a queste domande, come non possiamo sottrarci al fatto che Gesù abbia voluto attorno a sé, già nella sua vita terrena, persone diverse. Di alcune di loro conosciamo abbastanza dettagliatamente il temperamento, lo stile, le reazioni, persino un certo itinerario esistenziale. Pensiamo, per esempio, a Giovanni che da “figlio del tuono”, irruente e indisciplinato, diventerà addirittura il simbolo della tenerezza e dell’amore ripiegato sul seno dell’amico.
Gesù vuole intorno a sé la diversità. Sceglie chi vuole, sceglie per pura grazia, perché nessuno si senta escluso. Sa che nessun uomo, per quanto grande, potrà mai esprimere i variegati colori della sua divina umanità. Non a caso ci saranno molti vangeli, che suppliscono al fatto che Gesù non ha voluto scrivere nulla, e la Chiesa ne sceglierà quattro. Gesù è tutto nella storia che nasce da Lui, negli uomini che Egli sceglie e che diventano, nella misura della loro adesione a Lui, una rifrazione di Lui. I santi sono tutto ciò che di Cristo non è esplicitamente raccontato nei Vangeli. Così è stato Paolo che amo considerare, assieme a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, l’autore del “pentateuco del Nuovo Testamento”, come vi è un pentateuco nell’Antico.
In secondo luogo la pluralità delle scelte dice che ciò che Cristo vuole portare è la comunione. Gesù sceglie persone diverse e affida a ciascuna un compito che non può essere svolto dall’altra. Questo deve far riflettere ognuno di noi sulla importanza decisiva e assoluta che ha la singola persona per Gesù e sul fatto che ciascuno di noi ha un compito che non può essere svolto da nessun altro. Se non lo compiamo noi rimarrà incompiuto.
Gesù ci sceglie proprio per la nostra particolare personalità. Egli non la stravolge intervenendo in essa, non interviene magicamente. Tutto ciò lo vediamo magnificamente in Paolo. Gesù ha scelto Paolo non nonostante la sua violenza, ma proprio perché violento. Egli infatti voleva usare di questa energia totale di Paolo cambiandole di segno, come ha usato dell’irruenza infantile di Pietro, della giocosità drammatica di Francesco d’Assisi o della semplicità essenziale di Teresa di Lisieux. Simone diventa Pietro, Saulo diventa Paolo, ma le pieghe della loro personalità, i loro limiti, i loro peccati rimangono, finalizzati ad una storia nuova. La Chiesa non ha paura delle tensioni: le tensioni tra Paolo e Pietro sono state molto forti. Se non ci fosse stato lo Spirito Santo si sarebbe arrivati ad una rottura. Paolo ha una sconfinata cultura che Pietro non ha, una complessità temperamentale che Pietro non ha. Pietro è tutto d’un pezzo, è scolpito nella roccia (rifiuta e piange). Paolo invece racchiude una complessità psicologica: Pietro pecca per eccesso di semplicità, Paolo per eccesso di complessità.
Personalità problematica?
Giustamente Romano Guardini nel suo libro Gesù Cristo annota che tutta la personalità altamente problematica di Paolo continua ad esistere anche dopo l’incontro con Gesù. «Egli dovette provare un forte senso di inferiorità, che cercò di compensare mediante l’insistito richiamo all’esperienza che aveva fatto di Cristo e per mezzo di sforzi e realizzazioni ai limiti delle umane possibilità». Gesù si serve di questa bipolarità di Paolo. «Egli fu un uomo tormentato» – scrive Guardini. Commentando un brano della seconda lettera ai Corinzi, quando Paolo parla della sua debolezza fisica, (2Cor 12, 1-10), Guardini scrive che egli ha un’alta considerazione di sé, ma essa è ferita e poi ripresa ad altro livello attraverso la considerazione di essere l’oggetto di una esperienza interiore fuori dal comune. «Il passo documenta le estese e violente eruzioni di un sentimento del vivere niente affatto equilibrato».
La tenerezza di Paolo
Non è un caso perciò che assieme all’«impegno totalitario, trascinatore, troviamo in Paolo gli accenti di una commovente dolcezza» – scrive ancora l’Holzner. «Sotto lo sguardo sfolgorante del Risorto enormi riserve di energie appetitive si liberarono in Paolo, il fanatismo si mutò in potenza d’amore, che saprà manifestarsi più tardi con la tenerezza e la dolcezza di una madre».
L’itinerario è chiaro. Paolo vede nelle persone che si stringono attorno a lui, nelle piccolissime comunità poste nell’immenso oceano dell’Impero romano, il volto stesso, la realtà stessa di Colui che lo ama. Non c’è in lui distinzione tra amare Cristo e amare i suoi. Glielo aveva insegnato Gesù in quel Perché mi perseguiti? (At 9,4; 22,7; 26,14). In tutta la letteratura d’amore dei secoli, in Ovidio, in Orazio, in Dante, in Petrarca, su fino agli spasimi d’amore degli scrittori dei nostri giorni, non riusciamo a trovare una tenerezza eguagliabile a quella di Paolo, così virile e così forte nello stesso tempo, sia verso singole persone, che verso comunità intere. Risentiamo alcune di queste espressioni.
Ai Filippesi: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nelle viscere di Cristo Gesù (Fil 1,8). Sempre a loro: Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,21-24). Ai Corinti: Non cerco i vostri beni, ma voi (2Cor 12,14). Sempre ai Corinti: Debbo venire a voi con il bastone, o con amore e spirito di dolcezza? (1Cor 4,21). Consumerò me stesso per le vostre anime (2Cor 12,15). E ancora a loro: Il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! (2Cor 6,11-13). Fateci posto nei vostri cuori! […] vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere (2Cor 7,2-3).
Descrive il suo affetto per le comunità come quello di un padre e di una madre.
Ai Corinti: Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo (1Cor 4,14-15). Alla comunità di Salonicco: Sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria (1Ts 2,11-12). Sempre a loro: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (1Ts 2,7-8).
Crocifisso con Cristo
Dopo l’incontro sulla strada verso Damasco, Paolo concepisce se stesso come un uomo abitato interamente da Gesù. Si fa fatica a rendere la potenza delle sue parole. Servo di Cristo Gesù, scrive ai Romani (1,1) e in questo “servo” c’è tutto il desiderio di vivere in relazione con Lui, di servire con tutto se stesso a Lui. Questa sarà la potente esperienza di Paolo, la sua libertà nel servire Gesù. La libertà non consiste nel non servire a nessuno. Si è liberi quando si trova Colui che realizza la nostra umanità. Perché è il Signore che ci ha fatti e ci conosce. «Dio va servito per primo», diceva Giovanna d’Arco. E i medievali scrivevano che «servire Dio è regnare». Nell’espressione con cui apre la sua lettera ai Romani, servo di Gesù Cristo, Paolo vuole esprimere il suo amore sconfinato per Lui che si realizzava concretamente nel farsi piccolo piccolo, paulos, appunto, a servizio dell’immensa statura del Figlio di Dio fatto uomo. E poi Apostolo per vocazione (Rm 1,1; Cor 1,1), cioè chiamato direttamente da Gesù perché a Gesù lo aveva chiesto il Padre, per volontà di Dio. Non sarà facile per alcuni settori della Chiesa accettare che quest’uomo che non aveva mai visto Gesù di persona e che, anzi, era stato un persecutore, proclamasse di essere apostolo. Il sospetto sulla sua persona non lo abbandonerà mai, sarà come una ruggine, una malattia, che lo porterà alla morte, se è vero che infine fu denunciato da alcuni delatori invidiosi della sua posizione (cfr. Clemente, III Lettera). Perciò ripeterà per tutta la vita: Apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (Gal 1,1). Scelto per essere mandato a tutti gli uomini del mondo, non solo agli ebrei. Gesù alla fine della sua vita, prima di ascendere al cielo, aveva detto: andate fino agli estremi confini della terra (cfr. Mc 16,15; Mt 28,19). Ma poi aveva voluto quest’uomo di Tarso affinché quel comandamento diventasse concretamente la fondazione delle Chiese in tutto il Mediterraneo. Alcuni apostoli andranno in Egitto, in India,… non dimenticheranno il comandamento di Gesù, ma è a Paolo che è stato indicato da Gesù esplicitamente di annunziare il vangelo di Dio ai pagani (cfr. Rm 1,1). È lui l’attore scelto di questa esplicita rivoluzione. Non vuole ricompense perché non agisce di sua iniziativa, ma per un incarico che gli è stato affidato (cfr. 1Cor 9,17). È chiamato e mandato da un altro. Tutto egli vede ormai attraverso Gesù e tutto gli interessa soltanto in quanto ogni cosa lo porta a Gesù: tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,8). Questa conoscenza non è l’apprendimento di una teoria, è una esperienza. In Paolo vive l’esperienza della sua risurrezione e, reso partecipe delle sue sofferenze, gli è diventato conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione (cfr. Fil 3,10-11). È prigioniero di Gesù (Fm 1,1). Questa sua identificazione con Gesù è il cuore segreto da cui tutto muove. Qualcosa di altrettanto fisico troveremo in san Francesco e Padre Pio, non a caso tutti e due partecipi dell’esperienza della crocifissione. Ma è lui, Paolo, il primo a scrivere Sono stato crocifisso con Cristo (Gal 2,20). Nessuno più oserà ridirlo. È un’esperienza in cui si fa fatica ad entrare e in cui si avverte l’abisso di una immedesimazione da cui ci sentiamo nello stesso tempo attratti e respinti. L’espressione della lettera ai Galati è veramente da imparare a memoria ed è stata una delle più commentate, ricordate e ripetute da don Giussani con le sue traduzioni originali e significative. Pare ancora di sentirlo dire, anzi gridare: Vivo, non io, è Cristo che vive in me. E poi: Pur vivendo nella carne (ha voluto che fosse anche il titolo di un suo libro ) io vivo nella fede del Figlio di Dio. Già sulla terra, dunque, per grazia a Paolo è stata concessa questa identificazione totale con Gesù che, vissuta da lui in modo particolare, è in realtà un dono concesso ad ogni battezzato.
Anzi è stato proprio merito di Paolo avere aperto il cristianesimo a questa assoluta coscienza, che il cristiano è realmente un nuovo Cristo, una sola cosa con Lui. È Cristo che vive in questo tempo, in queste condizioni di vita. Nella precarietà della nostra carne è Lui che si fa contemporaneo agli uomini di ogni epoca.
Fatevi miei imitatori
Vorrei che tutti fossero come me (1Cor 7,7). È talmente forte per Paolo l’esperienza che vive del suo rapporto con Cristo da desiderare che ciascuno sia come lui. Vorrebbe che tutti vivessero come lui, che tutti avessero il suo dono, che tutti entrassero nelle sfumature di rapporto che lui vive con la realtà. Ma poi si rende conto che non può essere così, che ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Anche se rimane il suo invito, Fatevi miei imitatori (1Cor 4,16), proprio la scoperta di essere l’ambasciatore di Dio presso i popoli più diversi, presso le più diverse nazioni, presso le lingue e le culture, lo rende certo che l’unità non è uniformità. D’altra parte in lui convivono, si uniscono e si combattono potentemente la radicalità monoteistica dell’esperienza giudaica, la finezza e la profondità della lingua e dello spirito greco e la coscienza della propria superiorità come cittadino romano. Tutto deve tendere perciò all’unità, ma senza che questa sia uniformità: Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7). Alcuni perciò Paolo li riconosce posti da Cristo come apostoli, altri come profeti, altri come maestri, altri ancora dotati dei doni più diversi (cfr. 1Cor 12,28). La decisione radicale con cui egli conduceva la propria vita e la propria vocazione rendeva capace di tenere assieme le realtà più diverse, di rispondere alle problematiche più disparate, di non aver paura delle crisi più drammatiche.
La forza d’animo di Paolo
Paolo fu un uomo dall’incredibile forza fisica, lo dimostra il numero dei suoi viaggi, i chilometri percorsi a piedi o in nave, attraverso il deserto, le città e le grandi metropoli di allora. I suoi stessi compagni di viaggio facevano fatica a stargli dietro. Certamente il dono di una forza così grande fu lo strumento prezioso di cui Cristo si servì per portare il Vangelo alle genti, ma la cosa più sorprendente per noi, e che in fondo ci interessa di più, è la forza d’animo di Paolo. Nella prima lettera ai Corinzi (4,10-13) fa quasi una descrizione della sua vita, una piccola autobiografia. I verbi sono al plurale: egli ha sempre viaggiato in compagnia di qualcuno, come Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli: Soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. E poi ecco la forza d’animo: benediciamo se siamo insultati, sopportiamo se siamo perseguitati, chi ci calunnia lo confortiamo; siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti.
Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha chiamato (1Tm 1,12). Sempre lì sta l’origine di tutto per Paolo: la voce di Gesù, la persona di Gesù, la sua presenza che gli è continuamente al fianco e continuamente gli parla. Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13). Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza (2Tm 1,7).
Uno strano dissidio. Tra forza e debolezza
Eppure ancora una volta Paolo sperimenta in sé uno strano dissidio. Questa forza, che pure lo conduce ad imprese che stupiranno milioni di cristiani convive in lui con l’esperienza continua della debolezza. La dialettica che anima la sua vita si manifesta potentemente in questa antitesi apparente tra forza e debolezza. Proprio perché sono debole, sembra dire san Paolo, proprio perché sono consapevole della miseria mia e degli uomini, proprio perché mi rendo conto della mia radicale insufficienza, sono aperto a ricevere tutto dallo Spirito di Dio (cfr. 2Cor 12,10). E da Lui Paolo riceve veramente quello spirito di forza di cui abbiamo parlato. Chi non confida in se stesso può appoggiarsi interamente su Dio e da Lui ricevere l’energia per le missioni più difficili e imprevedibili.
Questa forza Paolo non solo la sperimenta per sé, ma la augura ai suoi fratelli, gliela preannuncia come sicura. Per esempio 1Cor 10,13: Dio con la tentazione vi darà anche la forza per sopportarla. Questa forza che è lo spirito di Dio è come un fuoco che arde, è la carità. Più avanti dirà: la carità sopporta tutto (1Cor 13,7). Sempre nella stessa lettera, alla fine (1Cor 16,13) raccomanda ai suoi figli di essere virili: comportatevi da uomini, siate forti. Ma l’espressione forse più impressionante di questo paradosso è quella in cui Paolo dice: sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2Cor 7,4).
La legge e la salvezza
Quando leggiamo le lettere di san Paolo, soprattutto quelle ai Romani e ai Galati, troviamo continuamente ripresa e contraddetta l’esperienza della salvezza attraverso la legge. Abbiamo visto come Paolo sia stato educato all’osservanza assoluta della legge, non solo della legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma anche delle centinaia e centinaia di regole che i commentatori autorevoli avevano stabilito. Abbiamo visto anche come l’uccisione di Stefano abbia cominciato a incrinare in lui la fede monolitica fino allora violentemente difesa. Forse sono ritornate in lui le parole dei profeti, quelle che preannunciavano, come Ezechiele e Geremia, la necessità che i cuori di pietra diventassero di carne (Ez 11,19; 36,26), la nuova circoncisione dei cuori (Ger 4,4; 9,25; Ez 44,7; 44,9). All’obbedienza esteriore e ossessiva già i profeti avevano aperto la porta all’osservanza interiore. Là dove Dio parla all’uomo e lo rende capace di ciò che senza di Lui non potrebbe mai fare. È l’inizio della rivoluzione. Non l’abolizione della legge, ma la scoperta che essa sarebbe soltanto una tavola che dichiara i nostri peccati e la nostra morte se non fossimo resi capaci da un altro di amare Dio e il prossimo. Tanto era stato violento nella persecuzione, tanto le parole di Paolo assumono, quando parla di questo tema, una radicalità e un’asprezza giustificate e spiegate proprio dalla sua precedente esperienza. Per questo le sue frasi non vanno mai isolate, come farà invece Lutero, ma vanno sempre lette nel contesto di tutta una lettera, di tutta una tradizione. Certo, agli occhi e alle orecchie di coloro che si sentivano schiacciati sotto centinaia di precetti impossibili ad osservarsi Paolo griderà: non siete più sotto l’influsso della legge ma della grazia (Rm 6,15). È la dichiarazione della nuova libertà. Anche Gesù aveva detto ai Giudei che Egli era venuto per liberarli. Non siamo mai stati schiavi di nessuno (Gv 8,33), gli avevano risposto. Paolo riprende questa dialettica. Prima eravate schiavi del peccato, ora invece potete obbedire liberamente a quella forma di dottrina che vi è stata da me tramandata (cfr. Rm 6,17-18).
Il passaggio che avviene con Paolo è gigantesco. Mentre prima l’uomo, al di fuori della legge mosaica o sotto di essa, era schiacciato sotto il peso di esigenze di bene a cui non riusciva a tener dietro o di comandamenti che non riusciva a rispettare, e si avviluppava sempre più in un’esperienza di peccato e di morte, ora invece l’uomo è liberato. Gli basta accogliere Gesù che lo salva, accettare il suo Spirito che lo conduce dietro il Signore. È, certo, ancora un’obbedienza, ma questa volta per la vita, mentre prima era per la morte.
Libertà è una delle parole più importanti del vocabolario greco del tempo: liberi erano coloro che costituivano il cuore della nazione, delle città, ma Paolo ribalta completamente il senso di quella parola. Mostra quale schiavitù vi fosse in realtà dietro quella libertà e quale libertà invece è resa possibile dietro questa nuova obbedienza.
Cattolicità di Paolo
Con Paolo il nuovo popolo si apre per accogliere tutti i popoli del mondo. In continuità e discontinuità con il popolo ebraico, la Chiesa nasce da Abramo, ma non è più rapporto esclusivo con una sola etnia.
Paolo non rinnegherà mai la sua appartenenza al popolo ebraico. Mentre rinnegherà il suo passato di persecutore, sentirà gli ebrei come i fratelli più cari, quelli a cui Dio si è legato con promesse eterne, che non sono revocabili: i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Arriva a dire che vorrebbe essere lui stesso scomunicato a loro favore, buttato fuori lui perché essi possano entrare. E comunque prevede il loro ritorno nell’unica Chiesa di cui rimangono la radice fondamentale. Noi siamo fratelli minori come dirà Giovanni Paolo II, Paolo dice dei rami innestati (cfr. Rm 11,23-24). Ma la sua attenzione si rivolge al mondo, ai pagani: sono loro che deve conquistare a Cristo. Essi compiono le opere della legge per natura, agiscono secondo la loro ragione. Ma sappiamo tutti quanto la ragione dell’uomo sia fragile e debole. E così Paolo vuole risvegliare in tutti gli uomini il lume della ragione che Dio ha messo in ciascuno in quanto immagine di Dio. Sa di poter parlare con chiunque, in nome proprio di questa comune umanità. Non esita a parlare di una legge scritta nel cuore di ogni uomo (cfr. Rm 2,15) di cui la coscienza rende testimonianza e che emerge nei ragionamenti. Il suo dialogo nell’Areopago di Atene rimane l’espressione più alta di questo suo tentativo. Apparentemente sconfitto, egli in realtà ne esce vincitore perché traccia quella che sarà d’ora in poi la strada che vuol far percorrere ad ogni uomo. Dare un nome al Dio nascosto (At 17,23), rivelare quanto l’uomo attende senza saperlo.
I collaboratori
Un ultimo tema, quello dei collaboratori. Paolo, benché avesse una personalità così singolare come ho cercato di descrivere, ha sempre voluto non solo viaggiare con dei collaboratori, ma prima ancora ha sentito la necessità di avere accanto a sé degli amici, di farli partecipi del suo ministero, di educarli. Non erano semplicemente degli esecutori. Lo testimoniano anche le frizioni che sono nate con alcuni di loro e alcuni abbandoni. D’altra parte le prime missioni cristiane, già al tempo di Gesù, sono state sempre composte da due inviati. All’inizio è stato Barnaba. Lo accompagna nel primo viaggio apostolico e a Gerusalemme per il Concilio. Successivamente vedremo Timoteo: mittente con san Paolo della maggior parte delle lettere sarà anche il destinatario di due di esse. Qui è definito figlio da Paolo. Nessuno ha il suo cuore scrive di lui nella lettera ai Filippesi (cfr. Fil 2,20). Un altro collaboratore è stato Sila (o Silvano), un ebreo cristiano che ha accompagnato Paolo nel suo secondo viaggio apostolico. Dovremmo ricordare anche i coniugi Aquila e Priscilla, incontrati da Paolo ad Efeso, scappati da Roma dopo la cacciata degli ebrei ad opera di Claudio. Li ritroverà ancora nella capitale. Ad Efeso Paolo vive nella loro casa. Intorno a questi stretti collaboratori, fra cui vorrei ricordare anche Tito, c’è poi tutta una miriade di persone fidate da cui ricevere sostegno. Febe, la diaconessa, cioè amministratrice di un’impresa domestica, Stefana, a Corinto, ecc. Il cuore di Paolo ha bisogno di rovesciarsi in altri cuori. Scrive a Timoteo: Sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia (2Tm 1,4). Soffri anche tu insieme con me per il vangelo (2Tm 1,8). Per tutte queste ragioni è straziante ancora oggi leggere queste parole di Paolo dalla prigione, quando ormai la morte è imminente; scrive al suo Timoteo:
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tichico a Efeso. Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guardatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen (2Tm 4,9-18).
incontro organizzato dal Centro culturale E. Manfredini – Bologna, 15 gennaio 2009 www.centromanfredini.it







