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«I miei padri, oggi, sono i miei amici»

meetIMG_9794Aldo Cazzullo, inviato di punta del Corriere, mette il dito sulla piaga. Don Massimo la cicatrizza. Esempi. Ci sono anche padri negativi? «Certo, ci sono i limiti di tutti i padri e ci sono figure profondamente negative. Ma chi le ha incontrate può essere aiutato, attraverso altri padri, a riscoprire il proprio padre biologico, a perdonare e ad accogliere». La Chiesa ha fatto tutto il possibile sulla vicenda dei preti pedofili? «Ha fatto molto, ma il punto è chiedersi perché sono accadute queste cose, e vedo pochi luoghi dove questo accade». Perché la Chiesa insiste sul celibato? «Ci sono molte ragioni di opportunità, ma la vera motivazione è che la verginità è un modo di amare le cose più profondamente». Perché gli italiani non vogliono più fare i preti? «Il calo delle vocazioni è un dato di fatto, ma ciò che è preoccupante è la mancanza di riflessione sulle ragioni».
La presentazione del libro “Padre” di don Massimo Camisasca, dedicato al sacerdozio, va al cuore dei travagli della Chiesa, perché è il libro stesso che affronta questa sfida. Robi Ronza, introducendo il dibattito, dice che il punto di domanda del sottotitolo (Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?) lo inquieta un po’. Lo stesso don Massimo racconta di assistere ad episodi di ostilità nei confronti dei sacerdoti.
Ma al tempo stesso dalla Sala Neri si sprigiona una grande serenità, come quella che nasce dalla lettura del libro. Il padre è quello che aiuta il figlio ad entrare nella realtà, e don Massimo scrive della paternità perché sente «l’assenza di padri», che genera persone sole e ripiegate in sé stesse. Il padre e quindi il sacerdote spalanca il figlio al senso della sua esistenza. Nello stesso tempo deve riconoscere che il figlio non gli appartiene, è questa è la scoperta (e il sacrificio) più grande. Come si diventa padri? «Scoprendosi figli»; don Massimo riconosce che, se ha avuto un padre biologico e un padre spirituale (don Giussani), i suoi padri, oggi, «sono i miei amici». L’amicizia, tema trascurato, è invece la chiave per ripartire. Come nella Fraternità San Carlo, fondata da don Massimo e basata, oltre che sulla missione, sulla vita comune.

1 settembre 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Preti smarriti tornate al silenzio

PadreLR-copyPochi. Vanitosi. Carrieristi. «Attivisti», vale a dire persi nell’azione minuta, nei convegni, quando non in tv, e dimentichi della liturgia e della loro vera missione. È un ritratto pieno di severità, oltre che di amore, quello che Massimo Camisasca dipinge dei sacerdoti nel suo nuovo saggio, Padre (pagine 221, 16) che le edizioni San Paolo mandano ora in libreria. L’autore è il biografo di don Giussani, lo storico di Cl – di cui è «ambasciatore» in Vaticano – il fondatore della fraternità San Carlo Borromeo che riunisce in case comuni sacerdoti da Roma alla Siberia, dall’Uruguay all’Africa nera. Nell’anno che la Chiesa dedica al sacerdozio, Camisasca ha scritto un libro molto «ratzingeriano». «Il prete – spiega l’autore – oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno. È ucciso dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Che ritrovi il proprio legame con il passato per potersi slanciare nel futuro. Che scenda in profondità nel determinare la propria agenda. Invece la vita del prete oggi è spesso parcellizzata in un’infinità di piccole risposte, che lo esauriscono e gli danno l’impressione di una vita sciupata e non donata». Per il prete, scrive Camisasca, «l’ancora della vita non può essere l’attività, l’azione. L’agire, il fare, l’operare sono realmente una fonte di alimentazione soltanto se, al fondo del nostro essere, noi sappiamo nutrirci continuamente del rapporto con Dio. Altrimenti l’azione ci svuoterà, ci stancherà e, dopo averci inebriato, ci distruggerà». Da qui, sostiene Camisasca, lo smarrimento. La ricerca di fama. L’abbaglio della superficialità. E anche lo sbandamento. Il cui rimedio, secondo Camisasca, non va cercato nel mettere in dubbio il celibato dei preti. «Il libro dedica molto spazio alla questione affettiva, che ha un ruolo fondamentale nella vita dei sacerdoti. Ma sono profondamente convinto – dice l’autore – che l’abolizione del celibato non porterebbe nessun bene alla vita dei preti. All’opposto, introdurrebbe nella loro vita problemi che l’appesantirebbero. Il celibato non è l’esclusione né degli affetti né della sessualità, ma è un uso diverso di essi. Il celibato non nasce dal disprezzo della vita familiare: le due vocazioni sono nate per integrarsi e sostenersi a vicenda. Non nasce dal disprezzo della sessualità. Ha, in ultimo, una sola ragione: la scelta di Gesù di essere interamente per il Padre e per i suoi». Sostiene Camisasca che, «perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e seminaristi: i preti devono fare l’esperienza di essere figli, per poter diventare padri del loro popolo. Alla radice della solitudine del prete c’è spesso un’agenda del vescovo troppo occupata in dibattiti, riunioni, incontri, che tolgono possibilità al prete di essere in contatto con lui». Fondamentale anche il tema dell’amicizia: «La Chiesa ne ha ancora molta paura. Ma non si arginano le patologie se non si aiuta lo sviluppo di una vita sana. Le amicizie morbose e negative, che non sono perciò propriamente amicizie, non devono chiuderci al valore essenziale di quei legami di preferenza che aprono all’amore per gli altri e ci aiutano a capire chi sia Dio». La crisi c’è e Camisasca non la nega. «Alla morte di Montini, nel ‘78, i sacerdoti diocesani erano oltre 41 mila. Al termine del grande pontificato di Wojtyla, che per molti ha coinciso con una rinascita della Chiesa e per taluni con un aumento del suo potere, erano 33 mila. Un quarto in meno. Il 60% dei sacerdoti italiani è stato ordinato prima del ‘78. Un clero invecchiato. Chiediamoci cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato Giovanni Paolo II». I rimedi? «Occorre educare i giovani nei seminari a distaccarsi da una sessualità percepita solo come strada verso un godimento effimero; aiutarli a non temere la solitudine, il sacrificio, il dolore; aprire loro gli orizzonti mondiali cui li chiama una vocazione così concreta come il sacerdozio (in Africa e in Asia le vocazioni sono in grande aumento). E occorre che i preti tornino a studiare. Il silenzio, la riflessione non sono la negazione della vita attiva, ma la loro condizione. Fondamentale è il recupero della liturgia: se il sacerdote non ritrova il senso vero della liturgia nella sua vita non può ritrovare se stesso. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo. Non nego la positività del Vaticano II; dico che contemporaneamente è avvenuto un impoverimento da cui dobbiamo risollevarci».

dal Corriere della Sera – 18 febbraio 2010 – pag. 39

25 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Nati a Roma

RomaVertIl prossimo 14 settembre festeggeremo i 25 anni di nascita della nostra Fraternità. Un quarto di secolo non è molto, neppure per la vita di un singolo uomo. Figurarsi poi per la storia della Chiesa, e tanto più per la storia del mondo. Eppure per noi sono una parte di tempo significativa, data l’intensità di esperienze e di avvenimenti che l’hanno contrassegnata. Durante questi mesi vorremmo perciò riandare lungo i primi venticinque anni della nostra storia attraverso gli editoriali che scriverò per Fraternità e Missione. Non per ricercare in una cronologia minuziosa i passi della nostra vita, ma per riflettere su alcuni fuochi che l’hanno contraddistinta.
Vorremmo partire da Roma. Dal fatto che siamo nati a Roma, che qui si è radicato il nostro seminario e il Centro della nostra Fraternità.
San Pietro è venuto a Roma, certamente per ispirazione di Gesù. Non avrebbe potuto né saputo prendere una tale decisione da solo. Forse Gesù gliene aveva parlato già prima della morte. È nata così una simbiosi straordinaria tra la capitale dell’impero romano, certamente una delle città decisive nella storia del mondo, e la capitale del cristianesimo. Fra continuità e discontinuità, Roma è rimasta il centro più affascinante della storia degli uomini. Essa gode di una universalità che nessun’altra città possiede, forse neppure Gerusalemme. Certamente non Bisanzio né Mosca, e neppure New York.
Io sono venuto a Roma mandato da don Giussani. È stato lui a decidere il mio trasferimento da Bergamo a questa città. E così la mia vita è stata decisa felicemente da questa obbedienza. Nel 1985 abitavo a Roma. È stato perciò naturale pensare che la nostra Fraternità che nasceva si sarebbe dovuta radicare qui, anche se solo io fra i preti che firmarono l’atto di fondazione abitavo nella capitale. Qui, alle Cappellette di san Luigi, iniziammo il nostro seminario, tenemmo la prima assemblea, si costituì il primo embrione del Centro della Fraternità, che all’inizio eravamo io e don Sandro Spinelli. Per una comunità che voleva essere missionaria, aperta ad ogni orizzonte del mondo, nascere e svilupparsi a Roma è stata una opportunità meravigliosa. Era sufficiente prestare l’orecchio e l’occhio al movimento missionario di Giovanni Paolo II. Da lui abbiamo sentito le parole «andate in tutto il mondo» rivolte a tutto il movimento e percepite da noi come una frase programmatica. Da lui don Giussani ha tratto l’impulso di un nuovo sviluppo internazionale di CL. Da lui abbiamo ricevuto il coraggio per aprirci alla Russia, alla Siberia, per spingerci fino a Taiwan.
Ma Roma è stata una opportunità straordinaria soprattutto per i seminaristi, forse non sempre pienamente compresa e vissuta. Studiare a Roma la filosofia e la teologia vuol dire entrare in contatto con la storia della Chiesa che parla attraverso le pietre, i documenti, i fatti accaduti in questa città, la presenza stessa della Santa Sede. Ma soprattutto i santi, che hanno vissuto a Roma, l’hanno evangelizzata, e da qui sono partiti per nuove missioni. Roma presenta una teologia viva, mette sotto gli occhi di tutti l’attualità del cristianesimo, anche i suoi tradimenti, le sue inerzie, i suoi travisamenti.
Per i nostri missionari, partire da Roma vuol dire sapere che la propria casa è là dove Gesù ha voluto il centro del mondo. Ma è anche sapere che il centro del mondo è là dove è ognuno di noi, là dove si celebra l’eucaristia, dove si accoglie il fratello, dove si annuncia Gesù risorto.
Roma è veramente dovunque è l’uomo rinato.

21 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

La Chiesa “assediata” da Gesù

Comunione_degli_apostoli,_cella_35La Chiesa è sotto assedio? Sembrerebbe di sì, se si dovesse dar retta ad alcuni giornali di questi ultimi giorni. Vi si parla della Chiesa cattolica come di una istituzione colpita a morte dai peccati di alcuni suoi membri e di un successore di Pietro che dovrebbe pensare a dimettersi. In realtà, grazie a Dio, le cose non stanno così.
Certamente i peccati di noi cristiani costituiscono uno schermo tra l’opera di Cristo – che in questi giorni vediamo curvarsi di nuovo sull’uomo ferito, per guarirlo con la propria passione, morte e risurrezione – e l’umanità che l’attende gridando e sperando.
Quando poi il peccato è così grave da attentare l’innocenza e la salute dei piccoli, il crimine è particolarmente odioso e va perseguito. Ma nulla può spegnere l’opera di Cristo che è venuto proprio per guarirci dal nostro male.
Senza la sua vicinanza, senza la Chiesa, la tenebra nel mondo, lungi dal diminuire, aumenterebbe. La santità della Chiesa nasce dall’opera di Gesù che muore sulla Croce per cancellare i nostri peccati, vincendo ogni divisione e ridando all’uomo la speranza di poter risorgere sempre. La Chiesa non è santa per la bontà dei suoi membri.

Alla fine del IV secolo sant’Agostino, nella lotta contro il Donatismo, ha rivelato il vero volto della Chiesa. C’era chi voleva che i lapsi, che avevano abiurato la fede sotto la pressione delle persecuzioni imperiali, venissero ribattezzati. Agostino si oppose: «È Cristo che rende santa la sua Chiesa».
La Chiesa è assediata, sì, ma dall’amore del suo Signore che continuamente urge i suoi membri a conversione. Benedetto XVI poggia in questo la sua confidenza. Per questo è sereno, pur nel dramma dei peccati di tanti uomini. Da questa serenità attinge la forza per una riforma della Chiesa, per far pulizia, senza nascondere nulla ma anche senza nessun cedimento alla logica mondana di chi vuole negare alla Chiesa quella maternità che le viene dalla morte e resurrezione del suo Signore.

pubblicato su ilsussidiario.net

nell’immagine: Beato Angelico, Comunione degli apostoli

7 aprile 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Il dono della resurrezione

E0670_ElioCiolAlle soglie della Pasqua Gesù risuscita Lazzaro. Quel gesto spiega tutta la portata rivoluzionaria dell’annuncio che ancora oggi risuona nel mondo: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (cfr. Gv 11, 25). La morte, dunque, non è tolta, ma è vinta.
Dopo sua madre e Giuseppe, Gesù non aveva nulla di più caro dei fratelli Maria, Marta e Lazzaro. Forse solo Giovanni aveva in lui lo stesso posto che avevano loro. Non è dunque senza significato il fatto che Gesù scelga di resuscitare proprio Lazzaro. L’amico, il più caro amico. La vita sgorga dall’amicizia, è ultimamente amicizia. Ed essa in Gesù nasceva dalla sua passione per gli uomini. Giovanni nel suo Vangelo descrive così la reazione di Gesù di fronte alla morte dell’amico: «Si commosse profondamente, poi pianse» (Gv 11,38).
La commozione di Gesù e la resurrezione di Lazzaro sono per ognuno di noi il segno che la vita non finisce. Anche se siamo chiamati a passare attraverso le prove della malattia e della morte, esse non sono definitive: l’ultima parola è la vita che lui ha portato.
Lazzaro è risuscitato per poi morire ancora. Cristo invece risorge per non morire più. La resurrezione di Lazzaro, in realtà, è solo una prefigurazione di quella di Cristo. È un’anticipazione, come un dono pregustato. Attraverso di essa Cristo ci vuol far capire che il dono della sua resurrezione comincia a trasformare la nostra vita presente: già nella nostra vita presente noi risorgiamo!
La nostra vita trasformata è la sua gloria in mezzo agli altri uomini. Di che cosa abbiamo bisogno per partecipare a questo dono? È una domanda importante. Sarebbe veramente terribile poter sentire l’annuncio di un grande dono e non poterlo ricevere. Affinché questo sia possibile abbiamo bisogno di vivere un’amicizia con Gesù come quella di Lazzaro, Marta e Maria che custodisca il regalo prezioso della fede, che permetta a noi di rinascere, di risorgere ad ogni istante.
Ogni giorno abbiamo bisogno di fare l’esperienza della resurrezione. Ogni momento, nonostante le tribolazioni e le difficoltà, la nostra vecchiaia si trasforma in una giovinezza di cui viviamo l’esperienza concreta. Ci accorgiamo di essere più veri, più consapevoli, più vicini alle cose della vita.
Lo scopo di qualsiasi amicizia cristiana è mutare la vecchiaia in giovinezza. «Si nasce vecchi – ha scritto Jean Guitton – e occorre tutta la vita per diventare giovani». Questa è la ragione di una fraternità, qualunque essa sia. Ed è questa giovinezza, è l’esperienza di questa giovinezza, che permette di andare lontani rimanendo vicini, che permette di maturare una consapevolezza sempre più grande della resurrezione di Gesù, che è l’unica grazia che noi possiamo, dobbiamo e vogliamo portare agli uomini. Perché gli uomini hanno bisogno soltanto di questo: sapere che la vita non è un passaggio dal nulla al nulla, ma che essa è voluta da un Dio cosciente e amante, da un Padre. E che questo Padre ci accompagna, e ci attende.

tratto dal libro “Armonia delle stagioni”

foto di Elio Ciol: Il grido di Pasqua (Spagna 1963) – tutti i diritti riservati

31 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Padre

PadreLR-copyCi saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? Mons. Massimo Camisasca pone questa domanda provocatoria come sottotitolo del suo  libro “Padre” (San Paolo, 16 euro, pp. 221).
Nel volume, scritto per l’anno sacerdotale in corso, Camisasca affronta i nodi fondamentali dell’attuale crisi nel clero e offre un contributo originale alla sua riforma. Benché l’autore non insista nel suo testo su tale tema, la prefazione di Mons. Bruguès, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica in Vaticano, identifica così il senso profondo delle riflessioni di Camisasca: “Sono molti i sacerdoti che, in Europa e nell’America del Nord, hanno perso il gusto della loro vocazione. La loro vita attraversa gravi difficoltà: la solitudine pesa, il rischio di abbandono li minaccia. Che fare? La risposta è semplice, evidente, e nello stesso tempo terribilmente audace: una riforma!”.
I problemi della vita sacerdotale sono molti e molto discussi. Dopo il Concilio Vaticano II, qual è il senso della liturgia e della preghiera? Perché si nota una scarsa formazione intellettuale dei sacerdoti, e cosa bisogna fare? Si può ancora parlare di paternità spirituale, in un’era che ha smarrito anche il senso della paternità carnale? Ma anche: qual è il senso delle amicizie sacerdotali? Perché il celibato?
Per gettare una luce su queste problematiche, Camisasca rilegge l’esperienza dei suoi venticinque anni di superiore della Fraternità san Carlo, una società missionaria che oggi conta più di cento preti e circa quaranta seminaristi. Vivendo con i suoi fratelli, e mandando missionari in tutto il mondo, ha imparato l’importanza dell’affettività: perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e ai seminaristi. I preti devono fare l’esperienza di essere figli per poter diventare padri del loro popolo. Così con le amicizie, che l’autore afferma essere una strada fondamentale anche per arginare le patologie.
La strada di ripresa che Camisasca propone ha radici profonde. Afferma che il prete oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno, dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Questi non sono la negazione della vita attiva tra gli uomini, sulle strade, ma la loro condizione.
Una parte importante del libro è dedicata alla liturgia, in perfetta consonanza con quanto sta operando Benedetto XVI. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo.

24 marzo 2010 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Massimo Camisasca al Tg5

Venerdì 19 marzo Massimo Camisasca è ospite a “La lettura”, rubrica del Tg5 della Notte, condotta da Carlo Gallucci. L’intervista è incentrata sul libro “Padre”, che sarà presentato a Roma martedì  23 marzo 2010, alle 17,30, presso l’aula magna dell’Istituto Patristico Augustinianum, in via Paolo VI 25.

19 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Si è spenta Mariangela Camisasca

mammadonmassimoOggi, 16 marzo 2010, alle 6.30, si è spenta la mamma di don Massimo, Mariangela Tufigno Camisasca, all’età di 95 anni.
Vi chiediamo di ricordarla nelle vostre preghiere, assieme al fratello di don Massimo, Franco, e a tutta la loro famiglia.
I funerali saranno celebrati a Milano giovedì 18 marzo, alle ore 14.45, presso la parrocchia San Michele Arcangelo e Santa Rita, in piazzale Gabrio Rosa.

Oggi, nella cappella della casa di formazione di Roma (via Boccea 761), alle ore 19.00, sarà possibile partecipare alla recita del rosario e alla santa messa in suffragio di Mariangela Camisasca.

16 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Corrotti si nasce o si diventa?

Sandro_Botticelli_050«Se la corruzione è un grave danno dal punto di vista materiale e un enorme costo per la crescita economica, ancora più negativi sono i suoi effetti sui beni immateriali, legati più strettamente alla dimensione qualitativa e umana della vita sociale» (Pont. Cons. Giustizia e Pace, Lotta alla corruzione, 4).

Leggendo i giornali di questi ultimi giorni la prima impressione è quella di un’enorme confusione. Il lettore normale, come penso di essere, non riesce a raccapezzarsi. Che cosa è accaduto? Che cosa sta accadendo? Siamo di fronte a qualcosa di nuovo o semplicemente al ripetersi di un vizio antico e inveterato?

Dobbiamo uscire da ogni visione moralistica ed entrare in un autentico giudizio morale. La storia dei popoli, da quando la conosciamo, è segnata dalla corruzione. Sant’Agostino parlava di magna latrocinia: «Se togliamo il fondamento della giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi associazioni a delinquere?» (De civ. Dei, 4,4).

Eppure qualcosa di nuovo e di tragico sta accadendo sotto i nostri occhi. Non tanto la presenza del male, che caratterizza la vita di ogni uomo in ogni tempo. È nuovo il disorientamento che regna nel cuore di tanti uomini. Qual è la strada verso una vita buona? Quale la via verso rapporti tra gli uomini che diano la soddisfazione di vivere sulla terra?

Viviamo infatti in un’epoca in cui dominano l’ansia e la paura. L’ansia di non potere avere a sufficienza, la paura che venga la morte a portarci via tutto. Tutto deve essere ottenuto in un tempo breve perché non c’è altro tempo. Del doman non v’è certezza scriveva Lorenzo De’ Medici all’inizio dell’età moderna. L’incertezza nei nostri tempi porta taluni a un’avidità insaziabile che acceca.

L’insicurezza riguardo al proprio futuro è tipica delle età in cui viene meno la speranza. La crisi della natalità che caratterizza il nostro Occidente è un indice tragico di questa incapacità a guardare oltre la propria individualità e oltre l’attimo presente. Non ci sono più figli a cui tramandare qualcosa, non c’è una storia personale da salvare.

Anche la povertà delle esperienze affettive, che muoiono presto e hanno bisogno subito di essere sostituite da altre esperienze, porta le persone a rischiare oltre il ragionevole pur di avere qualcosa tra le mani che giustifichi il presente. Ci si attacca al denaro come all’unica sicurezza. Già Dante ricordava che superbia invidia ed avarizia sono / le tre faville ch’ hanno i cuori accesi (Inf., VI). Abbiamo spento troppi fuochi. I fuochi della carità, della bellezza, della gioia di stare assieme, di curvarci sugli altri, di godere di una canzone, di un tramonto, di un bacio. Il freddo che ne è nato porta a rischi spaventosi. Pur di avere qualcosa da stringere.

Dobbiamo tornare a riscoprire il valore sociale delle virtù cristiane, buone per chi crede e per chi non crede, capaci di fondare una convivenza ragionevolmente umana. Se Dio sparisce dall’orizzonte dell’uomo, ognuno può credere di essere dio. All’euforia succede la depressione. Le civiltà si chiudono così su se stesse e perdono ogni creatività.

La sfida di oggi è assolutamente radicale. Ci porta alle radici delle questioni, ci fa vedere il percorso semplice che può aiutare a scrivere una strada di rinascita. Primo: la vita è un dono positivo per chiunque, malato o sano, povero o ricco, colto o ignorante e non va sprecata. Secondo: da soli non si va da nessuna parte. Imparare ad accogliere e ad amare è una strada essenziale per amare se stessi. Terzo: quando scopriamo di essere perdonati, diventiamo anche capaci di costruire qualcosa che rimane e sa coinvolgere altre persone.

Volere il bene degli altri è la strada principale per voler bene a se stessi. Badare soltanto al proprio arricchimento porta inesorabilmente all’autodistruzione e a un male generalizzato.

pubblicato su Il sussidario

nella foto, Sant’Agostino dipinto da Sandro Botticelli

3 marzo 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Lasciare spazio all’Altro

sirit1Carissimi,
da pochi giorni siamo entrati in Quaresima.
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni che mi hanno accompagnato in questi ultimi giorni e che ho già messo in comune con i seminaristi.
La Quaresima ci invita a lasciare l’immagine che noi abbiamo di noi stessi per incontrare Dio e poter trovare, in lui, il nostro io. È lui che ci spalanca alle dimensioni vere della nostra personalità. È lui che ci insegna cosa sia il bene per la nostra vita e quali siano le strade per raggiungerlo. Certo, in questo passaggio noi abbiamo l’impressione di morire. Un’infinità di volte abbiamo trovato commentata da don Giussani questa esperienza della mortificazione come sembianza di morte. Sembra di dover lasciare tutto.
Il sacrificio è lasciare spazio all’Altro. Lasciare che l’Altro prenda spazio nella mia vita, entri nella mia vita a poco a poco fino ad occuparla tutta, fino a diventare il mio io: Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me (Gal 2,20). Il sacrificio è lasciare spazio a Cristo. È la Pasqua, il passaggio dall’apparente al reale, dal demonio a Dio, dall’io come significato di tutto a Dio come significato di tutto.
Lo scopo della Quaresima non è la mortificazione, ma che ciascuno trovi se stesso: chi si perde, si trova. Il sacrificio è la strada necessaria alla nostra natura, incline al male e alla divisione, per poter ritrovare la sua identità.
Ma non si tratta di un passaggio improvviso. Implica molto tempo. Il significato comune di sacrificio, per nulla banale, è quello di sofferenza. Perché percepiamo queste due parole come fortemente legate? Perché fare un sacrificio ci fa soffrire? Perché comporta un cambiamento. È un sacrificio, perché è il passaggio ad un bene più grande in cui ancora non avvertiamo pienamente la luce. Ma Dio ci guida e ci riempie di consolazione.
Sant’Agostino nel capitolo undicesimo del De civitate Dei dice che l’unico sacrificio è la comunione. L’unico sacrificio è il passaggio alla comunione, arrivare a dire: “il mio io sei tu”. L’unico sacrificio, perciò, è l’amore. È la grande rivoluzione portata nella storia del mondo prima dai profeti e poi da Gesù. Il suo amore rende possibili tutti i sacrifici per affermare l’altro, anche il sacrificio della vita. Per questo la Chiesa identifica i vergini e i martiri con la forma più alta di amore, perché verginità e martirio sono la testimonianza che la gioia più grande della vita è affermare l’altro, affermare che il tutto è l’altro.
I fioretti che facevamo da piccoli non avevano senso se non in quest’ottica: affermare il fatto che l’altro è tutto. Così anche i sacrifici che la Chiesa ci invita a vivere in questo tempo di Quaresima, come il digiuno, l’elemosina e la preghiera, non sono una rinuncia, ma un’affermazione. In questo senso il sacrificio è l’anticipo della Resurrezione.
Il sacrificio, dunque, è la strada della comunione, è lo spazio che apriamo all’Amato. Tant’è vero che nel momento supremo della storia del mondo, sacrificio e comunione sono due parole che indicano la stessa realtà: l’Eucaristia. Nell’Eucaristia arriviamo ad intuire che il sacrificio è già comunione, è già tutto, perché il sacrificio è fare spazio all’Altro e questo è già tutto.
Vostro,
don Massimo
(Lettera inviata ai sacerdoti della Fraternità san Carlo, febbraio 2010)

nella foto: via Crucis in Siberia

24 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Imparare ad essere figlio, per essere padre

DSC_4118Ho scritto questo libro, “Padre”, per raccogliere il succo dell’esperienza educativa di questi ultimi venticinque anni della mia vita, dedicati quasi interamente all’educazione di giovani verso il sacerdozio e alla guida di piccole comunità sacerdotali sparse per il mondo. Ho sentito la necessità di raccogliere il frutto di questa esperienza per offrirlo a quanti, preti e non, fossero interessati ad ascoltarla.
Il libro è un racconto, quasi un’autobiografia. Ma non vi si trovano particolari della mia esistenza, quanto piuttosto una traccia di riforma per la vita sacerdotale.
Girando per il mondo ho visto figure di preti affascinanti che hanno creato attorno a sé comunità e opere. Ho visto anche sacerdoti stanchi, delusi. Mi sono chiesto: come può una vocazione così interessante cadere in un’espressione così limitata di vita? È perché essa ha perso le sue radici.
In questo testo dunque mi sono occupato delle radici della vita sacerdotale. Così ho scritto un libro che può essere letto da chiunque, perché, in fondo, le radici della vita sacerdotale sono le radici di ogni vita cristiana, sono le strade che possono affascinare ogni uomo.
Ho visto preti uccisi dall’attività, senza un minuto per prendere fiato, per riposare, per recuperare il senso di quel che facevano. Per questo il primo capitolo del libro, il più lungo, è dedicato al silenzio. Chi vorrà leggerlo noterà che il silenzio non è l’assenza di parole, di suoni e di immagini, ma la scoperta di uno sguardo più profondo, di un ascolto più vero.
Poi parlo della preghiera e della liturgia. Della compagnia che i Salmi fanno alla vita dell’uomo, ma anche della banalizzazione di certe celebrazioni liturgiche. Parlo di alcune nuove chiese in cui è difficile pregare, parlo del canto e dell’insegnamento di Benedetto XVI a questo riguardo.
Ho trovato sacerdoti che non leggono e non studiano più. Per questo ho voluto dedicare un po’ di spazio all’importanza dello studio. In ogni età della vita occorre continuare a leggere, a meditare, ad arricchire il tessuto della nostra riflessione, della nostra visione del mondo.
Infine la parte più cospicua del mio libro è dedicata alla vita affettiva del sacerdote. Molti preti sono soli. Dopo una giornata affannosa e piena di responsabilità tornano a casa e spesso hanno solo il televisore con cui “parlare”. In molte pagine ho spezzato una lancia a favore dell’amicizia, sia dell’amicizia tra sacerdoti, sia di quella con i laici.
Nella Chiesa si ha ancora molta paura dell’amicizia. Le amicizie morbose e negative, che non sono perciò propriamente neppure amicizie, non devono chiuderci al valore essenziale di quei legami di preferenza che aprono all’amore per gli altri e ci aiutano a capire chi sia Dio. Paternità e figliolanza sono due esperienze fondamentali nella vita dell’uomo, perciò anche in quella del sacerdote. La gente chiama il prete: “padre”. Ho voluto fermarmi su questo fatto, sulla bellissima esperienza di paternità che vedo vivere in tanti preti, perché hanno aperto il proprio cuore alla figliolanza verso qualcuno che li guida e li aiuta.

pubblicato su Il sussidiario.net

17 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

“Padre”: parola all’autore

17 febbraio 2010 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Padre

PadreLR copyCi saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? Mons. Massimo Camisasca pone questa domanda provocatoria come sottotitolo del suo nuovo libro, Padre (San Paolo, 16 euro, pp. 221), in uscita il 12 febbraio 2010.

Nel volume, scritto per l’anno sacerdotale in corso, Camisasca affronta i nodi fondamentali dell’attuale crisi nel clero e offre un contributo originale alla sua riforma. Benché l’autore non insista nel suo testo su tale tema, la prefazione di Mons. Bruguès, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica in Vaticano, identifica così il senso profondo delle riflessioni di Camisasca: “Sono molti i sacerdoti che, in Europa e nell’America del Nord, hanno perso il gusto della loro vocazione. La loro vita attraversa gravi difficoltà: la solitudine pesa, il rischio di abbandono li minaccia. Che fare? La risposta è semplice, evidente, e nello stesso tempo terribilmente audace: una riforma!”.

I problemi della vita sacerdotale sono molti e molto discussi. Dopo il Concilio Vaticano II, qual è il senso della liturgia e della preghiera? Perché si nota una scarsa formazione intellettuale dei sacerdoti, e cosa bisogna fare? Si può ancora parlare di paternità spirituale, in un’era che ha smarrito anche il senso della paternità carnale? Ma anche: qual è il senso delle amicizie sacerdotali? Perché il celibato?

Per gettare una luce su queste problematiche, Camisasca rilegge l’esperienza dei suoi venticinque anni di superiore della Fraternità san Carlo, una società missionaria che oggi conta più di cento preti e circa quaranta seminaristi. Vivendo con i suoi fratelli, e mandando missionari in tutto il mondo, ha imparato l’importanza dell’affettività: perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e ai seminaristi. I preti devono fare l’esperienza di essere figli per poter diventare padri del loro popolo. Così con le amicizie, che l’autore afferma essere una strada fondamentale anche per arginare le patologie.

La strada di ripresa che Camisasca propone ha radici profonde. Afferma che il prete oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno, dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Questi non sono la negazione della vita attiva tra gli uomini, sulle strade, ma la loro condizione.

Una parte importante del libro è dedicata alla liturgia, in perfetta consonanza con quanto sta operando Benedetto XVI. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo.

12 febbraio 2010 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

La pace, dono del Natale

NativitargbSe il dono della Pasqua è la gioia, il dono del Natale è la pace. L’uno è la condizione dell’altro. Non può esserci, infatti, gioia senza pace.
In che cosa consiste la pace? Perché è il dono del Natale? La pace è il dono del Natale perché il Natale è la riconciliazione di Dio con gli uomini, nella carne di suo Figlio. «Egli è la nostra pace. E dei due popoli ne ha fatto uno solo» (cfr. Ef 2, 14). Il fondamento della pace è dunque l’opera di Dio, la riconciliazione con tutta l’umanità che egli ha realizzato nella carne del figlio.
Tutto ciò permette a ciascuno di noi di riconoscere il proprio posto dentro la storia del mondo e di Dio. E questo è, propriamente, la pace. Il riconoscimento del posto in cui Dio ci ha voluti, ci ha pensati, ci ha collocati, talvolta è semplice, talaltra è difficile; talvolta è luminoso, talaltra è tormentato. Scrive Paul Claudel ne L’Annuncio a Maria: «La pace, chi la conosce, di gioia e di dolore si compone». Noi dobbiamo riconoscere questo, con la consapevolezza che la pace è il bene sommo e ad esso perciò tutto va sacrificato, tanto che, appunto, il nome di Cristo è pace perché in lui la pace è stata resa possibile.
Senza pace non vi è costruzione nella vita. Sarebbe come pretendere di edificare una casa, senza prima pensare alle fondamenta. Proprio sulle fondamenta della pace si erge la possibilità di costruttività nella nostra vita. Se uno pensasse di lanciarsi verso il futuro, senza poggiare sul presente, la sua vita ne verrebbe annientata. Il suo tentativo si rivelerebbe vano e, anzi, distruttivo. Questo è vero anche per la missione. Che cosa sarebbe dello sforzo di missionari come Pepe, Markus e Giovanni, di cui leggiamo in questo numero di Fraternità e Missione, senza la certezza del proprio fondamento? Dobbiamo pertanto invocare dallo Spirito di Dio questo dono, che coincide col dono della fede, poiché la grazia della fede è proprio questa: il riconoscimento dell’opera di Dio nel mondo e del nostro posto in tale opera.
La pace è un dono coraggioso. Esige e crea uomini coraggiosi perché, senza coraggio, non è possibile riconoscere il proprio posto, quello autentico, reale, non quello sognato, vagheggiato. Quando medito sul coraggio, penso spesso ai miei fratelli in missione. Troviamo in queste pagine, per esempio, il quotidiano coraggio che nutre la missione di Vincent Nagle (è uscito, tra l’altro, un cortometraggio che parla di lui), missionario in Terra Santa, al cuore della nostra storia. Ma troviamo anche il coraggio delle suore della Trappa di Vitorchiano. Ho accompagnato recentemente i seminaristi in una visita al monastero nell’alto Lazio (potete leggere un sunto del nostro incontro): mi colpisce sempre la certezza delle suore di servire la Chiesa intera nel loro silenzio nascosto.
La pace crea uomini forti e saldi, poiché, quando si è riconosciuto il vero fondamento della vita, allora si può tutto. «Omnia possum in eo qui me confortat», «Tutto posso in Colui che è la mia forza» (Fil 4, 13).
Quel bene che sta alla base di tutta la costruzione della nostra vita, che sta alla base della Chiesa, all’inizio della sua storia, è dunque il bene sommo, che tutti noi, soprattutto nel Natale del Signore, siamo invitati a chiedere con perseveranza. Siamo anche invitati a riconoscere con semplicità che tale dono, in realtà, ci è già stato dato. Si tratta perciò di riconoscerlo con verità e di alimentarlo. Si tratta di costruire su di esso ogni altra speranza della nostra esistenza.

nell’immagine: Marko Rupnik, Natività, Casa incontri cristiani,Capiago (Co).

22 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Il nostro compimento

033_E0145_ElioCiolLa nostra vita è definita da ciò che ci attrae e non dai nostri limiti. Quando uno cammina, ha in mente soprattutto la meta e questo pensiero determina anche il suo itinerario. Se uno deve andare in pellegrinaggio a Santiago di Compostela o a Czestochowa, o a Chartres, che cosa domina il suo cuore? Il desiderio di arrivare. Se risentissimo le testimonianze dei seminaristi che quest’anno hanno percorso il cammino verso Santiago de Compostela, saremmo sicuramente colpiti dal fatto che il momento più emozionante per loro è stato l’arrivo nella piazza davanti alla Cattedrale, dove si sono inginocchiati cantando il Non nobis Domine.
È la meta che domina la nostra vita e determina e illumina i passi di ogni giorno. Tutto ciò segna la differenza profonda fra ogni messianismo umano e il cristianesimo. Il messianismo umano, ogni ideale rivoluzionario, è costretto a cancellare il presente per affermare il futuro. “I morti di oggi, i sacrifici di oggi non contano, sono necessari al domani.” Nel cristianesimo, invece, la meta illumina e riscalda il presente, dà luce e giudizio su di esso e forza per viverlo.
Durante il viaggio, i piedi continuano a fare male, ma tale dolore non è tutto: il desiderio della meta e l’essere insieme agli altri rendono le fatiche tollerabili. Così è nella vita illuminata da Cristo. Il nostro male non ci definisce. Non per questo dobbiamo sottovalutarlo, ma è possibile attraversarlo, anzi addirittura capovolgerlo, facendolo diventare, nell’umiliazione di cui esso è causa, una pedana di lancio per la nostra esistenza.
Con l’immagine del pellegrinaggio ho voluto descrivere il nostro cammino verso la maturità affettiva. Essa è resa possibile innanzitutto dalla presenza di un’autorità. Se non c’è un’autorità, non c’è una guida al pellegrinaggio della vita, non c’è un indirizzo, non c’è la certezza della strada. È tale certezza a segnare i confini ai nostri limiti e ai nostri peccati. La certezza della strada fa sì che essi non siano l’ultima parola, ma siano confinati e poi, a poco a poco, se Dio vuole, in alcuni casi addirittura vinti.
Riecheggiando un’espressione di don Giussani, possiamo dire di essere pellegrini mendicanti. Siamo pellegrini in cammino, ma non degli sbandati, gente che non ha meta, che oggi è qua e domani è là. Questo non è il pellegrino. Il pellegrino è un uomo abitato dalla meta. Per questo può raggiungerla. È abitato dalla meta perché altri sono con lui in cammino verso quella stessa meta. Non c’è niente di statico nella nostra compagnia, di definito a priori, nessun soffocamento della personalità, dell’originalità dell’io. All’opposto, tutto è per noi, per la nostra crescita, perché la peculiarità di ciascuno possa concorrere ad edificare la gloria, che è di molti colori.

Amare Dio, sé e il prossimo
Viene in mente l’espressione di Gesù, che a sua volta traeva anche dall’Antico Testamento: «Ama Dio con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Mt 22, 37-39). Vorrei dire almeno qualcosa sui tre amori: di Dio, del prossimo e di sé.
Leggendo il vangelo notiamo l’insistenza di Gesù che ci invita ad amare Dio con tutto noi stessi. Nello stesso tempo, egli parla dell’amore al prossimo come di un amore simile al primo (cfr. Mt 22, 39). Perché è simile al primo? Oppure, pensiamo a Giovanni che dice: «Come fai ad amare Dio che non vedi, se non ami prima il tuo prossimo che vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Che cosa viene prima, che cosa viene dopo?
Solo apparentemente siamo davanti ad una serie di incongruità. Amare Dio con tutto noi stessi vuol dire che il cambiamento della nostra vita non ha fine. Colui che ci attrae è infinito, non è mai riducibile all’idea che mi faccio di Lui. Dentro la carne della nostra vita c’è un infinito che ci attrae.
Il compimento affettivo non è innanzitutto qualcosa che io faccio per amare gli altri, per tollerare gli altri, per essere più buono. La maturità affettiva è aderire a Colui che mi attrae. Mi attrae innanzitutto con il suo Spirito attivo, con il suo Figlio che mi parla. Mi attrae attraverso il corpo di suo Figlio. Questa è la maturità affettiva, lasciarsi attrarre: Amor meus, pondus meum. Conosciamo questa frase che Agostino ci ha lasciato, perché la leggiamo ogni anno nel breviario: «Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto» (Confessioni, 13, 9). È quella delectatio victrix che Giussani ha citato in uno dei suoi primissimi testi. È l’infinito che mi attrae. Questo infinito però non è un sentimento infinito, non è un’esperienza infinita, è una Persona. L’infinito è un Tu reso carne.
Questa è la maturità affettiva: non resistere a Colui che mi attrae. Ma l’infinito mi attrae attraverso il suo Spirito e non posso mai disgiungere il suo Spirito dal suo Corpo. Cominciamo così a scoprire l’amore del prossimo. Perché Gesù ha detto che questo comandamento è simile al primo? Perché io non posso amare Dio che non vedo, se non amo il prossimo che vedo. Il luogo attraverso cui Dio mi attrae è la realtà umana in cui ha posto la mia vita. Questa realtà umana è composta da una serie infinita di riferimenti, che va dalle persone che più hanno inciso nella mia vita a quelle che ho incontrato per un solo minuto, ma che, senza che io me ne accorgessi, hanno lasciato qualcosa dentro di me. «Il prossimo» è un neologismo inventato da Gesù. È l’infinito che ti raggiunge attraverso delle persone più vicine di altre. Me le ha messe lì proprio per questo, perché l’infinito non fosse un’idea, non fosse semplicemente un sentimento, un partito, una fazione, un’ideologia. La grazia più grande che Dio può fare alla vita di un uomo o di una donna sono le persone che fa loro incontrare e la compagnia che queste persone realizzano verso di loro. I lacci infiniti, di cui parla il Cantico dei cantici, sono soprattutto una quotidianità di incontri.

La purificazione dell’amore
Cristo mi attrae principalmente attraverso le cose e le persone. La mia anima ferita e stanca potrebbe fermarsi ad esse. L’idolatria non è altro che confondere la creatura col Creatore. Ecco la necessità continua della purificazione dell’amore.
Ciò che vi dico è dominato da una espressione di don Giussani che ho commentato decine e decine di volte e che, nel libro che ho scritto su di lui, ho richiamato come uno dei punti più alti, più impressionanti e veramente innovativi nella storia della Chiesa recente: la definizione di verginità come distanza nel possesso o come possesso con dentro una distanza. Bisogna prenderla tutta questa frase. Vi è l’esaltazione dell’umano in Cristo, che ha contraddistinto tutta la vita di don Giussani, e l’inevitabilità del sacrificio, che egli ha sempre richiamato come condizione della strada. Nessuno vuole cancellare, reprimere, mettere tra parentesi amicizie e sentimenti, ma dobbiamo essere molto chiari e chiederci: cosa vuole Dio da me? E cosa vuol dire rispettare l’altro secondo la strada che Dio gli ha assegnato?
Cristo non è paradossale. Cristo ci dona un’infinità di affetti umani per aiutarci a capire cosa vuol dire amarlo. Non mi provoca scandalo che uno dica: «A me sembra di amare più quella persona lì di Gesù», perché il nostro cammino verso l’Infinito è senza fine e prima di amare Dio che non vedi, ami il prossimo che vedi. Ma ami il prossimo che vedi per camminare verso Dio, per camminare verso la pienezza di te.

Amare se stessi
«Ama il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Mt 19, 20): è una frase che ci fa entrare nel cuore più profondo della rivoluzione portata da Gesù, la stessa rivoluzione che Egli ha espresso dicendo: «Chi si perde si trova» (cfr. Lc 9, 25), la stessa rivoluzione che ha portato dicendo: «Sono venuto perché abbiate la vita, perché siate nella gioia» (cfr. Gv 10, 10; Gv 15, 11). Gesù è venuto per il nostro compimento. Uno che non ama sé non può amare Dio e gli altri. «Credono di amare Dio perché non amano nessuno», ha scritto Simone Weil.
Non puoi amare te stesso, se non riconosci di ricevere il tuo essere da Colui che ti ha fatto, se non riconosci di essere creatura. Scopri così la positività della creazione. Poi scopri di essere persona salvata, scopri la preziosità della morte e resurrezione di Cristo; scopri di essere persona chiamata, scopri il privilegio di ogni vocazione.
Questi amori, l’amore di Dio, l’amore del prossimo, l’amore di sé, sono un unico amore. Sono la descrizione del movimento dell’amore. Siccome Dio è infinito, devo imparare ad avere pazienza dei miei limiti, devo imparare a sapere che ci sono limiti che avrò fino alla fine della vita. Magari, Dio mi salva proprio perché, umiliandomi attraverso quei limiti, mi obbliga così a pregarlo, a riconoscerlo, ad amarlo. «Perché non mi insuperbissi, mi ha messo una spina nella carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggia» (cfr. 2 Cor 12,7). Sono parole di san Paolo. Certo, molti affetti che nascono nella nostra vita ci parlano di una ricchezza nuova che ci aspetta. Ma quando essi divengono sregolati, parlano anche di un buco che c’è nella nostra esistenza.

L’amore al lavoro
Ogni responsabilità che è affidata all’uomo è una strada fondamentale dell’amore. Il lavoro è, infatti, per ogni persona la strada per la sua espressione. Essa entra in relazione con gli altri e con tutta la terra e poi risponde a chi lo ha chiamato. Perciò occorre convertire il nostro sguardo sul lavoro, acquisire, dentro la preghiera, una passione per la responsabilità che ci è affidata e nello stesso tempo un distacco da essa. La vita cristiana è realmente il luogo in cui si sperimenta l’unità di ciò che nel mondo è diviso. Come essere appassionati e distaccati nello stesso tempo? È possibile? Certamente. Non solo è possibile, ma è auspicabile. Solo così l’uomo trova la verità di sé. Nella vita siamo chiamati a lasciare camminare da soli coloro che abbiamo generato e cresciuto. È molto difficile distaccarsi da coloro che siamo tentati di possedere.
Non lasceremo mai i nostri figli e i nostri amici, non li abbandoneremo, anche se essi sono chiamati a percorrere una strada che noi non avevamo preventivato. Non dobbiamo sentire come un affronto il fatto che oggi siamo qui e domani siamo chiamati ad essere là. Sicuramente ci sarà un periodo di adattamento, forse anche qualche rimpianto o nostalgia, ma poi basta. Guardiamo a ciò che ci è chiesto in questo momento, sapendo che quello che abbiamo fatto finora non è mai perduto. Non c’è un attimo che vada perduto. Questa certezza ci fa sperimentare una pienezza nell’istante, nel presente. Perché la Chiesa soffre? Perché ciascuno si sente in diritto di fare quel che gli piace, persino davanti al Papa. Nessuno più obbedisce, nessuno più è pronto ad avvertire la gloria che sta dentro all’obbedienza.
Donarsi è «svuotarsi» (cfr. Fil 2, 7)? Sì, ma con una particolare sottolineatura: che la carità, quando è divisa, non è mai diminuita. Quando io dono tutto me stesso a Cristo, sono riempito cento volte tanto.
Il seme deve morire per dare luogo alla pianta. Morire è imparare una lingua. Imparare l’ungherese, per esempio, è morire, perché uno deve dimenticare qualcosa, altrimenti non può impararlo. Imparare il cinese è lo stesso. Entrare dentro un luogo fino a immergersi in quel luogo, fino a diventare di quel luogo, senza perdere se stessi: non è il secondo capitolo della lettera di san Paolo ai Filippesi? «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, fino ad assumere la forma umana, fino a diventare uomo» (cfr. Fil 2, 6-7). E lo ha fatto perché noi potessimo diventare Dio, divini, partecipi della natura divina, come dice san Pietro (cfr. 2 Pt 1, 4). Questa è la descrizione di che cosa sia la missione. (Appunti da una lezione ai sacerdoti della Fraternità san Carlo, luglio 2009)

foto: © Elio Ciol – Tutti i diritti riservati


2 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Egli viene per chiamarvi

accolitatoLa liturgia di questa sera ci fa entrare in un momento particolare della vita di Gesù. Sta scendendo da Betania verso Gerusalemme. La vista è splendida da quel punto. Anche agli occhi di Gesù la Gerusalemme di allora doveva sembrare impressionante nella sua bellezza. E Gesù si commuove, e si mette a piangere. In fondo, lui era venuto per lei. Nessun altro punto della terra era importante per Gesù come Gerusalemme, neanche Betlemme e Nazareth, neanche Betania e Cafarnao. Perché Gerusalemme era la città di Davide, e sul suo monte era stato costruito il tempio che Gesù stesso ha chiamato “la casa di mio padre” (Gv 2, 16), dichiarando in questo modo di essere figlio di Dio e di riconoscere nel tempio il segno di ciò che sarebbe stato nei secoli il Suo corpo.
Egli era venuto per Gerusalemme, e Gerusalemme non lo aveva accolto. Anche a questo allude san Giovanni nel suo prologo, quando dice “venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero”. Tutta la vita di Gesù è stato un andare verso Gerusalemme. La vita di Gesù è stato il giorno, l’occasione per Gerusalemme, ma lei si era chiusa su se stessa, sicura della propria effimera santità, che come carta cadrà lasciando sulla terra un mare di macerie e di morti.
Il mistero di Gerusalemme illumina il mistero della nostra vita. Anche a noi viene Gesù. Anche a noi chiede il nostro sì. Egli viene in tanti momenti della vita, si può dire che egli venga in ogni istante della vita. Ma ci sono alcuni momenti che acquisiscono un significato particolare. Essi sono, per usare l’espressione di Gesù, “il suo giorno”. E attraverso il nostro sì diventano il nostro giorno.
Questo che voi vivete, cari fratelli che ricevete l’accolitato e il lettorato, è uno di questi giorni. Dentro il semplice rito e la semplice attribuzione a voi di un compito di pure lontana preparazione al sacerdozio, avviene qualcosa di molto più importante. Venite chiamati da Dio a riconoscere la sua continua venuta nella vostra vita. Egli viene per chiamarvi, per sollecitarvi a seguirlo, per aprirsi alla sua manifestazione. In questo modo la vostra vita si apre a sempre nuove dimensioni, verso sempre nuove scoperte e, infine, fiorisce in quella sua statura definitiva che il padre ha pensato per ciascuno di voi e che sarà il vostro volto eterno nel regno di Dio.
In Gesù Dio viene definitivamente. Tutte le sue venute non sono altro che manifestazioni successive di un’unica venuta. Lo contempleremo meglio nel prossimo Avvento e nel Natale. C’è un solo Natale, così c’è un solo Avvento, e una sola manifestazione di Gesù. Ma, per il nostro cuore debole, per la nostra mente traballante, per la nostra libertà così incerta, egli viene continuamente. Egli necessita di essere continuamente accolto e scoperto. Così, questa sera, viene ancora per voi, e verrà nei prossimi giorni, mesi ed anni.
In Gesù il Padre si manifesta non solo definitivamente, ma anche completamente. Gesù è la realizzazione piena di ogni promessa. Nel suo “sì” alto, sicuro, luminoso, ha reso possibile il nostro “sì”, che, da prima timido e quasi faticoso, diventa poi sempre più lieto, convinto, e quasi naturale.
Anche noi dunque questa sera vogliamo dire “sì” insieme a voi. Sì, voglio seguirti. Sì, io prendo tutto me stesso, e ti seguo. E’ importante, questo “tutto me stesso”. Gesù ha detto “prenda la sua croce e mi segua”, chi vuole seguirmi. Leggo in questo invito di Gesù la sollecitazione a seguirlo con tutto me stesso, con tutta la mia mente, con tutto il mio cuore, anche con tutta la mia debolezza, fatica, e perfino con i miei peccati. Lo ha detto Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis: “L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo deve, con la sua inquietudine e incertezza, e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve entrare in Lui con tutto se stesso, deve appropriarsi ed assimilare tutta la realtà della incarnazione e della redenzione per ritrovare se stesso.” (RH 5)
Gesù amava Gerusalemme. Egli ama colui e coloro a cui è mandato dal Padre. L’intensità del suo pianto rivela l’intensità del suo amore. Egli ama in modo particolare ciascuno di voi, che questa sera visita con una grazia speciale, offrendo tutto se stesso e chiedendo a sua volta a voi di donare generosamente tutta la vostra vita per poter essere felici ministri della sua grazia.

Omelia in casa di formazione per il conferimento del lettorato e dell’accolitato ad alcuni seminaristi
19 novembre 2009

20 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Il vento di Dio

La storia dei primi venti anni della Fraternità san Carlo. Raccontata in prima persona dal fondatore, essa è occasione per ripercorrere le tappe più significative della storia della Chiesa lungo il pontificato di Giovanni Paolo II e gli inizi di quello di Benedetto XVI, mostrando le strade del suo rinnovamento.

Ecco alcuni capitoli del libro:

capitolo primo: L’inizio

capitolo terzo: La casa di formazione

itacalibri

18 novembre 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Cosa c’entra il Papa con l’ambiente?

ambienteLa scorsa estate, durante l’ultima settimana di giugno, sono tornato in Sicilia, la patria di mio nonno. Non ci andavo, per un lungo periodo di tempo, dal 1961. Da allora, sempre e soltanto viaggi di una giornata. Adesso mi sono fermato per una settimana. Ho visto, tra l’altro, Messina, Taormina, Siracusa, Catania. Mi ha impressionato, più di ogni altra cosa, il contrasto tra la bellezza della natura e la cementificazione. Case costruite sui greti dei fiumi, sulle ripe scoscese delle colline, rapinate degli alberi.
Una bellezza ferita. Ciò che più mi interroga, oltre alle conseguenze di tale scempio che sono sotto gli occhi di tutti, è la ricaduta diseducativa che si realizza nel cuore e nello sguardo di intere generazioni di giovani. «L’esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l’ambiente reca danni alla convivenza umana» ha più volte ricordato Benedetto XVI. «Il tema dello sviluppo – afferma nella Caritas in veritate – è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale».
Nel Medioevo molta gente viveva nelle capanne. Per esempio ad Assisi. A un certo punto, vedendo Giotto, oppure Masaccio a Firenze o Piero della Francesca ad Arezzo o Duccio a Siena, ha cominciato a guardare con occhi nuovi e ha pensato e poi realizzato case nuove, un nuovo modo di vivere e di abitare.
Ora, quando esco da casa mia, alla periferia di Roma, entro in una campagna che presenta ancora aspetti di una profonda bellezza, con la sua terra, i suoi animali. Ma ci sono bottiglie e lattine dovunque e poi televisori e lavatrici abbandonate.
Avendo speso secoli per uscire dalla barbarie ci stiamo ritornando? «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso», ammonisce ancora il Papa nella sua ultima enciclica. È un tema, questo, molto caro al pontefice. A dire il vero anche Giovanni Paolo II è più volte intervenuto in proposito sottolineando lo stretto rapporto tra ecologia e giustizia.
Quel che più colpisce, invece, nei numerosi interventi di Benedetto XVI è il nesso che lui stabilisce tra ambiente e bellezza, tra ambiente ed educazione a «vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero». «La nostra fede – afferma – comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile».
L’educazione dello sguardo deve generare uomini e donne che sappiano creare fatti di bellezza attorno a sé. La nascita della scuola creata da Cometa a Como, il lavoro che vedo fare nei Meeting-point con i malati di Aids a Kampala e a Nairobi, in Africa, Cà Edimar, che a Padova offre una casa e una scuola a ragazzi che non hanno i genitori o non possono vivere con loro… centinaia e centinaia di punti nel mondo in cui si educa a una rivoluzione dello sguardo che pone le premesse per un rispetto della bellezza dell’ambiente e per una sua valorizzazione.

pubblicato su ilsussidiario.net, il 16 novembre 2009

17 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Armonia delle stagioni

E’ in libreria la proposta natalizia della casa editrice Marietti 1820. Il libro si intitola “Armonia delle stagioni” (pp. 169, 25 euro) e fa parte della prestigiosa collana “Biblioteca dell’Alleanza” a cui già hanno contribuito, fra altri, Joseph Ratzinger e Luigi Giussani. Il volume si compone di immagini in bianco e nero che commentano delle brevi riflessioni di Massimo Camisasca, superiore della Fraternità San Carlo. L’autore delle fotografie è Elio Ciol, pluripremiato fotografo friulano le cui opere sono arrivate fino al Metropolitan museum di New York.
I due autori si sono stimati a distanza per anni; ora per la prima volta collaborano a un’opera a metà fra un libro d’arte e un saggio sul tempo e sulla teologia. «Ciò che finisce è troppo breve – scrive Camisasca rivelando le sue approfondite letture di Sant’Agostino – se ciò che comincia e ci appassiona, rendendo affascinante il vivere, dovesse finire, la vita non sarebbe allora un’insopportabile ingiustizia?». Ciol dice altrettanto con le sue immagini commoventi, informati dalla sua profonda umiltà e dalle sue radici rurali, che comunicano l’amore che l’artista ha per la sua terra.
Forse fa scalpore che un prete cattolico intitoli un capitolo “La più bella esperienza, innamorarsi”. Ma è proprio così, e l’autore si spiega scrivendo che l’innamoramento è una profezia del compimento di tutto il reale. E ancora, l’ambiente in cui viviamo non è appena un museo. È qualcosa di vivo, anzi è un simbolo che conduce oltre ciò che appare. Il valore di un particolare si rivela sempre nel suo nesso con il tutto, e proprio questa è l’esperienza che sorge spontanea in chi guarda le fotografie di Ciol. «L’intento di questo libro è accompagnare il lettore dentro ad una grande verità – afferma Camisasca – lo sguardo autenticamente umano è quello che sa abbracciare tutto l’universo, senza censurare nulla».
Molti altri titoli dei capitoli sono fortemente suggestivi: “Vivere è condividere la vita”, “Il lavoro, strada per imparare ad amare”, “La povertà nella luce della felicità” sono tutti modi originali per guardare tematiche da secoli al cuore della riflessione cristiana.
Camisasca ci accompagna stagione dopo stagione, mese dopo mese, ad entrare nella sinfonia dei tempi della Chiesa. Scopriamo così che la liturgia non è un rito per persone pie, bensì la rivelazione del senso nascosto delle cose. È un libro intriso di una forte spiritualità, che mette in evidenza l’eco profonda fra la realtà creata, la natura e l’uomo, e la vita della Chiesa nei suoi tempi forti: Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua. Siamo di fronte quindi ad un libro breve nelle pagine, ma che ci accompagnerà per un anno intero.

Massimo Camisasca
Armonia delle stagioni.
I tempi dell’uomo, della natura, della liturgia
Con fotografie di Elio Ciol
Marietti 1820, 2009

leggi un estratto:

itacalibri

11 novembre 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Comunicato stampa – Armonia delle stagioni

scarica in pdf il comunicato

6 novembre 2009 | Categorie Varie | Commenti disabilitati 

Il gusto dell’essenziale

carlo borromeoNon è un caso che san Carlo sia stato scelto come patrono eponimo della nostra Fraternità.
L’aspetto che più mi impressiona di lui è la forza che gli veniva dalla fede. San Filippo Neri si chiese un giorno: “Ma quest’uomo era di ferro?”. Eppure la sua costituzione fisica era provata dalle fatiche, dai digiuni, dalle pallottole conficcate nella carne per un attentato subito nella sua stessa cappella privata.
Ma egli era forte perché amava. Amava Cristo e gli uomini e viveva concretamente la totale relatività a loro della sua vita.
Questo sentiva: la responsabilità di fronte al tempo che Dio gli aveva concesso. Responsabilità che si esprimeva innanzitutto come coscienza viva delle necessità del silenzio, della preghiera, dello studio. Le ore che trascorreva davanti al Crocifisso e all’Eucarestia erano per lui una necessità.
In quel silenzio, egli portava a Gesù l’immane peso dei volti sofferenti, delle malattie e delle povertà di quel secolo, delle lotte con i capi politici, delle resistenze e degli abbandoni di intere comunità. Assieme ad esso, le suppliche, le nuove iniziative, il nuovo slancio creativo di una chiesa che, dopo la tragedia della divisione, cercava forme nuove della sua espressione della storia.
Senza Carlo Borromeo la Chiesa non avrebbe avuto il messale, il breviario, il catechismo, i seminari, le scuole di dottrina cristiana. Ma soprattutto non avrebbe avuto ciò di cui ha assolutamente bisogno: una icona vivente di Gesù, come uomo pieno di pietà per gli uomini. Carlo Borromeo dovette prendere grandi decisioni nella sua vita e seppe dare a queste decisioni la forma della legge; fu un legislatore che tagliò alberi, ebbe il coraggio di potare e di sradicare.
Eppure egli non amò l’umanità, amò uomini e donne personalmente. L’immenso numero delle sue letture, ancora per lo più disperse negli archivi d’Europa, sta a testimoniare della cura particolare che contraddistinse l’animo di un uomo che non si vergognò, nello scrivere i trattati di architettura sacra, di indicare fin dove piantare i chiodi per appendere il cappello del predicatore.
Dalla sua preghiera scaturì la forma di una nuova civiltà. Questo è il succo del suo testamento vissuto.
Questo è l’invito che la figura di san Carlo rinnova oggi a tutti noi: di avere il gusto dell’essenziale, di tutto ciò che è essenziale, di vivere tutto nella memoria che fa di ogni istante la pietra di una costruzione, di avere un grande rispetto per la forma di vita cui il Signore ci ha consegnati, di desiderare cose grandi e di lasciarsi potare e portare dal Signore senza paura. Egli sa cosa fa, sa cosa chiede, sa cosa permette, sa cosa dona per sempre.

4 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Radio Vaticana

Rosario Tronnolone ha intervistato Massimo Camisasca su Radio Vaticana, il 5 novembre 2009, nell’ambito del canale One-O-Five. Potete ascoltare la trasmissione qui

Buon ascolto!

2 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Su Raiuno si parla di “Don Giussani”

donGiussaniOggi, venerdì 18 settembre, andrà in onda su Raiuno, in seconda serata (alle ore 23.55),  “L’appuntamento. Scrittori in tv”. La trasmissione, condotta da Gigi Marzullo, sarà dedicata al libro di Massimo Camisasca “Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio”. Saranno ospiti in studio l’autore, Gabriele La Porta (Direttore Rai Notte) e Simonetta Bartolini (giornalista e critica letteraria).

Presentazione del libro al Meeting di Rimini – guarda il video

18 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

“Autogol averlo attaccato. Arginava il dissenso al Pdl”

Don Camisasca (Cl): non è un immorale che ha fatto il moralista

ROMA – «Il caso Boffo è un singolare esempio di eterogenesi dei fini. Boffo non è stato per niente un moralizzatore. All’ opposto, ha mostrato gli aspetti positivi del governo Berlusconi. E ha fatto argine a un’ onda di preoccupazione e di dissenso verso il centrodestra, presente in alcune diocesi e in settori della Chiesa italiana. Ma ora chi potrà fermare questo dissenso? Si finisce per ottenere l’ opposto di quello che si era voluto. La scaltrezza, quando è disgiunta dalla verità, finisce per ritorcersi contro la propria origine». Don Massimo Camisasca, «ambasciatore» di Cl in Vaticano, biografo di don Giussani, fondatore della fraternità San Carlo – presente in venti Paesi – ed ex cappellano del Milan di Sacchi, riflette sul caso Boffo. «Le sue dimissioni da direttore del quotidiano dei cattolici italiani, che ha guidato con grande intelligenza e professionalità per anni, hanno destato in me una serissima preoccupazione e un desiderio di reazione. E sono sicuro che lo stesso vale per moltissimi cattolici e uomini pensosi del nostro Paese. Dove siamo arrivati con l’ uso della carta stampata? È possibile che la battaglia politica e i rapporti fra le persone, che dovrebbero svolgersi attraverso dibattiti anche aspri con la forza del ragionamento, debbano ridursi a battaglie in cui l’ arma è l’ ascolto delle telefonate, lo spionaggio fotografico quando non addirittura la pura invenzione, la calunnia per la calunnia?». Oltretutto, sostiene Camisasca, «nel caso di Boffo si è andati ben aldilà di tutto questo. Si è voluto colpire un esponente di punta del mondo cattolico perché da immorale avrebbe fatto il moralista. Ma così non era. Dino Boffo ha avuto su di sé un carico enorme di responsabilità: direttore di Avvenire, della televisione Sat 2000, della rete di duecento radio private Inblu. Si trattava di dare spazio adeguato al magistero del Papa e a quello variegato dei vescovi italiani. Boffo ha creato un giornale che, come ha scritto Ferrara, “bisognava” leggere». Un giornale non certo nemico di Berlusconi, anzi, attento a coglierne «la sintonia su alcuni temi cari alla Chiesa», e in grado di fronteggiare il malumore dei vescovi e dei settori del mondo cattolico ostili al centrodestra. «Feltri non si è reso conto che la sua uscita avrebbe creato problemi alla maggioranza, e in particolare a Berlusconi». Nessuno, dice Camisasca, «immagina un mondo politico e giornalistico fatto di angeli. Sarebbe ora però di capire che gli eccessi, da qualunque parte vengano, finiscono per erodere il consenso e la credibilità. C’ è un valore sociale e umano delle virtù che sarebbe buona cosa tornare a considerare, al di là di ogni clericalismo. Lo richiamava il Papa nell’ udienza di mercoledì scorso». E la Chiesa, è davvero divisa? «I vescovi stanno certo riflettendo e non mancheranno i momenti in cui faranno ascoltare la loro voce. Non si tratta assolutamente di privilegiare un campo piuttosto che un altro, di cambiare alleanze come potrebbe pensare qualcuno abituato a leggere le posizioni della Chiesa in chiave di destra o di sinistra. Occorre riconoscere gli uomini che sono in grado di operare politicamente, garantendo una traduzione legislativa di ciò che la Chiesa segnala essere il bene non della propria parte ma dell’ uomo concreto. Politici che sappiano guardare avanti, che non si fermino a combattere su quanti stranieri dobbiamo o non dobbiamo accogliere, ma sappiano chiarire agli italiani quali sono le linee essenziali della nostra identità che uno straniero è chiamato a rispettare. Allo stesso modo occorrono legislatori capaci di esprimere – su bioetica, fine vita, uso degli embrioni, attuazione della 194, scuola – ciò che, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, è necessario se si vuole avere una generazione di giovani meno insicura, meno infelice, meno violenta. Si tratta di inventare qualcosa di nuovo in continuità e discontinuità con l’ antico. L’ Italia è un cantiere alla ricerca di statisti. Uomini come De Gasperi non possono appartenere solo al passato. Anche la nostra generazione se li merita». Quanto alla Chiesa, «ha bisogno di una riforma della vita sacerdotale e della vita episcopale. Meno documenti, manifestazioni e convegni. Abbiamo necessità di sacerdoti e di vescovi più legati alle necessità profonde del loro popolo. Tanto più aumenterà la santità dei sacerdoti e dei vescovi, tanto più aumenterà la loro capacità di governo, il loro fiuto nelle cose del mondo, l’ edificazione di tutto il popolo». E Cl che ruolo ha avuto in questa storia? «Per quanto ne sappia io, nessuno. Se non esprimere affetto e solidarietà a Boffo, e sconcerto per l’ operato del Giornale». Aldo Cazzullo RIPRODUZIONE RISERVATA

fonte: corriere.it – pubblicato su Il Corriere della Sera, del 9 settembre 2009, pag. 14 – in pdf.

14 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Il grande equivoco

Il Papa ha ricominciato a parlare, durante le udienze, della Storia della Chiesa attraverso il racconto dei suoi santi e maestri più significativi. Mercoledì scorso si è soffermato sulla figura di Sant’Oddone, secondo abate di Cluny.

Desidero offrire ai lettori de IlSussidiario.net alcune riflessioni non sul contenuto, ma sul metodo di queste lezioni. La preoccupazione del Papa mi sembra essere quella di lasciar trasparire la dimensione storica della verità. Mostrandoci come essa nasca e si affermi dentro alla storia degli uomini, egli ci fa aderire al suo contenuto in un modo più convincente di qualsiasi argomentazione astratta. Non è un caso che il protagonista di questa udienza sia il monachesimo medievale. Forse l’esempio più clamoroso nella storia dell’uomo di che cosa c’entri la verità con la storia. È talmente vero che la verità è una vita, che genera una storia. Questo è quello che ci hanno insegnato e ci insegnano i monaci: la verità ha dato forma ad una storia.

Occorre, però, fare attenzione: niente è più lontano da ciò della religione intesa come instrumentum regni. La religione civile, nata significativamente all’interno dei movimenti della rivoluzione francese, è l’esatto opposto del monachesimo. Essa infatti nasce come espressione di uno Stato, di un potere politico, che desidera costruire un insieme di valori religiosi comuni su cui fondare poi la convivenza civile. Progetto acuto, certamente scaltro, ma che con la vita di Sant’Oddone di Cluny non ha niente a che fare. E non a caso furono proprio i discendenti della rivoluzione del 1789 a trasformare Cluny in una cava di pietra.

I monaci si sentivano oggetto di un amore che «condannava il peccato, e amava il peccatore», e da questa esperienza nacque nel tempo un nuova civiltà, come un frutto maturo da un albero. Non vivevano insieme per coltivare il loro progetto di cambiare il mondo, ma vivendo dentro la luce portata da Cristo, il mondo intorno a loro fiorì. È proprio questo il tema di fondo anche dell’ultima enciclica, Caritas in veritate. Se non potessimo più vivere l’esperienza che ha generato quella passione per l’uomo, dovremmo rassegnarci a imitare o cercare di riprodurre quell’amore, ma la copia nascerebbe già morta.

Il monachesimo è tanto lontano dalla fede come instrumentum regni, quanto il capitalismo è lontano dalla valorizzazione del lavoro nel monastero, quanto il comunismo dalla vita comune di Cluny, quanto l’assistenzialismo dalla cura al malato nel quale si riconosce Cristo. Oggi i frutti di quella vita, che hanno segnato la nascita e lo sviluppo della civiltà europea, stanno davanti a noi come una provocazione. Ammirandoli, il credente può vedere all’opera lo Spirito ed essere consolato nella fede; guardandoli, chi non crede può rimanere incuriosito e magari compiere il grande passo dal frutto all’albero che li ha generati.

da ilsussidiario.net

9 settembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Don Giussani, Meeting 2009

27 agosto 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Fedeltà e coraggio

marianairobi1Si parla tanto di inculturazione nella Chiesa. E non sempre a proposito. Taluni infatti intendono «inculturazione» come una cancellazione del passato, delle radici ebraiche, greche e latine che hanno comunque segnato i primi secoli della storia cristiana, a favore di una traduzione del cristianesimo nelle culture nuove, che in realtà sono molto spesso antichissime, dei popoli non ancora raggiunti dal vangelo. Dal punto di vista storico, la questione è indubbiamente complessa, perché il cristianesimo è stato spesso portato in oriente, in Africa, o in America, attraverso vicende che si sono confuse con la colonizzazione. Ma, al di là del giudizio storico che si può dare su di essa, non possiamo dimenticare i benefici che la fede cristiana ha portato a milioni di uomini, benefici che non riguardano solo la vita futura ma anche quella presente, perché il cristianesimo è stato molto spesso una energia di umanizzazione.
Inculturazione allora può voler dire qualcosa di più vero. Non la cancellazione del passato, delle radici, ma la necessità che esse fioriscano in nuove sintesi, incarnandosi dentro nuove culture, nuove lingue, nella storia di nuovi popoli. Ma cosa deve restare dell’antico? E cosa del nuovo? Che cosa deve cadere? Che cosa deve essere sacrificato perché contrario al vangelo e alla vita portata da Gesù?
In questa prospettiva, l’inculturazione è la nuova parola con cui viene descritta una dinamica permanente della storia della Chiesa, quel dinamismo che vediamo vivere in Gesù. Forse è proprio lì, nel vangelo, che dobbiamo cercare le strade principali per una autentica missione cristiana, per la nascita di una nuova sintesi presso nuovi popoli.
Tutto ciò è per noi di fondamentale importanza, è la stoffa del nostro essere missionari. Moltissimi di noi sono italiani, ma una minoranza importante proviene da altri paesi. I più di noi vivono in paesi che non sono la propria patria, parlando un’altra lingua, incontrandosi e scontrandosi con altre lingue, culture e sensibilità. La prima cosa che viene alla mente pensando al Verbo di Dio che si è fatto uomo è che Dio ha voluto stare con noi, immergersi nella nostra stessa condizione, parlare la lingua di un piccolo popolo, entrare dentro le sue leggi e le sue usanze. Così dobbiamo fare anche noi. Dobbiamo immergerci nella vita di coloro a cui siamo mandati. Studiare la loro lingua, studiarla bene, approfonditamente, per poter entrare nel loro pensiero, conoscere la loro storia.
Eppure Gesù non ha condiviso in tutto la condizione umana. San Paolo dice: «Eccetto il peccato». Poi noi sappiamo che anche delle leggi del suo popolo egli ha fatto una cernita, e soprattutto ha proposto un criterio per discernere il bene dal male: la sua stessa persona. In questo modo, egli voleva uscire dal particolarismo giudaico, e si proponeva come verità per ogni uomo. Allo stesso modo, entrare dentro le culture e la vita dei popoli non vuol dire che tutto in loro sia bene, che ogni usanza, ogni costume, ogni tradizione vada necessariamente seguita e valorizzata. C’è una pietra di paragone, quello che Gesù è stato ed è. Quello che ha vissuto e vive oggi, attraverso la sua Chiesa. Le sintesi nuove non possono procedere che attraverso tentativi, e quindi attraverso errori. Rimane vero che esistono due criteri fondamentali per verificarle: la tradizione secolare della Chiesa, che vive nella fede del popolo cristiano, e il giudizio dell’autorità. Non bisogna perciò avere paura di valorizzare canti, musiche, racconti, esperienze artistiche… ma tutto deve essere posto al vaglio di questa domanda: tutto ciò fa incontrare Cristo? Lo fa incontrare veramente, efficacemente, in modo convincente e affascinante? Fa incontrare una esperienza autentica della vita, che non censura nessun aspetto dell’uomo?
La fedeltà e il coraggio sono dunque le caratteristiche principali di una vera inculturazione. Per questo essa è più opera dello Spirito che vive all’interno della comunità che di singole capacità intellettuali o morali.
Il cristianesimo è come lo sbocciare di fiori nuovi e il maturare di frutti nuovi su un tronco pre-esistente. La missione consiste infatti nel richiamare i cuori delle persone a qualcosa che accade tra loro, così come è accaduto tra noi. Per questo è necessaria la pazienza di una condivisione della loro vita, di ciò che vi è di più profondo e di autentico nel loro modo di essere.
è possibile vivere al livello degli altri ed essere nello stesso tempo significativi per loro? Che cosa ci permette di farci tutto a tutti senza sparire, alienandoci in essi, ma costituendo quel sale per la vita altrui di cui ha parlato Gesù? Soltanto lo Spirito di Cristo può operare tutto ciò. è lui che opera la rivoluzione, facendo sì che ciò che era opposto si unisca, ciò che era lontano diventi vicino, ciò che era nemico divenga fratello, ciò che è incomprensibile sia penetrato. E così tutto ci appartenga.
Alla luce di queste considerazioni appare molto chiaro che, assieme allo Spirito, il vero attore dell’inculturazione è ogni singola persona, segnata dall’incontro con Cristo. È in lei, nella sua vita quotidiana che la storia del popolo cristiano si incontra con nuove visioni e nuovi progetti, crea e purifica. L’inculturazione vera passa attraverso l’educazione. Passa attraverso qualcosa che ricevo dai miei padri, dai miei maestri e qualcosa che io a mia volta trasmetto ai miei figli, ai miei fratelli, ai miei discepoli.
Durante il mese di maggio la Chiesa ci invita a guardare a Maria. In lei possiamo scorgere l’unità di tutte le linee che ho cercato di tracciare. Educando suo Figlio, Maria ha aiutato il più grande passaggio che sia avvenuto nella storia dell’uomo.

Nell’immagine: la Madonna raffigurata in un disegno di Americo Mazzotta da cui è stata realizzata una statua che si trova nella parrocchia di St. Joseph a Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Meditazioni sulla Salve Regina

La preghiera inizia con un indirizzo di saluto, come l’Ave Maria. Mentre l’angelo non aveva bisogno di catturare la benevolenza di Maria, noi sì. Perciò lui dice: “Ave Maria”, noi: “Ave Regina”. È una comprensibilissima ricerca di benevolenza. E poi Maria è contenta di sentirsi chiamare Regina, perché tutto ciò le ricorda la regalità di suo Figlio.
Quando ascolto le litanie lauretane musicate da Mozart, mi par di sentire in quel “Regina”, che è un’esplosione ferma e dolcissima assieme, supplicante, le voci degli uomini e delle donne che ricorrono a Lei, perché lei può tutto. La sua regalità le deriva dalla regalità del Figlio, che ora siede alla destra di Dio.
La regalità di Maria è celebrata nel bellissimo mosaico di Santa Maria in Trastevere. Gesù incorona e abbraccia Maria. Siedono l’uno accanto all’altra sullo stesso trono. Maria partecipa della regalità di Gesù. Nello stesso tempo è una madre, ha il cuore segnato dalla compassione per i suoi figli, che è la stessa compassione che ha avuto per suo Figlio. Vuole che i suoi figli partecipino della stessa gloria che avvolge suo Figlio.

madre di misericordia
Poi la invochiamo come madre. È il nome più importante da collocare accanto a Maria, più importante ancora di quello di Vergine, di Immacolata, di Regina, di Assunta. Tutto ciò è in vista o in ragione della sua divina maternità.
Madre di Dio, per questo è madre di misericordia. Dio è misericordia e ha mandato suo Figlio per rivelarlo a tutto il mondo, a tutti gli uomini. Ella dunque è la madre di Colui che è misericordia (“Il nome della misericordia è Gesù”, ha scritto Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia), è Lei che ci ottiene il perdono dei peccati e le grazie necessarie.

vita, dolcezza, speranza nostra
Dobbiamo pensare a Maria come madre di Gesù, come colei che ci ha donato e ci dona continuamente Gesù.
Ella è dunque la vita perché ha portato in grembo Colui che è la vita e lo ha donato a tutti noi. È la dolcezza perché Gesù è la dolcezza: “Iesu dulcis memoria… sed super mel et omnia… nihil cogitatur dulcius”.
E poi è la speranza perché porta a noi Colui che è la speranza. Giussani ha commentato stupendamente: tu sei la certezza della nostra speranza. “Il tuo amore per noi e per tuo Figlio ci rende certi che ci donerai sempre tuo Figlio e sempre ci strapperai al male.”

A te ricorriamo, esuli, figli di Eva
A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime

La sguardo della preghiera da Maria si rivolge ora agli uomini, a noi. E ci considera sotto due aspetti: figli di Eva ed esuli. Figli di Eva, cioè segnati dal peccato originale e quindi dai peccati. Siamo segnati da mille ferite, deboli, fiaccati, disorientati, come “pecore senza pastore”, lontani dal vero e dal bene, lontani dalla patria e perciò esuli. Il nostro male diventa grido, sospiro, invocazione. I nostri sospiri si mescolano alle lacrime e ai gemiti. Quanto è realistico questo passaggio della preghiera!
Valle di lacrime, così è chiamato questo mondo, questa vita, quasi un nome geografico e assieme spirituale. Bisogne-rebbe tradurre: valle delle lacrime, valle segnata dalle lacri-me. Le lacrime sono la caratteristica più emergente di questa vita: lacrime di angoscia, di paura, lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato, lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto.
Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete”.

Su dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi i tuoi occhi pieni di misericordia
La preghiera si rivolge poi a Maria chiamandola: avvocata. Anche lo Spirito Santo è chiamato avvocato nel vangelo di Giovanni. Avvocato di Gesù presso il Padre, nostro avvocato presso il Padre. Così Maria. Ella interviene in nostro favore per stornare, per allontanare da noi la giusta ira del Padre. Come in ogni buona famiglia, la mamma supplica il padre di non essere troppo duro con i figli. Tira fuori dal padre quel lato misericordioso che egli ha già dentro di sé, ma che l’affetto della madre per i figli fa risaltare.
Da queste parole si vede quanto Dante avesse meditato la Salve Regina.
Gli occhi di Maria, rivolti prima verso il Padre a supplicarlo, si rivolgono ora verso di noi, per darci la certezza dell’assistenza, del perdono, dell’affetto.
Come in Dante, è un triangolo di affetti al cui centro stanno gli occhi e il cuore di Maria.

Mostraci, dopo questo esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo ventre,
O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
C’è un punto a cui tende tutta la preghiera, come una freccia scoccata verso il suo obiettivo: mostrarci Gesù. La Salve Regina è come una invocazione a Maria affinché ci mostri Gesù. Maria da sempre è vista dal popolo come colei che porta a Gesù, che indica Gesù, che rivela Gesù.
Come lo ha generato un tempo, frutto benedetto del suo ventre, così ora lo genera in chi lo domanda, per farci uscire dal nostro esilio.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

L’amico di Israele

gerusalemmeIl viaggio-pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa si è sviluppato lungo tre momenti: la Giordania, Israele, e i territori palestinesi.
Innanzitutto la Giordania. Il papa ha sentito la necessità, dopo quattro anni dall’inizio del suo pontificato, di affermare la linea che lo muove nel confronto del dialogo interreligioso. Nella prefazione al libro del senatore Pera, aveva scritto che il dialogo fra le religioni va vissuto anzitutto come dialogo della ragione, come alleanza per la difesa dell’umano. Da questo punto di vista, papa Benedetto continua un aspetto del dialogo inter-religioso di Giovanni Paolo II. Mette in secondo piano il pregare insieme, il dibattito teologico, senza ovviamente trascurarlo, e mette in primo piano l’alleanza per la civiltà, tema caro ad Obama e a Zapatero ma riletta dal papa in modo assolutamente originale. Non come messa tra parentesi dalla fede, ma come scoperta della fecondità che il rapporto fede-ragione dà nella lotta contro il nichilismo e l’espressione tragica delle guerre di religione.
Ecco allora la necessità di sostenere l’Islam moderato. Il papa non entra nel dibattito se esista o meno una radice di tale posizione moderata nel Corano. Probabilmente no. A lui interessa rilevare, come faceva Giovanni Paolo II, che l’Islam moderato esiste nello scenario religioso e culturale di oggi. Con lui bisogna lavorare, perché oltre alla pace si possono trovare utili alleanze sul tema della vita e del futuro dell’umanità. Senza dirlo, senza metterlo esplicitamente a tema, Benedetto XVI lavora per una evoluzione interna dell’Islam, per un suo illuminismo che lo possa salvare da una chiusura nella violenza e nell’anti-storia.
I rapporti tra Santa Sede ed ebrei sono forse destinati a restare problematici fino alla fine dei tempi. Non manca, tra i secondi, chi nota quali grandi passi siano stati compiuti nella seconda metà del secolo passato, con l’accoglienza nelle comunità religiose di tanti ebrei perseguitati, con la pubblicazione di Nostra Aetate durante il Vaticano II, con le iniziative di Giovanni Paolo II. Per altri, tutto ciò sembra non bastare. E occorre sempre tutto precisare e riaffermare. D’altra parte la storia passata è così drammatica! Le immense ferite così difficili da rimarginare!

Benedetto XVI ha dedicato molta parte della sua vita di studioso e insegnante di teologia a riaffermare la “necessità” degli ebrei all’identità cristiana. Ma chi ha letto i suoi libri? Chi conosce i suoi discorsi? Tutto infine sembra consegnato ai titoli dei giornali.

Eppure la tela della compassione e, perché no?, dell’amore reciproco va tessuta ogni giorno. Instancabilmente. Il “mistero” di Israele, di un popolo a cui Dio si è così strettamente legato – anche quando esso era tentato di scrollarsi di dosso quel giogo e solo un piccolo resto restava fedele – il mistero di Israele rimane uno dei più grandi eventi della storia, che tutti ci interroga e scuote.

Come è stato notato da molti, parecchi commentatori ebrei aspettavano il papa al varco. Ogni papa ha la sua penitenza da fare. Benedetto XVI dev’essere per forza legato a delle gaffe, anche se questa volta i testi erano controllati al millesimo. Ma chi sa leggere veramente, in profondità, ha capito. Anche il doloroso coraggio di un papa che proviene dal popolo tedesco e che non ha esitato a parlare dei delitti dei suoi connazionali contro il popolo ebraico.

Per quanto riguarda i territori palestinesi, la posizione della Santa Sede è ben nota. Assieme al diritto alla sicurezza per Israele, il diritto alla patria per i palestinesi. Benedetto XVI ha coniugato più volte queste esigenze, che non sono per lui solo di ordine politico, ma che attengono ai diritti più profondi degli uomini e dei popoli.

Infine, il suo viaggio è stato un invito pressante ai cristiani perché restino in Terra Santa, un incoraggiamento affinché quel due per cento di discepoli di Cristo non diminuisca. È un’esperienza assolutamente particolare vivere in Terra Santa. Tutte le chiese sarebbero terribilmente impoverite se i discepoli di Gesù non fossero più lì a ricordarci che Egli è vissuto davvero sulla terra, che ha camminato su quelle pietre, che ha visto il verde della Galilea e i deserti della Giudea.

pubblicato su ilsussidiario.net, il 18 maggio 2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Preparare la strada a Gesù

IMG_0671-1Cari amici,
la liturgia della Chiesa ci presenta questa sera due storie di vocazione estremamente adatte a indicare le tappe fondamentali della vostra strada presente e futura. Intendo soffermarmi solo su quella narrata nel Vangelo.
Essa è estremamente familiare alla maggioranza di noi. L’abbiamo ascoltata, o almeno letta, decine e decine di volte nei commenti che don Giussani ne ha fatto, facendoci immedesimare con quell’avvenimento, come fosse presente; e oggi proprio quell’avvenimento rivive qui con voi e per voi.
Esso è incorniciato da due sguardi. All’inizio si dice che Giovanni il Battista stava là, cioè lungo il Giordano, con due suoi discepoli. Fissò lo sguardo su Gesù che passava. E alla fine si dice che Gesù fissò lo sguardo su Pietro e gli cambiò il nome. In questi due sguardi sta non solo la storia della vostra vocazione, ma anche il metodo per rinnovarla continuamente. Per diventare come il Battista, cioè capaci di portare a Gesù degli altri uomini, capaci di avere dei discepoli per portarli a Gesù. E per diventare come Andrea, Giovanni Evangelista, Simone Pietro. Per diventare continuamente, ogni giorno, dei discepoli.
Innanzitutto Giovanni fissa lo sguardo su Gesù. Acutamente don Attanasio ha scritto commentando proprio questo brano di Giovanni in un testo inedito: «Solo colui che fissa lo sguardo su Gesù è un vero testimone. Giovanni non ha più lo sguardo ripiegato su di sé, ma guarda Gesù. In questo movimento dello sguardo consiste propriamente la conversione. In questo guardare a Gesù e nell’indicarlo come l’Agnello di Dio egli genera alla fede i suoi discepoli».
Voi siete chiamati a diventare come il Battista uomini che preparano la strada a Gesù. Gesù ha bisogno che la sua strada sia aperta nei cuori degli uomini, ha bisogno che i cuori degli uomini siano preparati. Per questo vi chiama a rivivere la vocazione stessa del Battista. Per poterla rivivere dovete innanzitutto fissare lo sguardo su Gesù, rivivere la sua stessa verginità; chiamare degli uomini e delle donne a voi, ma per portarle a Gesù, cioè per generare in loro la fede.
«Questa paternità spirituale – ha scritto sempre don Attanasio – è il compito più alto cui un uomo possa essere chiamato. Esso non è questione di intelligenza o di doti particolari. È piuttosto necessario essere umili, non avere più il centro della propria vita in se stessi, ma in Cristo. La paternità fisica è solo l’analogia di questa ben più profonda paternità spirituale».
Se noi entriamo con tutto noi stessi dentro l’incontro narrato, che cosa possiamo vedere? I passi progressivi dell’avvicinarsi di Gesù ai suoi primi amici. Siamo nel giorno successivo alla testimonianza che il Battista ha reso a Gesù. Disse allora: «Ecco l’Agnello di Dio». La scena si ripete. Non c’è infatti nulla di magico nell’avvicinarsi di Gesù a noi. C’è lo svilupparsi di una vicenda travolgente ma interamente umana. Gesù non cancella la nostra umanità, ma si propone a noi giorno dopo giorno. E così qui vediamo che il Battista giorno dopo giorno ha educato i suoi a guardare Gesù e ad ascoltarlo.
Se proseguiamo, improvvisamente compare solo con due discepoli. E gli altri? Sembrano non esserci più. Tra tutti il Battista ha scelto questi due. Gli ha scelti per Gesù. E in questo modo Gesù li sceglie attraverso il Battista. È quello che accade anche a noi e che accadrà anche a voi. Molti saranno scelti da Gesù attraverso di voi. In questo modo sarete lo strumento per il sorgere del nuovo popolo che nasce dall’antico. Il Battista e i due suoi svolgono la funzione che nei vangeli dell’infanzia di Luca e di Matteo hanno Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, la stessa Maria, Giuseppe. Sono il «resto da cui nasce il nuovo albero» come ha detto il profeta Isaia (6, 13).
Andrea e Giovanni, continua l’Evangelista, sentono parlare il Battista e seguono Gesù. C’erano state evidentemente lunghe conversazioni in quei giorni. A loro Giovanni Battista aveva parlato del Messia, e loro si erano mostrati così toccati e così desiderosi di seguire Gesù, così cari al precursore per la loro freschezza, per la loro ingenua passionalità, da sceglierli come primizia per Gesù.
Gesù allora, vedendo che lo seguivano si volta. E dice: «Che cercate? Che cosa cercate?». È singolare questa domanda di Gesù. Ciascuno di noi si aspetterebbe: «Chi cercate? Chi pensate che io sia»? E invece Gesù dice: «Che cosa cercate»? Gesù va al fondo della nostra domanda. Vuole sapere che cosa noi cerchiamo, che cosa ci aspettiamo dalla vita. E proprio a quel punto si propone a noi. È singolare anche la loro risposta: «Dove abiti?». Come a dire: «Vogliamo la tua compagnia». Questa è la loro risposta. Sembra di sentire le parole del salmo 27: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella Tua casa per lunghissimi anni». “Vogliamo stare con Te, non vogliamo qualcosa che potremmo chiedere al Messia secondo la tradizione ricevuta. Vogliamo scoprire noi chi sei”. Forse anche questo era stato un insegnamento del Battista. “Dove rimani Tu vogliamo rimanere anche noi”. Qui l’evangelista Giovanni anticipa quel verbo “rimanere” che poi utilizzerà molte volte lungo il suo vangelo. In questo modo Andrea e Giovanni vanno nella capanna dove Gesù abitava e in questo modo si introducono nel mistero della Trinità, il luogo dove Gesù rimane. Gesù, rispondendo, non indica un nome geografico: una via, una strada, un indirizzo; dice loro: «Venite e vedrete», perché il luogo della sua abitazione è egli stesso. Infatti il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui posare il capo (Lc 9, 58). Venite e vedrete. Che cosa? Certo, che non stava in una reggia, che non aveva dei servitori, ma più ancora “vedrete chi sono, cioè comincerete a vedere veramente con occhi nuovi la realtà”. L’eco di queste parole la troviamo decine di anni dopo nella prima lettera che lo stesso Giovanni scrive e che inizia: «Ciò che abbiamo visto». È l’ultima, l’estrema eco di quell’inizio. Vedere è un verbo decisivo in tutto il vangelo di Giovanni perché è stato decisivo nella sua vita. Ed è cominciato qui questo nuovo vedere.
«E quel giorno si fermarono presso di lui». Ancora il verbo fermarsi, rimanere. È un verbo decisivo: Gesù è colui su cui rimane lo Spirito in modo definitivo; Gesù rimane; i discepoli sono chiamati a rimanere nel suo amore. Nel capitolo 15 del suo vangelo, questo verbo rimanere ricorrerà undici volte in sette versetti. La casa in cui rimanere dunque è chiaramente Gesù. Anche qui l’evangelista (come sopra nel caso di «vedere») ci indica una posizione che dobbiamo avere di fronte a Gesù: vedere e rimanere. Andare dietro a Gesù non è infatti un’azione fine a se stessa, ma ha come scopo conoscerlo, e in lui conoscere il mistero del Padre. Il più ardente desiderio di Gesù è quello di farsi conoscere, di rendersi accessibile agli uomini. Per questo è venuto nel mondo. Scrive ancora don Attanasio: «Se puntiamo veramente il nostro sguardo su Gesù, non possiamo non desiderare di fermarci presso di lui per contemplare la sua bellezza, per conoscere i suoi misteri, per ricevere i doni che lui ha preparato per noi. Solo in questo fermarsi presso di lui il nostro cuore è veramente appagato e trova la sua pace. Quanto spesso per l’incombere delle preoccupazioni della vita ci priviamo della gioia e della luce che nascono dal fermarsi con lui!».
Ed eccoci alla conclusione dell’episodio. Quei due primi conoscono da poco Gesù, ma subito diventano i suoi testimoni. Andrea incontra suo fratello Simone e dice: abbiamo trovato il Messia. E lo conduce da Gesù. E Gesù fissa lo sguardo su di lui. «Percepire su di sé questo sguardo è l’origine della vocazione alla verginità. Esso è infinitamente più persuasivo e più penetrante di qualsiasi sguardo due innamorati si possano scambiare. È lo sguardo della gratuità infinita di Dio che ci ha amati quando eravamo ancora peccatori. La vocazione è innanzitutto non sottrarsi a questo sguardo. Accettare che Dio ci ritenga così preziosi da volgere il suo sguardo benigno su di noi che siamo nulla. Quello di Gesù non è un amore generico all’umanità, ma è un amore specifico ed unico per ogni singolo uomo. Per descrivere questo amore smisurato e bruciante S. Giovanni nell’Apocalisse (1, 14) dice che il figlio dell’uomo aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco. In questo sguardo amoroso Gesù ci conosce fino in fondo. Conosce tutto il nostro passato ma anche e soprattutto ciò a cui siamo destinati. Il compito che il padre affida a ciascuno nel regno che Egli viene a inaugurare».
L’evangelista Giovanni scrive che Andrea era il fratello di Simon Pietro. Anticipa in questo modo l’incontro di cui parlerà nei due versetti successivi. Simone è già Pietro. Quasi a significare che Gesù voleva arrivare lì a Pietro, la pietra. La vocazione al primato è qui posta all’inizio, nei primi giorni, non come nei sinottici, alla fine della vita di Gesù. Dell’altro discepolo del Battista non si dice il nome. Perché? Perché tutti sapevano che era lui, l’evangelista che non voleva citarsi e voleva nascondersi dietro Gesù. Ma solo lui poteva ricordare l’ora. Questo ricordo era come la sintesi di tutte le sue impressioni di Gesù, di tutte le ore passate assieme.
Auguro anche a voi di vivere la stessa esperienza. Amen.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Un violento a cui è stata usata misericordia

conv_paoloUn violento a cui è stata usata misericordia
La personalità di Paolo di Tarso e la nostra vita di oggi

Se volessi questa sera esporre a voi la dottrina di Paolo, il suo pensiero, occorrerebbero molte ore. Voglio fare qui una cosa più modesta, ma per me ancora più importante: mettere in voi il desiderio di incontrare san Paolo, almeno quello che compare tante volte nella liturgia della domenica. Voglio presentarvi, cioè, gli aspetti per me più impressionanti della sua personalità. Non troverete perciò nelle mie parole tanti temi fondamentali della sua teologia. Chiedo scusa sin da ora. Desidero piuttosto, come un pittore, raffigurare ai vostri occhi il volto di quest’uomo.
Cominciamo con le parole di una lettera scritta a san Paolo:
«A stento tutte le generazioni umane basteranno per venire ammaestrate dai tuoi scritti ed essere così condotte alla loro piena realizzazione». Chi scrive in questo modo è Seneca. L’epistolario, ritenuto apocrifo dai più, mentre altri studiosi, tra cui Marta Sordi, ritengono possibile l’autenticità di qualche lettera, ci rivela comunque quale fosse il posto di Paolo nei primi secoli della nostra era (al massimo infatti queste lettere sono del IV sec. d.C.).

Il persecutore
Paolo di Tarso è senza alcun dubbio una delle figure più grandi di tutta la storia dell’umanità. È come se in lui convivessero molte personalità, fuse da una considerazione assolutamente unitaria degli scopi della propria esistenza, che a mano a mano andavano mutando ed insieme approfondendosi. Parleremo innanzitutto della sua forza e poi della sua dolcezza.
Possiamo essere impressionati dalla violenza e dalla forza con cui egli, divenuto discepolo fin dalla più tenera età di uno dei massimi maestri del giudaismo, Gamaliele, si dedicasse alla ricerca e alla denuncia dei cristiani, intuiti giustamente da lui come una pericolosa eresia giudaica, che nascondeva all’interno una forza misteriosa tale da esigere una altrettanto vigorosa reazione. È lui che descrive se stesso e questa sua energia: Io ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1Tm 1,13). Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [...] molti dei fedeli li rinchiusi in prigione [...] cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere (Atti 26, 9-11). Infine, con estrema sintesi, in una sua lettera scrive: Ho perseguitato la Chiesa di Dio (1Cor 15,9).

La rivelazione
Dopo la lapidazione di Stefano, a cui Paolo assistette e a cui diede il suo voto (cfr. At 7,57-8,1), inizia in lui un sommovimento interiore, opera certamente dello Spirito. L’Holzner scrive: «Nei suoi ricordi la scena della lapidazione di Stefano ritorna a più riprese (At 22,20 e 26,10; Gal 1,23; 1Cor 15,9). Saulo non dimenticò mai più quel giorno. Lo struggerà il ricordo per tutti i giorni della sua vita». Sant’Agostino annota: «Se non ci fosse stata la preghiera di Stefano, la Chiesa non avrebbe avuto Paolo». Inizia così un lungo cammino che lo porterà lentamente ad aprirsi ad un giudizio profondamente nuovo sulla sua vita passata. Scoprirà che il fanatismo con cui serviva la legge non era altro che una volontà titanica di chiudere gli occhi di fronte all’impossibilità di salvarsi con le proprie forze. Fu la scoperta che egli non riusciva a servire come avrebbe voluto la legge, quella legge a cui egli voleva dedicare tutta la vita e che era Dio stesso. La scoperta che il peccato dominava la sua esistenza. Non si trattava, dunque, di negare la legge, ma di trovare la strada per viverla, quella strada che non poteva essere individuata nella sola volontà dell’uomo.

Il dissidio nella sua personalità
«L’intimo dissidio tra la volontà e l’attuazione lo torturava». Paolo da solo non sarebbe riuscito a dare una risposta, sarebbe probabilmente caduto in una terribile depressione tipica di quegli spiriti totalitari qual era lui. Viveva una irrequietezza interiore che aveva bisogno di amori estremi e definitivi. Da questo angosciante dissidio tra il senso acutissimo del proprio male e il senso altissimo della propria personalità, essendo impossibile per lui ogni ipocrita conciliazione, lo salvò Gesù.

L’esperienza della grazia
Nell’impotenza radicale dell’uomo l’esperienza della grazia fu il pilastro decisivo su cui si costruì tutta la personalità e l’esperienza di Paolo. Questa parola, “grazia”, è stata talmente usata ed abusata da aver perso ormai agli occhi di tutti la potenza del suo valore originario. La grazia infatti per Paolo indica innanzitutto e soprattutto, e potremmo dire in un certo senso esclusivamente, la persona di Gesù. Egli scrive significativamente: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi (Rm 16,20; 1 Cor 16,23; 2Cor 13,13; Gal 6,18; Fil 4,23; 1Ts 5,28; 2Ts 3,18; Fm 1,25). È proprio la persona di Gesù a meritare questo nome: È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11). Si tratta sempre di un genitivo dichiarativo, epesegetico: la grazia di Cristo, la Grazia che è Cristo.
Tocchiamo qui, fra l’altro, uno dei punti più significativi dell’insegnamento di don Giussani. Non è un caso che egli abbia lungo tutta la sua vita così potentemente privilegiato, assieme al vangelo di Giovanni, le lettere di san Paolo. Per Giussani la grazia, che è la vita stessa di Dio, si comunica a noi attraverso la forma di un incontro: «L’avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cui Colui che si chiama Gesù, quell’uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, si rivela significativo per il cuore della nostra vita».
Per Paolo questo incontro accadde sulla strada che collegava Gerusalemme a Damasco. Impregnati come siamo, e giustamente, dalle pitture di Michelangelo e Caravaggio, immaginiamo Paolo che corre a cavallo e cade, abbagliato da una luce. Niente di tutto ciò troviamo nelle lettere e neppure negli Atti degli apostoli.
Paolo non usa mai la parola conversione. Parla invece di rivelazione e più ancora di vocazione. Egli vive l’esperienza precisa e concreta di sentirsi chiamato per nome da uno che rimproverandolo esprime, proprio in quell’atto, di avere a cuore la sua persona come nessun altro. Si sente sconvolto. Proprio lui che Lo perseguita è oggetto di questa attenzione misericordiosa che lo risolleva da una vita disperata e gli apre la strada di una nuova esistenza piena di scoperte, di avventure! Nella rivelazione che Gesù fa a Paolo di cose nascoste da secoli e preparate per lui, egli vede la testimonianza tangibile di un amore sconfinato e incomprensibile di cui non riesce e non riuscirà mai a capacitarsi. Lapidariamente in una sua lettera scriverà: ha amato me e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). E in quel me c’è tutto lo sconvolgimento di fronte all’infinitudine di Dio che si curva sulla nostra nullità per farci partecipi della sua grandezza.

Perché ha scelto Paolo?
Questo amore di Cristo, come ogni altro amore vero, non ha ultimamente spiegazioni. Noi però non possiamo fermarci qui. In punta di piedi desideriamo penetrare nel mistero di questo amore. Perché Gesù ha scelto Paolo? Non gli bastavano gli altri apostoli? Soprattutto: non gli bastavano Pietro e Giovanni, quello che più amava e quello da cui era più amato? Cosa cercava in Paolo, cosa voleva da lui? Non possiamo sottrarci a queste domande, come non possiamo sottrarci al fatto che Gesù abbia voluto attorno a sé, già nella sua vita terrena, persone diverse. Di alcune di loro conosciamo abbastanza dettagliatamente il temperamento, lo stile, le reazioni, persino un certo itinerario esistenziale. Pensiamo, per esempio, a Giovanni che da “figlio del tuono”, irruente e indisciplinato, diventerà addirittura il simbolo della tenerezza e dell’amore ripiegato sul seno dell’amico.
Gesù vuole intorno a sé la diversità. Sceglie chi vuole, sceglie per pura grazia, perché nessuno si senta escluso. Sa che nessun uomo, per quanto grande, potrà mai esprimere i variegati colori della sua divina umanità. Non a caso ci saranno molti vangeli, che suppliscono al fatto che Gesù non ha voluto scrivere nulla, e la Chiesa ne sceglierà quattro. Gesù è tutto nella storia che nasce da Lui, negli uomini che Egli sceglie e che diventano, nella misura della loro adesione a Lui, una rifrazione di Lui. I santi sono tutto ciò che di Cristo non è esplicitamente raccontato nei Vangeli. Così è stato Paolo che amo considerare, assieme a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, l’autore del “pentateuco del Nuovo Testamento”, come vi è un pentateuco nell’Antico.
In secondo luogo la pluralità delle scelte dice che ciò che Cristo vuole portare è la comunione. Gesù sceglie persone diverse e affida a ciascuna un compito che non può essere svolto dall’altra. Questo deve far riflettere ognuno di noi sulla importanza decisiva e assoluta che ha la singola persona per Gesù e sul fatto che ciascuno di noi ha un compito che non può essere svolto da nessun altro. Se non lo compiamo noi rimarrà incompiuto.
Gesù ci sceglie proprio per la nostra particolare personalità. Egli non la stravolge intervenendo in essa, non interviene magicamente. Tutto ciò lo vediamo magnificamente in Paolo. Gesù ha scelto Paolo non nonostante la sua violenza, ma proprio perché violento. Egli infatti voleva usare di questa energia totale di Paolo cambiandole di segno, come ha usato dell’irruenza infantile di Pietro, della giocosità drammatica di Francesco d’Assisi o della semplicità essenziale di Teresa di Lisieux. Simone diventa Pietro, Saulo diventa Paolo, ma le pieghe della loro personalità, i loro limiti, i loro peccati rimangono, finalizzati ad una storia nuova. La Chiesa non ha paura delle tensioni: le tensioni tra Paolo e Pietro sono state molto forti. Se non ci fosse stato lo Spirito Santo si sarebbe arrivati ad una rottura. Paolo ha una sconfinata cultura che Pietro non ha, una complessità temperamentale che Pietro non ha. Pietro è tutto d’un pezzo, è scolpito nella roccia (rifiuta e piange). Paolo invece racchiude una complessità psicologica: Pietro pecca per eccesso di semplicità, Paolo per eccesso di complessità.

Personalità problematica?
Giustamente Romano Guardini nel suo libro Gesù Cristo annota che tutta la personalità altamente problematica di Paolo continua ad esistere anche dopo l’incontro con Gesù. «Egli dovette provare un forte senso di inferiorità, che cercò di compensare mediante l’insistito richiamo all’esperienza che aveva fatto di Cristo e per mezzo di sforzi e realizzazioni ai limiti delle umane possibilità». Gesù si serve di questa bipolarità di Paolo. «Egli fu un uomo tormentato» – scrive Guardini. Commentando un brano della seconda lettera ai Corinzi, quando Paolo parla della sua debolezza fisica, (2Cor 12, 1-10), Guardini scrive che egli ha un’alta considerazione di sé, ma essa è ferita e poi ripresa ad altro livello attraverso la considerazione di essere l’oggetto di una esperienza interiore fuori dal comune. «Il passo documenta le estese e violente eruzioni di un sentimento del vivere niente affatto equilibrato».

La tenerezza di Paolo
Non è un caso perciò che assieme all’«impegno totalitario, trascinatore, troviamo in Paolo gli accenti di una commovente dolcezza» – scrive ancora l’Holzner. «Sotto lo sguardo sfolgorante del Risorto enormi riserve di energie appetitive si liberarono in Paolo, il fanatismo si mutò in potenza d’amore, che saprà manifestarsi più tardi con la tenerezza e la dolcezza di una madre».
L’itinerario è chiaro. Paolo vede nelle persone che si stringono attorno a lui, nelle piccolissime comunità poste nell’immenso oceano dell’Impero romano, il volto stesso, la realtà stessa di Colui che lo ama. Non c’è in lui distinzione tra amare Cristo e amare i suoi. Glielo aveva insegnato Gesù in quel Perché mi perseguiti? (At 9,4; 22,7; 26,14). In tutta la letteratura d’amore dei secoli, in Ovidio, in Orazio, in Dante, in Petrarca, su fino agli spasimi d’amore degli scrittori dei nostri giorni, non riusciamo a trovare una tenerezza eguagliabile a quella di Paolo, così virile e così forte nello stesso tempo, sia verso singole persone, che verso comunità intere. Risentiamo alcune di queste espressioni.
Ai Filippesi: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nelle viscere di Cristo Gesù (Fil 1,8). Sempre a loro: Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,21-24). Ai Corinti: Non cerco i vostri beni, ma voi (2Cor 12,14). Sempre ai Corinti: Debbo venire a voi con il bastone, o con amore e spirito di dolcezza? (1Cor 4,21). Consumerò me stesso per le vostre anime (2Cor 12,15). E ancora a loro: Il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! (2Cor 6,11-13). Fateci posto nei vostri cuori! […] vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere (2Cor 7,2-3).
Descrive il suo affetto per le comunità come quello di un padre e di una madre.
Ai Corinti: Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo (1Cor 4,14-15). Alla comunità di Salonicco: Sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria (1Ts 2,11-12). Sempre a loro: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (1Ts 2,7-8).

Crocifisso con Cristo
Dopo l’incontro sulla strada verso Damasco, Paolo concepisce se stesso come un uomo abitato interamente da Gesù. Si fa fatica a rendere la potenza delle sue parole. Servo di Cristo Gesù, scrive ai Romani (1,1) e in questo “servo” c’è tutto il desiderio di vivere in relazione con Lui, di servire con tutto se stesso a Lui. Questa sarà la potente esperienza di Paolo, la sua libertà nel servire Gesù. La libertà non consiste nel non servire a nessuno. Si è liberi quando si trova Colui che realizza la nostra umanità. Perché è il Signore che ci ha fatti e ci conosce. «Dio va servito per primo», diceva Giovanna d’Arco. E i medievali scrivevano che «servire Dio è regnare». Nell’espressione con cui apre la sua lettera ai Romani, servo di Gesù Cristo, Paolo vuole esprimere il suo amore sconfinato per Lui che si realizzava concretamente nel farsi piccolo piccolo, paulos, appunto, a servizio dell’immensa statura del Figlio di Dio fatto uomo. E poi Apostolo per vocazione (Rm 1,1; Cor 1,1), cioè chiamato direttamente da Gesù perché a Gesù lo aveva chiesto il Padre, per volontà di Dio. Non sarà facile per alcuni settori della Chiesa accettare che quest’uomo che non aveva mai visto Gesù di persona e che, anzi, era stato un persecutore, proclamasse di essere apostolo. Il sospetto sulla sua persona non lo abbandonerà mai, sarà come una ruggine, una malattia, che lo porterà alla morte, se è vero che infine fu denunciato da alcuni delatori invidiosi della sua posizione (cfr. Clemente, III Lettera). Perciò ripeterà per tutta la vita: Apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (Gal 1,1). Scelto per essere mandato a tutti gli uomini del mondo, non solo agli ebrei. Gesù alla fine della sua vita, prima di ascendere al cielo, aveva detto: andate fino agli estremi confini della terra (cfr. Mc 16,15; Mt 28,19). Ma poi aveva voluto quest’uomo di Tarso affinché quel comandamento diventasse concretamente la fondazione delle Chiese in tutto il Mediterraneo. Alcuni apostoli andranno in Egitto, in India,… non dimenticheranno il comandamento di Gesù, ma è a Paolo che è stato indicato da Gesù esplicitamente di annunziare il vangelo di Dio ai pagani (cfr. Rm 1,1). È lui l’attore scelto di questa esplicita rivoluzione. Non vuole ricompense perché non agisce di sua iniziativa, ma per un incarico che gli è stato affidato (cfr. 1Cor 9,17). È chiamato e mandato da un altro. Tutto egli vede ormai attraverso Gesù e tutto gli interessa soltanto in quanto ogni cosa lo porta a Gesù: tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,8). Questa conoscenza non è l’apprendimento di una teoria, è una esperienza. In Paolo vive l’esperienza della sua risurrezione e, reso partecipe delle sue sofferenze, gli è diventato conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione (cfr. Fil 3,10-11). È prigioniero di Gesù (Fm 1,1). Questa sua identificazione con Gesù è il cuore segreto da cui tutto muove. Qualcosa di altrettanto fisico troveremo in san Francesco e Padre Pio, non a caso tutti e due partecipi dell’esperienza della crocifissione. Ma è lui, Paolo, il primo a scrivere Sono stato crocifisso con Cristo (Gal 2,20). Nessuno più oserà ridirlo. È un’esperienza in cui si fa fatica ad entrare e in cui si avverte l’abisso di una immedesimazione da cui ci sentiamo nello stesso tempo attratti e respinti. L’espressione della lettera ai Galati è veramente da imparare a memoria ed è stata una delle più commentate, ricordate e ripetute da don Giussani con le sue traduzioni originali e significative. Pare ancora di sentirlo dire, anzi gridare: Vivo, non io, è Cristo che vive in me. E poi: Pur vivendo nella carne (ha voluto che fosse anche il titolo di un suo libro ) io vivo nella fede del Figlio di Dio. Già sulla terra, dunque, per grazia a Paolo è stata concessa questa identificazione totale con Gesù che, vissuta da lui in modo particolare, è in realtà un dono concesso ad ogni battezzato.
Anzi è stato proprio merito di Paolo avere aperto il cristianesimo a questa assoluta coscienza, che il cristiano è realmente un nuovo Cristo, una sola cosa con Lui. È Cristo che vive in questo tempo, in queste condizioni di vita. Nella precarietà della nostra carne è Lui che si fa contemporaneo agli uomini di ogni epoca.

Fatevi miei imitatori
Vorrei che tutti fossero come me (1Cor 7,7). È talmente forte per Paolo l’esperienza che vive del suo rapporto con Cristo da desiderare che ciascuno sia come lui. Vorrebbe che tutti vivessero come lui, che tutti avessero il suo dono, che tutti entrassero nelle sfumature di rapporto che lui vive con la realtà. Ma poi si rende conto che non può essere così, che ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Anche se rimane il suo invito, Fatevi miei imitatori (1Cor 4,16), proprio la scoperta di essere l’ambasciatore di Dio presso i popoli più diversi, presso le più diverse nazioni, presso le lingue e le culture, lo rende certo che l’unità non è uniformità. D’altra parte in lui convivono, si uniscono e si combattono potentemente la radicalità monoteistica dell’esperienza giudaica, la finezza e la profondità della lingua e dello spirito greco e la coscienza della propria superiorità come cittadino romano. Tutto deve tendere perciò all’unità, ma senza che questa sia uniformità: Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7). Alcuni perciò Paolo li riconosce posti da Cristo come apostoli, altri come profeti, altri come maestri, altri ancora dotati dei doni più diversi (cfr. 1Cor 12,28). La decisione radicale con cui egli conduceva la propria vita e la propria vocazione rendeva capace di tenere assieme le realtà più diverse, di rispondere alle problematiche più disparate, di non aver paura delle crisi più drammatiche.

La forza d’animo di Paolo
Paolo fu un uomo dall’incredibile forza fisica, lo dimostra il numero dei suoi viaggi, i chilometri percorsi a piedi o in nave, attraverso il deserto, le città e le grandi metropoli di allora. I suoi stessi compagni di viaggio facevano fatica a stargli dietro. Certamente il dono di una forza così grande fu lo strumento prezioso di cui Cristo si servì per portare il Vangelo alle genti, ma la cosa più sorprendente per noi, e che in fondo ci interessa di più, è la forza d’animo di Paolo. Nella prima lettera ai Corinzi (4,10-13) fa quasi una descrizione della sua vita, una piccola autobiografia. I verbi sono al plurale: egli ha sempre viaggiato in compagnia di qualcuno, come Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli: Soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. E poi ecco la forza d’animo: benediciamo se siamo insultati, sopportiamo se siamo perseguitati, chi ci calunnia lo confortiamo; siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti.
Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha chiamato (1Tm 1,12). Sempre lì sta l’origine di tutto per Paolo: la voce di Gesù, la persona di Gesù, la sua presenza che gli è continuamente al fianco e continuamente gli parla. Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13). Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza (2Tm 1,7).

Uno strano dissidio. Tra forza e debolezza
Eppure ancora una volta Paolo sperimenta in sé uno strano dissidio. Questa forza, che pure lo conduce ad imprese che stupiranno milioni di cristiani convive in lui con l’esperienza continua della debolezza. La dialettica che anima la sua vita si manifesta potentemente in questa antitesi apparente tra forza e debolezza. Proprio perché sono debole, sembra dire san Paolo, proprio perché sono consapevole della miseria mia e degli uomini, proprio perché mi rendo conto della mia radicale insufficienza, sono aperto a ricevere tutto dallo Spirito di Dio (cfr. 2Cor 12,10). E da Lui Paolo riceve veramente quello spirito di forza di cui abbiamo parlato. Chi non confida in se stesso può appoggiarsi interamente su Dio e da Lui ricevere l’energia per le missioni più difficili e imprevedibili.
Questa forza Paolo non solo la sperimenta per sé, ma la augura ai suoi fratelli, gliela preannuncia come sicura. Per esempio 1Cor 10,13: Dio con la tentazione vi darà anche la forza per sopportarla. Questa forza che è lo spirito di Dio è come un fuoco che arde, è la carità. Più avanti dirà: la carità sopporta tutto (1Cor 13,7). Sempre nella stessa lettera, alla fine (1Cor 16,13) raccomanda ai suoi figli di essere virili: comportatevi da uomini, siate forti. Ma l’espressione forse più impressionante di questo paradosso è quella in cui Paolo dice: sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2Cor 7,4).

La legge e la salvezza
Quando leggiamo le lettere di san Paolo, soprattutto quelle ai Romani e ai Galati, troviamo continuamente ripresa e contraddetta l’esperienza della salvezza attraverso la legge. Abbiamo visto come Paolo sia stato educato all’osservanza assoluta della legge, non solo della legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma anche delle centinaia e centinaia di regole che i commentatori autorevoli avevano stabilito. Abbiamo visto anche come l’uccisione di Stefano abbia cominciato a incrinare in lui la fede monolitica fino allora violentemente difesa. Forse sono ritornate in lui le parole dei profeti, quelle che preannunciavano, come Ezechiele e Geremia, la necessità che i cuori di pietra diventassero di carne (Ez 11,19; 36,26), la nuova circoncisione dei cuori (Ger 4,4; 9,25; Ez 44,7; 44,9). All’obbedienza esteriore e ossessiva già i profeti avevano aperto la porta all’osservanza interiore. Là dove Dio parla all’uomo e lo rende capace di ciò che senza di Lui non potrebbe mai fare. È l’inizio della rivoluzione. Non l’abolizione della legge, ma la scoperta che essa sarebbe soltanto una tavola che dichiara i nostri peccati e la nostra morte se non fossimo resi capaci da un altro di amare Dio e il prossimo. Tanto era stato violento nella persecuzione, tanto le parole di Paolo assumono, quando parla di questo tema, una radicalità e un’asprezza giustificate e spiegate proprio dalla sua precedente esperienza. Per questo le sue frasi non vanno mai isolate, come farà invece Lutero, ma vanno sempre lette nel contesto di tutta una lettera, di tutta una tradizione. Certo, agli occhi e alle orecchie di coloro che si sentivano schiacciati sotto centinaia di precetti impossibili ad osservarsi Paolo griderà: non siete più sotto l’influsso della legge ma della grazia (Rm 6,15). È la dichiarazione della nuova libertà. Anche Gesù aveva detto ai Giudei che Egli era venuto per liberarli. Non siamo mai stati schiavi di nessuno (Gv 8,33), gli avevano risposto. Paolo riprende questa dialettica. Prima eravate schiavi del peccato, ora invece potete obbedire liberamente a quella forma di dottrina che vi è stata da me tramandata (cfr. Rm 6,17-18).
Il passaggio che avviene con Paolo è gigantesco. Mentre prima l’uomo, al di fuori della legge mosaica o sotto di essa, era schiacciato sotto il peso di esigenze di bene a cui non riusciva a tener dietro o di comandamenti che non riusciva a rispettare, e si avviluppava sempre più in un’esperienza di peccato e di morte, ora invece l’uomo è liberato. Gli basta accogliere Gesù che lo salva, accettare il suo Spirito che lo conduce dietro il Signore. È, certo, ancora un’obbedienza, ma questa volta per la vita, mentre prima era per la morte.
Libertà è una delle parole più importanti del vocabolario greco del tempo: liberi erano coloro che costituivano il cuore della nazione, delle città, ma Paolo ribalta completamente il senso di quella parola. Mostra quale schiavitù vi fosse in realtà dietro quella libertà e quale libertà invece è resa possibile dietro questa nuova obbedienza.

Cattolicità di Paolo
Con Paolo il nuovo popolo si apre per accogliere tutti i popoli del mondo. In continuità e discontinuità con il popolo ebraico, la Chiesa nasce da Abramo, ma non è più rapporto esclusivo con una sola etnia.
Paolo non rinnegherà mai la sua appartenenza al popolo ebraico. Mentre rinnegherà il suo passato di persecutore, sentirà gli ebrei come i fratelli più cari, quelli a cui Dio si è legato con promesse eterne, che non sono revocabili: i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Arriva a dire che vorrebbe essere lui stesso scomunicato a loro favore, buttato fuori lui perché essi possano entrare. E comunque prevede il loro ritorno nell’unica Chiesa di cui rimangono la radice fondamentale. Noi siamo fratelli minori come dirà Giovanni Paolo II, Paolo dice dei rami innestati (cfr. Rm 11,23-24). Ma la sua attenzione si rivolge al mondo, ai pagani: sono loro che deve conquistare a Cristo. Essi compiono le opere della legge per natura, agiscono secondo la loro ragione. Ma sappiamo tutti quanto la ragione dell’uomo sia fragile e debole. E così Paolo vuole risvegliare in tutti gli uomini il lume della ragione che Dio ha messo in ciascuno in quanto immagine di Dio. Sa di poter parlare con chiunque, in nome proprio di questa comune umanità. Non esita a parlare di una legge scritta nel cuore di ogni uomo (cfr. Rm 2,15) di cui la coscienza rende testimonianza e che emerge nei ragionamenti. Il suo dialogo nell’Areopago di Atene rimane l’espressione più alta di questo suo tentativo. Apparentemente sconfitto, egli in realtà ne esce vincitore perché traccia quella che sarà d’ora in poi la strada che vuol far percorrere ad ogni uomo. Dare un nome al Dio nascosto (At 17,23), rivelare quanto l’uomo attende senza saperlo.
I collaboratori
Un ultimo tema, quello dei collaboratori. Paolo, benché avesse una personalità così singolare come ho cercato di descrivere, ha sempre voluto non solo viaggiare con dei collaboratori, ma prima ancora ha sentito la necessità di avere accanto a sé degli amici, di farli partecipi del suo ministero, di educarli. Non erano semplicemente degli esecutori. Lo testimoniano anche le frizioni che sono nate con alcuni di loro e alcuni abbandoni. D’altra parte le prime missioni cristiane, già al tempo di Gesù, sono state sempre composte da due inviati. All’inizio è stato Barnaba. Lo accompagna nel primo viaggio apostolico e a Gerusalemme per il Concilio. Successivamente vedremo Timoteo: mittente con san Paolo della maggior parte delle lettere sarà anche il destinatario di due di esse. Qui è definito figlio da Paolo. Nessuno ha il suo cuore scrive di lui nella lettera ai Filippesi (cfr. Fil 2,20). Un altro collaboratore è stato Sila (o Silvano), un ebreo cristiano che ha accompagnato Paolo nel suo secondo viaggio apostolico. Dovremmo ricordare anche i coniugi Aquila e Priscilla, incontrati da Paolo ad Efeso, scappati da Roma dopo la cacciata degli ebrei ad opera di Claudio. Li ritroverà ancora nella capitale. Ad Efeso Paolo vive nella loro casa. Intorno a questi stretti collaboratori, fra cui vorrei ricordare anche Tito, c’è poi tutta una miriade di persone fidate da cui ricevere sostegno. Febe, la diaconessa, cioè amministratrice di un’impresa domestica, Stefana, a Corinto, ecc. Il cuore di Paolo ha bisogno di rovesciarsi in altri cuori. Scrive a Timoteo: Sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia (2Tm 1,4). Soffri anche tu insieme con me per il vangelo (2Tm 1,8). Per tutte queste ragioni è straziante ancora oggi leggere queste parole di Paolo dalla prigione, quando ormai la morte è imminente; scrive al suo Timoteo:
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tichico a Efeso. Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guardatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen (2Tm 4,9-18).

incontro organizzato dal Centro culturale E. Manfredini – Bologna, 15 gennaio 2009 www.centromanfredini.it

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Il custode della casa

sito-giuseppe-OkIl 19 marzo ricorre la solennità di san Giuseppe, sposo di Maria. Che cosa ci dice la figura di quest’uomo, che la liturgia ci descrive sempre così silenzioso? Il suo messaggio profondo sta proprio nel suo scomparire; non nell’inattività o in un’umiltà affettata, ma nella quotidianità del suo «sì». Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che, vista nell’insieme di una vita, manifesta la poderosa statura di un uomo. È questo il messaggio di san Giuseppe: il «sì» di ogni istante, la carità di ogni istante, il suo essere «custode» e «responsabile». Egli è «custode» perché deve occuparsi di qualcosa di cui non è padrone, ma che gli è affidato. Di tutto ciò Giuseppe ha piena consapevolezza. Gesù stesso identifica propriamente con il termine custode colui il quale farà entrare nel suo regno: «Servo buono e fedele che hai custodito il poco, io ti farò custode del molto» (Mt 25, 21). L’altro termine che descrive la vita di Giuseppe è «responsabile». Nel Vangelo di Luca c’è un episodio che spiega bene questo aspetto: Gesù si perde a Gerusalemme. Quando Maria e Giuseppe lo trovano, Gesù dice una parola pesante nei confronti di quest’ultimo: «Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del Padre mio», e lo dice davanti a Giuseppe. Ma poi, continua il Vangelo: «Essi non compresero le sue parole e Gesù partì con loro, tornò a Nazareth ed era loro sottomesso» (Lc 2,51). Subditus illis. Gesù era sottomesso a Giuseppe, che aveva la responsabilità di custodirlo: Giuseppe è il custode della casa. Questo è il segno grande che quest’uomo porta nella storia del mondo: Dio ha voluto abitare in una casa, con un padre ed una madre. Ha voluto abitare nel mondo, accettando di essere in una casa: un luogo umano, fatto da mani umane, dove Dio abita. È questa casa che Giuseppe ha custodito e che noi, seguendo il suo esempio, dobbiamo avere a cuore. Imitare san Giuseppe significa domandare di poter essere custodi, cioè di adorare la grazia che si è ricevuta, difenderla, amarla, servirla.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Sulla lettera del papa

Nella lettera del papa a tutti vescovi della Chiesa Cattolica vi sono due fuochi. Il primo riguarda i fatti più recenti, l’incomprensione del suo atto di misericordia verso i quattro vescovi lefebvriani e tutte le polemiche che ne sono seguite. Amaramente il papa nota di essere stato più capito da alcuni ebrei che da certi suoi figli. C’è una sottile distanza in alcuni settori della Chiesa dallo spirito che muove le decisioni del papa.
Vi è poi un secondo fuoco, ancora più importante, in tutta la lettera. Riguarda la realtà intera della Chiesa e del mondo, la realtà dell’uomo. È una lettura in questo momento storico dei segni dei tempi, come aveva invitato a fare papa Giovanni, riprendendo peraltro una indicazione di Gesù. Può sembrare una lettura pessimista. Nasce invece dalla accorata sollecitudine del padre che vuole guidare la Chiesa verso una nuova pagina della sua missione.
Due mi sembrano le affermazioni centrali. “La fede è nel pericolo di spegnersi, come una fiamma che non ha più nutrimento”. “Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini” e così l’umanità cade in una totale mancanza di orientamento.
Non c’è nessuna preoccupazione di parte in queste parole, non uno spirito clericale, una tesi dogmatica, ma la pura e semplice passione per l’uomo. Il cuore dell’uomo si è raffreddato e il papa desidera che esso possa tornare a riscaldarsi, cioè ad aprirsi a quegli orizzonti che possono illuminare il cammino e permettere di affrontare i drammi del dolore, della morte, della solitudine, ma anche che permettono di gioire della creazione e degli altri doni di Dio.
Il cuore del papa è certamente ferito, ma non vuole rassegnarsi al male. Non ha comandamenti da imporre, censure da operare, vuole riaprire i cuori degli uomini alla promessa, indicare ai cristiani il dovere di testimoniare anche attraverso la loro unità il volto di quel Dio che li ha scelti.

17 luglio 2009 | Categorie Primo piano | Commenti disabilitati 

Omelia alla festa di san Carlo

081109-CdF-Festa-San-Carlo-015Presentiamo di seguito l’omelia che don Massimo Camisasca ha tenuto durante la messa per la festa di san Carlo, presso la casa di formazione a Roma.

Cari fratelli e sorelle, cari amici,
solitamente nella festa di san Carlo sono altri i sacerdoti che parlano, durante la messa. Oggi si dà l’occasione a me di parlare, e lo faccio molto volentieri. Il mio pensiero innanzitutto va a don Giussani, da cui siamo nati, alla sua dedizione e alla sua intelligenza del cristianesimo. Chiediamo anche per sua intercessione a Dio di avere una conoscenza sempre più profonda del suo carisma, del suo dono, che essendo appunto un dono di Dio per la Chiesa non è mai esaurito nella conoscenza e nell’esperienza. Questa è la grandezza delle opere che nascono dai figli di Dio: proprio perché non sono opere di un uomo, ma opere di Dio, esse sono inesauribili. E così anch’io ho cercato di interrogarmi sul senso di questa Fraternità. Anch’essa è opera di Dio, come tale l’ha riconosciuta la Chiesa, e quindi, per fortuna, non è opera mia. Se fosse opera mia, sarebbe opera di un uomo. Essendo opera di Dio è opera che è passata semplicemente attraverso di me. Anch’io devo, perciò, mettermi alla scuola di questa Fraternità. E chiedermi che cosa essa significhi per me. Voglio dare a questa domanda quattro risposte, le risposte che vengono dalla mia esperienza di questi ultimi ventitré anni di vita, da quando cioè questa Fraternità è nata.

I

La prima risposta che viene alla mia mente pensando a questa Fraternità e soprattutto all’esperienza di questi anni – l’ho anche scritto – è che essa è stata voluta da Dio per la mia guarigione. Gesù ha detto con molta chiarezza: “Sono venuto per i malati” (cfr. Mc 2 ,17). E noi saremo e siamo salvi soltanto nella misura in cui ci riconosciamo malati, bisognosi di guarigione. Lui è venuto per questo. E se ha voluto questa Fraternità è stato innanzitutto per la mia guarigione. Egli mi ha guarito e mi guarisce, ogni giorno, dalle tentazioni della gelosia, dell’invidia, della divisione, dalle illusioni, dalle paure. Questo è il senso di ogni comunità nella Chiesa, è il senso stesso della Chiesa: guarire la nostra umanità e, in essa, anche il nostro spirito. Solo dedicandomi a guarire gli altri io posso guarire. Dico questo non soltanto per me e non soltanto per i miei fratelli, ma anche per ciascuno di voi. La logica dell’esistenza umana è tale che soltanto donandola la si può avere, soltanto donandola e spendendola la si capisce, si entra in essa (cfr. Lc 1, 48-52). Chi perderà la sua vita la troverà (cfr. Mt 16, 25). Soltanto spendendomi per guarire gli altri, io posso guarire me stesso. E che cosa di più grande può essere concesso a un uomo di partecipare all’azione con cui Cristo ogni giorno guarisce l’umanità attraverso i sacramenti del battesimo, della penitenza e dell’eucarestia? È la modalità con cui egli continuamente attrae a sé le nostre menti, i nostri cuori, le nostre vite e, come ha detto Maria di se stessa, ci innalza dalla miseria in cui siamo e ci eleva alla sua vita. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (cfr. At 20, 35). Di tutte le frasi di Gesù questa riassume in un modo profondo i sentimenti del suo animo, che sono anche i sentimenti del nostro. Questa esperienza della guarigione è importante perché essa ci fa capire che nessuno è escluso dal dono di Dio, che non c’è lontananza, non c’è estraneità, non c’è bassezza in cui l’uomo possa rifugiarsi in cui Dio non possa venire. Egli è disceso proprio per entrare nella nostra tenebra e per fare sgorgare la luce in essa.

II

La seconda risposta: in questa Fraternità ho imparato che l’amicizia è il vertice della carità. Innanzitutto ho imparato che l’amicizia è possibile. Quante persone vengono a dirmi: ma l’amicizia è veramente possibile? Quante volte mi dicono: “Ho cercato degli amici, e non li ho trovati”. Oppure “dopo averli trovati, pensavo fossero per sempre e invece mi hanno tradito, mi hanno lasciato, mi hanno abbandonato!”. E allora l’esperienza dell’amicizia, che avrebbe dovuto e sarebbe dovuta essere l’esperienza di Dio, diventa l’esperienza della lontananza da Dio, per l’incapacità di perdonare il tradimento e il rifiuto. E invece io sono qui a dirvi che l’amicizia è possibile. Anzi, l’amicizia è un dono che Dio non nega, se noi glielo chiediamo e se noi disponiamo il nostro cuore ad accogliere i segni dell’amicizia nella vita nostra e di coloro che ci stanno a fianco. Certo, l’amicizia per vivere ha bisogno di una grande purificazione. E la strada di questa Fraternità è stata per me la strada della purificazione. L’amicizia ha bisogno, per poter vivere, che noi ci purifichiamo da ogni nostra tentazione di possesso, di prevalenza sull’altro, di strumentalizzazione dell’altro. E questa purificazione non è mai completa. In questo senso, l’amicizia è il vertice della carità ed è anche la scuola della carità. Qui ho imparato questo. E ho imparato che non si può essere veramente amici, se non si collabora assieme a un’opera di Dio. L’amicizia vive, nella vita dell’uomo, come collaborazione. Non basta sentirsi amici. Occorre fare assieme. Ecco un altro insegnamento di don Giussani, che sta al cuore della sua pedagogia: fare assieme, lavorare assieme. Certo, consapevoli della ragione per cui si lavora assieme, dello scopo per cui si lavora, ma fare assieme è una strada che alimenta l’amicizia.

III

La terza esperienza. Mi sono chiesto che cosa significa essere missionari. Che cosa deve fare un missionario, dove deve andare? Che cosa c’è di straordinario in lui perché sia chiamato “missionario”? Penso che il missionario non debba fare nulla di straordinario per essere tale, non debba andare da nessuna parte, se non a quella in cui è mandato. Si può essere missionario vicino casa o agli estremi confini del mondo. Ciò che è importante è che la nostra azione prosegua l’azione dello Spirito in noi. Allora si è missionari. Dio agisce continuamente nella nostra vita, attraverso le persone che ci fa incontrare, attraverso gli avvenimenti che fa accadere, attraverso dei fatti. Egli ci parla continuamente e muove e sommuove continuamente la nostra esistenza. Ecco dove nasce la missione. La missione non è altro che vivere con gli altri quello che Dio vive con noi. Se noi vivremo proseguendo l’azione che Dio fa in noi, nella nostra persona e nella nostra comunità, allora saremo missionari; altrimenti saremo soltanto attivisti stanchi e, prima o poi, tragicamente delusi. Per poter proseguire l’azione di Dio in mezzo agli uomini, però, dobbiamo metterci sulla lunghezza d’onda di Dio, cioè concretamente ascoltarlo. E per ascoltarlo, per poter entrare nella sua azione, dobbiamo fare silenzio. Il silenzio è fondamentale. All’inizio necessariamente è anche assenza di parola. Poi, nel tempo, quando si è diventati grandi, il silenzio convive con le parole. Ma innanzitutto occorre che ci siano nella giornata dei momenti in cui facciamo silenzio, in cui diciamo una Ave Maria pensando alle parole che diciamo, in cui diciamo l’Angelus pensando alle parole che diciamo, guardando l’Avvenimento presente che esse indicano. Questo è il silenzio: guardare quello che gli altri non sanno più vedere. Allora, il silenzio ci rende capaci di ascoltare Dio, non perché diventiamo visionari, non perché abbiamo delle apparizioni, non perché siamo dotati di poteri spirituali magici. Tutto ciò non c’entra nulla! A ognuno è concesso di entrare nella lunghezza d’onda di Dio, nell’azione di Dio: nel silenzio e, soprattutto, nella liturgia. La liturgia è la scuola in cui Dio ci parla, ci trasforma, ci rinnova, ci insegna come dobbiamo agire.

IV

Da ultimo, un quarto insegnamento che è venuto a me dalla vita di questa Fraternità: ho imparato che è possibile la riforma della vita, che è possibile rinnovare la vita, che diventare maturi e poi vecchi non significa andare verso qualcosa di negativo, ma, all’opposto, significa andare verso la giovinezza. È possibile camminare verso qualcosa di più grande, di più vero, di più letificante. Penso a questa Fraternità, e allo stesso Movimento di Cl, come a un’opera che Dio ha voluto per la riforma della Chiesa. Penso a don Giussani come a un riformatore della vita della Chiesa. In questo senso, ho scritto un libro che uscirà nel mese di febbraio su don Giussani riformatore della vita della Chiesa, anticipatore e realizzatore delle riforme del Concilio Vaticano II.
Ma l’insegnamento che a me viene più profondamente da tutto questo è la risposta alla domanda: vuoi riformare il mondo? vuoi riformare la vita? Lascia che il tuo essere sia riformato. Riforma te stesso. Lascia che il Signore dia continuamente ogni giorno nuova forma alla tua esistenza.
Sarebbe fin troppo facile annodare questi fili con la persona di san Carlo, il cui nome un’ispirazione improvvisa mi ha fatto associare a questa Fraternità. Egli è stato un grande riformatore, un grande liturgo. Egli è stato colui che realmente attingeva quotidianamente dalla consuetudine con Cristo, soprattutto con Cristo crocifisso ed eucaristico, la forma della sua azione. Egli è stato colui che ha lasciato sanare se stesso da Cristo, donandosi continuamente e senza riserve per il suo popolo. E in questo ha trovato la sua felicità, come spero possiamo anche noi trovare la nostra. Amen.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

La povertà nella luce della felicità

Il-fascino-del-vero_ElioCiolNella seconda lettera ai cristiani di Corinto, san Paolo descrive ai suoi interlocutori, in termini molto vivi e drammatici, la sua realtà di apostolo. In questo modo non fa altro che parlarci dell’uomo nuovo che è nato da Cristo (cfr. 2Cor 6,5-17). Quindi parla di noi. Ciascuno di noi dovrebbe ogni tanto tornare a leggere quelle righe, oppure il capitolo sesto, versetti 3-10: dopo averci raccontato la sua vita, quali sofferenze, quali privazioni, quali pericoli abbia passato, ma anche quali scoperte abbia fatto, quale sia stata la dolcezza della compagnia dello Spirito Santo – conclude con delle definizioni composte da due parole antitetiche. Noi cristiani siamo sconosciuti e ben noti, siamo sempre lì lì per morire eppure viviamo, siamo castigati dal mondo ma non ci lasciamo abbattere, pieni di tristezza e di gioia assieme, e infine – ed è su questa espressione che voglio fermarmi – non abbiamo nulla eppure possediamo tutto. Anzi, possiamo rendere ricchi gli altri.
E’ l’esperienza della povertà. Essa non riguarda una categoria di persone particolari, sociologica o spirituale, quelli più sfortunati o quelli che hanno la fissa di andare in giro come straccioni. Riguarda tutti noi, e perciò dobbiamo capirlo bene.
Don Giussani, che ho sentito molte volte ricordare e commentare questa espressione di san Paolo, mi ha anche spiegato lungo gli anni cosa voglia dire «povertà» per un cristiano.
Innanzitutto, come sempre faceva, illuminava tutto alla luce del fine ultimo, la felicità. Siamo chiamati alla felicità, alla beatitudine, e dobbiamo abbracciare tutto ciò che ci aiuta a viverne l’inizio nella vita presente. San Paolo dice: «abbiamo tutto». Questa è la porta per entrare dentro la povertà: l’esperienza di avere tutto in Gesù. In lui abbiamo la vita, il perdono, le parole che illuminano il dolore, la certezza della vita presente e futura. In questo modo siamo aperti a scoprire con gratitudine tutto ciò che non abbiamo fatto noi, eppure ci è donato. Le montagne, il mare, il cielo, il sorriso e gli occhi di un bambino, l’amore della madre o dei figli, la forza di un’amicizia, ma anche la bellezza di un fiore, di un sasso, la gioia che può venire da un libro, da una semplice matita per scrivere, da un dipinto, da una musica. Come si colora questa espressione di san Paolo: possediamo tutto! Scopriamo così che ciò che possediamo veramente è ciò che non abbiamo fatto noi, di cui non possiamo gloriarci, che abbiamo ricevuto. Nasce in questo modo nella vita quella essenzialità che è una delle necessità dell’età matura, e soprattutto della vecchiaia. Vogliamo intorno a noi soltanto quelle cose e quelle presenze che ci richiamano a ciò che resta, che sono strada verso Dio. Impariamo a diventare più essenziali nelle nostre letture, a non voler tanti libri, tante penne, tanti orologi, tanti quadri, ad accontentarci di piccoli spazi, di alcuni viaggi essenziali, di alcuni volti necessari. Impariamo a valutare il peso delle cose, la necessità o meno di talune di esse, la relatività di altre. Come appaiono meschine allora ai nostri occhi tante liti, tante battaglie per l’eredità, tante vite spezzate in nome della lotta per i soldi, per i guadagni, per l’affermazione di sé!
Il cristiano non ha un animo meschino, non sottovaluta i beni della terra e la loro importanza. Sa che ogni creatura è un bene (cfr. 1Tm 11, 19), sa che tutto può essere preso con rendimento di grazie, ma proprio per questo sa quanta insipienza c’è nel voler accumulare a tutti i costi. Chiede perciò a Dio la grazia di essere libero, di non andare con due borse se ne basta una, con due mantelli se uno è sufficiente. La povertà è la scoperta che la nostra felicità dipende dall’avere soltanto ciò che è necessario, cioè Cristo, e ciò che da lui riceviamo e che ci porta a lui, ci fa vivere la nostra vocazione. Nessuno come il cristiano sa godere del mangiare e del bere, sa ridere, sa giocare, ma nessuno come il cristiano sa che è necessario imparare ad usare bene di tutto.
Nella prima lettera ai Corinti, san Paolo usa una espressione che è esattamente il reciproco di ciò che abbiamo sopra ricordato. Quelli che possiedono, vivano come se non possedessero. Le due esperienze si illuminano a vicenda.
La povertà è fonte di comunione. Mentre il possesso desiderato e amato per se stesso mi divide dagli altri, mi fa vedere nelle altre persone dei potenziali nemici, o almeno degli avversari, la povertà matura in noi occhi di benevolenza sulle creature e sugli uomini. Non tiene per sé ma spinge a distribuire, comunicare, donare. Sostiene ogni inizio di comunione vissuta, valorizza tutto ciò che serve a creare legami, a vivere la fraternità nella comune figliolanza a Dio Padre.
Avendo imparato tutto ciò da don Giussani, ho cercato di trasmetterlo ai miei amici della Fraternità san Carlo. Ho detto e dico a loro quasi ogni giorno: non abbiate mai la preoccupazione dei soldi, non mettete mai in testa alle vostre attese la ricerca dei denari. Soprattutto non accumulate mai beni sulla terra. Siate liberi, e questo si trasformerà per voi in letizia, in agilità di vita, in una capacità maggiore di perdonare, di costruire, e in definitiva, di amare. Le vostre case siano belle ma non sfarzose. Portate con voi solo ciò che è veramente necessario, tutto il resto cercate di condividerlo con gli altri. Create una piccola biblioteca nella vostra casa, venite in soccorso con i vostri beni alle necessità degli altri. Soprattutto non legate il vostro cuore a ciò che avete, non aspettatevi da quello la sicurezza per il vostro presente e il vostro futuro. Ringraziate il Cielo del desiderio che Dio mette dentro di voi di semplificare la vostra vita. Amate il silenzio. Quanto al resto, rallegratevi per tutto quello che vi è dato e passa per le vostre mani, ma non trattenete nulla per voi se non ciò che è assolutamente importante per vivere. Dalla povertà viene nella vita un fiume di gioia e di serenità.

Foto:

Elio Ciol, CANONE INVERSO – A
Bibione, febbraio 2000

(da Fraternità e Missione, novembre 2008)

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Il lavoro, la strada per imparare ad amare

00 00 sagrada-familiaIl secolo ventesimo sarebbe dovuto essere il secolo del lavoro. E, in un certo senso, lo è stato. Il lavoro è diventato tema di studi, di lotte, di guerre, ha segnato la nascita di partiti e di associazioni. Interi movimenti che hanno attraversato il secolo si sono ispirati alla promozione dei lavoratori, come, per esempio, il movimento comunista, quello socialista e quello cattolico. Ci sono stati però anche milioni e milioni di lavoratori uccisi, perché non rientravano nello schema della rivoluzione programmata. Il nazismo, poi, ha fatto scrivere sarcasticamente sulla porta di Auschwitz «il lavoro rende liberi». Anche la Chiesa ha parlato di lavoro ai lavoratori. Soprattutto dopo Leone XIII, esso ha occupato una parte importante nella dottrina sociale che si è andata sviluppando e diffondendo anche attraverso le grandi encicliche di Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, e Paolo VI.
Ma, più in generale, il novecento ha visto, soprattutto nella sua seconda parte, un grande offuscarsi del senso e del gusto per il lavoro. Ritengo che questo sia uno dei mali più gravi della nostra società. Perché qualunque vocazione si abbia, il lavoro decide della nostra vita. Quando manca il lavoro, l’uomo non può esprimere se stesso, perde il rapporto con la realtà, non si sente amato e non ama.
È stato certamente uno dei tanti meriti del magistero di Giovanni Paolo II, che era stato operaio negli anni della sua giovinezza, di riportare al centro dell’attenzione degli uomini la realtà del lavoro e della sua contraffazione. E certamente vi è una profonda similitudine tra ciò che ha detto Giovanni Paolo II e il cuore del magistero di don Giussani sul lavoro, raccolto nel volume L’io il potere, le opere.
Dedichiamo al lavoro questo numero di Fraternità e Missione di luglio, mese estivo, mese di vacanza, proprio perché in vacanza possiamo pensare al senso del nostro tempo lavorativo.

I. Un rapporto creativo
Il lavoro dell’uomo, qualunque esso sia, non riguarda un aspetto marginale della sua personalità. L’uomo matura attraverso il lavoro, perché attraverso di esso prende coscienza di se stesso e della realtà, da cui dipende, ma che può anche contribuire a cambiare e a trasformare. Si capisce perciò come mai il lavoro coincida con la nostra vocazione.
Quando la persona non è stata educata a lavorare, o di fatto non può lavorare, rimane come rattrappita, si chiude su se stessa, non conosce più la vita e la promessa d’infinito, la speranza che vi è contenuta. Invece, attraverso il lavoro l’uomo entra in rapporto con le persone e le cose. Accade sempre così, sempre l’uomo necessita di un rapporto creativo con la realtà.
Il suo conoscere se stesso e il mondo procedono assieme.

II. Purificazione
Quando Adamo ed Eva vengono cacciati dal paradiso terrestre, Dio, che aveva posto l’uomo nel giardino dell’Eden perché lo custodisse e lo coltivasse (Gn 2,15), rivolge a loro delle parole molto significative e terribili. Dice che a causa della loro disobbedienza, il suolo della terra sarebbe stata maledetto. Avrebbe dato ancora i suoi frutti, ma attraverso il duro lavoro. Il pane avrebbe richiesto il sudore del volto (Gn 3,17-19). Proprio queste parole ci spiegano la stretta relazione fra l’uomo, il lavoro, e Dio. Non soltanto attraverso il lavoro conosciamo noi stessi, non soltanto partecipiamo all’opera della creazione, ma, più in profondità, realizziamo quella purificazione che ci fa tornare a Dio. Dio ci chiama a servire il suo disegno attraverso il lavoro.
Il lavoro non è dunque soltanto condanna. Non è soltanto fatica, peso. Tutto ciò è una condizione inevitabile, ma non l’essenza. Purtroppo oggi molti sono chiusi a una considerazione intera del lavoro, e vedono soltanto la fatica, e cercano di sfuggire ad essa. Ma in questo modo, sfuggono alla loro crescita umana. L’uomo infatti non ha mai un rapporto soltanto speculativo con la realtà, e neppure uno ludico. Non pensa soltanto e non gioca soltanto, ma vuole anche creare e trasformare. Per questo Dio ha creato un mondo incompiuto e ha affidato all’uomo il suo compimento.

III. Entrare nell’opera di Dio
Ma ancora di più, per coloro che credono, che sono stati battezzati, il lavoro è la strada fondamentale per la loro partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Attraverso di esso, quando è vissuto nella memoria di Cristo, le cose ritrovano lentamente il loro posto, le persone il senso della loro vita, il creato l’unità perduta nel peccato originale. Non è un caso che san Benedetto abbia legato la preghiera al lavoro, vedendoli non come due momenti successivi della giornata, ma come due espressioni della nostra vita che si integrano e si correggono a vicenda. Non si può vivere infatti solo per lavorare, non si può sacrificare tutto al lavoro. Esso non è un bene assoluto, serve in quanto porta l’uomo a collaborare al disegno del creatore, ad entrare nell’opera di Dio, a partecipare all’edificazione del Regno. Per questo il silenzio all’inizio della giornata ha un peso decisivo ed è ancora più importante di quello della sera.
Il desiderio del lavoro unito a quello del giusto riposo è l’espressione di una vita cristiana sana. Non ci può essere vita cristiana senza desiderio di lavoro. è per me un’esperienza terribile vedere persone che hanno come ideale della vita lavorare meno, o non lavorare affatto, persone terrorizzate dalla fatica, che non sentono bruciare dentro di sé la passione per l’incompiutezza del mondo.

IV. Servire Cristo
Il lavoro è la strada fondamentale della nostra partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Questo è infatti il senso esauriente dell’esistenza: servire Cristo.
La strada per imparare ad amare è cominciare a servire. È proprio la quotidianità del servire che fa entrare nel ritmo dell’amore. Il ritmo dell’amore vero, dell’amore maturo, è la fedeltà. Soltanto il servire fa entrare in questo ritmo. A poco a poco non ci si accorge quasi neanche più di servire. Ci si accorge soltanto di amare.
Attraverso questa strada, la quotidianità del lavoro, si realizza la cosa più grande che esista al mondo: si impara ad amare Cristo.
(da Fraternità e Missione, luglio 2008 – nella foto: la Sagrada Familia, a Barcellona)

16 luglio 2009 | Categorie Primo piano | Commenti disabilitati 

Ascoltare lo Spirito

0000a-a-DSC_0550Lo Spirito Santo, questo sconosciuto. È il titolo di un libro pubblicato in Francia negli anni Cinquanta. E in effetti non aveva tutti i torti. Del Padre ogni cristiano saprebbe raccontare qualcosa. Del Figlio pure. Ma dello Spirito Santo? Qualcuno direbbe che è fuoco, qualcun altro che è una colomba. Ma alla fine varrebbe per molti cristiani la situazione descritta nel capitolo 19 degli Atti degli Apostoli: «Avete ricevuto lo Spirito Santo?». «A dire il vero, non abbiamo mai sentito parlare dello Spirito Santo».
In realtà non dobbiamo parlare dello Spirito Santo, perché è Lui che parla. Noi dobbiamo solo ascoltarlo. E così cominciamo a capire chi sia. Egli è colui che ci parla del Padre e del Figlio, che ce li fa incontrare, che li rende vicini, che li fa amare. Non è un’altra cosa dal Padre e dal Figlio, è loro in quanto si rendono presenti alla nostra vita, contemporanei.
Lo Spirito Santo attrae i cuori di chi crede e di chi non crede. Insegna le strade per raggiungere la verità e il bene. Dà dei suggerimenti, dei segni, di cui la persona prenderà consapevolezza, se la prenderà, solo molto più avanti. Lo Spirito non obbliga. Suggerisce. L’ha detto Gesù: «vi suggerirà ogni cosa» (cfr. Gv 14,26).
L’esperienza dell’incontro è forse quella più chiarificatrice di tutte.
I suggerimenti dello Spirito sono generalmente il fascino degli incontri. Essi sono come un filo che si dipana molto lentamente, ma poi formano una trama. Lo Spirito normalmente agisce attraverso dei segni: cose, persone, parole, avvenimenti. È la logica sacramentale della vita, che costituisce l’ossatura del Cristianesimo.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Maria e l’uomo protagonista del tempo

a1 ciolPartecipando durante molti anni alla liturgia della settimana santa guidata da don Giussani, mi sono accorto che la sua preoccupazione centrale, che è il centro della sua pedagogia, era aiutarci ad entrare nello sguardo di Maria, nel cuore di Maria, nella posizione che ella aveva davanti a suo figlio. La Madonna è stata sempre vista da don Giussani come colei che, più di ogni altra creatura, ha incarnato la posizione giusta di fronte al Mistero fatto carne, davanti a Gesù.
Durante questo tempo pasquale, questa primavera, siamo chiamati a risorgere, a rinascere. Ogni mattina siamo invitati a uscire dal nulla, rappresentato dalla notte, dal buio, e ad entrare nella vita. Ogni giorno siamo chiamati a uscire dalla debolezza, dalla cattiveria, dalla confusione, e a entrare nella carità. Per quanto smarriti, la nostra dimenticanza non è mai totale. C’è sempre in noi la possibilità di essere riagganciati dalla grazia. Possiamo trovare un amico che ci richiami alla vita, che ci afferri nel profondo. Innanzitutto, possiamo trovare Maria.
La figura della Madonna è stata ricordata da don Giussani come colei che si oppone al nulla, al demonio. Se noi cominciamo la giornata pensando a lei, invocandola, entriamo in una strada che ci fa vivere con sicurezza, e ci restituisce la passione dell’umano, ci rende «ogni giorno capaci di incantevole carità».
Maria è colei che ci apre alla positività dell’essere perché ella è la positività dell’essere, perché il suo “sì” ha permesso l’incarnazione, la sconfitta del nulla, di tutto ciò che è negazione, menzogna, esclusione. E ha invece portato nel mondo la vita, l’affermazione, la bellezza, la gioia. Riandando continuamente a lei, possiamo entrare in questa positività, possiamo farci guidare da lei verso uno sguardo sulle cose, sugli altri, su noi stessi, che sia veramente costruttivo, in definitiva nella carità.
La tradizione orientale vede Maria come colei che tiene in mano il bambino e insegna la strada. Anche don Giussani ha visto Maria come colei che ci conduce, che ci insegna la via. In una meditazione, durante un pellegrinaggio organizzato dalle Suore della Neve, ha detto: «La Madonna è il tipo dell’uomo camminatore verso il suo destino, di questo protagonista del tempo».
La vediamo camminare verso la casa di Elisabetta e Zaccaria, la vediamo andare in mezzo alla folla per ascoltare suo figlio, in fondo, dove nessuno la vede. La vediamo camminare dietro la croce. Ci insegna la povertà dello spirito, la disponibilità al disegno di Dio.
In ogni momento della vita siamo chiamati ad uscire dal nostro disegno per entrare in quello di Dio. Dio in realtà non vuole destabilizzarci: non ci priva delle nostre certezze per lasciarci nell’insicurezza. Al contrario, sa che le nostre misure, le nostre sicurezze, sono insufficienti, che solo lui è la roccia. Possiamo entrare veramente in una posizione giusta se entriamo nel suo disegno. Come per Maria anche per noi questo è l’avvenimento della fede, che ci fa riconoscere quello che Dio compie come la realtà più amica per il nostro pellegrinaggio sulla terra.

Foto di Elio Ciol

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Diario di viaggio: Taiwan

0000 1Taiwan1 aprile

Questo viaggio a Taiwan è stato rinviato più volte, l’ultima per l’elezione di Pezzi all’episcopato. Ora finalmente può avvenire.
Parto con Carlo alle 13 con un aereo della Cathay (il volo Alitalia era stato cancellato qualche tempo fa). Arriviamo alle 10 del mattino, le 4 di notte in Italia.
È la terza volta che viaggio verso la Cina. La prima ho visitato Pechino e Shangai. Penso sia stato ormai una decina di anni fa. Ero accompagnato da Atta. La seconda volta ho raggiunto Taiwan. Ero accompagnato da Lele che adesso è in
missione proprio qui. Fu un viaggio galeotto, per dirla con Dante. Allora non avevamo ancora la parrocchia. Insegnavamo all’università. Adesso i due compiti si assommano.
Ho l’impressione che Taiwan sia sempre più attratta nell’orbita del continente. È nell’ordine delle cose che sia così, con la trasformazione dell’economia della Repubblica popolare.
Taiwan è stata durante questi decenni, dopo la guerra, un’enorme portaerei americana nel Mare cinese. Ha ancora la stessa necessità degli anni cinquanta e sessanta?

2 aprile

Pioggia e dormire

3 aprile

Al mattino incontro della casa. La mia introduzione vuole innanzitutto sottolineare il mio grazie e il mio stupore rinnovato per il loro sì, per aver accettato e per continuare ad accettare di essere qui.
In secondo luogo, questo stupore grato deve diventare fuoco. Ricordo santa Caterina. Il fuoco non è un dato temperamentale, ma il dono dello Spirito Santo.
Spiego cosa vuol dire l’invocazione allo Spirito: vieni.

3/4/5/6 aprile

In vacanza con Lele in un albergo alla periferia di Taipei, tra il verde delle colline e le cascate d’acqua. È un albergo molto moderno, elegante, con una infinità di servizi, frequentatissimo in questi che sono giorni di vacanza per onorare i morti. Uffici e scuole sono chiusi. Si dovrebbe andare nei cimiteri a pulire le tombe.
Accanto all’albergo c’è un santuario della Madonna, raccolto, silenzioso. Andiamo lì a pregare e a celebrare la messa.
Parlo ore e ore con Lele (abbiamo due anni da ricuperare) e cerco anche di dormire. Sono naturalmente ancora sballato con i fusi orari.
Taiwan è ora divisa tra i blu, soprattutto di origine cinese, favorevoli a rapporti con la Cina continentale, anche se dicono no all’annessione, e i verdi (niente a che fare con i nostri) che sono soprattutto taiwanesi favorevoli all’indipendenza. Il paese è nel limbo, ma scivola verso l’abbraccio con la grande Repubblica. A che condizioni?

7 aprile

Alcune altre notizie di approfondimento di quanto scrivevo ieri.
Il santuario della Madonna. È nel nord dell’isola, in un luogo veramente piacevole e aspro assieme. Sono colline di pietra coperte dalla vegetazione tropicale dalle mille sfumature di verde. Cascate d’acqua risuonano tra i boschi, ora in parte visitabili perché sono stati scavate delle scale.
Nel 1980 cinque scalatori (buddisti) si persero in quelle forre e stavano morendo quando videro una piccola statuetta di Maria lasciata da un missionario scalatore. Cominciarono a pregare. La loro candela, l’unica cosa che avevano, nonostante i venti, non si spense più finché apparve loro una Donna ad indicare la strada del ritorno. Si convertirono al cattolicesimo.
Sul posto ora sorge un santuario, con una grotta tipo Lourdes e camere per l’accoglienza. L’ho segnalato ai nostri tre come possibile luogo per la giornata mensile.
Ho trovato in un articolo di padre Criveller, Dalla parte di Taiwan, su Mondo e missione di marzo 2008, una sintesi chiara ed equilibrata sulla situazione politica di Taiwan.
Ieri ho preso un caffè con il presidente del consiglio pastorale (aborigeno), il vice (taiwanese), altri laici e una suora (della tribù Akka): cinque lingue in sette.

L’incontro della casa ha per tema la parrocchia.
Innanzitutto una relazione di Costa sulla storia di questa parrocchia nata nel 1956 (la diocesi è nata nel 1952! Siamo al tempo di San Paolo), poi sul loro arrivo, i lavori di ristrutturazione della casa, la nascita del coro, della caritativa, della catechesi,…
Parlano anche Cumin e Lele. Poi una visita alle opere parrocchiali. Consiglio di ristrutturare anche i locali ancora disastrati. Infine raccolgo in un mio intervento conclusivo le linee di lavoro in parrocchia.

8 aprile

Ieri sera incontro in audioconferenza con tutte le case del mondo sul tema del silenzio.
Qui fa caldo, ma soprattutto c’è una grandissima umidità. In casa si azionano un po’ i ventilatori e per qualche momento anche l’aria condizionata.

Alle 17,30 incontro con gli universitari all’università cattolica.
È un bel gruppetto di 10-14 ragazzi. Si incontrano ogni settimana sotto la guida di Cumin. È iniziata anche la caritativa. Sono tutti studenti dei nostri tre e parlano italiano.
Ma l’incontro è naturalmente in cinese. Il tema è l’amicizia. Si canta in cinese e in italiano.
Lele fa un corso sulle canzoni: Mina, Battisti, Vasco Rossi,… con video tratti da Youtube. Costa e Cumin lezioni di lingua e letteratura.

9 aprile

Intermezzo narrativo

Sono le quattro di notte. Non dormo ed esco in terrazza. Il giorno è stato caldo. 90 per cento di umidità. Cominciano i preparativi per il mercato che occupa interamente il vicolo davanti alla nostra chiesa. È interamente abusivo, ma nessuno ha l’autorità per mandarlo via. Dalle 7 del mattino alle due e mezza del pomeriggio è tutto un gridare, un offrire merci: animali uccisi, verdura, frutta, oggetti vari, ferramenta, stoviglie, prodotti per la pulizia della casa, …
Adesso, alle quattro, si sentono solo le urla degli animali che vengono uccisi. I locali che danno sulla strada si aprono e diventano il retro delle bancarelle che si apriranno più tardi. Alle due e mezza passano gli spazzini e tutto scompare, come se non ci fosse mai stato, fino alla mattina successiva. Ogni mattina della settimana. Con il mercato si apre anche il cancello del nostro cortile che dà sulla chiesa, casomai a qualcuno venisse in mente di entrare. E infatti a poco a poco arrivano i bambini a giocare coi nomi, qualche mamma,…
Ci sono dei giochi acquistati per loro: uno scivolo, un’altalena,…
I bambini hanno occhi grandi. I nasi piccoli, le ciglia corte, gli zigomi pronunciati esaltano gli occhi, che ti scrutano. Noi europei dobbiamo sembrare loro molto strani, forse degli esseri inferiori. Per un popolo che per seimila anni ha pensato di essere non solo il centro del mondo, ma tutto il mondo che conta, chi possono essere gli altri? I Greci pensavano che i barbari fossero ad oriente, i cinesi forse pensano che i barbari siano ad occidente.
C’è una regalità nello sguardo dei bambini, una regalità felice. L’altro giorno al ristorante io e Lele abbiamo fatto il segno della croce, prima di mangiare. Poi ci siamo alzati per prendere dei piatti al buffet. Al ritorno il bambino del tavolo vicino faceva delle prove per vedere se riusciva ad imitare il nostro segno. E poi, mi ha detto Lele, ha parlato tutto il tempo coi genitori per capire che esseri strani fossimo.
Stamattina ho pensato di offrire biscotti ai bambini nel cortile. Nessuno li ha presi. Avranno pensato: da uno straniero, non si sa mai.

10 aprile

Incontro la signora Gao, che è una factotum in parrocchia. Insegnante di tedesco, sposata a un ingegnere spaziale, madre di due figli, è l’unica cristiana della sua famiglia.
Parliamo di Duccio, che, con i suoi quadri, illustra le pareti della Chiesa e dei vari tipi di orchidee che ci sono in Cina. Lei si occupa dei fiori in chiesa e le orchidee della chiesa sono bellissime, molto diverse da quelle che si trovano in Italia.
Sta aiutando Costa nella revisione della traduzione de Il senso religioso. Costa le legge l’attuale traduzione cinese, poi le spiega in cinese cosa don Giussani voleva dire con l’italiano e lei corregge il cinese. Miracoli dello Spirito Santo.

11 aprile

Un lungo incontro della casa che, a partire dal lavoro in università, ha coinvolto un giudizio su tutta la nostra presenza qui, soprattutto su annuncio, catechesi, scuola di comunità, sacramenti.

Mi sono trovato davanti una mole tale di questioni che ho rinunciato a parlare, rimandando il mio intervento.

Cena con Vincenzo e Flora – la fidanzata che sposerà in ottobre – in un buon ristorante cinese.

12 aprile

Incontro con il gruppo “storico” di CL, un frutto bellissimo e miracoloso di questi anni.
L’incontro è stato filmato e sarà in futuro un bel documentario sulla nascita di una chiesa.

13 aprile

E’ domenica. Messa parrocchiale con un bel gruppo di persone, 60-70. Fra loro cinesi venuti dal continente anni fa, taiwanesi, aborigeni. Questi ultimi sono i cattolici più profondi, venuti alla fede direttamente dallíanimismo senza passare da buddismo, confucianesimo o taoismo.

Alla fine della messa, il presidente del consiglio pastorale traccia la storia della parrocchia (27 battesimi negli ultimi tre anni!) e presenta due emozionanti testimonianze. Sarà interessante leggerle per intero quando verranno tradotte.

La messa è accompagnata dai canti eseguiti da un coro appassionato e intonato. Qualche salmo musicato (Il Signore è il mio pastore, Come la cerva anela…) e canti melodici popolari.

Alla fine pranzo preparato da un catering. Si ferma una cinquantina di persone. Il cibo è per almeno 200. Ma chi vuole ha il suo sacchetto per portare a casa ciò che resta.

14 aprile

Con il treno superveloce (qui tutto è organizzato, pulitissimo, in orario) ci portiamo al sud dell’isola dove vive il cardinale Paolo Shan, vescovo emerito della diocesi dove ora risiede. Ha 85 anni. E’ ancora molto vitale. Ha un cancro ai polmoni e gira a parlare di come vivere nella fede la malattia. Ha così incontrato migliaia di persone in 50 conferenze.

15 aprile

Visito all’Università Cattolica la mostra che Costa ha allestito. Attraverso artisti europei medievali e moderni illustra la vita di Gesù e gli Atti degli Apostoli. E’ collocata in un corridoio. La gente passa e qualcuno si interroga. Poi ancora un incontro con il gruppetto di universitari. Parlo io brevemente sull’attesa dell’uomo e su Gesù. E’ difficile tradurre anche le cose più semplici.

16 aprile

Incontro della casa. Oggi parlerò esclusivamente io sul tema dell’inculturazione.

17 e 18 aprile

Due giorni che voglio dedicare al riposo per prepararmi al viaggio di ritorno e a tutto ciò che mi attende. Qui piove in modo torrenziale e nei periodi in cui la pioggia si ferma per un po’, c’è un’umidità molto alta.

Abbiamo raccolto una ricchissima serie di testimonianze durante questo viaggio: interviste a Costa, Lele, Cumin (filmate), interviste a molte persone della comunità di CL e comunità parrocchiale (filmate), tre incontri della casa (registrati), due testimonianze di convertiti durante la festa parrocchiale… Insomma tanto materiale che basterebbe per scrivere un libro.

18 aprile

Siamo alla fine della nostra, mia e di Carlo, permanenza a Taiwan.

Domani mattina ultimo incontro della casa, dedicato ai rapporti tra le persone della casa e poi, nel pomeriggio, aeroporto e… via.

ADDIO TAIPEI.

Mi congedo dal diario di viaggio con un secondo inserto narrativo (e riflessivo).

***

Taipei. La presenza eucaristica ci rende ogni luogo familiare, amico. Qui, dalla nostra casa si va direttamente in chiesa. Attorno è tutto il rumore del mercato e della gente, qui c’è silenzio e riposo. Certo, è un silenzio che butta di nuovo in mezzo alla gente a cui siamo mandati.

***

Sulle panche delle chiese spesso ho trovato le corone del rosario. Vengono lasciate perché chi entra ne approfitti.

***

Cosa resta di questo mio viaggio a Taiwan? Le conoscenze, certo, le esperienze… Oggi molto si può leggere, molto si può vedere attraverso tanti strumenti. Nessuno di loro può sostituire la conoscenza in presa diretta che solo il viaggio permette, soprattutto la conoscenza delle persone e del loro rapporto con la realtà locale.

Ma infine neppure questo giustificherebbe pienamente un viaggio così lungo. Ciò che resta è soltanto la carità. Solo la carità giustifica, spiega e valorizza tutto. La carità che mi spinge a incontrare i miei fratelli, a sostenerli, incoraggiarli, correggerli.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

La luce della Pasqua

pasquaPer tutti gli uomini del mondo e in particolare per noi che abbiamo avuto la grazia e la responsabilità di conoscere il Signore Gesù, risuona ancora una volta la voce dell’angelo: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? è risorto, non è qui» (Lc 24).
Ancora oggi molti cercano Gesù tra i morti, come un oggetto, una presenza del passato.
Gesù è stato certamente anche una presenza del passato, realmente nato, in un preciso momento della storia che i Vangeli e altri documenti storici dell’epoca irrefutabilmente testimoniano. Egli ha partecipato interamente alla nostra condizione di uomini, eccetto il peccato, dice san Paolo.
Ma Gesù non è solo un uomo del passato. Questo è l’annuncio del giorno di Pasqua: egli è vivo! Dopo avere liberamente obbedito al Padre che gli ha chiesto, a lui che da sempre viveva col Padre un rapporto di eterna e bellissima figliolanza, di diventare uomo, di soffrire e morire non solo a causa dei nostri peccati, ma anche per cancellarli nel sacrificio del suo sangue, Egli ha ottenuto dal Padre di riavere la vita, anzi Lui stesso, come ha detto, l’ha ripresa. Quella stessa vita l’ha donata a ciascuno di noi nel battesimo. Non c’è istante della nostra vita in cui Cristo non operi, traendoci a sé con i legami della sua carità.
Il più prezioso di questi legami è l’eucarestia. Non si finisce mai di scoprire nuovi raggi di luce che promanano da questo sole che è l’eucarestia. Paragonarla a Sole ci può far capire due verità: l’eucarestia è luce che ci fa conoscere chi è Dio e assieme chi è l’uomo. Nell’eucarestia impariamo che Dio è amore, come ha scritto due volte in una sua lettera san Giovanni, con una espressione fulminea che raccoglie e conclude la ricerca di millenni. Dio non è lontano, insensibile, isolato, inaccessibile. La sua gloria, la sua grandezza, la sua inarrivabilità si percepiscono proprio nella misura infinita della sua carità. Egli si è abbassato alla nostra umanità per elevarci alla sua divinità.
L’eucarestia è il segno efficace di questo meraviglioso scambio: prende su di sé la nostra povertà per darci la sua ricchezza. L’eucaristia si rivela così il più alto fattore di trasformazione individuale e sociale dell’uomo e del mondo, il frutto più importante della Pasqua a cui tutti e sempre siamo invitati.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

La più bella esperienza, innamorarsi

portogalloParlare di famiglia oggi sembra un’impresa impossibile. Abbiamo tutti davanti agli occhi convivenze difficili, litigiose, divisioni e divorzi; registriamo sempre più la difficoltà di un dialogo fra generazioni che peraltro è sempre difficile. Siamo poi percossi dalla banalizzazione dell’amore e dei rapporti sessuali, non per moralismo, ma perché vorremmo che essi, uno dei doni più grandi che Dio abbia dato all’uomo e alla donna, fossero conservati nella loro freschezza originaria, nella loro capacità unitiva, nella loro apertura alla sorpresa di una vita nuova che nasce.
D’altra parte, non possiamo cadere né nello spiritualismo né nel romanticismo. Le difficoltà sono quello che sono, e nascono dal difficile rapporto nell’uomo tra la sua materialità e la sua apertura all’infinito. E sono poi aggravate oggi da un contesto sociale in cui si vuol far credere all’uomo di poter fare tutto, scegliere se avere figli, quando averli, come averli, e ora chi avere; volare da una donna all’altra, da un uomo all’altro senza prendere insegnamento dalla delusione di don Giovanni e Casanova. Ulteriore difficoltà: le famiglie fragili generano figli ancora più fragili, più paurosi di fronte alla realtà… Sembra un bollettino di guerra, e vorrei fermarmi qui anche perché il mio scopo non è di lamentarmi della cattiveria del tempo presente, ma all’opposto di rallegrarmi perché in mezzo a tutto questo c’è sempre chi vive ciò che è essenziale, e testimonia quanto sia bello e pieno di letizia abbandonarsi a ciò che la grazia di Cristo rende possibile nella vita.
Proviamo a fissare alcuni punti fondamentali. Non è forse vero che l’esperienza più entusiasmante della vita sia l’innamoramento? A partire da quell’istante, tutto sembra nuovo, unito, tutto sembra proiettarci creativamente verso il futuro. Tutto chiede di durare. Occorre allora che ci siano delle persone che ci aiutino a liberare questo amore dalle insidie che possono soffocarlo. Da soli non possiamo farcela. Occorre chiedere a Dio questa grazia, occorrono gli amici, le letture giuste. Occorre vedere che questo è possibile perché lo si scopre nella vita degli altri. Poi l’amore diventa un «sì». Anche qui è solo l’inizio. Perché questo «sì» possa attraversare le infinite insidie della vita degli avvenimenti, occorre innamorarsi sempre di nuovo. Occorre perciò nuova preghiera, nuovo silenzio, nuove letture, nuovi amici. Occorre la grazia che ci porti sempre a sperare, a ricominciare. E poi i figli: quale grande dono essi siano! Lo sappiamo tutti, ma com’è difficile la loro educazione, a quante sconfitte dobbiamo prepararci, a quante scoperte. Educare loro vuol dire accettare di rimettere in discussione noi stessi per ritrovare ogni giorno il punto di equilibrio tra autorità e libertà, ma l’educazione rimane l’avventura più avvincente che l’uomo possa correre. Anche in questo caso, gli amici sono fondamentali. Oggi più che mai, la vita dei nostri ragazzi si decide nelle amicizie che incontrano.

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Quaresima: tempo di conversione

Non si può dare la vita a Cristo senza amare Cristo. Questo può essere il paradossale tranello in cui può farci cadere la responsabilità che Cristo stesso ci ha affidato: non avere più tempo di amare Cristo presi come siamo a dare la vita per Cristo. Evidentemente Cristo non vuole questo. Egli anzi ci ha affidato delle responsabilità proprio per obbligarci all’amore, per rendere obbligatoria in noi la domanda dell’affezione a lui.
Fare delle responsabilità di ogni ora una domanda di amare Cristo, cioè di rispondere al suo amore, amando il suo Corpo. Questa è la Quaresima. Questa è la conversione che Dio vuole da noi in questo tempo.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Sotto il cielo di Praga: una comunione contagiosa che riempie di senso

PasseggiataCaro don Massimo,
quanti miracoli in questo tempo di Natale sotto il cielo della glaciale Praga!
La comunione vissuta con Andrea e con tutti voi è il miracolo più grande, ed è ormai diventata contagiosa: come una calamita attira le persone che incontriamo e vince sull’individualismo.
La sera di capodanno ho accettato l’invito dei ragazzi di Praga e Brno, e ho voluto provare insieme a loro a vivere questa serata nella memoria di ciò che è veramente la nostra amicizia, e non come un divertimento senza senso e fine a se stesso. Ancora una volta ho dovuto seguire e imparare dai ragazzi.
Il pomeriggio del 31 dicembre tutti – anche chi non frequenta regolarmente la chiesa – hanno aderito al mio invito alla Messa e all’adorazione eucaristica nella nostra nuova parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Vysehrad. Per accettare di stare mezz’ora in silenzio davanti all’Eucaristia è stato per tutti sufficiente fidarsi e far proprie le ragioni di un altro di cui non dubitavano.
A mezzanotte siamo andati sui bastioni della fortezza di Vysehrad per guardare i fuochi d’artificio e per brindare al nuovo anno. Sotto il cielo stellato vedevamo Praga trasformata dalla birra e dal vino, e una folla ubriaca che lasciava da parte per qualche ora la vita di tutti i giorni col pretesto di festeggiare.
Alzando il bicchiere di spumante ho chiesto ai ragazzi: “Cosa abbiamo noi da festeggiare? Per quale motivo siamo qui ora? Molti di coloro che sono con noi ora non sanno perché festeggiano, ma noi lo sappiamo!”.
Dopo pochi minuti eravamo davanti alla chiesa dei SS. Pietro e Paolo, e i ragazzi mi chiedevano di cantare insieme il Non nobis. Le persone si fermavano ad ascoltarci, colpite dalla bellezza, anche se forse non sapevano perché cantavamo. Noi invece lo sapevamo. Era un preghiera, per ringraziare del dono più grande che abbiamo ricevuto quest’anno: la bellezza e l’amore che si incontrano in Cristo Gesù.
Mentre tutti volevano dimenticare la monotonia della vita quotidiana, noi abbiamo continuato a cantare insieme La strada, Povera voce e alcuni canti cechi, per far memoria di Colui che la nostra vita quotidiana l’ha trasfigurata.
Caro don Massimo, rivivendo queste esperienze penso a quanto ci hai domandato in questo tempo di Natale: chi è Dio? e chi è l’uomo? e a quanto ci hai detto, che Dio è comunione che per comunicarsi ha scelto la strada della sua nascita in una culla a Betlemme, e l’uomo è il viator chiamato a percorrere questa strada.
Dio è questo bambino nella culla che in ogni istante rinasce per me, per accompagnarmi, amandomi, sulla strada della vita. L’uomo sono questi ragazzi uguali a tutti gli altri, con le stesse paure e gli stessi problemi, che cercano come tutti, ma che hanno capito una cosa: che sono amati.
Chiedo al Signore di poter avere sempre la fede e la forza e la gioia per continuare a comunicare questo stesso amore che ricevo anch’io.

Tanti auguri di un anno pieno di Grazie.
Tuo don Stefano Pasquero

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Verso un cammino di pace

valeriovaleriNairobi, 4 gennaio 2008

Carissimi amici, molti chiedono come stiamo, come è la situazione, se corriamo pericoli… La situazione del paese è drammatica: dopo i risultati delle elezioni sono scoppiate proteste in diverse parti del paese, soprattutto in alcuni slums (baraccopoli) di Nairobi e in altre città, come Kisumu, Eldoret… Ma soprattutto sono iniziate delle epurazioni tribali, in alcune parti del paese. Sono state incendiate case, uccise persone: oggi si parla di quasi 200.000 persone che hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in chiese o caserme della polizia. Non si intravede per ora una via di uscita. Ma sta crescendo fra la gente una solidarietà che va oltre l’appartenenza tribale (ci sono molti casi in questa nostra zona di Kikuyu che aiutano Luo) e una condanna sempre più esplicita dei politici che stanno usando la violenza per affermare il loro potere. E un grande desiderio di ritornare a una vita normale. Nella nostra zona e parrocchia non ci sono stati episodi di violenza: la gente si sta mobilitando per raccogliere viveri da portare alle persone che sono senza casa. Dietro suggerimento di don Massimo, ogni giorno facciamo un’ora di adorazione prima della messa e molte persone della parrocchia partecipano a questo gesto di preghiera. Per tutti è chiaro che solo il Signore può cambiare i cuori e volgerli verso un cammino di pace. Sosteneteci con la vostra preghiera. Buon anno e il Signore conceda anche a noi un “Buon anno” per il nostro paese. don Valerio Valeri

16 luglio 2009 | Categorie Primo piano | Commenti disabilitati 

Per la pace nel Kenya

Preghiera per il Kenya

“Offriamo questa adorazione per impetrare dal Signore il dono della pace tra i popoli del Kenya, in particolar modo tra i Kikuyu e i Luo, che si stanno scontrando e uccidendo. Chiediamo al Signore la conversione del cuore: soltanto infatti attraverso di essa si puo’ realizzare la pacificazione tra i popoli, tra le famiglie e tra le tribu’. Senza la conversione, il nostro spirito è accecato dagli odi, avvelenato dal passato e da rancori ancestrali che occupano il nostro presente. Senza perdono, l’uomo viene dominato dal proprio passato e chiama giustizia il tentativo, disumano, di placare con il sangue la propria sete. Chiediamo a te, Signore, che l’Africa non sia ancora una volta bagnata dal sangue dei popoli, e ti chiediamo soprattutto che i battezzati vivano il loro Battesimo come fonte di perdono e di riconciliazione, e una nuova generazione possa crescere e guidare questa nazione verso un presente e un futuro più luminosi. Ti chiediamo che i nostri parrocchiani, i nostri amici, le famiglie che circondano la nostra Parrocchia, gli insegnanti e gli scolari delle nostre scuole possano partecipare di questo dono dello Spirito che è fonte di riconciliazione e di perdono. Ti chiediamo di fermare gli animi di coloro che vogliono soltanto dominare, e di fermare la morte che nasce dalla loro volontà di vendetta e prevaricazione. L’Africa ha già troppo sofferto perché debba ancora una volta essere segnata da queste piaghe che difficilmente poi si rimarginano. Per l’intercessione di tua Madre, e di san Giuseppe, Patrono della Chiesa, chiediamo a te, o Signore, di benedire questi popoli e di convertirli alla tua verità. Amen”

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Sulle strade della Russia

20070926 udienza dopo nominaCon grande trepidazione, commozione e assieme gratitudine, il 21 settembre ho ricevuto la notizia che il Santo Padre aveva nominato arcivescovo dell’arcidiocesi Madre di Dio a Mosca il nostro don Paolo Pezzi.
Trepidazione, perché subito ho pensato alla delicatezza del compito che gli era affidato, alla sua giovane età, all’immensa distesa dei territori della sua diocesi. Commozione, perché don Paolo è il primo fra noi a diventare vescovo; mi è venuto subito alla mente l’affetto che don Giussani aveva per lui, l’ammirazione che egli nutriva per la semplicità della sua adesione. Gratitudine al Santo Padre, che conosce bene la nostra comunità e che mi ha chiesto notizie sulla nostra vita anche alla fine della recente udienza del 26 settembre.
Don Paolo è entrato nel nostro seminario tra i primi, il 13 ottobre 1985, un mese dopo la nostra nascita. Allora eravamo pochi, e avevo così la possibilità di conoscere in profondità la personalità di ciascuno. Di Pezzi, che mi era stato presentato da don Umberto Fantoni, ho apprezzato subito la maturità e l’equilibrio; ma più ancora la verità della sua amicizia e un amore genuino alla Chiesa, al Movimento, a don Giussani. Il 21 aprile 1990 don Paolo Ë ordinato diacono e il 22 dicembre dello stesso anno è consacrato sacerdote dal cardinal Poletti, nella chiesa di Santa Prassede in Roma. Il giorno successivo celebra la prima messa sulla tomba di san Pietro nella Basilica Vaticana. Penso a lui subito come al mio segretario particolare. Sono gli anni in cui approfondisco la sua conoscenza e la stima per lui. Ma presto ho bisogno di lui a Novosibirsk. Nell’aprile del ‘91 era partito il primo nucleo di missionari per la Siberia. Nel 1993 l’ho nominato responsabile di quella casa. L’ho trovato subito disponibile a un cambiamento così radicale della sua vita. Si inaugurava così, senza saperlo, un cammino che l’avrebbe portato fino a diventare arcivescovo nella capitale del grande impero. A Novosibirsk, dove Ë rimasto cinque anni, Pezzi non ha soltanto favorito il sorgere e il crescere della comunità di Cl. E’ stato un collaboratore importante del vescovo Joseph Werth: decano della regione centrale; creatore del giornale diocesano; ha tessuto rapporti con grande discrezione e capacità di valorizzazione. Ha imparato la lingua, ha studiato la cultura e la storia russa, ha completato i suoi studi con un dottorato in teologia pastorale sulla chiesa cattolica in Russia, ha mostrato sempre attenzione e affetto verso la Chiesa ortodossa, e soprattutto verso i cristiani di quelle comunità, senza mai prevaricare sull’itinerario di fede di nessuno. Nel 1998 ho avuto ancora bisogno di lui a Roma: il cammino della Fraternità San Carlo esigeva che al mio fianco ci fosse un vicario generale. E così Pezzi ha accettato di tornare a Roma, di ricominciare a collaborare direttamente con me come mio alter ego nella guida di tutta la Fraternità. Questo per altri sette anni. Capivo che per lui si doveva aprire una nuova stagione. Nel 2003 una lettera dell’arcivescovo Kondrusievicz mi chiedeva aiuto. Ho pensato di affiancare alla casa di Novosibirsk una casa nella Russia europea, e don Paolo è andato a Mosca a fondare questa nuova casa. Ma i quattro vescovi russi, che lo avevano potuto conoscere, nel settembre 2006 lo hanno voluto rettore del seminario interdiocesano a San Pietroburgo. Ancora una nuova pagina da scrivere. Immaginavo per lui un compito di anni. Ma dopo un solo anno questa nomina del Papa.
Ora Paolo è interamente consegnato al popolo russo, alla chiesa di quelle terre. Sono certo che la nostra amicizia maturerà ancora. Lo cercherò più di prima, pur nel rispetto dei suoi compiti e delle sue responsabilità. Ha bisogno delle preghiere di tutti noi e della protezione vigile di don Giussani, che dal cielo lo guiderà sulle strade della Russia.

Mons. Paolo Pezzi sarà ordinato vescovo sabato 27 ottobre 2007 alle ore 16.00, presso la Cattedrale della Madre di Dio a Mosca.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Paolo Pezzi arcivescovo della Madre di Dio a Mosca

DSC_0043Con trepidazione ho appreso la decisione del Santo Padre di nominare don Paolo Pezzi arcivescovo dell’arcidiocesi Madre di Dio a Mosca.
Assieme ai miei fratelli della Fraternità san Carlo accompagno don Paolo con l’amicizia e la preghiera in questo compito delicato e nello stesso tempo affascinante.
Avendolo conosciuto come mio segretario e poi come mio vicario generale, so che egli si dedicherà con animo intero e appassionato alla vita della Chiesa Cattolica in Russia. Don Paolo conosce bene il popolo russo, per essere stato missionario in Siberia e ora rettore del Seminario di San Pietroburgo.
Nutre un profondo affetto per la Chiesa ortodossa e per la grande tradizione di quel popolo.
Sono certo che don Giussani lo accompagna dal cielo in questo inizio del suo ministero.
Don Massimo Camisasca
21 settembre 2007

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

la verità nell’arte

Questo mio intervento potrà sembrare a qualcuno una provocazione. E in effetti lo è. Parlando d’arte non parlerò né di quadri, né di brani musicali, né di libri. Parlerò di uomini e donne. E per di più, volendo rivelare la loro bellezza, mi attesterò spesso sul loro dolore, le loro fatiche, le loro contraddizioni. Perché nella notte più scura brillano ancor più le stelle, come sta scritto all’ingresso dell’abbazia di Subiaco. E’ una frase molo usata, lo so, ma mi è sembrata, nella sua semplicità, una buona introduzione a ciò che desidero comunicarvi: l’arte può mostrare la verità dell’uomo e del mondo senza cancellare nulla del suo dramma, ma illuminando la speranza che può vivere in ogni condizione umana.

Cosa è l’arte? Essa è per me una modalità privilegiata di guardare la realtà. La definirei così: uno sguardo sulla realtà che sa vedere ciò che normalmente gli uomini non riescono a scorgere. Non importa se essa sia un romanzo, una poesia, una scultura, una musica o altro. Detto con altre parole: l’arte è un occhio che sa vedere dove i nostri occhi non vedono. «L’arte», ha scritto un mio amico, «è il tentativo di eternare le cose. Rivela la profondità delle cose, che non ha fine». Simenon, il padre del Commissario Maigret, ha scritto che la letteratura ha lo scopo di «rivelare il peso delle cose».

Ma non è sufficiente dire questo. Ogni conoscenza dell’uomo che vada al di là della pura descrizione del dato sensibile è in fondo un atto che rivela ciò che a prima vista non abbiamo saputo riconoscere. L’arte fa vedere sì la realtà secondo una profondità mai vista, ma soprattutto rivelando in essa qualcosa che attrae, che colpisce, che lega a sé. E’ una conoscenza che si realizza attraverso l’attrattiva. Non con la stringenza del ragionamento, con l’inevitabilità di una legge scientifica o altro, ma generando una corrispondenza profonda tra ciò che sei, ciò che senti, ciò che attendi e ciò che hai davanti nell’atto artistico. In questo senso l’arte è una forza che trascina dentro la realtà, per rivelarla. Non importa quale realtà (sia essa bella o brutta, piacevole o spiacevole, lontana o vicina, passata o presente…) e non importa neppure come si generi questo rapporto (se attraverso l’emozione, il sentimento, la fantasia…).

Appare chiaro a questo punto il luogo in cui tale rapporto si realizza: esso è l’uomo. Senza l’uomo non c’è arte e non c’è disvelamento della realtà. Senza l’uomo la realtà è muta e incapace di relazione. Non solo non vi è arte senza l’uomo, ma anche non vi è arte che in un modo o in un altro non abbia l’uomo come suo contenuto. Certo non tutta l’arte è «figurativa», ma possiamo dire che l’arte è incomprensibile se non parla di noi e a noi. È sempre in rapporto all’uomo che essa diventa un’epifania della realtà. Dio, il mistero sommo il cui nome non può essere pronunciato e il cui volto non può essere visto prima della morte, diventato uomo ha accettato di essere raffigurato. Ma già all’inizio del mondo, l’uomo era stato definito immagine e somiglianza del mistero. Dunque: al centro dell’arte sta l’uomo. Questa è la chiave per leggere la storia dell’arte occidentale, non solo dopo Cristo; essa ha sempre avuto questo presentimento. Nell’arte greca, etrusca, andando indietro fino alle incisioni rupestri o ai dipinti nelle grotte della Spagna e della Francia. Non è assolutamente senza ragione ricordare che il cristianesimo è la glorificazione dei sensi. Esso ha rappresentato un’apertura positiva alle parole, alle immagini, ai colori, alle cose. Gesù arriva a dire: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono» (Lc 10, 23-24).

Questo può spiegare la scelta che ho voluto compiere in questo mio intervento: parlare dell’arte come strada verso la verità, non attraverso l’esposizione di un’estetica, ma attraverso una serie di flash, di illuminazioni reali che mi sono venute incontrando, direttamente o attraverso il racconto di amici, alcune persone sparse nel mondo e a noi contemporanee. Nella loro vita, particolarmente in alcuni momenti di essa, ho visto, anche dentro la drammaticità, il male, il dolore, una luce che indicava la strada verso una verità più grande. Quando Gesù ha parlato di sé, della sua identità personale, identificandosi alla Verità (Gv 14,6) stava vivendo i momenti più drammatici della sua esistenza, quelli a cui potrebbero essere applicate le parole del profeta Isaia: «Non v’è in lui bellezza alcuna…» (Is 53,2). Eppure, l’arte di duemila anni ha saputo rivelare la luminosità di quelle ore e qualcosa della sua infinita, sconfinata verità.

“La bellezza della verità comprende offesa, dolore e anche l’oscuro mistero della morte,” ha scritto Ratzinger al Meeting 2002. (p. 14 “La Bellezza”)

Quando Dostoievski ha scritto: «La bellezza salverà il mondo» (L’idiota) non voleva darci una definizione, neppure aprire in noi una voragine di sentimenti. Come ha fatto Dante nella Commedia, Dostoievski è passato attraverso gli abissi infernali per arrivare alle anime più pure e più trasparenti dei suoi romanzi che non vivono lontane da questo mondo di male, ma immerse in esso.

Un primo flash.
Il 1 aprile scorso, facendo zapping davanti al televisore, ho ascoltato un frammento di un’intervista a Gino Paoli, un famoso autore italiano di musica pop. Diceva: «Non sono ateo. L’ateo è l’altra faccia del credente, ha bisogno di Dio per negarlo. Io non ho bisogno di niente e di nessuno. Però adesso vedo i ciclamini, la distesa di ciclamini spuntati all’improvviso nel parco della mia casa. E mi vien voglia di ringraziare qualcuno che non c’è». Lascio a voi questa apertura: il ringraziamento nasce anche in chi si dice agnostico, dallo sguardo di un semplice prato fiorito. Corriamo a Nairobi, in Africa.

Regina è una ragazza che vive nella periferia della capitale del Kenia, in una baracca. Si è mantenuta vendendo latte ai passanti. È all’ultimo stadio dell’aids. Ormai non cammina più. Incontra Alfonso Poppi, un missionario che si prende cura di lei, che l’accoglie, la fa partecipare agli incontri di un gruppo di malati che si trovano settimanalmente attorno a lui per scoprire quanto di grande essi possano ancora dare agli uomini del mondo proprio attraverso la loro malattia. La sua vita rinasce in profondità, si riempie di luce. Vuole ricevere la prima comunione. Il 12 gennaio 2005 è il giorno di quella festa. Si canta in tutti i dialetti: in kikuyu, in acioli, in luganda, in luo, in latino. Alcuni vecchi gridano, tra gli ululati delle donne: «Regina, Regina». È incredibile la gioia e la pace che si sperimenta in quel luogo. Alla sera don Alfonso annota: «Chi sei tu Signore che fai felici i diseredati?».
Nello stesso gruppo di malati ci sono anche Alex e Consolata. Alex ha avuto dei figli da un’altra donna, poi morta di aids. Da alcuni anni hanno scoperto anche loro di essere sieropositivi. La malattia li spinge a poco a poco fuori dalla società. Poi l’incontro con il meeting point, luogo di raduno per quei malati, la riscoperta della gioia, il desiderio di sposarsi. La festa riempie i vuoti dei loro volti scavati e delle loro cicatrici. Tra il battere dei tamburi e i canti, una festa di popolo accompagna il loro «sì».
Regina, Alex, Consolata hanno avuto, attraverso un incontro, il dono di sperimentare quella profondità delle cose che nulla può togliere e che solo sapersi amati dischiude. Un altro flash, questa volta in America Latina.

Mi scrive un mio amico, Martino, un missionario, da Santiago del Cile: “Ho visitato una parte della barraccopoli che attraversa il territorio della nostra parrocchia. Tra le catapecchie, a lato della ferrovia dismessa, rigagnoli di acqua stagnante e moltissimi cani. A un certo punto sono entrato in una casa di legno, la porta era talmente bassa che mi sono dovuto piegare per poter entrare. Il pavimento era la nuda terra. Nell’unico locale, due letti in disordine, un fornellino, tre bambini sporchi, una televisione accesa, e un cane che stava mordendo un enorme osso con brandelli di carne sanguinolenti. L’odore era insopportabile. Il padre dei bambini, un uomo solo di circa 50 anni, ha accettata la mia presenza. Improvvisamente, in quel disastro di miseria, ho scorto in un angolo una piccola riproduzione di un quadro di Van Gogh: un padre in ginocchio con le braccia spalancate che vuole accogliere il figlio che corre verso di lui. Quell’uomo l’aveva appesa a una parete di legno. Lo teneva lì, gli ricordava ogni giorno quella bellezza che sta nel cuore di ogni uomo.”
Qui la luce di Van Gogh è diventata non solo illuminazione, ma vera profezia di ciò che in realtà accadeva davanti agli occhi di Martino. La realtà, anche quella più dura, è più grande di ogni arte possibile.

Passiamo ora a Novosibirsk nel cuore della Siberia. Creata per essere disabitata, da qualche secolo è popolata dai discendenti dei deportati e dei lavoratori delle miniere. Ci sono anche gli eredi dei deportati di Stalin, tedeschi, che hanno continuato a cantare nella loro lingua, anche se ora non la capiscono più. Francesco Bertolina ha scovato in questi ultimi 15 anni tante di queste persone. La maggior parte del suo tempo la passa a fare compagnia a loro, a rimetterli assieme. Mi scrive: “La prima volta che arrivai a Reshoty, una donna mi raccontò di quella notte del ’68. Dopo trent’anni di isolamento era miracolosamente passato un sacerdote tedesco, ma il suo fidanzato non era in paese e così non si è potuta sposare. Solo dopo tanti anni hanno potuto ricevere da me la benedizione per il tanto atteso matrimonio. Presero gli anelli che da tempo custodivano gelosamente, e avverarono il loro sogno. Lei era raggiante di luce, lui visibilmente commosso. Il viaggio di nozze fu il ritorno dalla chiesa alla casa: mi offrii per accompagnarli in pulmino, ma loro decisero di andare a piedi “così” dissero “sarebbe stato un viaggio più lungo.”
Anche qui la luce della tenerezza, sboccia da un lungo sacrificio pieno di sguardi e di attesa.

Ed ora l’America. Vincent era cappellano in un ospedale americano. La sua vita si è incrociata con una infinità di altre esistenze segnate nello stesso tempo dalla malattia e dalla luce. Annie, una di queste pazienti, apparteneva a una antica famiglia protestante del New England. Dotata di un forte spirito, di una nobiltà d’animo, portato fino allo stoicismo, non riusciva a credere che quella malattia toccava proprio a lei. Le pareva che le fossero state tolte l’indipendenza e la dignità. Era depressa e irritabile non solo per il dolore ma soprattutto per l’ingiustizia di quel dolore. “Io le parlavo del Signore, – mi racconta Vincent – di come denudato sulla croce fosse sottoposto agli spasimi, alla perdita del dominio sul proprio corpo.
Un giorno entrai. Mi accorsi che lei era prossima alla fine. Mi inginocchiai prendendo la sua mano nella mia “Non riesco a respirare,” mi disse, “Non posso tirare il fiato.” Deve essere terribile. “Il tuo respiro è rotto? E’ come un milione di pezzi?” “Si, è rotto.” “Il tuo respiro è spezzato per noi. Ogni volta che tu inspiri o espiri, con il tuo respiro affannato stai respirando con Gesù e il suo corpo spezzato. Stai salvando il mondo, lo stai facendo davvero.”
Mi guardò, guardò i suoi figli, tornò a guardarmi, alzò lo sguardo al cielo. I figli, conclude Vincent, mi scrivono ancora, perché da quel momento in poi c’è stata solo luce.”

Ad Asuncion, la capitale del Paraguay, intorno ad Aldo Trento è nata una clinica per malati terminali. Sta suscitando l’attenzione dei medici in tutto il paese, e anche in altri parti dell’America latina per le cure che vengono utilizzate. Ma non è questa la cosa più rilevante. Qui le persone non possono essere guarite dal punto di vista fisico, ma sono spesso guarite di dentro. Una volontaria mi ha raccontato: “faccio la farmacista. Qui nella clinica mi occupo dell’aspetto estetico. Cerco di rendere gradevole il fisico dei pazienti, soprattutto il volto. Quando un malato si guarda allo specchio, è il momento della verità. Sapendo che sta per morire, una persona si guarda e deve potersi riconoscere in un volto dignitoso, anche abbellito.”
Le persone che arrivano qui alla clinica molto spesso vivono per le strade, abbandonate, o sono sole, disperate. Uno di loro che aveva tentato il suicidio mi dice: “Grazie, sono felice perché mi sento ancora utile fino al punto che posso tornare a pensare ai miei 5 bambini e voglio impegnarmi per loro.” Cosa è successo, gli ho chiesto. Lui: “Mi sento amato. Così ho scoperto che l’amore esiste.” Quando il cancro si impadronisce del corpo, tutto sembra crollare e finire. Ma quando la
malattia porta a incontrare un amore, la vita stessa, così ferita, rinasce.

Questi uomini e queste donne a un certo punto hanno cominciato a guardare in modo diverso a se stessi e a ciò che a loro era accaduto. Emblematicamente quel padre nella bidonville di Santiago del Cile aveva una riproduzione di Van Gogh nel suo tugurio. Ogni opera d’arte è il frutto di uno sguardo nuovo che l’artista si trova ad avere. Allo stesso modo ogni uomo e ogni donna può essere un’artista che sa scoprire la luce anche nelle pieghe più riposte e drammatiche della propria esistenza. E diventa così generatore di una vita nuova intorno a sé, una vera e propria creazione poetica.

Desidero, infine, farvi incontrare Giampiero Caruso. Anche lui vive a Novosibirsk, come Bertolina. Visita regolarmente diversi carceri. Una di massima sicurezza. Sono 2200 persone stipate in spazi molto stretti. Incontra chi desidera vederlo. Di solito 15 persone. Mi racconta “all’inizio ho paura. Ma quando comincio a guardarli a uno a uno, è come se vedessi la mia stessa umanità: bisognosa, mendicante. Comincio con qualche domanda. Come vi chiamate? Da quanti anni siete qui? Quanti ve ne restano ancora da scontare? Il primo a rispondere quella volta fu un uomo che parlava a fatica, stentava a tenere sollevata la testa. Mi colpisce la profonda tristezza che rivelano i suoi occhi blu, e quel capo sempre ripiegato su se stesso. Sono di fronte a probabili assassini, stupratori, ladri. Abbiamo parlato per tre ore di libertà, di speranza, di fede. Mi sentivo nudo di fronte a loro. Non potevo dire delle frasi fatte ma dovevo parlare di me, della libertà che io vivo, della speranza che ho. Ho detto che l’uomo non coincide con i propri limiti, che essi non sono l’ultima parola, che noi siamo oggetto di misericordia, ed è questa l’origine della nostra libertà. Mi accorgevo di balbettare. Quell’uomo che faceva fatica a tenere alzato il capo ha cominciato a sobbalzare quando mi ha sentito dire che la fede è il culmine della ragione. Ha cominciato a ribattere, a farmi domande, spesso in modo polemico e scettico. E’ giunta presto l’ora di andar via, anche se mi accorgo che sono passate tre ore. Li saluto a uno a uno, e quell’uomo, quando gli appoggio una mano sulla spalla, si alza e tirandomi verso di sé, mi abbraccia. Poi mi dice “torni presto, l’aspetto.”

In questa espressione, “torni presto, l’aspetto” sta per me il succo del nostro incontro. In ogni opera d’arte c’è il presentimento di un oltre, una promessa fatta ad ogni uomo e anche l’invito alla fedeltà, a tornare, a rileggere, riascoltare, guardare di nuovo. Domandare, ancora una volta.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Verso il Meeting

“Maestro, dove abiti?”

Se cerco nella mia memoria la frase che più mi colpii nel primo ascolto di don Giussani, trovo la sua lettura del primo capitolo del quarto Vangelo. Precisamente, l’incontro con Gesù di Andrea e Giovanni, i primi che lo seguiranno. È un testo che don Giussani ha commentato un’infinità di volte sempre in modo nuovo e sorprendente, parlando di appunti, di frammenti rimasti nella memoria dell’evangelista a distanza di decenni dal primo incontro. Non solo le parole, ma il tono di voce stessa di Gesù, sembra risuonare ancora oggi: «Chi cercate?». E quei due, dice l’evangelista, andarono dietro a Lui che aveva detto loro: «Venite e vedrete». E stettero con lui quel giorno, ricorda ancora l’evangelista e annota anche l’ora.

Il racconto prosegue. Giovanni e Andrea corrono dagli amici più cari a dire: «Abbiamo trovato il Messia». (Gv 1,41). Avevano riconosciuto in Gesù il Cristo atteso da secoli. I loro occhi avevano visto in quell’uomo, nelle sue parole, nei movimenti del suo volto e delle sue mani l’iniziale compimento della loro attesa di felicità. All’opposto una scrittrice dei nostri tempo, Marguerite Yourcenar ha fotografato con una terribile frase la sua esistenza: «La vita è una sconfitta accettata».
Quando ho conosciuto, un anno fa, il titolo del Meeting di Rimini di questo agosto 2007 ho pensato che non si può mai disgiungere la verità dal luogo, dalla “casa” in cui essa abita. Certo la verità ci attende, ma prima ancora siamo stati trovati da lei ed abitiamo in lei. Com’è possibile riconoscere la casa in cui abitiamo, com’è possibile che il nostro anelito alla verità trovi finalmente la strada per realizzarsi? Ricordiamo tutti la frase di Kafka citata tante volte da Giussani: «C’è una meta, ma non una via».
Un giorno, leggendo il commento di sant’Agostino al Vangelo di Giovanni una frase mi ha folgorato: «È nella tua umanità che Tu sei la via». È questa la “casa” per cui siamo stati fatti, la “casa” dove noi scopriamo, a poco a poco, la vera vita in cui siamo liberati dalla paura, dal turbinio delle opinioni, o peggio ancora, dal terrore che nulla sia vero e nulla, infine, esista.
«Maestro, dove abiti?», immedesimandoci con la vita di Gesù entriamo nel mistero dell’Essere. «Venite e vedrete». Gesù non ha indicato agli apostoli un insieme di cose da sapere o da fare. Li ha coinvolti in un rapporto con Sé. Così accade ancora oggi. Può essere anche un solo amico o una comunità numerosa, quel rapporto, quella “casa” in cui scopriamo a poco a poco la verità. Qualunque esso sia, tale segno è fondamentale. Non possiamo eluderlo. Colui che ha fatto ogni cosa, vuole servirsi di esso per raggiungermi. Se c’è una sola ragione per cui la Chiesa esiste è proprio quella di essere segno della presenza di Cristo che mi raggiunge ed attende il mio sì. Con molta pazienza perché, come nel caso di Andrea e Giovanni, quando chiediamo: «Maestro, dove abiti?», Egli si mostra sempre sulla porta di casa per accoglierci.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Famiglia: insieme dentro la vita

Le realtà più naturali sembrano diventate le più difficili da accettare. Quelle che ci costituiscono più profondamente sembrano diventate le più problematiche e le più lontane. Non dobbiamo giudicare nessuno, ma indicare con coraggio la strada che può aiutare a vivere.

1) L’uomo e la famiglia sono strettamente legati. Il benessere dell’uno influenza l’altra e viceversa, così come il malessere di una persona crea una famiglia malata. Benessere e malessere della sua anima, si intende. Ma voglio andare un po’ più in là, oltre ogni sentimentalismo che non può reggere nel tempo e ogni tradizionalismo che non sopporta più la pressione della storia.

2) Perché uomo e famiglia stanno in piedi o cadono assieme? Perché dobbiamo lavorare per il bene della famiglia fondata sull’unione dell’uomo e della donna, quell’unione che vede nei figli un bene donato da Dio che non si può pretendere a tutti i costi? Perché tutto questo non è combattere una battaglia di retroguardia, destinata inesorabilmente alla sconfitta?

Perché tutto ciò è tremendamente legato alla possibilità di una gioia vera nel tempo della vita. Infatti, lo scopo della vita personale e della vita comune, lo scopo dell’individuo e della nazione, delle amicizie e dei gruppi, è aiutarsi a raggiungere una vita serena, capace di affrontare con l’aiuto di Dio le battaglie dell’esistenza.

E la felicità non è mai a tutti i costi, non cresce nella dimenticanza di ciò che siamo, di come siamo fatti, di Chi ci ha fatti.

3) Noi siamo fatti per completarci in altri, nel rapporto con altre persone. Ecco l’attrazione dell’uomo per la donna. È vero, ci sono altri rapporti: fra amici, fra genitori e figli… ma nessuno ha le caratteristiche di quello che sopra ho citato. Nell’attrazione dell’uomo per la donna, nell’innamoramento, nella decisione poi di vivere assieme per tutta la vita, sta il segno dell’alleanza fra l’uomo e il suo destino, fra l’uomo e Dio. La decisione, il «sì» che un uomo dice per una donna e una donna per un uomo, ha in sé qualcosa di definitivo, che Cristo ha voluto sigillare dando a esso il valore di sacramento, cioè di strada per il rapporto definitivo con Lui. Questo non toglie nulla alla drammaticità che sempre esiste nel rapporto tra persone, soprattutto quando si vogliono bene, quando sono vicine, quando vivono insieme. Ma questa drammaticità è il segno dell’importanza di quel rapporto, del suo essere strada, giorno per giorno, alla realizzazione personale di ciascuno dei due coniugi.

4) L’apertura ai figli che vengono e il sacrificio di non averne: ecco altre due frontiere su cui oggi tutto il mondo è diviso e combattuto. Eppure, questi due fatti rispondono a qualcosa che è costitutivo dell’animo umano. Solo riscoprendo i figli come dono desiderato, ma non preteso, l’uomo e la donna possono instaurare con essi che vengono un autentico rapporto educativo. Nel rapporto con i figli, infatti, non si manifesta soltanto un potere generativo biologico, ma si apre la strada dell’educazione, che è decisiva per la vita dei figli, ma anche per quella dei genitori. Educare, infatti, vuol dire riscoprire in ogni istante il proprio essere figli per poter essere padri e madri.

5) Don Giussani, nella lettera che ha scritto al Papa per i venticinque anni della sua elezione al pontificato, pubblicata su Panorama, parlando del cuore del carisma di Karol WojtyBa, lo definisce come stima per l’umano e si sofferma sul cristianesimo come realizzazione dell’umano, strada per il compimento della felicità dell’uomo. E aggiunge: «Il segno più grande dell’umanità, che neanche tutte le storture e le dimenticanze hanno cancellato dal cuore dell’uomo, il segno più completo e noto a chiunque è il matrimonio [...]. La donna per l’uomo e l’uomo per la donna sono l’aspetto visivo, visibile del trionfo, del fiore» che è Cristo stesso .

6) Aiutiamo perciò i nostri fratelli a riscoprire ciò che è più umano, aiutiamoli a riscoprire questo segno grande del disegno di Dio per l’uomo che è il matrimonio. Aiutiamo l’uomo a riscoprire sé stesso.

La strada per la felicità, in fondo, è semplice. Non è senza drammi, non senza rischi, non senza peccati. Ritornare a essa vuol dire ritornare alla semplicità, vuol dire accettare di essere guariti ogni giorno dal medico della nostra umanità.

(testo pubblicato in: “Il segreto condiviso”, Ares 2004)

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

La sfida della paternità

Alla luce dell’insegnamento di don Giussani e dell’esperienza vissuta per quaranta anni accanto a lui, don Massimo Camisasca rilegge l’esperienza del suo sacerdozio per i suoi amici della Fraternità san Carlo e per tutti coloro che ne sono interessati.
Don Camisasca ha guidato fin dagli inizi i seminaristi e i sacerdoti della Fraternità occupandosi quotidianamente della loro educazione. La prima parte del volume raccoglie proprio alcune lezioni svolte per loro sul tema del sacerdozio. La seconda parte si articola attorno a cinque parole: alle tre “classiche” che descrivono la vita di chi si dedica a Dio (obbedienza, povertà e verginità) si accostano alcune riflessioni sulla paternità come esperienza della fecondità di chi è scelto da Dio per una vita di dedizione a lui.
“Il mondo ha bisogno di padri e Cristo ci vuole “padri”, rifrazione di Colui che ci ha donato l’esistenza e la luce per viverla, di Colui che ci ha salvati dal nulla e ha dischiuso per noi le porte della più grande avventura, quella del perdono. Siamo chiamati a incontrare gli uomini dovunque e senza paura, per essere loro compagni di strada, per donare loro quello sguardo senza del quale tutto appare buio e opaco. Siamo chiamati a quell’abbraccio che non si ferma di fronte al malato, al vecchio, al bambino, all’abbandonato, al morente. Comincia con loro la rivelazione della vita gloriosa che non passa”

Massimo Camisasca

La sfida della paternit�
Riflessioni sul sacerdozio

Edizioni San Paolo 2003
pp. 120 – euro 8,00

16 luglio 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Storia di un avvenimento

Presentazione dei tre volumi “Comunione e Liberazione”

GPII Giussani Camisasca«È la seconda volta che la Sala della Protomoteca, la più importante del Campidoglio, si riempie per ricordare don Gius». Mariapia Garavaglia, vicesindaco di Roma, ha introdotto così l’incontro di presentazione dei tre volumi sulla storia di Comunione e Liberazione, scritti da don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità. “Le origini”; “La ripresa”; “Il Riconoscimento”: questi i titoli dei libri, riuniti recentemente in un cofanetto. Al saluto del vicesindaco sono seguiti gli interventi di Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”, di Giancarlo Cesana, docente di medicina del Lavoro e responsabile da anni del movimento. Infine l’intervento dell’autore. A fare da moderatore, Angiolino Lonardi, direttore di Raiutile. I volumi partono dalla vita del fondatore, don Luigi Giussani, dalla sua vocazione e soprattutto dalle ragioni che lo hanno condotto, senza nessun progetto, ad insegnare a scuola. «La storia di Cl – ha spiegato Giancarlo Cesana – è la storia di un’altra Italia, di un’altra gioventù. Di una gioventù diversa dai protagonisti del ’68. È una storia iniziata di schianto: in treno, all’improvviso. Don Giussani, parlando con un gruppetto di studenti, si accorse della loro ignoranza rispetto alla fede. E così decise di insegnare nelle scuole». Da questa esperienza iniziale nelle scuole iniziò l’esperienza di Gioventù Studentesca (Gs). Successivamente nacque Cl. Nessun progetto, quindi. Quasi un’anomalia rispetto al cattolicesimo organizzato di quegli anni. Anche Giuliano Ferrara, conservando il suo status di “super laico”, ha sottolineato il valore culturale di Cl, nata proprio per dare un senso al mondo in cui si vive. «E chi dona senso al mondo – ha spiegato Ferrara – non è un’integralista, bensì uno che ama lo splendore della verità». Nelle parole di chi l’ha scritto, don Massimo Camisasca, si conserva ancora intatto il sapore dei momenti trascorsi con don Giussani. «Il grande regalo che ho ricevuto scrivendo questo libro – ha detto don Massimo – è stato di fare sette anni di esercizi spirituali con lui; di conoscerlo, di condividerci dei momenti. Anche se don Giussani, come tutte le persone geniali, è una persona infinitamente conoscibile. La cosa che mi ha più colpito di lui è che cercava se stesso in tutti gli uomini: attaccava bottone in treno, sull’aereo, in taxi. Nell’altro incontrava il Mistero. In don Giussani era inscindibile Incarnazione e Trascendenza. Parlando di Dio, parlava degli uomini». Per don Massimo, il grande pregio del fondatore di Cl è stato soprattutto il suo essere un grande educatore. «Se si pensa che il 24 marzo all’Udienza generale concessa da Papa Benedetto XVI al movimento di Cl c’erano 100.000 persone, si capisce la continuità che è stato in grado di generare». Comunione e Liberazione, oggi è presente in ottanta Paese e continua ad affascinare moltissimi giovani. È presente nelle scuole, medie e superiori, ma soprattutto nelle Università. Perché? La ragione di questo seguito l’ha spiegata con una sintesi efficace proprio Cesana, il quale ha detto: «Giussani ha fatto di Cristo un neologismo». Vale a dire una cosa nuova, che valeva la pena essere scoperta. «Era molto pragmatico, ha proseguito. Quando ti incontrava, non ti faceva lunghi discorsi. Diceva solo due parole: vieni e vedi. Nient’altro». Anche il Papa nell’Udienza tenuta a Piazza San Pietro, il 24 marzo ha ribadito proprio questo aspetto. «Lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa, attraverso don Giussani, un Movimento, il vostro, che testimoniasse la bellezza di essere cristiani in un’epoca in cui andava diffondendosi l’opinione che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. Don Giussani s’impegnò allora a ridestare nei giovani l’amore verso Cristo “Via, Verità e Vita”, ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo, e che Cristo non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa».

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Il soffio di Dio in venti anni di storia

DM DGIUSSE’ uscito in questi giorni, edito da Piemme, “Il vento di Dio”, il nuovo libro di don Massimo Camisasca, che racconta la storia dei primi vent’anni della Fraternità san Carlo. Come piccolo saggio, vi presentiamo l’inizio del primo capitolo.

La Fraternità san Carlo è un’opera di Dio e come tutte le Sue opere è nata nascostamente. Si è sviluppata a partire da un piccolo seme, un piccolo gruppo di persone che si sono messe assieme, ben consapevoli di quello che stavano facendo, ma assolutamente ignare di quanto sarebbe accaduto. Nelle opere di Dio succede sempre così: Egli si manifesta inizialmente nel nascondimento, entra nel mondo e nella vita delle persone in modo quasi furtivo, senza violenza, suggerendosi discretamente alla libertà di ognuno. Gesù stesso, il Figlio di Dio, è nato a Betlemme, un villaggio sperduto della Palestina.

Che cos’è per me la Fraternità? Anzitutto un gesto di misericordia di Cristo per la mia persona. Per questo motivo, nelle pagine che seguono, parlerò della mia vita. Non perché ami parlare di essa, ma perché altrimenti mi sarebbe impossibile descrivere la Fraternità. Essa è anzitutto qualcosa che è accaduto fra Cristo e me, per poi contagiare misteriosamente anche altre persone. È la modalità con cui Dio ha voluto fare sua la mia vita e ancora oggi continua ad essere l’atto con cui Dio mi raccoglie, l’azione tramite la quale egli entra in rapporto con me. Una delle espressioni che più mi colpiscono leggendo le Confessioni di sant’Agostino è proprio l’idea che Dio raccoglie: tu perdi la strada e lui ti raccoglie, tu ti allontani dal sentiero e lui ti raccoglie.
I primi segni di quest’opera misericordiosa di Dio nella mia vita si possono trovare nella mia adolescenza. Quando incontrai don Luigi Giussani avevo quattordici anni. Ero sempre stato cristiano, educato alla fede dai miei genitori, ma non avevo mai pensato che il cristianesimo fosse un avvenimento comunitario. Fu proprio questo aspetto che mi colpì in Gioventù Studentesca, il primo nucleo del movimento nato da Giussani. Mi stupì dapprima l’aspetto esteriore di quella comunità di ragazzi: le gite, gli incontri, il loro modo di salutarsi, i raduni improvvisati nei corridoi della scuola… Poi questa percezione si è approfondita.
Spesso don Giussani portava i suoi ragazzi a Varigotti, in Liguria, per dei ritiri spirituali. Uno di questi ritiri, al quale partecipai quando frequentavo la seconda liceo, fu dedicato al tema della comunione. Mi impressionò tantissimo. Ricordo che durante il viaggio di ritorno non riuscivo a distogliere la mente da ciò che avevo scoperto con chiarezza dirompente: Gesù Cristo, Dio divenuto uomo, era presente nella comunione vissuta fra noi. Era così bello da sembrare impossibile, pareva un sogno che avrebbe potuto svanire da un istante all’altro. Invece oggi, ripensandoci, mi rendo conto che Dio aveva piantato un seme nella mia anima, un piccolo seme che poi si è degnato di far crescere [...] (stralcio del primo capitolo de “Il Vento di Dio”, Piemme, 123 pagine, €10)

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Dietro la croce

I
La Via crucis è un’esperienza, è perciò una strada di conoscenza. Attraverso di essa, percorrendola passo passo, senza premura, senza cedere alla distrazione, chiedendo la grazia della immedesimazione, veniamo a conoscere chi è Dio e chi è l’uomo.
Dio mi appare in tutta la terribilità del suo amore. Ma non posso rinunciare a nessuna delle due sottolineature che l’esperienza di Dio, vissuta sulla via crucis dell’esistenza, mi porta a fare. Dio è amore, perciò è somma corrispondenza, pienezza incommensurabile, dolcezza senza fine (cfr. Sal 15, 11). Ma lo è secondo una sua misura e attraverso una sua strada, le strade della sua libertà e della nostra che ci rende simili a lui. Il suo amore è terribile, proprio perché è amante della nostra libertà, non impedisce il nostro male, ma infine da esso vuol trarre il bene.
Ci lascia percorrere le nostre strade lontane da lui, ma poi interviene sempre e continuamente per riprenderci dall’abisso del nostro niente.
Così nella via crucis Dio appare come amante e l’uomo come amato, come ricercato al fondo del suo abisso: anche se andassi in una valle oscura, tu sei con me (cfr. Sal 22, 4).
II
Nella Via crucis, abbiamo meditato nella scorsa stazione, ci è posta davanti la realtà di Dio e dell’uomo, di Dio come amante e dell’uomo ricercato da Dio, che però si sottrae a lui: la folla, i soldati, Giuda, Pietro, gli altri apostoli, Pilato, Erode; l’uomo che bestemmia, l’uomo che tradisce, l’uomo che ha paura, che non capisce, che fa dell’ironia orribile, l’uomo nella sua mediocrità bestiale.
Eppure questo quadro, certamente vero, non è completamente tale. Non solo perché c’è Maria, ci sono le altre donne, c’è Giovanni, il Cireneo, la Veronica, e più avanti il soldato e il ladrone che si convertono. Il bene e il male, il dolore e la pace, la tragedia e la speranza, la fede e l’incredulità sono intrecciati. Bisogna sempre rileggere la parabola del grano e della zizzania.
Ma c’è una ragione più profonda cui dobbiamo attingere, un’esperienza più radicale cui dobbiamo guardare in queste ore: è l’esperienza di Gesù. Egli soffre patisce, muore per noi, per me. Egli muore a causa del mio peccato, ma anche per cancellarlo, per svuotarlo, per far apparire tutta la menzogna, il vuoto, la meschinità, il nulla che lo costituisce. Gesù prende su di sé tutto il male per svuotarlo dall’interno, sconfigge così la morte, entrando dentro di essa.
Pilato dice: «Ecco l’uomo», volendo dire: «Ecco il vostro uomo, è già molto conciato, non vi basta?». Per il Vangelo invece la frase di Pilato ha un altro inconsapevole e ben più profondo significato. Vuol dire: questo è l’uomo, questa è la strada per ogni uomo, la strada che ogni uomo deve seguire.
III
La strada che ogni uomo deve seguire, così concludevamo la meditazione precedente. Ma quale strada? Cosa appare in Gesù, nel Gesù della passione e della morte e della resurrezione?
Appaiono il mistero di Dio e dell’uomo intrecciati assieme, dicevamo all’inizio. Soffermiamoci ancora un momento sul mistero dell’uomo, guardato dal punto di vista nell’esperienza di Gesù nella via crucis. Gesù è un innocente. È l’innocenza. In lui non c’è nessun interesse, se non il bene dell’altro, la felicità, che l’altro sia. E questo è vissuto da lui in senso totale. Accetta di morire perché l’altro sia, accetta di subire in silenzio tutto – quel silenzio che è una delle note più atroci e più rivelatrici di questi giorni di passione –, anche le accuse più volgari, più ingiuste e infanganti, perché, attraverso la sua obbedienza, il Padre salvi l’uomo.
«Amate i vostri nemici» (Mt 5, 44) si rivela così la parola più profonda del vangelo. Padre, perdona loro perché non sanno ciò che stanno facendo: non è forse la descrizione del nostro peccato? Della sua ignoranza? Della sua barbara superficialità?
Attraverso la via crucis si illumina il mistero del dolore innocente, il dolore di milioni di bambini ammalati, violentati, stuprati, il dolore dei popoli e delle nazioni, il dolore delle malattie, della violenza, delle morti, il dolore della follia, della violenza, della solitudine, delle distanze e delle incomprensioni… Il dolore dell’uomo trova nell’uomo dei dolori la chiave per essere almeno accostato, se non accettato. Volesse il cielo per ottenere da Dio salvezza.
Enigma insondabile e fino alla fine per noi ultimamente misterioso, manifesta però già da ora qualche raggio di luce, che si fa intensa e quasi abbagliante in certe figure, in certi santi, in talune loro parole, manifestazioni, consapevolezze.
Il dolore strumento di salvezza, di purificazione, di assimilazione a Cristo, alla vita, perciò, e infine alla gioia. Come ha scritto san Paolo nella sua frase più conclusiva: «Sovrabbondo di gioia nelle mie traversie» (cfr 2 Cor 7, 4).
IV
Partecipare, non solo assistere. Sembrerebbe questa una tentazione, un voler tentare Dio, la sua misericordia che ci ha risparmiato finora tante prove (anche se non tutte). Eppure, proprio nella Via crucis, comprendiamo, sperimentiamo che di fronte a Gesù, all’abisso sconfinato della sua affermazione positiva di noi, di me – non si può restare soltanto spettatori. Il fascino del suo volto sputacchiato, pieno di sangue, dei suoi occhi pieni di dolcezza e di accusa assieme, delle sue parole… Il fascino del suo essere senza misura dalla mia parte come nessun padre e nessuna madre possono essere… Quel fascino mi attira e mi chiede di accettare che lui entri, entri nella mia vita. È il suo desiderio intenso espresso all’inizio dell’Apocalisse. Ma quando entra devo consegnargli le chiavi di casa, devo accettare che mi porti dove vuole lui, attraverso le strade che lui sceglie per me. Arrendersi a lui, accettare di essere amato, lasciarsi amare… possono sembrare frasi romantiche, ma per chi le vive hanno la durezza, la freschezza, l’intensità della vita vera, della vita vissuta.
Lasciare che Lui abiti in me. Lui entra con molta discrezione, ma, se lo permetto, con molta determinazione. Entra ogni istante attraverso un’infinità di porte e finestre, soprattutto attraverso la preghiera, la prova, l’amicizia. Sono le sue strade preferite. I sacramenti sono parte della preghiera. Così, a poco a poco, si scopre che la nostra mentalità e il nostro cuore sono cambiati.
Si sviluppa una immedesimazione che diventa subito affetto, condivisione di interessi (gli interessi di Gesù, del suo Regno, della sua Chiesa diventano i miei).
A poco a poco ci si trova come sulla riva di un oceano, in cui ci si introduce. Eppure si è sempre sulla riva. Perché il suo amore è infinito, come la beatitudine.
V
I vangeli guardano la morte dal punto di vista della resurrezione, dopo la resurrezione. Tutti, non solo il vangelo di Giovanni. Guardano dal punto di vista della fede, della esperienza del Gesù risorto. Anche noi dobbiamo guardare alla vita nello stesso modo. Guardare alla vita senza essere scandalizzati dal male, dal dolore, dalla morte. Tutto ciò non elimina la paura, non cancella le difficoltà, i giorni duri, bui, la stanchezza del vivere… Ma áncora a un’ultima ragionevolezza buona dell’esistenza che è il frutto più importante che la fede ottiene per l’uomo.
Fides, mundi lumen. Non possiamo staccarci da questa immagine del mondo in cui brilla la luce. Non possiamo negare che la vita sia una battaglia, ma è una lotta da cui siamo certi di uscire vincitori, «In virtù di Colui che mi ha amato» (cfr. Rm 8, 37). «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8, 31), «Come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 32). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35).

Dobbiamo chiedere a Dio la grazia che questa certezza della fede diventi in noi esperienza dell’amore, esperienza della roccia, su cui costruire la nostra casa.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Diario di viaggio in Terra Santa

Tra la grotta della speranza e il muro delle divisioni

15 febbraio

terrasantaDi nuovo a Gerusalemme. E’ la terza volta che vengo qui. Vengo per stare un po’ con Vincent, che è qui da settembre. Ad attendermi all’aeroporto c’è una famiglia italiana. Con loro vado da Tel Aviv a Gerusalemme. Vedo tanti villaggi nuovissimi che dieci anni fa non c’erano; vedo anche il muro.
Poi arrivo a Gerusalemme, dove si sono incontrati il cielo e la terra, gli angeli e i demoni. La divisione che vi regna è il segno di questa lotta, ma anche il suo lato affascinante, come compresenza di popoli e religioni, tradizioni e spinte verso il futuro.
Solo Roma può avvicinarsi come fascino a Gerusalemme, come concentrazione di storia, come simbolo di tutta la grandezza e la debolezza dell’uomo.
«Ah, Gerusalemme, Gerusalemme…»
16 febbraio
Di pomeriggio sono andato con Vincent al muro del pianto. Alla sera cena con monsignor Twal al Patriarcato.
La mattina mi sono incontrato con un sacerdote siciliano che sta concludendo il dottorato allo studio biblico francescano da Sant’Anna al Santo sepolcro. E’ venerdì. Si temono scontri alla spianata del tempio. La tensione è altissima. Tutte le porte, le strade sono presidiate. E’ possibile vedere con chiarezza gli arabi che provocano la polizia. Io sono sereno.
Prego lungo la via dolorosa e al Santo Sepolcro. I pellegrini sono pochissimi. La basilica è deserta. Occasione ideale per pregare. Ma certo dispiace questo deserto soprattutto se paragonato alle folle di un tempo.
Pomeriggio e sera a Betlemme, dedicati innanzitutto alla visita dove abita Vincent, un’elegante villetta alla periferia del Paese. Poi si va all’università cattolica, sorprendente struttura finanziata dai cattolici, con grande attrezzature, voluta da Paolo VI, gestita dai Fratelli delle scuole cristiane: 70% degli studenti sono musulmani. Vengo accolto dal rettore e da alcuni studenti che mi illustrano l’università attraverso un video.
Con Vincent celebro la santa messa nella basilica della Natività. Mi muovo a piedi, le botteghe sono chiuse: oggi è venerdì. La maggioranza di questo paese ora è musulmana, un tempo Betlemme era a prevalenza cristiana. All’arrivo ci aveva accolti una sassaiola tra una gruppo di ragazzi e una camionetta della polizia israeliana. Il muro incombe sul Paese. Gli insediamenti stringono Betlemme come in un assedio.
17 febbraio
Con la mattina si conclude la mia breve visita. Ho trovato un paese cambiato, in
peggio, abitato da due popoli che hanno imparato a temersi, a combattersi. Non potrà venire da loro la pace. Solo dall’esterno. Ma non sembra che nessuno abbia vero interesse a ciò. Salgo Monte degli Ulivi, prima al Dominus flevit, poi agli eremi francescani accanto al Getzemani. E’ il posto che amo di più a Gerusalemme, dove la vista della città toglie il respiro.
Ho voluto visitare gli eremi francescani pensando di venir qui in futuro a passare qualche giorno di silenzio. Infine il ritorno a Roma. Rispetto a 10 e 20 anni fa ( i miei precedenti viaggi) mi ha colpito la tensione, l’inimicizia, la divisione tra ebrei e palestinesi e, in un altro campo, l’accresciuta presenza degli ortodossi greci e russi e della diaspora.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

L’AFRICA, SPERANZA PER IL MONDO

Come un padre, vuole conoscere da vicino i propri figli e il luogo in cui vivono. Per questo don Massimo ha deciso di trascorrere un periodo di permanenza più lunga (circa un mese) nelle case dei missionari della san Carlo. Il primo capitolo di un libro appena cominciato è stato il viaggio a Nairobi, in Kenya, nella parrocchia di Kahawa Sukari, dove vivono Valerio Valeri, Alfonso Poppi, Giuliano Imbasciati e Agapitus Angii. Il secondo, ancora da scrivere, riguarderà la sosta in Germania, dove il sacerdote andrà nel mese di marzo.

Cosa ti ha più colpito di questo continente immenso?

Tornando a casa mi sono portato questo giudizio: l’Africa di oggi è l’Europa della mia giovinezza. L’Africa è un continente giovane: le strade sono piene di bambini. Nelle facce della gente è sempre possibile intravedere un sorriso, nonostante le tragedie, le divisioni etniche, la mancanza di un’adeguata classe dirigente. Questo continente ha la possibilità di rifiorire ed ha molto da dare al resto del mondo. Il riscatto di questa terra dipende moltissimo dall’azione della Chiesa e dal suo effettivo ruolo educativo nei confronti della società civile e in particolare dei leader di domani. Per questo sono molto felice del fatto che i nostri missionari abbiano deciso di intraprendere in Africa un’importante azione educativa, creando un asilo ed una scuola elementare. Questo permetterà ai più piccoli di capire che il Mistero per loro ha in mente qualcosa di grande, nonostante le evidenti difficoltà che vivono tutti i giorni.

Ma perché dici che l’Africa è un continente giovane, mentre l’Europa è un continente vecchio?

All’inizio del ventesimo secolo i cristiani in Africa erano 10 milioni. Oggi sono 160 milioni. Inoltre va detto che l’Africa è un continente in costante cambiamento. Basta fare un salto all’inizio del diciannovesimo secolo, quando gli inglesi invasero il Kenya nella speranza di costruire una ferrovia che potesse collegare l’Uganda all’Oceano. La ferrovia avrebbe dovuto attraversare il territorio che oggi tutti conosciamo come Kenya. Da allora il Paese ha fatto moltissimi passi in avanti. Ma non possiamo pretendere che essi avvengano nel giro di una notte.

Ma per te non c’è speranza per l’Europa?

Il semplice fatto che il tasso di natalità nel Vecchio continente sia così basso dimostra che in Europa non ci sono le basi per un futuro. In Africa avviene il contrario, visto che l’aborto è illegale in tutto il continente. Per “l’intellighenzia” europea questo è la dimostrazione che l’Africa sia un Paese arretrato. Invece questo aspetto dovrebbe spingere gli intellettuali a riflettere sul significato della santità e della vita. E soprattutto su quanto queste parole – santità e vita – siano ancora in grado di comunicare qualcosa
Io ho visitato le abitazioni più povere che sono vicine alla nostra parrocchia. Sono fatte in lamiera e, tra l’altro, sono veramente piccole. Un giorno sono andato con don Alfonso a trovare una donna molto povera. Non sono riuscito a rendermi conto realmente di quanti anni avesse, tanto era segnata dalla sofferenza. La cosa che mi ha più colpito è che non si lamentava. Lei mi ha detto che aveva moltissimi figli, che erano strati costretti a lasciare la città per cercare un lavoro. In braccio ne aveva uno, il più piccolo, affetto da una grave malattia che gli aveva deformato tutto il corpo. Quella madre, nonostante il dramma che viveva, quel bambino l’aveva accettato con tutte le conseguenze che questo atto d’amore comportava. Pensa che, nonostante avesse sedici anni, fosse costretta ancora ad imboccarlo.
Durante la mia permanenza nella capitale keniota sono andato a trovare anche le Missionarie della Carità, l’ordine nato da Madre Teresa di Calcutta. Lì a Nairobi hanno una casa per bambini affetti da handicap. Le suore accolgono con loro quei bambini che, altrimenti, sarebbero costretti a vivere in strada. Stando lì ho incontrato una mamma che inizialmente voleva abbandonare suo figlio perché non poteva mantenerlo. Ma quando ha saputo che le suore avrebbero potuto ospitare solo il bambino e non lei, la sua decisione è stata immediata: tenere il suo bambino. La storia di questa donna è una grande testimonianza di rispetto, di amore alla vita. Tornando in Italia mi sono portato con me un insegnamento grande su cosa sia realmente la speranza. Quello che bisogna capire è che l’Africa è un continente pieno di potenzialità, ma il cambiamento non può avvenire all’istante. Ciò che è più necessario non sono tanto delle opere sociali quanto un’educazione. Il mio viaggio mi ha dato una grande conferma: la scelta di costruire in Kenya un asilo e una scuola elementare è stata quella giusta.

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Perché ancora persecuzioni?

2879956414_5879af03f2_oSono stato battezzato nella cappella dei santi Innocenti, presso la clinica Mangiagalli, a Milano. Io e mio fratello eravamo infatti settimini. Non potevamo essere portati in una chiesa, all’esterno. Così la mia vita è stata segnata fin dall’inizio dai martiri Innocenti, i bambini che senza colpa furono uccisi da Erode, il quale pensava in questo modo di eliminare anche Gesù.
Quando, da giovane, ho cominciato a seguire con più attenzione la liturgia, sono rimasto colpito e quasi scioccato dalla festa degli Innocenti, collocata dalla Chiesa subito dopo il Natale e il giorno di santo Stefano, e prima di san Giovanni evangelista. Attorno al bambino appena nato, la liturgia colloca dunque, assieme a Maria, la verginità e il martirio, le due strade fondamentali per seguire Gesù. Chi è il martire? La parola deriva dal greco e significa «testimone». Colui che con la sua vita, con le sue scelte, con le sue parole, rimanda a un Altro, che è la luce e la forza della sua esistenza. Rimanda a colui che egli fa scoprire agli uomini, perché è stata la scoperta più grande della sua vita.
In questo raccontare di lui, parlare di lui, vivere per lui, il testimone incontra necessariamente una serie di difficoltà e di opposizioni. Le più normali sono le difficoltà di chi non vuol essere scomodato, di chi vuol seguire il tran tran della propria giornata, e non vuole nuove presenze che lo invitano a cambiare.
Ma c’è poi chi invece si accorge di Gesù e capisce che la sua signoria porta dentro il mondo un mondo nuovo. Essa scalza il potere di coloro che vogliono sostituirsi a Dio con il denaro, con la forza, con i finti miraggi delle loro promesse.
Gesù perciò trova sulla terra dei nemici. Bernanos scriverà che egli è in agonia fino alla fine del mondo. Per questo i cristiani sono perseguitati in ogni epoca della storia, e in ogni regione del mondo. Laddove la loro testimonianza porta alla luce il nuovo Signore che dà la pace, il perdono, e la gioia alle loro esistenze, diventano odiosi per i signori che come Erode si sentono scalzati dalle loro cattedre. In questo e nei prossimi numeri di Fraternità e Missione, desideriamo parlarvi di alcuni luoghi in cui i cristiani sono oggi particolarmente perseguitati. Se ci dimenticassimo di loro, vorrebbe dire che ci siamo dimenticati di Gesù e di noi stessi. Parliamo perciò di loro perché sono parte di noi, perché ci aiutano a capire la dignità della nostra vocazione, la grandezza di ciò che abbiamo ricevuto, il fatto di essere stati comperati a caro prezzo. Essi lo sanno. Sanno di essere stati comperati con il sangue di Cristo, e non hanno paura di versare il loro sangue perché hanno sperimentato nella vita la vittoria portata da Gesù sul dolore e sulla morte. Entrare nella realtà del martirio, al di là della giusta esperienza di dolore e di dramma che può provocare, permette di raggiungere uno sguardo più vero e più pacificato su tutta l’esistenza. In essa entra anche il peso delle nostre prove e di ciò che Dio ci chiede ogni giorno di donare per partecipare alla passione che salva.

da Fraternità e Missione, gennaio/febbraio 2008 – foto di Brock Jones

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Tra un aereo e l’altro. Diario di viaggio

nakuru25-26 gennaio

Si avvicina la conclusione della mia permanenza a Nairobi. Ho visto tante persone, ho incontrato tante situazioni di povertà e di fede, di gioia e di malattia, di pena e di speranza. Soprattutto ho passato molte ore con i nostri quattro preti, con le loro responsa-bilità. Ho visitato la parrocchia, i suoi gruppi, le scuole che ab-biamo creato.
Lascio con la convinzione che la strada imboccata è quella giu-sta, la strada dell’educazione. E non solo per noi, ma per l’Africa. Stiamo facendo qualcosa di utile non solo per la Chiesa, ma as-sieme per questi popoli.
Spero che il mio diario sia stato utile a chi voleva avere notizie di me e anche forse ragione di qualche riflessione.
Mi attendono la preparazione delle valigie e i saluti.
Ciao Nairobi, ciao Africa.

24 gennaio
Siamo di ritorno, dopo due giorni passati sul lago Nakuru, uno dei tanti laghi vulcanici della Rift Valley, famoso per le decine di migliaia di fenicotteri rosa che ne popolano le rive.
Abbiamo girato con la Toyota nella savana e nella foresta: antilopi, gazzelle, zebre, rinoceronti, bufali, babbuini, iraci, iene e lungo il lago pellicani, marabù e i fenicotteri rosa.
Abbiamo fatto l’incontro della casa in questo paradiso terrestre sapendo che, ahimè, è solo un oasi in un mondo ben diverso.
Qui a Nairobi è iniziato il Social Forum contro la globalizzazione, in realtà contro Bush, numero uno del terrore, come dicono i cartelli. Le migliaia di persone che sono qui a Nairobi non vengono dall’Africa, vengono dall’Occidente. Tutto in realtà sembra molto vecchio, anni settanta, con il miraggio della rivoluzione. Mi sembra più interessante la strada dell’educazione che noi abbiamo scelto. Creare nuove classi dirigenti attraverso il lavoro lungo, difficile, ma affascinante dell’educazione. Salvare i poveri anche attraverso la conversione dei cuori e delle menti dei ricchi e dei potenti.
Oggi incontro tra noi su questi temi: giovani, scuola, educazione. Domani probabilmente giornata di vacanza. Venerdì incontro sull’amministrazione e nella notte il ritorno in Italia.
Intanto oggi pranzo con i malati di Aids al nostro meeting point, che li raduna e si prende cura di loro.

22 e 23 gennaio

Gita ad un parco nazionale. Il diario riprenderà mercoledì.

20 gennaio

Visita al quartiere di Wendani. È, oltre a Kahawa, l’altro quartiere di cui si compone la parrocchia. In questi ultimi tempi cominciano a sorgere palazzoni, isole strane in mezzo a baracche, in un quartiere in cui mancano le fognature, in cui le strade fanno spavento.
Don Alfonso conosce moltissime persone, saluta ed è salutato, speso si ferma a chiedere notizie dell’uno e dell’altro. In una delle baracche più povere, andiamo a trovare una donna che stringe al petto un bambino. È tutto pelle e ossa, deforme, piccolino. Ha 16 anni, non parla, colpito da varie malattie. La madre cerca di dargli un po’ di semolino da mangiare, ma non riesce a deglutire nulla. È sostenuto dalle nostre adozioni a distanza.
Visitiamo il dispensario gestito dalla nostra parrocchia. È sabato mattina, per questo, mi spiegano, c’è una piccola coda. I malati più frequenti sono quelli affetti da malaria, tubercolosi, oltre alle persone che si sottopongono al test per l’HIV.
Il dispensario manca di attrezzature un po’ evolute. Pomeriggio: riposo. Alla sera leggo qualche pagina di Claudel.

19 gennaio

Al mattino visita alla scuola La Carovana. vicina alla nostra casa/chiesa/asilo, è la scuola primaria (8 anni di cui finora cinque sono realizzati). sono due prefabbricati in lamiera, molto resistenti e funzionali, con uffici, cucina, sala refettorio e incontri. I bambini al solito sono meravigliosi. Cantano, scherzano, giocano, ridono. Sembrano proprio felici di essere in questa scuola. Come ho scritto giorni fa, le classi dalla quinta all’ottava in futuro si trasferiranno insieme all’Otunga, quando il liceo verrà costruito, in un terreno sempre entro i confini della parrocchia, a circa due chilometri.
Verso mezzogiorno, partecipo all’incontro settimanale dei ragazzi (giovani) handicappati, soprattutto mentali. E’ affidato a Giuliano che gode di buone collaborazioni. Commuove sentire l’esperienza di queste persone, prima completamente isolate, che ora rifioriscono, almeno nel sorriso, perché possono partecipare alla vita di altri amici. Anche nella notte, la presenza di chi ama apre spiragli di luce.

18 gennaio

Giornata passata interamente in casa. Il mattino lo dedico a parlare con le persone della casa, ricevendole una per una; il pomeriggio si tiene l’incontro telefonico con vari responsabili della Fraternità sul tema: il lavoro. Cena con le due case dei memores Domini.

12 gennaio 2007
Continuo, nel tempo libero, a preparare le lezioni che farò in Germania sul femminile nella Chiesa. Leggendo i libri di Ra-tzinger sul tema ho potuto notare, tra l’altro e quasi per inci-dens, alcuni mutamenti del suo pensiero, come alcune linee di continuità.
Sarebbe interessante uno studio su Ratzinger al Concilio e la sua teologia fino ai primi anni ’70, senza avere tesi pre-costituite da difendere, ma con lo scopo di vedere esattamen-te la realtà alla luce dei suoi scritti (anche posteriori).
Ho preparato l’omelia per la messa che presiederò domenica: mi aspetto con gioia canti e balli. Forse l’inculturazione sta già avvenendo e noi non ce ne accorgiamo.
Verso mezzogiorno visito l’asilo parrocchiale che avevo inaugurato cinque anni fa. I bambini, che ora sono al numero massimo tollerabile dai locali, mi aspettano nel prato antistante, cantiamo e balliamo assieme, vogliono essere presi in braccio e fotografati, mi fanno dei regali (i loro disegni). Poi pranzo con loro: un bel piatto di riso e fagioli. I più grandicelli (cinque anni) servono a tavola i più piccoli.
Questi bambini sono di un’allegria a noi oramai sconosciuta. La loro educazione è la cosa più grande che si possa fare per l’Africa.

10 gennaio 2007

Al pomeriggio, con Alfonso e Carlo, visito una delle case delle suore di Madre Teresa a Nairobi. È situata in un quartiere poverissimo (baracche di latta per lo più, latrine che corrono a cielo aperto, montagne di rifiuti maleodoranti qua e là con la gente che vi cerca qualcosa da vendere…). Prima celebro la messa con loro e parlo brevemente dei miei incontri con Madre Teresa. Poi visito i tanti padiglioni della casa: ospita più di trecento persone, bambini piccolissimi abbandonati, bambini più grandicelli handicappati mentali e/o fisici, donne malate mentali (gli uomini, mi dicono, sono in un’altra casa).
Qui c’è anche il noviziato per l’Africa (attualmente 57 novizie).
È un concentrato dei mali del mondo che attraverso le suore diventa una manifestazione della capacità della fede di rendere umana anche la condizione più terribile.
Alla sera, dopo cena, in casa, leggo agli altri preti un capitolo de I promessi sposi.

8-9 gennaio 2007

Riprendo il mio diario.
Al mattino abbiamo avuto, tutti assieme, una lunga conversazione durata tre ore sul tema della evangelizzazione. Io, dopo aver esposto il significato del mio viaggio e della mia lunga permanenza tra loro, mi sono limitato ad ascoltare e prendere appunti. Ho sentito da tutti e quattro i nostri preti il racconto dei vari campi di missione che li vedono impegnati. Mi hanno parlato delle piccole comunità (Jumuja) che compongono la parrocchia, 10-20 persone ognuna. Con ciascuna di esse uno di loro si incontra settimanalmente. Un momento molto proficuo, in cui la gente si mostra disponibile ad ascoltare e parlare. Naturalmente si raggiungono così uno, due centinaia di persone. E gli altri? Le messe domenicali sono molto frequentate. Penso che la gente sia anche attratta dalla bellezza della chiesa che abbiamo appena costruito.
Si è proposta una catechesi sistematica a tutta la parrocchia (scuola di cristianesimo), con andamento incerto e con esiti altalenanti. Va ripensata. Occorre un lavoro di preparazione più intenso, più lungo, più corale.
Questo momento va ripensato con gli stessi collaboratori. Dobbiamo entrare nel loro linguaggio e riesprimere con loro ciò che li affascina.
Un buon sussidio è offrire a tutti coloro che vengono a messa un piccolo testo scritto (il succo dell’omelia? Un giudizio su ciò che accade? Una breve frase che presenti ciò che verrà approfondito nella scuola di cristianesimo? Forse tutte e tre le cose).
Certamente non ci si può limitare a rispondere a delle domande occasionali. Partendo pure da esse, occorre arrivare a una proposta sistematica e critica. Senza di ciò non c’è pensiero maturo, adesione convinta e libera.
Abbiamo poi parlato della liturgia come strada all’evangelizzazione, dei canti, delle danze. Siamo arrivati così a parlare dell’evangelizzazione legata alla celebrazione dei sacramenti, soprattutto battesimo e matrimonio. Sono poi passati a raccontarmi la vita delle diverse comunità o movimenti presenti in parrocchia: Azione Cattolica, CL, Carismatici, Incontri matrimoniali (un movimento che conosco, nato in Spagna da una costola delle Equipes di Notre Dame)…
Ci sono quattro scuole di comunità in parrocchia, con andamento quindicinale.
Don Valerio si è inserito in tutto questo dialogo parlando della nostra casa come fonte dell’evangelizzazione. E’ proprio così? Abbiamo coscienza del valore sacramentale della casa? Siamo veramente “assieme” nell’azione? O siamo soli? E’ vera la nostra passione per gli uomini o ci limitiamo ad erogare servizi? Siamo chiusi nella parrocchia o aperti a tutti gli uomini che incontriamo?
Agapitus ha svolto un intervento molto importante su questo tema: dialogo in casa e fuori casa. Generare altre persone che siano nostri veri collaboratori. Ha poi parlato della sua missione con i bambini (600 alla domenica!). Si è poi passati alle attività sociali: le adozioni a distanza come strada per accompagnare le famiglie ad educare i loro figli; il dispensario medico e le sue prospettive; il meeting point per i malati di aids (70 malati); la cura degli handicappati mentali e fisici.
Alla fine ho rinviato ogni mio commento al giorno successivo.

Durante il giorno scrivo le meditazioni che terrò in Germania in marzo alle nostre missionarie su: il lato “femminile” dell’esperienza cristiana.
Alla sera incontriamo il board della Fondazione Urafiki, da cui è nata la scuola elementare e media (Carovana) che ci vede impegnati in prima fila. Assieme all’asilo intitolato a Emanuela Mazzola e al liceo intitolato al Cardinal Otunga, rappresentano una linea completa di scuole molto promettente.

Ma di questo parleremo più avanti.

6 gennaio 2007
Parto con Carlo, alla mattina presto, per Nairobi via Zurigo. Non c’è infatti un volo diretto dall’Italia, non c’è più da molti anni; la prima volta che venni a Nairobi, nel 1991, c’era ancora l’Alitalia che faceva servizio via Gedda. Poi sono sempre dovuto andare al nord per raggiungere il sud. E tutto ciò non mi comunica un’impressione esaltante dell’Italia.
Viaggio per la quinta volta verso Nairobi.
Nel 1991 venni a cercare un insegnamento per Vincent Nagle all’università cattolica. Allora tutto saltò perché Vincent si ammalò e alla fine lo mandai in America. Nel 1991 a Nairobi di noi c’era solo don Valerio.
Il secondo viaggio, nel 1996 (se ricordo bene), fu per visitare la casa che nel frattempo era nata, con Roberto Amoruso.
Il terzo, nel 2001, fu per l’inaugurazione dell’asilo. Ai due si era aggiunto Alfonso Poppi, dopo venti e più anni di Uganda. Ci era stata affidata la parrocchia di saint Joseph dove siamo ora, alla periferia ovest di Nairobi. Avevamo messo in piedi una baracca per chiesa e cominciammo a costruire l’asilo, dono della famiglia Mazzola. Ora c’è anche la chiesa, una immensa capanna che domina il quartiere, la nostra casa e i locali per le attività sociali. E’ nata la scuola media e quella superiore. Ma di tutto questo parlerò più avanti, quando le visiterò.

***

Dall’aeroporto a casa, Nairobi mi appare quella di sempre, eppure diversa. Nuovi quartieri (ha ora tre milioni di abitanti e più), qualche strada asfaltata in più. Non c’è più Daniel arap Moi, il presidente tanto temuto. C’è meno corruzione? Sta crescendo qualcosa di nuovo? Cercherò di capirlo.
Arriviamo a casa nostra intorno alle 20 locali. E’ veramente bella, come l’avevamo progettata insieme. Dalle terrazze la vista imponente della chiesa. Che gioia essere stati committenti di una cosa così grande e bella! Chissà che giusto orgoglio nella popolazione.

17 gennaio
Mattino in nunziatura. Due ore di colloquio con il nunzio mons. Alain Lebeaupin. Parliamo di tantissimi temi.
Verso mezzogiorno, con Valerio e Carlo, andiamo allo slum di Gitega, il più grande slum di tutta l’Africa: un milione di persone! Vi si trova una scuola primaria realizzata da alcuni volontari del movimento. Ci accolgono con canti e danze. La scuola prende il nome del famoso testo di E. Saint-Exupery: Il piccolo principe. Mi sembra un’opera di grande significato, in un contesto così drammatico, come un raggio di luce in mezzo a un degrado inimmaginabile.
16 gennaio
Giornata interamente dedicata alle scuole. Al mattino visito la scuola professionale san Kizito, nata dal movimento e seguita da don Valerio fin dall’inizio (1992-93). Forma falegnami, elettricisti, idraulici, fabbri, sarti, elettrotecnici, elettronici, carrozzieri…
È veramente una scuola modello, ammirata in tutto il Kenya. Ogni corso dura due anni. Ogni anno circa 200 ragazzi ottengono il diploma. Accanto alla scuola, utilizzando le sue professionalità, è nato un mobilificio che offre mobili di legno massiccio a case e hotel in tutto il paese. Parlo a un gruppetto di studenti del mio incontro con don Giussani e del valore del lavoro.
Poi passo a visitare il liceo Otunga nato due anni fa sempre dal movimento. Si trasferirà presto in un nuovo stabile in costruzione nella nostra parrocchia, dove confluirà anche la scuola media Carovana (le elementari rimarranno dove sono, accanto all’asilo E. Mazzola).
Nel pomeriggio incontro gli insegnanti dell’asilo e della scuola elementare Carovana. Parliamo delle loro esperienze di educatori e dei miracoli che si manifestano nei bambini che vivono un rapporto non autoritario da parte dei loro insegnanti. L’uscita dal formalismo e dall’autoritarismo è veramente una strada nuova per l’educazione qui, in Africa.
15 gennaio
Giornata di passaggio. Mi riposo ancora un po’ dopo una domenica così intensa. Al mattino dedichiamo due ore a prendere in considerazione le rispettive responsabilità nel movimento. Riprendo i temi delle mie precedenti conferenze. Al pomeriggio leggo, ancora Ratzinger, (Fede, verità, tolleranza che sarà – più o meno – il tema del prossimo meeting di Rimini e il libretto di Scola su Giussani. Qualche scorribanda in biblioteca su Claudel e Danielou). Alla sera surrealistica visione di don Camillo e Peppone.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

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