Al Meeting 2010
Per tutta la vita
Ogni sabato pomeriggio alla Barca di Pietro si rinnova la sfida: prendere sul serio il proprio desiderio di infinito.
La Barca di Pietro è nata a Roma circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni seminaristi della Fraternità, sul modello de I cavalieri di Milano, un’esperienza di Cl che coinvolge i ragazzi delle scuole medie. Ho avuto la fortuna di servire quest’esperienza per qualche anno, fino al 2009, uscendone arricchito oltre ogni aspettativa.
Ciò che proponiamo ai ragazzi è innanzitutto un’amicizia che li aiuti ad affrontare il mondo da uomini liberi, coscienti di desiderare l’infinito. Il loro desiderio, un luogo in cui possono scoprirlo e rischiarlo, una persona più grande a cui guardare, sono gli aspetti che più abbiamo a cuore quando siamo insieme a loro.
Il gioco, il canto e il dialogo segnano i passi della nostra proposta. Il gioco è per i ragazzi una porta di ingresso alla realtà. È importante che siano giochi intriganti e divertenti, che chiedano di impegnarsi personalmente. Attraverso il rispetto delle regole, i ragazzi imparano un po’ di obbedienza, scoprendo che una cosa ordinata è più bella di una istintiva… Giocando con gli altri, possono uscire dall’individualismo in cui normalmente sono immersi.
Il canto è senza dubbio lo strumento più grande per porli davanti alla bellezza e far sì che si accorgano del loro desiderio di infinito. Insegniamo a cantare seguendo chi dirige, senza improvvisazione. Il canto crea un clima che difficilmente si raggiungerebbe per altre strade: il cantar bene li rende anche più attenti nelle altre attività.
Il momento di dialogo ha la finalità di esplicitare ciò che i ragazzi stanno vivendo o di proporre ciò che desideriamo vivere. Esso vuole educarli a guardare la loro esperienza, ad accorgersi delle cose grandi che vivono. Mi ha sempre allarmato constatare che spesso i ragazzi non ricordano ciò che hanno vissuto durante la settimana. Non potranno mai essere liberi, se non impareranno a giudicare ciò che vivono. Questi momenti ruotano intorno a due cardini: la vita dei ragazzi, quello che li colpisce, e un contenuto proposto da noi, episodi tratti dalla vita di un santo, ad esempio. Cerchiamo sempre parole che possano illuminare le loro giornate e, di conseguenza, quello che loro vivono li aiuta a comprendere ciò che proponiamo. Non desideriamo che i ragazzi sappiano ripetere quello che diciamo loro, ma piuttosto che scoprano nella loro vita se le nostre parole sono vere o no. Essi non dimenticano ciò che scoprono personalmente.
Ad un certo momento dell’anno chiediamo loro un passo di responsabilità. Ciascuno deve rispondere ad una domanda: “che valore ha per te questa amicizia che hai incontrato?”. La Promessa è una sorta di gita di due o tre giorni, in un luogo bello. Durante la messa conclusiva, ogni ragazzo viene chiamato per nome; risponde “Eccomi”, poi promette pubblicamente a Gesù, con l’aiuto di un santo da lui scelto, fedeltà a questa compagnia. È un momento pregno di significato poiché i ragazzi sono chiamati ad assumersi una responsabilità personale. Ciò li aiuta a percepire in modo profondo di essere parte di qualcosa di grande. Scriveva una ragazza qualche anno fa: «La Promessa che farò non è uno sforzo né un impedimento, anzi è la risposta a ciò che desidera il cuore, è un sì ad un dono: non costa nulla, ma ti dà tanto».
Stando con i ragazzi diventa anche a noi sempre più chiaro ciò che desideriamo: aiutarli ad affrontare e giudicare l’esperienza che vivono, la realtà delle loro giornate. Non vogliamo convincerli di qualcosa senza una ragione da loro sperimentata. Vivendo con loro è possibile guardare e giudicare insieme ciò che accade. Per questo sono importanti i momenti di uscita e di convivenza. Ne racconto due.
Qualche anno fa, abbiamo aperto l’anno scolastico con una gita ad Ostia Antica. Con noi sono venuti anche i ragazzi della nostra parrocchia della Magliana (periferia di Roma) guidati da don Paolo Desandrè. C’erano circa centocinquanta ragazzi. Abbiamo iniziato con un momento di canto nell’anfiteatro romano di Ostia. Ad un tratto una guida, seguita da quattro turisti anzianotti, inizia ad urlarci contro infastidita dai nostri canti, seppur bellissimi. Ci spostiamo con tutti i ragazzi in un altro posto lì vicino per finire il momento dei canti. Riusciamo a calmare la folla in subbuglio e iniziamo a cantare. Dopo due minuti compare un altro gruppo di turisti. Si fermano, e, con lo stupore di tutti, iniziano ad applaudire e a farci i complimenti. Sfruttiamo questo episodio per dire ai ragazzi: «Vedete, nella vita si può scegliere: davanti ad una cosa bella e inaspettata uno può pensare solo al suo misero particolare oppure guardare, lasciandosi sfidare da ciò che di grande accade». I ragazzi sono rimasti segnati da questo fatto, tanto che tutti se lo ricordano, e con esso il giudizio dato.
Questa è divenuta una sfida chiara per noi: la strada più utile, ed anche quella vincente, è non aggiungere nulla a quello che Dio fa accadere nella loro vita. Noi non decidiamo attraverso quali strade diventeranno grandi, che cosa il Signore userà per conquistare il loro cuore. Possiamo però collaborare con l’opera di Dio, innanzitutto aiutandoli a maturare uno sguardo attento a ciò che succede nella loro vita!
Un anno siamo andati a Cortona per tre giorni, con i trenta ragazzi di terza media che allora partecipavano alla Barca di Pietro. Abbiamo soggiornato in una casa autogestita. I ragazzi si occupavano di tutto. C’era chi apparecchiava, chi sparecchiava, chi cucinava, chi puliva, chi preparava la colazione (che commozione nel vedere la mattina presto cinque ragazzi di tredici anni che preparavano, con cura meticolosa, la colazione per gli altri…). Alla fine dei tre giorni, uno di loro mi ha chiesto: «Fra, questi giorni sono stati bellissimi. Come faccio a portare la Barca di Pietro a casa, in classe, ovunque?». La domanda mi ha riempito di gioia: ciò che i ragazzi vivono con noi è significativo, è oggetto di stima da parte loro, non è una cosa tra le altre. Quel ragazzo aveva deciso che quella compagnia era una cosa di valore. È un segno di maturità.
La Barca di Pietro non vuole essere una parentesi nella settimana, ma piuttosto vuole indicare un punto ideale a cui tendere tutti i giorni. Solo se i ragazzi vedono che ciò che comunichiamo loro vale per tutta la vita possono sentire questo luogo come una roccia su cui stare diritti, che possono vivere oggi un’ esperienza che dia speranza anche per il domani.
Il nostro scopo è condurli a porsi quella domanda. Se, infatti, un ragazzo di tredici anni ha il desiderio che tutta la sua vita sia come l’ideale che ha intravisto, allora il suo cuore è ricettivo a ciò che Dio vorrà fargli incontrare. Mi sono molto interrogato su questo aspetto: il nostro compito è quello di portarli a Cristo, ma questo non significa pretendere da loro un riconoscimento cosciente del fatto di Cristo. Quel riconoscimento può capitare, ma è una grazia che concede Dio. A noi invece è chiesto di accompagnarli alla scoperta di ciò che desiderano, a scoprire di essere fatti per l’infinito: educarli a desiderare, anche incoscientemente, Cristo.
Questa è la sfida che portiamo a casa: il momento del sabato pomeriggio, le poche ore che trascorriamo con loro, devono porre davanti ai loro occhi una vita così bella da essere desiderata sempre e ovunque, un ideale che abbia la forza di essere desiderato tutti i giorni.
Ordinazioni 2010
Ordinazioni 2010: gli auguri di Julián Carrón
Julián Carrón ha inviato a Marco, Paolo, Lorenzo, Patricio e Christoph, gli auguri per le ordinazioni sacerdotali e diaconali.
Clicca sull’immagine
Ordinazioni sacerdotali 2010
Sabato 26 giugno 2010, alle ore 15.30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore, a Roma, mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ordina presbiteri don Marco Basile, don Paolo Di Gennaro e don Lorenzo Di Pietro. Marco sarà in missione a Praga (Rep. Ceca), Paolo ad Alverca (Portogallo), Lorenzo a Colonia, in Germania.
Nella stessa celebrazione sono ordinati diaconi Patricio Hacin, destinato a Città del Messico, e Christoph Matyssek, in partenza per Israele.
Vi invitiamo a pregare per gli ordinandi.
Ordinazioni 2010: “Tu batterai sulla roccia…”
Il sacerdote è un uomo scelto da Dio in mezzo agli altri uomini per essere il tramite, nel tempo e nello spazio, della sua misericordia. Ma le modalità con cui la chiamata di Dio prende corpo sono spesso misteriose. Obbediscono alla fantasia dello Spirito, intrecciandosi misteriosamente nella trama concreta di segni, fatta di volti, circostanze, gesti e parole, che costituisce l’ordito della nostra esistenza.
Così, una sera, può accadere che alcune parole pronunciate tra un boccone di pizza e un sorso di birra si incidano indelebilmente dentro di noi e da quell’istante comincino a lavorare, facendo sgorgare fonti nascoste. «A rifletterci ora, quell’episodio, agli inizi della quarta ginnasio, possiede chiaramente la dinamica, sorprendente e ineffabile, con cui il soprannaturale irrompe e s’intreccia con la nostra storia. Quella sera di settembre mio padre mi rispose: “Gesù ha detto: Quando due o tre s’incontreranno nel mio nome, io sarò in mezzo a loro. In GS ci si propone di verificare questa promessa di Gesù e vedere se la vita con Lui è davvero più bella”. Erano solo poche parole che avrebbero potuto scivolare via. E invece no. Si fermarono, proprio come si ferma un masso che rotola giù dal pendio, arriva a valle, batte sul fondo e sta. Cristo, inarrestabile, potente, vittorioso, si servì di quelle parole pronunciate da mio padre, in quel preciso istante in cui furono dette, per entrare nella mia vita e non mollarla più». A parlare è Lorenzo Di Pietro (Varese, 1976) che, insieme a Paolo Di Gennaro (Milano, 1978) e a Marco Basile (Messina, 1978), sarà ordinato sacerdote il 26 giugno da mons. Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
La sfida è proprio questa: «Tutto doveva procedere da Cristo e a Cristo ritornare, amore, studio, genitori e amici, per cui ogni minimo particolare doveva essere vissuto unicamente al fine di verificare quell’immane pretesa di Cristo». E così le vacanze all’Alpe di Siusi, i canti alpini, il pranzo al sacco, la chitarra, qualche sigaro, le passeggiate nel parco, tutto ma proprio tutto a poco a poco «mi resero per sempre esperto dell’amore di Cristo» fino ad assecondare, malgrado – e attraverso – i dubbi e le ribellioni, il fascino di quell’incontro e ad accettare la sua imprevedibile ma reale presenza, perché davvero «il nostro Dio – continua Lorenzo – è un Dio geloso che non mi ha mai abbandonato. Mi seguiva come fa un padre con il suo bambino mentre impara a camminare. Il bimbo cade molte volte e il padre, reprimendo il dolore e la tentazione di raccoglierlo subito, aspetta che si rialzi decidendo di intervenire solo quando s’accorge che da solo il bimbo non riesce a rimettersi dritto sulle gambe».
Perché per muoversi bisogna avere un punto di partenza, per camminare avanzando, un punto di riferimento, una terraferma, che permette all’individuo di andare e venire e di poter scegliere, insomma di avere libertà. Come scoprire allora qual è la volontà di Dio su di noi? E come aderire ad essa? Nel tempo, attraverso tante cadute, dimenticanze e stanchezze, a poco a poco nascono un punto di vista e un sentimento nuovo della vita, che conducono Lorenzo a chiedere di entrare nel seminario della Fraternità.
«Finalmente mi trovavo in un luogo in cui l’esperienza di Cristo precedeva e superava tutte le parole, tutti i discorsi. Don Massimo non mi aveva mai visto fino ad allora, ma era come se mi avesse atteso da molto tempo. La sua accoglienza disarmante spazzò via quell’istinto di sfida e di difesa che avevo per lungo tempo provato. Non dovevo essere all’altezza di nessuna aspettativa. Al contrario, sorprendentemente, era lui stesso a porsi al mio servizio, al servizio della mia vita e della mia felicità».
Il fascino della vita sacerdotale non si impara e non si racconta, ma si vede, si impone. Per questo, la testimonianza viva e concreta di quanti hanno già aderito al progetto di vita che Egli ha su ciascuno di noi è decisiva, in quanto capace di illuminare la nostra risposta, il nostro “sì”. «Sorprendentemente trovavo in me un’energia, una letizia, un coraggio – confessa Paolo Di Gennaro, allora studente di medicina – e una positività inimmaginabili vista la situazione. In quel periodo accompagnavo mia madre alle sedute di chemioterapia, ma mi rendevo conto che in fondo c’era qualcosa in più che ero chiamato a dare. Ciò che io potevo dare, quando si riesce, è la salute, ma questo non risolve tutti i problemi. E fu così che una sera, tornando a casa, ebbi questa intuizione: devi fare il prete per accompagnare la gente».
Questo è il sacerdote, colui che, vivendo una particolare sequela e intimità con Cristo, è chiamato a farsi compagno di viaggio di altri uomini e donne per aiutarli a crescere e a maturare fino alla loro statura totale. «Subito dopo la laurea, giunse il momento di fare qualcosa. L’unica cosa che sapevo – continua Paolo – era che nel Movimento era nata la mia vocazione e desideravo che il Movimento la educasse e la coltivasse. Per questo chiesi di entrare nella Fraternità san Carlo. Molte volte nei mesi a seguire sono stato assalito dal dubbio: sentivo la mancanza dei miei amici e della professione medica, per cui avevo studiato sei anni, e a volte pensavo che forse mi ero ingannato, ma entrando pian piano nella vita del seminario mi sono accorto che non stavo perdendo nulla. Al contrario, la mia vita era sempre più piena». È la scommessa del dono totale di sé, che non è innanzitutto mortificazione né solo rinuncia, ma strada verso il centuplo, la pienezza e la soddisfazione, lungo la quale si accende una passione per tutto.
«Avvicinandosi l’ordinazione – afferma Marco Basile – ho la certezza di non aver rinunciato a niente, ma di aver ottenuto tutto». Anche in questo caso, il metodo dell’incontro e del dialogo, incarnati dall’eccezionalità di un testimone, si riconfermano decisivi nel suscitare la domanda cruciale: veramente Dio ha a che fare con la mia umanità? «Era la seconda volta che partecipavo ad un incontro di Comunione e Liberazione, non avevo ancora 14 anni. Un giovane carmelitano veniva regolarmente a Siracusa a trovarci e tutti parlavano di lui con una stima che mai avevo visto in dei ragazzi verso un prete. Durante l’incontro, all’improvviso, si volge verso di me e mi chiede: in cosa consiste la grandezza dell’uomo?».
Ogni prete, come ogni uomo, è ricondotto alla questione radicale: cosa desidero per me? Da cosa mi aspetto il bene per la mia vita e la mia felicità? Quali sono le strade che possono favorirla?
«L’incontro con Cristo ha coinciso per me con questa scoperta: c’era Qualcuno interessato alla mia vita e al suo scopo, perché la grandezza dell’uomo è raggiungere lo scopo della vita. Ma qual è questo scopo? Gli anni del liceo, e poi quelli dell’università, sono stati tentativi di risposta a questa domanda. E le risposte si accumulavano: lo studio, gli amici, un buon lavoro, una donna».
Il sacerdote non è privo di affettività. Non gli è proibito amare e affezionarsi alle persone, altrimenti non potrebbe vivere la sua vocazione. «Per me quegli occhi sempre ridenti iniziavano a diventare indispensabili – racconta Marco – ma mi accorgevo che con il desiderio di rivederla, cresceva anche la sensazione di una mancanza. Che cosa significava amarla? Ciò che mi colpiva in lei andava oltre lei, era il suo rapporto con Cristo. Così ho scoperto di desiderare anche per la mia vita la stessa certezza, la stessa letizia che solo l’incontro con Cristo può dare. Avrei dato la vita per lei, mi veniva forse chiesto di darla per Cristo? Avrei fatto di tutto per abbracciarla, mi veniva forse chiesto di abbracciare Cristo, come il prete durante la Consacrazione?». «Questo innamoramento mi ha mostrato come merita di essere amato solo Lui. Per me lo spostamento dello sguardo da quella ragazza al Signore è stato la più grande e incomprensibile grazia fatta alla mia vita. Una grazia, perché non si smette di amare le persone, le si ama più intensamente e liberamente, senza afferrarle».
Dominato da una passione che lo rende partecipe di tutto, attento a tutto ciò che accade nel mondo, il sacerdote ha quanto gli serve per essere un uomo pienamente compiuto. Trova in Cristo lo sviluppo autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva. Trova la libertà.
Napoli canta in Boccea
Nati a Roma
Il prossimo 14 settembre festeggeremo i 25 anni di nascita della nostra Fraternità. Un quarto di secolo non è molto, neppure per la vita di un singolo uomo. Figurarsi poi per la storia della Chiesa, e tanto più per la storia del mondo. Eppure per noi sono una parte di tempo significativa, data l’intensità di esperienze e di avvenimenti che l’hanno contrassegnata. Durante questi mesi vorremmo perciò riandare lungo i primi venticinque anni della nostra storia attraverso gli editoriali che scriverò per Fraternità e Missione. Non per ricercare in una cronologia minuziosa i passi della nostra vita, ma per riflettere su alcuni fuochi che l’hanno contraddistinta.
Vorremmo partire da Roma. Dal fatto che siamo nati a Roma, che qui si è radicato il nostro seminario e il Centro della nostra Fraternità.
San Pietro è venuto a Roma, certamente per ispirazione di Gesù. Non avrebbe potuto né saputo prendere una tale decisione da solo. Forse Gesù gliene aveva parlato già prima della morte. È nata così una simbiosi straordinaria tra la capitale dell’impero romano, certamente una delle città decisive nella storia del mondo, e la capitale del cristianesimo. Fra continuità e discontinuità, Roma è rimasta il centro più affascinante della storia degli uomini. Essa gode di una universalità che nessun’altra città possiede, forse neppure Gerusalemme. Certamente non Bisanzio né Mosca, e neppure New York.
Io sono venuto a Roma mandato da don Giussani. È stato lui a decidere il mio trasferimento da Bergamo a questa città. E così la mia vita è stata decisa felicemente da questa obbedienza. Nel 1985 abitavo a Roma. È stato perciò naturale pensare che la nostra Fraternità che nasceva si sarebbe dovuta radicare qui, anche se solo io fra i preti che firmarono l’atto di fondazione abitavo nella capitale. Qui, alle Cappellette di san Luigi, iniziammo il nostro seminario, tenemmo la prima assemblea, si costituì il primo embrione del Centro della Fraternità, che all’inizio eravamo io e don Sandro Spinelli. Per una comunità che voleva essere missionaria, aperta ad ogni orizzonte del mondo, nascere e svilupparsi a Roma è stata una opportunità meravigliosa. Era sufficiente prestare l’orecchio e l’occhio al movimento missionario di Giovanni Paolo II. Da lui abbiamo sentito le parole «andate in tutto il mondo» rivolte a tutto il movimento e percepite da noi come una frase programmatica. Da lui don Giussani ha tratto l’impulso di un nuovo sviluppo internazionale di CL. Da lui abbiamo ricevuto il coraggio per aprirci alla Russia, alla Siberia, per spingerci fino a Taiwan.
Ma Roma è stata una opportunità straordinaria soprattutto per i seminaristi, forse non sempre pienamente compresa e vissuta. Studiare a Roma la filosofia e la teologia vuol dire entrare in contatto con la storia della Chiesa che parla attraverso le pietre, i documenti, i fatti accaduti in questa città, la presenza stessa della Santa Sede. Ma soprattutto i santi, che hanno vissuto a Roma, l’hanno evangelizzata, e da qui sono partiti per nuove missioni. Roma presenta una teologia viva, mette sotto gli occhi di tutti l’attualità del cristianesimo, anche i suoi tradimenti, le sue inerzie, i suoi travisamenti.
Per i nostri missionari, partire da Roma vuol dire sapere che la propria casa è là dove Gesù ha voluto il centro del mondo. Ma è anche sapere che il centro del mondo è là dove è ognuno di noi, là dove si celebra l’eucaristia, dove si accoglie il fratello, dove si annuncia Gesù risorto.
Roma è veramente dovunque è l’uomo rinato.
Custodi della famiglia universale della Chiesa
Omelia nella Solennità di san Giuseppe,
Casa di formazione della Fraternità san Carlo.
Sono molto lieto di festeggiare san Giuseppe insieme a voi. Celebriamo san Giuseppe e anche la devozione del popolo di Dio a Giuseppe. Giuseppe e la devozione a Giuseppe hanno un duplice legame. Anzitutto sono legati alla umanità di Gesù. Il culto a Giuseppe certamente si richiama all’umanità di Gesù. Non è per caso che, almeno in occidente, si sia sviluppato, soprattutto con san Bernardino da Siena, quando è diventato forte il senso del rapporto con l’umanità di Cristo, la riscoperta dell’umanità di Cristo, mai dimenticata, ma da allora sentita come umanità che ci tocca da vicino. La seconda dimensione è l’unione con Cristo e Maria, nella sacra famiglia di Nazaret. Questa seconda dimensione è il rapporto con la Chiesa, corpo di Cristo, famiglia di Cristo, allargamento all’infinito della famiglia di Nazaret. Pio IX ha proclamato, proprio per questa ragione, san Giuseppe patrono della Chiesa universale.
In questo quadro stanno le letture che abbiamo ascoltato. Innanzitutto, la profezia-promessa di Natan a Davide, che è la promessa della discendenza davidica che sta alla radice del messianismo regale, o davidico, presente nel popolo di Israele. Questa promessa grande è poi richiamata all’inizio del vangelo di Matteo, con le parole della genealogia, nelle quali si dice che il padre di Gesù era Giuseppe, discendente di Davide. Nel vangelo abbiamo anche quella che a me piace chiamare la “annunciazione a Giuseppe”. Così come c’è una annunciazione, che tutti conosciamo, a Maria, così c’è stata una annunciazione a Giuseppe, in cui l’angelo gli appare in sogno e gli dice di prendere Maria come sua sposa, e gli dice anche perché può e deve prendere Maria come sua sposa: il bambino che lei attende viene dallo Spirito Santo. Abbiamo già qui l’origine divina di Gesù e al tempo stesso la verginità di Maria, che non sono collegate in maniera necessaria, ma, nel concreto del piano di Dio, sono intimamente connesse l’una con l’altra. Poi: “Lo chiamerai Gesù”. Che vuol dire: Jahvé è salvezza, Dio è salvezza. E aggiunge subito: “Egli infatti salverà il suo popolo dal suo peccato”. Ecco l’annuncio del mistero della salvezza, che ha indissolubilmente queste due dimensioni: quella del mistero e quella della salvezza che raggiunge dentro ciascuno di noi.
In questo breve testo c’è anche la qualifica di Giuseppe: uomo giusto. “Giusto” è una parola carica di significato. Giusto davanti a Dio e, poiché giusto davanti a Dio, giusto davanti agli uomini. L’uomo è giusto per la giustizia che viene da Dio, come spiegherà abbondantemente san Paolo, ma come era già nell’Antico Testamento. È una giustizia che non solo viene da Dio, ma che conduce a Dio.
Nella seconda lettura, tratta dal capitolo quarto della Lettera ai Romani, si passa dalla figura di Davide, presente nella prima lettura e poi richiamato nel vangelo, alla figura di Abramo. Di nuovo la paternità, la paternità di Abramo che è un allargamento della discendenza a tutti i popoli. La figura di Abramo è richiamata con tanta forza da Paolo per fondare, per radicare nella rivelazione divina l’allargamento della salvezza a tutti i popoli, il senso pieno del mistero di Cristo. Anche Abramo qui è chiamato “giusto”. Giusto perché ebbe fede, – qui si tratta della giustizia che viene dalla fede – sperando contro ogni speranza. Proprio così è diventato padre di molti popoli, in una paternità universale. A quella paternità Giuseppe partecipa, in quanto patrono, custode universale della Chiesa. Giuseppe partecipa a questo destino: essere patrono e custode della famiglia di Gesù, dilatata a dimensioni universali, universali nello spazio, universali nel tempo, ma anche al di là dello spazio e del tempo. Universali come universale è il mistero della salvezza che è Dio stesso, nostro Salvatore.
* * *
Vorrei ora soffermarmi sulle tre parole che formano il vostro nome: fraternità, sacerdotale, missionari. “Fraternità” vuol dire partecipazione alla famiglia di Nazaret. Una dimensione della fraternità è quella di essere dentro una famiglia: i fratelli appartengono a una sola famiglia. Sono fratelli fra loro per questo. E la fraternità sacerdotale è partecipazione alla famiglia di Gesù. Anche, dunque, all’universale famiglia che si realizza nella Chiesa. Noi come sacerdoti – passo alla seconda parola – siamo al servizio di questa universale famiglia. Ce ne è affidata la cura, la custodia, come Giuseppe aveva la cura della famiglia di Nazaret. Anzitutto custodia dell’amore; certo anche della fede, ma radicalmente, originalmente, custodia dell’amore. Ecco il nostro compito: aver cura della universale famiglia della Chiesa, facendola crescere, per quanto spetta a noi, nell’amore, nell’amore di Dio e quindi nell’amore fraterno. In un amore che non va mai disgiunto dall’obbedienza. Giuseppe ubbidisce alla parola del Signore. Così l’amore vero del prete è un amore ubbidiente a Dio, a Gesù Cristo che (ricordo qui la parola della prima lettera di Pietro) è “arcipastore”, pastore dei pastori, capo pastore. A lui ubbidiamo. La nostra obbedienza punta sempre a lui.
Arrivo alla terza parola: missionari. Chi sono i missionari? Sono coloro che si spendono per accrescere la famiglia di Dio di nuovi figli e di nuove figlie. Questa è la missione. Deve essere la sollecitudine costante che pervade la nostra vita. Non è ansia, nel senso della preoccupazione “pelagiana” di colui che confida in se stesso piuttosto che nella grazia di Dio, e che quindi è ansioso perché si rende conto della sproporzione fra le sue forze e il compito che gli è proposto. Si può anche chiamare ansia, ma in un senso diverso: è un desiderio costitutivo del nostro essere personale. Il mio essere personale è quello di essere questo prete. E l’ansia missionaria è un desiderio costitutivo del mio essere prete, desiderio che muove ogni nostro comportamento e riconduce tutto alla sua radice, sapendo che tutta la vita e la missione della Chiesa è affidata a Cristo e allo Spirito, le due Persone mandate dal Padre per la nostra salvezza. La custodia della famiglia di Nazaret, a cui si è consacrato totalmente il giusto Giuseppe, diventa anche per tutti noi il compito nei confronti della Chiesa, la nostra missione dentro la grande famiglia della Chiesa. È la nostra paternità: nella misura in cui siamo sacerdoti, abbiamo un compito di paternità nella Chiesa, che non è alternativa alla fraternità, ma che rimane sempre anche fraternità. Fraternità fra i sacerdoti, ma anche con tutti i nostri fratelli in Cristo e, alla fine, con tutti i nostri fratelli in umanità. Fraternità che è custodia nell’amore e nell’obbedienza, ed è passione per la missione. Continuiamo la santa Messa con questa intenzione: che tutti noi diventiamo ciò che siamo sacramentalmente, quello che il Signore ha disposto per noi nel suo amore eterno e preveniente.
19 marzo 2010
nella foto: il card. Ruini durante l’omelia nella cappella della casa di formazione
Serata musicale in seminario
Via Crucis in casa di formazione
Sotto la neve…
Notizie da Roma…
Ieri, martedì 26 gennaio, un gruppo di giovani studenti della Scuola Sant’Angela Merici (di cui oggi ricorre la memoria) di Desenzano Del Garda, ospiti dell’Accoglienza Internazionale, hanno partecipato alla santa messa in cappella della casa di formazione. Ricordiamo che l’Accoglienza è disponile per ospitare gruppi, parrocchie, scuole ecc. Per informazioni: info@accoglienzainternazionale.com
Nell’ora di Gesù
dove si decide il presente e il futuro della vostra vita, della vita di ciascuno di voi? e, poiché ormai la vostra vita è così legata alla nostra, dove si decide il presente e il futuro della nostra Fraternità?
Nelle deliberazioni ponderate e sagge del nostro consiglio? Nella nostra passione educativa? Nel discernimento che noi superiori esercitiamo sulla vostra esistenza? Nella dedizione missionaria dei nostri fratelli? (E l’elenco delle domande potrebbe essere molto lungo).
Certamente in tutto questo. Ma vi è un livello ben più profondo e più importante su cui desidero soffermarmi stasera con voi che operate questo passaggio e con tutti i seminaristi, i preti e gli amici qui presenti.
Il presente e il futuro si decidono nel sì che ora dite e che sarete chiamati a dire centinaia di volte, nel segreto della vostra coscienza o in pubblico.
Il destino della esistenza di una persona e di una comunità si gioca in quel misterioso e furtivo incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo, ove si combatte la grande battaglia tra bene e male, che si ripete in ogni ora della storia e determina la storia dell’uomo e dei popoli molto più dei grandi consessi nazionali o internazionali.
A che cosa l’uomo è chiamato a dire sì (o no)? Ed è solo in questa decisione?
A questi due interrogativi può aiutarci a rispondere la liturgia di questa sera.
L’uomo è chiamato a rispondere a Dio che lo invita a partecipare alla sua vita di luce, di gioia, di donazione. Alcuni uomini sono poi chiamati a partecipare della sua volontà di salvare gli uomini. Per questo si è fatto uomo. Per questo chiama voi.
Questa chiamata di Dio non avviene una volta sola. Avviene innumerevoli volte lungo il corso dell’esistenza, in innumerevoli ore. L’ora. È una espressione di Gesù: non è ancora la mia ora…, essendo giunta la sua ora. Siamo chiamati a partecipare alla sua ora, alla sua volontà di correre incontro all’uomo in ogni ora della storia.
L’incontro tra Dio e l’umanità, con chiara allusione descritto da san Giovanni nel Vangelo delle nozze di Cana, avviene nell’ora di Gesù. Noi veniamo invitati ad entrare in quel movimento, a collaborare con Lui nella sua sete di salvare gli uomini e far loro conoscere il Padre.
Entrare nell’ora di Gesù con tutto noi stessi, con tutti i nostri doni personali, come allude il brano di san Paolo che abbiamo ascoltato.
Ma c’è una considerazione ancora più importante di tutto ciò che ho detto finora. Ed è che la nostra non è mai una risposta che siamo chiamati a dare nella solitudine. Neanche per Gesù è stato così. Mentre la solitudine gli suggeriva di dire: Non è giunta la mia ora, la Chiesa, rappresentata da Maria, lo spinge a dire di sì, e soprattutto a fare di sì: Fate quello che Lui vi dirà.
Il nostro sì, che ha certamente bisogno di silenzio e di preghiera per maturare, non è però il frutto finale di riflessioni personali, di macerazioni solitarie e tormentate, della nostra povera sapienza umana. Confrontiamoci sempre con la Chiesa che parla attraverso i nostri amici veri, i nostri superiori, i nostri padri spirituali, il fondo segreto della coscienza quando non ci rimprovera.
Non diventate mai i solitari e sicuri consiglieri di voi stessi! Soprattutto non fate della paura del giudizio degli uomini il vostro banco di prova! Lasciatevi consigliare da chi vi ama, da chi vi apre le strade della speranza e della carità. Amen.
Omelia per le ammissioni agli ordini sacri – casa di formazione, 16 gennaio 2010
Seconda domenica del tempo Ordinario (anno C): Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12
Il primo “sì”
Sabato 16 gennaio, alle ore 19.00, presso la cappella della casa di formazione di Roma, avrà luogo l’ammissione agli ordini sacri di Michele Benetti, Nicolò Ceccolini, Matteo Collini, Donato Contuzzi, Lorenzo Locatelli e Daniele Scorrano. Vi invitiamo a pregare per i seminaristi.
Egli viene per chiamarvi
La liturgia di questa sera ci fa entrare in un momento particolare della vita di Gesù. Sta scendendo da Betania verso Gerusalemme. La vista è splendida da quel punto. Anche agli occhi di Gesù la Gerusalemme di allora doveva sembrare impressionante nella sua bellezza. E Gesù si commuove, e si mette a piangere. In fondo, lui era venuto per lei. Nessun altro punto della terra era importante per Gesù come Gerusalemme, neanche Betlemme e Nazareth, neanche Betania e Cafarnao. Perché Gerusalemme era la città di Davide, e sul suo monte era stato costruito il tempio che Gesù stesso ha chiamato “la casa di mio padre” (Gv 2, 16), dichiarando in questo modo di essere figlio di Dio e di riconoscere nel tempio il segno di ciò che sarebbe stato nei secoli il Suo corpo.
Egli era venuto per Gerusalemme, e Gerusalemme non lo aveva accolto. Anche a questo allude san Giovanni nel suo prologo, quando dice “venne tra i suoi, e i suoi non lo accolsero”. Tutta la vita di Gesù è stato un andare verso Gerusalemme. La vita di Gesù è stato il giorno, l’occasione per Gerusalemme, ma lei si era chiusa su se stessa, sicura della propria effimera santità, che come carta cadrà lasciando sulla terra un mare di macerie e di morti.
Il mistero di Gerusalemme illumina il mistero della nostra vita. Anche a noi viene Gesù. Anche a noi chiede il nostro sì. Egli viene in tanti momenti della vita, si può dire che egli venga in ogni istante della vita. Ma ci sono alcuni momenti che acquisiscono un significato particolare. Essi sono, per usare l’espressione di Gesù, “il suo giorno”. E attraverso il nostro sì diventano il nostro giorno.
Questo che voi vivete, cari fratelli che ricevete l’accolitato e il lettorato, è uno di questi giorni. Dentro il semplice rito e la semplice attribuzione a voi di un compito di pure lontana preparazione al sacerdozio, avviene qualcosa di molto più importante. Venite chiamati da Dio a riconoscere la sua continua venuta nella vostra vita. Egli viene per chiamarvi, per sollecitarvi a seguirlo, per aprirsi alla sua manifestazione. In questo modo la vostra vita si apre a sempre nuove dimensioni, verso sempre nuove scoperte e, infine, fiorisce in quella sua statura definitiva che il padre ha pensato per ciascuno di voi e che sarà il vostro volto eterno nel regno di Dio.
In Gesù Dio viene definitivamente. Tutte le sue venute non sono altro che manifestazioni successive di un’unica venuta. Lo contempleremo meglio nel prossimo Avvento e nel Natale. C’è un solo Natale, così c’è un solo Avvento, e una sola manifestazione di Gesù. Ma, per il nostro cuore debole, per la nostra mente traballante, per la nostra libertà così incerta, egli viene continuamente. Egli necessita di essere continuamente accolto e scoperto. Così, questa sera, viene ancora per voi, e verrà nei prossimi giorni, mesi ed anni.
In Gesù il Padre si manifesta non solo definitivamente, ma anche completamente. Gesù è la realizzazione piena di ogni promessa. Nel suo “sì” alto, sicuro, luminoso, ha reso possibile il nostro “sì”, che, da prima timido e quasi faticoso, diventa poi sempre più lieto, convinto, e quasi naturale.
Anche noi dunque questa sera vogliamo dire “sì” insieme a voi. Sì, voglio seguirti. Sì, io prendo tutto me stesso, e ti seguo. E’ importante, questo “tutto me stesso”. Gesù ha detto “prenda la sua croce e mi segua”, chi vuole seguirmi. Leggo in questo invito di Gesù la sollecitazione a seguirlo con tutto me stesso, con tutta la mia mente, con tutto il mio cuore, anche con tutta la mia debolezza, fatica, e perfino con i miei peccati. Lo ha detto Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis: “L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo deve, con la sua inquietudine e incertezza, e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve entrare in Lui con tutto se stesso, deve appropriarsi ed assimilare tutta la realtà della incarnazione e della redenzione per ritrovare se stesso.” (RH 5)
Gesù amava Gerusalemme. Egli ama colui e coloro a cui è mandato dal Padre. L’intensità del suo pianto rivela l’intensità del suo amore. Egli ama in modo particolare ciascuno di voi, che questa sera visita con una grazia speciale, offrendo tutto se stesso e chiedendo a sua volta a voi di donare generosamente tutta la vostra vita per poter essere felici ministri della sua grazia.
Omelia in casa di formazione per il conferimento del lettorato e dell’accolitato ad alcuni seminaristi
19 novembre 2009
Il vento di Dio
La storia dei primi venti anni della Fraternità san Carlo. Raccontata in prima persona dal fondatore, essa è occasione per ripercorrere le tappe più significative della storia della Chiesa lungo il pontificato di Giovanni Paolo II e gli inizi di quello di Benedetto XVI, mostrando le strade del suo rinnovamento.
Ecco alcuni capitoli del libro:
capitolo primo: L’inizio
capitolo terzo: La casa di formazione
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Compagnie a Casamari
Per educare uomini
Proponiamo un’intervista a don Gianluca Attanasio, rettore della casa di formazione: paternità, vita comune, educazione
Don Gianluca, raccontaci l’inizio del tuo lavoro come rettore.
Prima di essere rettore, sono stato vicerettore per cinque anni. Avevo poco più di trent’anni, e quattro anni di sacerdozio. Mi occupavo, all’inizio, degli aspetti organizzativi della vita del seminario. Poco dopo, ho cominciato a constatare che i seminaristi si affidavano a me con grande fiducia, con grande apertura. Guardavano a me, ascoltavano ciò che dicevo: ho iniziato così a prendere coscienza della paternità che vivevo nei loro confronti. Da una parte questo mi ha spaventato, anche considerando i limiti che ho; dall’altra mi ha entusiasmato. È stata un’esperienza di paternità che nel tempo è andata sempre più crescendo. Non sei padre prima di avere dei figli. Impari a essere padre insieme ai figli che crescono con te. Occorre accettare di crescere nel rapporto con le persone che ti sono affidate, crescere insieme a loro.
Paternità, dunque. Che cos’è per te la paternità?
L’esperienza di paternità che ho cercato di descrivere si è sviluppata attorno a due fuochi. Il primo, che emerge d’altronde anche nel rapporto con le altre persone con cui ho a che fare come sacerdote, è lo stupore dell’unicità, della singolarità e della profondità di ciascuna persona. Santa Teresa di Gesù Bambino dice che ci sono più differenze tra le anime che tra i volti. Ciascun volto esprime una realtà irripetibile. Entrando in rapporto con l’anima delle persone, cioè con la loro profondità spirituale, si scopre che ciascuno è un universo in cui non si finisce mai di entrare. Non ci si stanca mai di intrattenersi con l’altro. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Era lo stupore per il dono delle persone che mi erano affidate.
L’altro fuoco: vivendo con i seminaristi, parlando con loro, mangiando insieme, trascorrendo le vacanze assieme, studiando insieme a loro, si è sviluppata in me una conoscenza così profonda delle loro persone, da superare, in alcuni casi, anche la conoscenza che ciascuno aveva di se stesso. Nel rapporto con me erano aiutati a scoprire alcuni degli aspetti della loro persona che ancora rimanevano latenti ai loro stessi occhi.
Il compito precipuo della paternità è, dunque, aiutare i figli a scoprire i doni che Dio ha dato loro. Affidando dei compiti, delle responsabilità, consigliando certe letture.
Insieme a questo lavoro di valorizzazione, il mio compito è anche correggere i lati oscuri delle persone con cui vivo, avere il coraggio di manifestare chiaramente ciò che non va, senza la paura di perdere la stima di chi mi segue. Dopo la prima reazione, a volte anche di rabbia e di rifiuto, molti sono grati per il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di correggerli, senza la paura di perdere la loro stima.
Oltretutto, mi ha stupito che in alcuni questa fosse un’esperienza nuova, mai vissuta prima dell’ingresso in seminario. È un chiaro indice della carenza della figura paterna nel mondo di oggi e, dall’altro lato, della necessità di essa.
L’idea di seminario nell’immaginario collettivo fa pensare a corridoi bui, ai libri di Dan Brown, a un’immagine molto scura, timorosa. Tu parli del seminario come fosse una famiglia.
Don Massimo ha sempre detto che il nostro non è un seminario, ma una casa di formazione. Questo nome esprime un’intenzione profonda, presente sin dall’inizio, esprime l’essenza di ciò che vogliamo vivere. Noi vogliamo vivere una casa. Una casa è costituita da una vita comune: superiori e seminaristi mangiamo assieme; passiamo assieme del tempo libero, delle serate.
Ricordo che, quando entrai in seminario, don Massimo disse che ciascuno aveva la chiave di casa, ciascuno poteva entrare e uscire a piacimento, purché si confrontasse con i superiori, per valutare se l’uscita fosse utile per la strada che stavamo facendo insieme. Proprio come in una casa, si dice dove si va, quando si esce. Perché ci sia un clima di casa, è dunque necessaria una grande libertà.
Certamente, una delle esperienze più belle della vita del seminario è lo studio insieme, il fascino della scoperta. La nostra vita è una vita comune nella ricerca della verità che ci supera e ci trascende, che è Cristo. Lo studio è sempre vissuto da noi come espressione della vita comune. È solo nell’amore che si conosce veramente la verità. Studiare con i seminaristi, approfondire le loro materie, fare assieme un lavoro alla scoperta di teologi e padri della Chiesa che ci hanno preceduto indicandoci la strada; studiare don Giussani e la liturgia: sono tutti aspetti molto affascinanti della vita comune in seminario.
Questo è un seminario che prepara ad essere missionari. Nell’immaginario comune, il missionario è un eroe, che va in terre sconosciute… Che cos’è la missione?
La caratteristica specifica della nostra Fraternità, l’essenza che la contraddistingue da altri tentativi, pur nobilissimi, è il concepire la missione come il dilatarsi della vita comune vissuta in una casa. San Leone Magno dice che non è opportuno che prenda l’incarico di annunciare Cristo agli altri chi non vive la comunione fraterna.
Annunciare Cristo facendo dei discorsi, per quanto giusti essi possano essere, è un conto; tutt’altra cosa è invece annunciare Cristo comunicando l’esperienza di cambiamento di sé che comporta il vivere con altri. Un conto è dire a un marito o a una moglie che devono stare tutta la vita col coniuge, un altro è mostrare che noi accettiamo di vivere con le persone che ci sono date in casa, chiunque esse siano.
(nella foto: un momento delle vacanze estive della Fraternità san Carlo, agosto 2009)
Camilian Demetrescu: lettera aperta ai sacerdoti
Proponiamo un testo interessante dell’artista rumeno Camilian Demetrescu, che ha presentato in seminario una settimana fa.
Lettera aperta ai sacerdoti delle chiese nuove di oggi e di domani
Carissimi, quando mi trovo in uno di questi nuovi fabbricati registrati al catasto come “luogo di culto”, in quale voi, seguendo la vostra missione sacerdotale, dovete celebrare la parola di Dio, non posso fare a meno di chiudere gli occhi e chiedermi che cosa manca per sentirmi veramente dentro una chiesa, dove mi trovo e perché avverto intorno a me questo incolmabile vuoto?
Che cosa è rimasto dentro le mura di cemento e di pietra artificiale di un simile edificio segnato ancora da una croce solitaria? Di tutto quello che i costruttori delle cattedrali, dei sacelli o delle piccole pievi di campagna ci hanno lasciato nei tempi “bui” del medioevo, di tutto l’ingegno che le maestranze, i pittori, gli scultori, i mastri della pietra, del ferro, del legno, gli orafi e i tessitori, vi mettevano per raffigurare il corpo di Cristo nel corpo di una chiesa, di tutto questo non è rimasta oggi che la vostra voce umana per trasmetterci dal vivo la Verità del Verbo. Tutto il resto sembra sia stato risucchiato da un ciclone oscuro nella voragine dell’oblio, scaricato nelle betoniere di questa civiltà meccanica che stritola e divora la memoria della grande storia cristiana.
Con questi sacri detriti i costruttori di oggi forgiano nelle moderne “fabbriche del Duomo” – del Duomo-silos – la cattedrale d’”avanguardia” dei nostri tempi, che Hans Sedlmayr chiama, eufemisticamente, “garage per le anime”. Piantato nel cuore della metropoli, in spazi di alta densità urbanistica, in stridente flagranza con l’anima della città, questo silos non è certamente una “cattedrale nel deserto”. Il deserto sta dentro di se. E’ “il deserto nella cattedrale” la conquista dell’analfabetismo regnante nell’odierna architettura del… “sacro”.
Che cosa intendo per questo vacuum che rimbomba attorno a noi in questi “garages per le anime”? Mentre celebrate la Santa Messa, la vostra parola è rimasta l’unico tramite per incontrare il messaggio divino. Scriveva Meister Gerhardt nel XIII° secolo:
“Dio è una parola, il regno dei cieli è una parola; oltre la parola non abbiamo che il simbolo per definire la presenza di Dio” .
Ecco quello che manca in questi edifici nuovi: Il Simbolo. La raffigurazione visibile della parola divina. Se Cristo è il Dio incarnato, l’invisibile che di fa vedere, il Simbolo è la Parola di Dio incarnata.
Quando, nella settimana Santa si leggeva in chiesa l’Apocalisse, mentre il testo parlava del Cristo in trono che annuncia il Verbo primordiale, nell’affresco dipinto sulla parete, nell’immagine scolpita sul capitello o disegnata sulla pergamena, il fedele vedeva raffigurato il Cristo con una spada a doppio taglio in bocca, simbolo della forza invincibile della parola di Dio, del Verbo incarnato. L’iconografia della chiesa romanica illustrava il vecchio ed il nuovo testamento, la vita di Gesù e i fatti degli Apostoli, in chiave simbolica. La croce della crocefissione e del trionfo di Cristo raffigurata sugli altari (come a San Salvatore di Vasanello) o sui mosaici (di San Clemente in Roma) appariva come un albero dalle cui radici sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, con i due cervi che si abbeverano dalle acque limpide come il cristallo, simbolo dell’Albero della Vita.
Durante la lettura dei brani liturgici, ascoltando la vostra parola, che cosa può vedere oggi il popolo su una parete di cemento nudo, o dentro una finta vetrata astratta senza alcun riferimento ad un tema sacro? L’arte astratta, gradita da alcuni sacerdoti nella loro chiesa, contraddice il principio stesso del cristianesimo: l’incarnazione del divino, il Dio invisibile che si fa vedere, lo spirito che appare ai nostri occhi in sembianze umane. Rimandare nell’invisibile il volto di Cristo, astrattizzare il creato e le sue fome simboliche, significa togliere all’immagine il mistero dell’incontro tra spirito e materia, tra Dio e l’uomo. Il declino della catechesi visiva ha lasciato sola la parola. Viviamo in un una civiltà dell’immagine, ed è proprio per questo che la presenza di una iconografia simbolica diventa indispensabile per rafforzare il significato della parola.
Gli addetti della modernità sostengono che viviamo in un altro tempo, che l’uomo di oggi non ha più bisogno di rappresentare i temi biblici come una volta, che bastano segni essenziali per comunicare i concetti sacri. La liturgia è stata compressa, inserita nel frettoloso ritmo della vita quotidiana, le omelie sono ridotte spesso a considerazioni sociologiche, il catechismo segue la stessa regola.
Abbiamo bisogno urgente di un ritorno all’iconografia, evidentemente senza imitare il passato, in uno spirito di rinnovamento nella continuità della grande tradizione cristiana. Il vostro ruolo, carissimi sacerdoti, è fondamentale. Con pazienza e determinazione dovete restaurare il principio dell’unità corale delle arti, come ai tempi della fioritura medievale, rimettere al loro posto i temi iconografici della chiesa di sempre, nello spirito di una visione simbolica liberata dalle decorazioni superflue che nel barocco avevano raggiunto il massimo di ambiguità tra sacro e profano, tra chiesa e palazzo principesco.
La scomparsa del simbolo nella nuova architettura ecclesiale ha molteplici aspetti e cause. In nome della “purezza” di ogni disciplina artistica – pittura, scultura, musica, architettura – che non dovevano essere più contaminate da concetti letterari, filosofici, morali o religiosi, si è arrivato nei tempi moderni alla separazione delle arti, alla disgregazione della loro integrità corale che costituiva la maestà delle cattedrali medievali, i veri musei della civiltà cristiana, aperti al popolo dal sorgere del sole fino al tramonto. Il divorzio tra architettura e le altre arti ha partorito questo vacuum all’interno della nuova chiesa parrocchiale, dei grandi santuari e dei vari altri garages per le anime spuntati nella città.
Per di più, la struttura stessa dell’edificio ha perso i riferimenti simbolici originali. La chiesa non è più orientata, l’altare non guarda più verso il sol levante, come nella tradizione paleocristiana e bizantina, ereditata dal tempio egizio e da civiltà precedenti. Il concetto stesso di “orientatio”, scompare gradualmente già dal periodo post medievale, sostituito da ragioni di inserimento urbanistico del fabbricato nel tessuto della città. Nei tempi moderni si perde completamente ogni traccia di riferimento alla centralità cosmica della chiesa e dell’altare, del rapporto simbolico tra la festa patronale e il punto geografico del sorgere del sole in quel giorno. Siamo ad anni luce dal tempo in cui ogni chiesa era il centro del mondo, il luogo sacro dell’incontro tra uomo e Dio.
La chiesa rappresenta, simbolicamente, il corpo di Cristo. L’abside ne è la testa, la navata il corpo, il transetto le braccia aperte del crocefisso benedicente. Come potrebbe un edificio che sembra piuttosto una sala congressi, una palestra, l’atrio di un motel a cinque stelle o un capannone fieristico impersonare il corpo di Cristo? Il costruttore di turno di questi edifici non si preoccupa di simili particolari, sia perché li ignora, sia perché li considera del tutto superflui.
L’architetto contemporaneo, salvo eccezioni, è figlio di quell’illuminismo che ha acceso sul pensiero umano, per la prima volta nella storia, il faro della luce artificiale di una razionalità senza Dio, nel rifiuto della trascendenza e della millenaria esperienza spirituale dell’uomo. Ma non solo l’architetto. Il nuovo stile nell’architettura “sacra”, se possiamo ancora chiamarla così, rispecchia in fondo la mentalità regnante a tutti i livelli: statale e privato, consiglio parrocchiale, soprintendenza, sponsor, diocesi e… il parroco.
Evidentemente, l’architetto moderno deve lavorare in assoluta libertà, senza alcun obbligo di imitare i modelli del passato; egli può dare sfogo alla sua immaginazione creativa, pur nel rispetto dei simboli cardinali della chiesa cristiana. Anche dal periodo paleocristiano la geometria della pianta esprime il dialogo tra il cerchio (l’abside) e il quadrato (la navata), tra Dio e l’uomo. L’abside semicircolare, per il suo significato sacro non può essere quadrata, triangolare, o mancare del tutto, così come la navata non può essere circolare, trapezoidale o asimmetrica. Sono regole elementari che non impongono al costruttore una soluzione architettonica prestabilita. E’ libero di immaginare forme nuove, senza però buttar via i significati originali, così come il sacerdote non può svestirsi dei paramenti liturgici per celebrare la messa in blues jeans, come i “preti operai” della teologia della liberazione. Non si può trascurare il significato sacro del rito archetipale.
La famosa chiesa a forma di nave, ideata da le Corbusier nella prima metà del novecento, è solo una metafora, non un simbolo. Suggerisce la sagoma di una nave, ma non é una nave, mentre la chiesa che impersona il corpo di Cristo, è il Cristo stesso. La chiesa del Giubileo di Roma, il lussuoso garage per le anime firmato da un prestigioso nome di oggi, non aveva una croce, perché, presumibilmente la croce non si integrava nell’estetica della facciata. Fu inserita ulteriormente in seguito alle proteste dei parrocchiani.
Negli ultimi trent’anni, da quando decisi di abbandonare l’arte astratta per dedicarmi ad un’arte incentrata sul sacro, ho conosciuto molti sacerdoti giovani diventati buoni amici. Da loro ho saputo che nei seminari teologici non si studia la simbologia dell’iconografia cristiana; si fa cenno soltanto ai simboli essenziali liturgici. I sacerdoti che invece hanno la fortuna di celebrare la messa nelle cattedrali e nelle pievi romaniche in cui si conservano favolosi programmi iconografici medievali, si trovano in difficoltà a svolgere una catechesi visiva per spiegare alla gente, e soprattutto ai giovani, il significato di questi tesori d’arte. La scuola, i media, la televisione non se ne occupano che sporadicamente, le guide turistiche raccontano ai visitatori banalità che non dicono niente, l’insegnamento artistico sfiora il tema del sacro marginalmente, e perfino gli artisti disposti a collaborare dicono che tutta l’arte è per definizione sacra, e che dunque non può esistere una distinzione tra sacro e profano.
In assenza di una iconografia vera, consone alla struttura simbolica dell’edificio, la pietà e il buon senso popolare tenta di animare gli spazi vuoti con immagini e oggetti artigianali fabbricati in serie – cromolitografie, madonnine, santini ecc. – acquistati sul mercato dei souvenirs, oggetti che svolgono una funzione puramente ornamentale, rendendo ancora più anonime le pareti e l’ambiente della chiesa nuova; oggetti che non aggiungono niente alla catechesi della parola, che rischia certe volte di rimanere astratta. Sono pochissimi ormai gli artisti professionisti in grado di concepire e realizzare una iconografia essenziale e unitaria per offrire allo sguardo un supporto visivo alla parola. Purtroppo non esiste oggi un’accademia d’arte sacra dove le giovani generazioni di artisti possano imparare la cultura del simbolo. La necessità di fondare una simile accademia è urgente.
Carissimi sacerdoti, abbiamo bisogno delle vostre energie e della vostra determinazione spirituale per vivere insieme la rinascita della chiesa di Cristo. Non lasciate sola la vostra parola! Il popolo ha bisogno di ascoltare, e, allo stesso tempo, come sempre, di vedere la liturgia.
Camilian Demetrescu
pittore, scultore e studioso d’arte romanica
Lavorare per la bellezza
C’è una scena del film “Le ali della libertà” (1994) di Frank Darabont che mi ha sempre colpito: quando i detenuti del rigido penitenziario di Shawshank devono rifare il tetto del carcere, lavorando sotto il torrido sole estivo. Ad un certo punto viene loro offerta una birra fresca, che possono gustarsi tranquillamente seduti sul tetto guardando il cielo terso. Il protagonista commenta la situazione con queste parole: «Stavamo lì seduti, il sole ci picchiava sulle spalle e ci sentivamo liberi. Era come se stessimo asfaltando il tetto di casa nostra, eravamo i signori dell’intero creato».
Lavorare per rendere più bella la propria casa è una delle esperienze più gratificanti che si possano fare. A questo abbiamo dedicato alcune giornate del mese di settembre nella Casa di Formazione a Roma. Sotto la guida esperta del papà di un seminarista abbiamo costruito una quindicina di panche ed una decina di tavoli in legno, che utilizzeremo per cene all’aperto ed altre occasioni.
Il seminario si è trasformato in una piccola azienda a conduzione famigliare con una quarantina di giovani dipendenti, inesperti, ma volenterosi. Nel parco abbiamo costituito una vera e propria catena di lavoro: dal taglio e levigazione del legno, alla verniciatura e all’assemblaggio. Chi non partecipava alla fabbricazione delle panche ha restaurato una trentina di tavoli della biblioteca che usiamo quotidianamente per gli incontri e lo studio. Noi seminaristi, insieme ad alcuni preti, abbiamo smesso temporaneamente l’abito ecclesiastico per indossare magliette e tute da lavoro. A metà mattina prendevamo una pausa rigenerante e rinfrescante con panini al prosciutto crudo, acqua, ed un fresco vinello bianco. Poco dopo le sei del pomeriggio ritornavamo nelle nostre stanze e, dopo una doccia corroborante, ci preparavamo per la messa con i vespri delle sette.
Abbiamo lavorato con passione e ilarità, ognuno secondo le proprie caratteristiche: dal seminarista-teologo che forse per la prima volta prendeva in mano un cacciavite, all’ex ingegnere meccanico che finalmente poteva riporre in libreria il manuale di filosofia moderna per impugnare la macchina levigatrice. Ma tutti avevamo una consapevolezza comune: che stavamo lavorando per rendere più bella e accogliente casa nostra, per noi e per le persone che così spesso ci vengono a trovare.
vai alla galleria fotografica di una giornata di lavoro
Lavoro in seminario
Ordinazioni 2009
Ordinazioni 2008
Chiamati al sacerdozio
Non si assomigliano affatto, Daniele e Pietro: il primo, siciliano di Messina dai modi schietti che ispirano subito simpatia, vive a Santiago del Cile, dove offre il suo servizio presso una parrocchia alla periferia della città. Il secondo, della provincia di Varese, studia teologia a Washington: di lui colpiscono la sintesi e i tratti tipici di chi il pragmatismo lombardo ce l’ha nel sangue. Due storie agli antipodi, ma sorprendentemente simili perché accomunate dalla passione per Cristo.
A fine giugno Daniele e Pietro si sono incontrati a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, per rispondere alla stessa chiamata ed essere ordinati sacerdoti missionari della Fraternità san Carlo.
Daniele Dizione è cresciuto in una famiglia semplice, dove la grande fede della mamma e l’incontro con Comunione e Liberazione a 12 anni hanno segnato la sua infanzia fino a far germogliare in lui una vocazione «che è stata naturale come respirare, come imparare a camminare o a parlare», per usare le sue stesse parole.
Ma dopo la laurea in Matematica la vita di Daniele sembra prendere tutt’altra strada: il lavoro a Roma e a Milano, poi un prestigioso master a Stresa, fino alla promettente carriera di manager in una importante azienda.
Poi, prepotente e inesorabile, una chiamata che ha la voce e le parole di don Julián Carrón agli esercizi Spirituali della Fraternità di CL, riporta Daniele verso quella forma di vocazione che lo aveva affascinato da bambino. «Non è stata una scelta tra possibili opzioni – precisa Daniele – Lui mi ha preso in modo così prepotente, che ho solo potuto lasciarLo fare, perché se avessi combattuto ne sarei uscito sconfitto».
Daniele è in Cile da settembre 2008, dove vive con altri cinque sacerdoti della San Carlo e presta servizio presso la parrocchia Beato Pietro Bonilli, che riunisce oltre 90 mila fedeli nella periferia più povera e violenta della città di Santiago, nella zona del Maipo.
E proprio in questa periferia questo giovane diacono ha potuto «godere dei colori di un fiore che altri, prima di me, hanno piantato», come la nascita, tra i ragazzi della parrocchia, di Gioventù Studentesca.
La caritativa in un ospizio con quindici di loro che, alla domanda «Chi siete?», rispondono senza esitare «Siamo di Comunione e Liberazione»; le vacanze con centoventi ragazzi che mettono in scena il Miguel Mañara di Milosz e si chiedono cosa c’entra la morte improvvisa di una professoressa con la bellezza che hanno incontrato.
Così Daniele riscopre continuamente la sua vocazione e rivive i passi della sua storia che, dalla Sicilia, lo hanno portato fino qui, nel cuore dell’America Latina, a fare esperienza che, come disse don Carrón a quegli Esercizi spirituali del 2000, «Non si tratta di un’assenza da colmare, ma di una Presenza da abbracciare».
Pietro Rossotti viene dal varesotto, dove la sua famiglia lo ha cresciuto nella fede solida e «operativa» che, nelle preghiere della sera «per i sacerdoti missionari», custodiva già il germe inconsapevole della sua vocazione.
Gli studi in Filosofia all’Università Statale di Milano e l’incontro con il movimento di CL sono per Pietro l’occasione per sperimentare un’amicizia stringente, in primo luogo con don Pino (don Stefano Alberto), anche lui della Fraternità san Carlo.
«L’amicizia tra alcuni e verso di me – racconta Pietro – fu ciò che più mi colpì. E fece nascere in me il desiderio di dare tutto a Chi mi stava dando tutto attraverso l’amicizia di quei tre o quattro». Dopo la laurea Pietro partecipa ad un pellegrinaggio a Czestochowa, e si chiarisce in lui la vocazione alla verginità, ma la forma del sacerdozio arriva dopo, come proposta dell’amico più grande, don Pino, che lo invita ad incontrare don Massimo Camisasca.
Pietro entra in seminario nel 2003, e viene mandato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2006, a Boston, dove la sua passione e la sua inclinazione per lo studio gli danno la possibilità di frequentare un Master in Education presso la Boston University.
Dall’inizio di quest’anno Pietro vive con altri tre sacerdoti della San Carlo a Washington, dove sta studiando teologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia.
E gli incontri inaspettati in università in un paese come l’America, dove tutti desiderano tutto, ma non hanno mai provato un «per sempre», sono per Pietro le circostanze della missione.
Per questo ragazzo così acuto e quasi sbrigativo perché teso all’essenziale non c’è distinzione tra cristianesimo e missione, perché la Chiesa è il mondo, e la missione è la Chiesa stessa.
È una prospettiva che ribalta il mondo, lo apre, annulla le distanze tra Santiago del Cile e Washington, tra Messina e il varesotto, tra una parrocchia di periferia e le aule di un’università.
Ed è uno spettacolo di cui chi è stato a Roma per l’ordinazione di Pietro e Daniele ha potuto certamente godere in tutta la sua miracolosa bellezza.
Messaggio d’auguri agli ordinandi
Ai carissimi
Don Daniele Dizione
Don Pietro Rossotti
e
Marco Basile
Paolo Di Gennaro
Lorenzo Di Pietro
Carissimi amici,
con commozione e gratitudine partecipo insieme a tutto il Movimento alla gioia della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, di don Massimo e di don Paolo, dei vostri cari genitori, amici e benefattori nel giorno della vostra ordinazione sacerdotale e diaconale per l’imposizione delle mani di mons. Paolo Pezzi.
Come ha ricordato il Santo Padre nella recente Solennità del Corpus Domini “Cristo vi ha scelto perché insieme a Lui possiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo”.
La scelta di Cristo che vi ha afferrato attraverso il fascino riconosciuto del carisma di don Giussani e l’appartenenza al Movimento vi rende per sempre suoi testimoni e ministri per i fratelli a cui siete mandati nella compagnia vocazionale della Fraternità San Carlo.
Il vostro “sì” definitivo è per me, e per tutti noi, memoria viva del richiamo forte e suggestivo di don Giussani a quello struggimento per “l’amore dimostratoci da Cristo” (2 Cor 5,14) come scopo a cui tutto il nostro desiderio deve tendere, tutta la nostra attività tende, affinché tutti coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro.
Che la Madonna accompagni i vostri passi in ogni giorno della vostra vita, renda fecondo il vostro operare e custodisca i profondi legami di comunione che in Cristo per sempre ci uniscono al Suo Corpo che è la Chiesa e tra di noi nell’avventura del nostro cammino al Destino.
Milano, 19 giugno 2009
Solennità del SS. Cuore di Gesù
Julián Carrón
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Ordinazioni sacerdotali e diaconali
Sabato 20 giugno 2009, alle ore 15.30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore a Roma, mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, ordina presbiteri don Daniele Dizione e don Pietro Rossotti.
Daniele Dizione sarà in missione a Santiago del Cile, dove ha trascorso l’anno di diaconato.
Pietro Rossotti sarà a Washington (U.S.A.), dove proseguirà i suoi studi in teologia.
Nella stessa celebrazione verranno ordinati diaconi Marco Basile, destinato alla casa di Praga (Repubblica Ceca), Paolo Di Gennaro, che raggiungerà la casa di Alverca, nei pressi di Lisbona (Portogallo), e Lorenzo Di Pietro, che sarà in missione a Colonia, in Germania.
Nella foto: da sin., don Pietro Rossotti e don Daniele Dizione (foto Masi)
Preparare la strada a Gesù
Cari amici,
la liturgia della Chiesa ci presenta questa sera due storie di vocazione estremamente adatte a indicare le tappe fondamentali della vostra strada presente e futura. Intendo soffermarmi solo su quella narrata nel Vangelo.
Essa è estremamente familiare alla maggioranza di noi. L’abbiamo ascoltata, o almeno letta, decine e decine di volte nei commenti che don Giussani ne ha fatto, facendoci immedesimare con quell’avvenimento, come fosse presente; e oggi proprio quell’avvenimento rivive qui con voi e per voi.
Esso è incorniciato da due sguardi. All’inizio si dice che Giovanni il Battista stava là, cioè lungo il Giordano, con due suoi discepoli. Fissò lo sguardo su Gesù che passava. E alla fine si dice che Gesù fissò lo sguardo su Pietro e gli cambiò il nome. In questi due sguardi sta non solo la storia della vostra vocazione, ma anche il metodo per rinnovarla continuamente. Per diventare come il Battista, cioè capaci di portare a Gesù degli altri uomini, capaci di avere dei discepoli per portarli a Gesù. E per diventare come Andrea, Giovanni Evangelista, Simone Pietro. Per diventare continuamente, ogni giorno, dei discepoli.
Innanzitutto Giovanni fissa lo sguardo su Gesù. Acutamente don Attanasio ha scritto commentando proprio questo brano di Giovanni in un testo inedito: «Solo colui che fissa lo sguardo su Gesù è un vero testimone. Giovanni non ha più lo sguardo ripiegato su di sé, ma guarda Gesù. In questo movimento dello sguardo consiste propriamente la conversione. In questo guardare a Gesù e nell’indicarlo come l’Agnello di Dio egli genera alla fede i suoi discepoli».
Voi siete chiamati a diventare come il Battista uomini che preparano la strada a Gesù. Gesù ha bisogno che la sua strada sia aperta nei cuori degli uomini, ha bisogno che i cuori degli uomini siano preparati. Per questo vi chiama a rivivere la vocazione stessa del Battista. Per poterla rivivere dovete innanzitutto fissare lo sguardo su Gesù, rivivere la sua stessa verginità; chiamare degli uomini e delle donne a voi, ma per portarle a Gesù, cioè per generare in loro la fede.
«Questa paternità spirituale – ha scritto sempre don Attanasio – è il compito più alto cui un uomo possa essere chiamato. Esso non è questione di intelligenza o di doti particolari. È piuttosto necessario essere umili, non avere più il centro della propria vita in se stessi, ma in Cristo. La paternità fisica è solo l’analogia di questa ben più profonda paternità spirituale».
Se noi entriamo con tutto noi stessi dentro l’incontro narrato, che cosa possiamo vedere? I passi progressivi dell’avvicinarsi di Gesù ai suoi primi amici. Siamo nel giorno successivo alla testimonianza che il Battista ha reso a Gesù. Disse allora: «Ecco l’Agnello di Dio». La scena si ripete. Non c’è infatti nulla di magico nell’avvicinarsi di Gesù a noi. C’è lo svilupparsi di una vicenda travolgente ma interamente umana. Gesù non cancella la nostra umanità, ma si propone a noi giorno dopo giorno. E così qui vediamo che il Battista giorno dopo giorno ha educato i suoi a guardare Gesù e ad ascoltarlo.
Se proseguiamo, improvvisamente compare solo con due discepoli. E gli altri? Sembrano non esserci più. Tra tutti il Battista ha scelto questi due. Gli ha scelti per Gesù. E in questo modo Gesù li sceglie attraverso il Battista. È quello che accade anche a noi e che accadrà anche a voi. Molti saranno scelti da Gesù attraverso di voi. In questo modo sarete lo strumento per il sorgere del nuovo popolo che nasce dall’antico. Il Battista e i due suoi svolgono la funzione che nei vangeli dell’infanzia di Luca e di Matteo hanno Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, la stessa Maria, Giuseppe. Sono il «resto da cui nasce il nuovo albero» come ha detto il profeta Isaia (6, 13).
Andrea e Giovanni, continua l’Evangelista, sentono parlare il Battista e seguono Gesù. C’erano state evidentemente lunghe conversazioni in quei giorni. A loro Giovanni Battista aveva parlato del Messia, e loro si erano mostrati così toccati e così desiderosi di seguire Gesù, così cari al precursore per la loro freschezza, per la loro ingenua passionalità, da sceglierli come primizia per Gesù.
Gesù allora, vedendo che lo seguivano si volta. E dice: «Che cercate? Che cosa cercate?». È singolare questa domanda di Gesù. Ciascuno di noi si aspetterebbe: «Chi cercate? Chi pensate che io sia»? E invece Gesù dice: «Che cosa cercate»? Gesù va al fondo della nostra domanda. Vuole sapere che cosa noi cerchiamo, che cosa ci aspettiamo dalla vita. E proprio a quel punto si propone a noi. È singolare anche la loro risposta: «Dove abiti?». Come a dire: «Vogliamo la tua compagnia». Questa è la loro risposta. Sembra di sentire le parole del salmo 27: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella Tua casa per lunghissimi anni». “Vogliamo stare con Te, non vogliamo qualcosa che potremmo chiedere al Messia secondo la tradizione ricevuta. Vogliamo scoprire noi chi sei”. Forse anche questo era stato un insegnamento del Battista. “Dove rimani Tu vogliamo rimanere anche noi”. Qui l’evangelista Giovanni anticipa quel verbo “rimanere” che poi utilizzerà molte volte lungo il suo vangelo. In questo modo Andrea e Giovanni vanno nella capanna dove Gesù abitava e in questo modo si introducono nel mistero della Trinità, il luogo dove Gesù rimane. Gesù, rispondendo, non indica un nome geografico: una via, una strada, un indirizzo; dice loro: «Venite e vedrete», perché il luogo della sua abitazione è egli stesso. Infatti il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui posare il capo (Lc 9, 58). Venite e vedrete. Che cosa? Certo, che non stava in una reggia, che non aveva dei servitori, ma più ancora “vedrete chi sono, cioè comincerete a vedere veramente con occhi nuovi la realtà”. L’eco di queste parole la troviamo decine di anni dopo nella prima lettera che lo stesso Giovanni scrive e che inizia: «Ciò che abbiamo visto». È l’ultima, l’estrema eco di quell’inizio. Vedere è un verbo decisivo in tutto il vangelo di Giovanni perché è stato decisivo nella sua vita. Ed è cominciato qui questo nuovo vedere.
«E quel giorno si fermarono presso di lui». Ancora il verbo fermarsi, rimanere. È un verbo decisivo: Gesù è colui su cui rimane lo Spirito in modo definitivo; Gesù rimane; i discepoli sono chiamati a rimanere nel suo amore. Nel capitolo 15 del suo vangelo, questo verbo rimanere ricorrerà undici volte in sette versetti. La casa in cui rimanere dunque è chiaramente Gesù. Anche qui l’evangelista (come sopra nel caso di «vedere») ci indica una posizione che dobbiamo avere di fronte a Gesù: vedere e rimanere. Andare dietro a Gesù non è infatti un’azione fine a se stessa, ma ha come scopo conoscerlo, e in lui conoscere il mistero del Padre. Il più ardente desiderio di Gesù è quello di farsi conoscere, di rendersi accessibile agli uomini. Per questo è venuto nel mondo. Scrive ancora don Attanasio: «Se puntiamo veramente il nostro sguardo su Gesù, non possiamo non desiderare di fermarci presso di lui per contemplare la sua bellezza, per conoscere i suoi misteri, per ricevere i doni che lui ha preparato per noi. Solo in questo fermarsi presso di lui il nostro cuore è veramente appagato e trova la sua pace. Quanto spesso per l’incombere delle preoccupazioni della vita ci priviamo della gioia e della luce che nascono dal fermarsi con lui!».
Ed eccoci alla conclusione dell’episodio. Quei due primi conoscono da poco Gesù, ma subito diventano i suoi testimoni. Andrea incontra suo fratello Simone e dice: abbiamo trovato il Messia. E lo conduce da Gesù. E Gesù fissa lo sguardo su di lui. «Percepire su di sé questo sguardo è l’origine della vocazione alla verginità. Esso è infinitamente più persuasivo e più penetrante di qualsiasi sguardo due innamorati si possano scambiare. È lo sguardo della gratuità infinita di Dio che ci ha amati quando eravamo ancora peccatori. La vocazione è innanzitutto non sottrarsi a questo sguardo. Accettare che Dio ci ritenga così preziosi da volgere il suo sguardo benigno su di noi che siamo nulla. Quello di Gesù non è un amore generico all’umanità, ma è un amore specifico ed unico per ogni singolo uomo. Per descrivere questo amore smisurato e bruciante S. Giovanni nell’Apocalisse (1, 14) dice che il figlio dell’uomo aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco. In questo sguardo amoroso Gesù ci conosce fino in fondo. Conosce tutto il nostro passato ma anche e soprattutto ciò a cui siamo destinati. Il compito che il padre affida a ciascuno nel regno che Egli viene a inaugurare».
L’evangelista Giovanni scrive che Andrea era il fratello di Simon Pietro. Anticipa in questo modo l’incontro di cui parlerà nei due versetti successivi. Simone è già Pietro. Quasi a significare che Gesù voleva arrivare lì a Pietro, la pietra. La vocazione al primato è qui posta all’inizio, nei primi giorni, non come nei sinottici, alla fine della vita di Gesù. Dell’altro discepolo del Battista non si dice il nome. Perché? Perché tutti sapevano che era lui, l’evangelista che non voleva citarsi e voleva nascondersi dietro Gesù. Ma solo lui poteva ricordare l’ora. Questo ricordo era come la sintesi di tutte le sue impressioni di Gesù, di tutte le ore passate assieme.
Auguro anche a voi di vivere la stessa esperienza. Amen.
Il custode della casa
Il 19 marzo ricorre la solennità di san Giuseppe, sposo di Maria. Che cosa ci dice la figura di quest’uomo, che la liturgia ci descrive sempre così silenzioso? Il suo messaggio profondo sta proprio nel suo scomparire; non nell’inattività o in un’umiltà affettata, ma nella quotidianità del suo «sì». Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che, vista nell’insieme di una vita, manifesta la poderosa statura di un uomo. È questo il messaggio di san Giuseppe: il «sì» di ogni istante, la carità di ogni istante, il suo essere «custode» e «responsabile». Egli è «custode» perché deve occuparsi di qualcosa di cui non è padrone, ma che gli è affidato. Di tutto ciò Giuseppe ha piena consapevolezza. Gesù stesso identifica propriamente con il termine custode colui il quale farà entrare nel suo regno: «Servo buono e fedele che hai custodito il poco, io ti farò custode del molto» (Mt 25, 21). L’altro termine che descrive la vita di Giuseppe è «responsabile». Nel Vangelo di Luca c’è un episodio che spiega bene questo aspetto: Gesù si perde a Gerusalemme. Quando Maria e Giuseppe lo trovano, Gesù dice una parola pesante nei confronti di quest’ultimo: «Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del Padre mio», e lo dice davanti a Giuseppe. Ma poi, continua il Vangelo: «Essi non compresero le sue parole e Gesù partì con loro, tornò a Nazareth ed era loro sottomesso» (Lc 2,51). Subditus illis. Gesù era sottomesso a Giuseppe, che aveva la responsabilità di custodirlo: Giuseppe è il custode della casa. Questo è il segno grande che quest’uomo porta nella storia del mondo: Dio ha voluto abitare in una casa, con un padre ed una madre. Ha voluto abitare nel mondo, accettando di essere in una casa: un luogo umano, fatto da mani umane, dove Dio abita. È questa casa che Giuseppe ha custodito e che noi, seguendo il suo esempio, dobbiamo avere a cuore. Imitare san Giuseppe significa domandare di poter essere custodi, cioè di adorare la grazia che si è ricevuta, difenderla, amarla, servirla.
Lasciarsi fare
L’esperienza di un seminarista alla guida di un coro di bambini verso la scoperta della fede in Gesù
Sono in tutto una ventina le piccole facce curiose che vedo ogni sabato pomeriggio alla parrocchia della Magliana. Sono le facce di quei bambini che hanno voluto ricominciare a cantare nel coretto della parrocchia, spinti soprattutto dalla fortissima pubblicità di don Maurizio Pirola e dal lavoro dell’anno scorso di Tommaso Pedroli. Quando un paio di mesi fa mi è stata affidata la responsabilità di dirigere questo coro, non avevo mai fatto una cosa del genere e quindi mi sono chiesto come avrei potuto catturare l’attenzione di venti bambini, per lo più bambine, tra i sei e i dodici anni. A quell’età basta che un soffio di vento muova una foglia per scatenare una reazione entusiasticamente esagerata.
Una sera organizzo una cena con gli adulti che collaborano con me, per cercare di capire da cosa potevamo partire. Una di loro a un certo punto mi dice: «Guarda che i bambini cantano molto meglio e anche più volentieri l’Alleluia da quando l’hai spiegata». Ecco! Alla fine della cena gli dico: «Abbiamo capito da dove partire. Dobbiamo far percepire loro il senso di quello che cantano». Non è che siccome sono bambini allora basta farli cantare, farli sorridere, magari farli vestire tutti uguali e farli dondolare insieme a destra e a sinistra, così che siano un bello spettacolo per i loro genitori. Questo non basta. Crescerebbero? Imparerebbero qualcosa di nuovo? Conoscerebbero di più Gesù? Direi di no. Tra l’altro col tempo passerebbe loro pure la voglia di cantare.
Allora ho cominciato a spiegare loro qualche canto. Ho regalato ad ognuno un quaderno di colore diverso e una matita. Sul quaderno scriviamo tutti i sabati il nome di un canto e una frase che gliene ricordi il senso. Il quaderno è loro; ho dato loro una piccola responsabilità, così che possano cominciare a sentirsi grandi. Ho anche detto loro che, se non lo portano, non faccio fare le prove. Da allora nessuno l’ha dimenticato a casa.
Due sabati fa ho raccontato la storia di Sobieskij. «Lo conoscete?» «No.» «Sapete dov’è Vienna?» Tiro fuori un atlante che mi ero portato da casa e mostro loro la cartina dell’Europa. «Mentre i turchi volevano conquistare l’Europa, l’imperatore austriaco si era rifugiato con tutti i suoi amici in una chiesa. Si era chiuso dentro, aveva paura. Ma Sobieskij decise di affrontarli e li sconfisse. Sapete qual è stata la sua forza? Non aveva un grande esercito, anzi erano proprio pochi. La sua forza era la fede. Infatti dopo aver vinto entrò con tutto il suo esercito nella chiesa più grande di Vienna. In un angolino c’era ancora l’imperatore, piccolino che tremava. Piangeva perché credeva di aver perso tutto. Il generale polacco va dritto verso l’altare, si inginocchia e canta il Non Nobis: “Non a noi Signore, ma al tuo nome sia gloria!”. Prendete il quaderno e scrivete: “Il generale Sobieskij ha vinto la guerra perché aveva la fede in Gesù”. Adesso cantiamo il Non nobis!»
Qualche giorno dopo ho raccontato loro un’altra storia, questa volta inventata, per spiegare Lasciati fare, un canto di Claudio Chieffo. «Cosa significa lasciati fare? Lasciati guidare, lasciati portare. E da chi ci lasciamo guidare? Immaginiamo che domani mattina uscite da scuola e qualcuno da dentro una macchina vi chiama. Voi accettereste un passaggio da uno che non conoscete?» «No.» «E da chi allora?» «Dalla mamma», «da mio fratello». «E perché da loro?» «Perché ci fidiamo di loro.» «Perché vi fidate di loro?» «Perché ci conoscono. Perché ci vogliono bene.» «Sono proprio le parole della canzone: “Lasciati fare da chi ti conosce, lasciati fare da chi ama te”. Apriamo il quaderno e scriviamo…».
Foto di Elio e Stefano Ciol
Estratto da Fraternità e Missione – gennaio/febbraio 2009
Libertà e offerta
L’inizio in terra brasiliana, in una parrocchia enorme nel cuore di una delle favelas di Salvador de Bahia, non è stato dei più semplici. Tre mesi senza riuscire a fare niente, anche per via della lingua, finché un giorno, al termine della messa, l’invito ai presenti a partecipare a un incontro di catechesi che si sarebbe tenuto nei giorni successivi. Al momento stabilito, quando ormai quasi non ci sperava più ecco arrivare due, con dietro un gruppettino. “Cosa siete venuti a fare?” Cercavano l’incontro: si chiamavano Giovanni e Andrea. Il segno era evidente. Così è nata la Scuola di Comunità e oggi questi, e i loro amici, sono quasi tutti ancora nel Movimento, adulti, laureati e con figli.
“La cosa importante che ho vissuto in missione – dice Monsignor Zendron -è stata la valorizzazione di quello che incontravo sul posto”; per questo inizialmente dice di aver fatto fatica: “perché volevo sistemare le cose come volevo io. L’altro pericolo – aggiunge – é quello di tanti altri missionari che dicono: noi dobbiamo andare lì, dobbiamo rispettare tutto, non dobbiamo annunciare niente perché hanno già tutto loro”. L’appartenenza al Movimento gli è stata di grande aiuto a capire alcune cose: “La prima è che devo tenere presente alcuni dati della realtà, quindi le caratteristiche del popolo, come si esprime”. E’ dentro questo che si deve fare l’annuncio: “Quando faccio l’annuncio vedo che le persone non lo rifiutano, ma vengono dietro. L’importante che l’annuncio non venga fatto perché è il mio lavoro, perché sono prete e adesso vescovo, ma che nasca da quello che io ho incontrato. La forma in cui uno poi lo vive dipende da Dio e dagli incontri che uno fa”.
Una delle realtà con cui la chiesa latino americana deve fare i conti, è la politica. Lì, anche i preti possono sentirsi spinti ad assumersi in prima persona incarichi politici in nome della loro comunità. La condizione, facendo questa scelta, è che non possono più celebrare la santa messa pubblicamente e quindi, se sono parroci, debbono rinunciare alla loro missione pastorale. Fin dall’inizio del suo mandato il nuovo vescovo ha dovuto fronteggiare questa situazione. Racconta così la sua esperienza. “Uno, che era già sindaco e che mi raccontò la sua storia, si aspettava da me una ramanzina, invece l’ho valorizzato, spiegandogli che c’era un fatto più importante dell’essere sindaco che ci univa: è il sacramento dell’ordine. E che volevo essere sua amico”. Dopo quel colloquio lui ha comunque accettato la candidatura, ma non si sta impegnando tanto, e adesso “sto pregando perché non vinca”. Ai parrocchiani di un altro prete, intenzionato a candidarsi, ha detto: “La chiesa rispetta la libertà, ma ogni scelta ha delle conseguenze, per cui da oggi il vostro parroco non può più celebrare messa e fare niente che abbia a vedere con la vita pastorale” ed ha poi aggiunto: “Ma anche voi dovete fare una scelta, e a partire dalla scelta che fate ci saranno conseguenze. Se voi pensate che un prete sindaco vi aiuti più di un prete parroco, io vi mando un prete a celebrare la messa solo la domenica. Per il resto, arrangiatevi, non ho più preti”. Dopo questo discorso lui che era primo in lista, in tre giorni è andato al terzo posto!: “Quando le cose sono spiegate bene, se non c’e’ ideologia, la gente capisce”.
Vivere in una favela comporta anche dei rischi, e don Guido ne ha corsi tanti. La vicenda più drammatica è stata quando ad un semaforo è stato aggredito e sequestrato da una banda di malviventi: “sono arrivati con le pistole, mi hanno messo nel bagagliaio. Sei ore con una pistola puntata contro. Mi hanno preso un po’ di soldi”. E’ stata un’esperienza drammatica ma utile “mi ha aiutato a guardare tutta la mia vita senza paura; più che pensare a come sarebbe finita pensavo a tutto quello che ero riuscito a vivere fino a quel momento”. Non ha comunque perso il sorriso Monsignor Zendron; pensando alla possibilità che un simile fatto si ripeta ci scherza sopra: “Adesso mi sono fatto regalare una macchina con un bagagliaio più grande!”.
Conclude, raccontando alcune esperienze significative vissute in questi ultimi tempi di ritorno in Italia: l’incontro con un’ammalata completamente paralizzata tranne un leggero movimento degli occhi (“ti guarda ed esprime tutto”), poi quello con i carcerati di Padova al Meeting di Rimini: “Questa donna, i carcerati, io nel bagagliaio, sono tre circostanze contrarie alla libertà. In realtà sono situazioni di grande libertà. Una delle cose fondamentali, per me importantissima anche come vescovo, è che la libertà non ci è data dalla circostanza, ci è data da una appartenenza. Solo se riesco a capire questo ha un senso tutto quello che ci viene chiesto nella comunità”. “Affronto tutto, anche le cose più difficili, che immediatamente non desidero con animo grande. Per questo libertà e offerta coincidono. Libertà è offerta: la libertà è la conseguenza dell’offerta, anche nelle cose di tutti i giorni”.
Omelia alla festa di san Carlo
Presentiamo di seguito l’omelia che don Massimo Camisasca ha tenuto durante la messa per la festa di san Carlo, presso la casa di formazione a Roma.
Cari fratelli e sorelle, cari amici,
solitamente nella festa di san Carlo sono altri i sacerdoti che parlano, durante la messa. Oggi si dà l’occasione a me di parlare, e lo faccio molto volentieri. Il mio pensiero innanzitutto va a don Giussani, da cui siamo nati, alla sua dedizione e alla sua intelligenza del cristianesimo. Chiediamo anche per sua intercessione a Dio di avere una conoscenza sempre più profonda del suo carisma, del suo dono, che essendo appunto un dono di Dio per la Chiesa non è mai esaurito nella conoscenza e nell’esperienza. Questa è la grandezza delle opere che nascono dai figli di Dio: proprio perché non sono opere di un uomo, ma opere di Dio, esse sono inesauribili. E così anch’io ho cercato di interrogarmi sul senso di questa Fraternità. Anch’essa è opera di Dio, come tale l’ha riconosciuta la Chiesa, e quindi, per fortuna, non è opera mia. Se fosse opera mia, sarebbe opera di un uomo. Essendo opera di Dio è opera che è passata semplicemente attraverso di me. Anch’io devo, perciò, mettermi alla scuola di questa Fraternità. E chiedermi che cosa essa significhi per me. Voglio dare a questa domanda quattro risposte, le risposte che vengono dalla mia esperienza di questi ultimi ventitré anni di vita, da quando cioè questa Fraternità è nata.
I
La prima risposta che viene alla mia mente pensando a questa Fraternità e soprattutto all’esperienza di questi anni – l’ho anche scritto – è che essa è stata voluta da Dio per la mia guarigione. Gesù ha detto con molta chiarezza: “Sono venuto per i malati” (cfr. Mc 2 ,17). E noi saremo e siamo salvi soltanto nella misura in cui ci riconosciamo malati, bisognosi di guarigione. Lui è venuto per questo. E se ha voluto questa Fraternità è stato innanzitutto per la mia guarigione. Egli mi ha guarito e mi guarisce, ogni giorno, dalle tentazioni della gelosia, dell’invidia, della divisione, dalle illusioni, dalle paure. Questo è il senso di ogni comunità nella Chiesa, è il senso stesso della Chiesa: guarire la nostra umanità e, in essa, anche il nostro spirito. Solo dedicandomi a guarire gli altri io posso guarire. Dico questo non soltanto per me e non soltanto per i miei fratelli, ma anche per ciascuno di voi. La logica dell’esistenza umana è tale che soltanto donandola la si può avere, soltanto donandola e spendendola la si capisce, si entra in essa (cfr. Lc 1, 48-52). Chi perderà la sua vita la troverà (cfr. Mt 16, 25). Soltanto spendendomi per guarire gli altri, io posso guarire me stesso. E che cosa di più grande può essere concesso a un uomo di partecipare all’azione con cui Cristo ogni giorno guarisce l’umanità attraverso i sacramenti del battesimo, della penitenza e dell’eucarestia? È la modalità con cui egli continuamente attrae a sé le nostre menti, i nostri cuori, le nostre vite e, come ha detto Maria di se stessa, ci innalza dalla miseria in cui siamo e ci eleva alla sua vita. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (cfr. At 20, 35). Di tutte le frasi di Gesù questa riassume in un modo profondo i sentimenti del suo animo, che sono anche i sentimenti del nostro. Questa esperienza della guarigione è importante perché essa ci fa capire che nessuno è escluso dal dono di Dio, che non c’è lontananza, non c’è estraneità, non c’è bassezza in cui l’uomo possa rifugiarsi in cui Dio non possa venire. Egli è disceso proprio per entrare nella nostra tenebra e per fare sgorgare la luce in essa.
II
La seconda risposta: in questa Fraternità ho imparato che l’amicizia è il vertice della carità. Innanzitutto ho imparato che l’amicizia è possibile. Quante persone vengono a dirmi: ma l’amicizia è veramente possibile? Quante volte mi dicono: “Ho cercato degli amici, e non li ho trovati”. Oppure “dopo averli trovati, pensavo fossero per sempre e invece mi hanno tradito, mi hanno lasciato, mi hanno abbandonato!”. E allora l’esperienza dell’amicizia, che avrebbe dovuto e sarebbe dovuta essere l’esperienza di Dio, diventa l’esperienza della lontananza da Dio, per l’incapacità di perdonare il tradimento e il rifiuto. E invece io sono qui a dirvi che l’amicizia è possibile. Anzi, l’amicizia è un dono che Dio non nega, se noi glielo chiediamo e se noi disponiamo il nostro cuore ad accogliere i segni dell’amicizia nella vita nostra e di coloro che ci stanno a fianco. Certo, l’amicizia per vivere ha bisogno di una grande purificazione. E la strada di questa Fraternità è stata per me la strada della purificazione. L’amicizia ha bisogno, per poter vivere, che noi ci purifichiamo da ogni nostra tentazione di possesso, di prevalenza sull’altro, di strumentalizzazione dell’altro. E questa purificazione non è mai completa. In questo senso, l’amicizia è il vertice della carità ed è anche la scuola della carità. Qui ho imparato questo. E ho imparato che non si può essere veramente amici, se non si collabora assieme a un’opera di Dio. L’amicizia vive, nella vita dell’uomo, come collaborazione. Non basta sentirsi amici. Occorre fare assieme. Ecco un altro insegnamento di don Giussani, che sta al cuore della sua pedagogia: fare assieme, lavorare assieme. Certo, consapevoli della ragione per cui si lavora assieme, dello scopo per cui si lavora, ma fare assieme è una strada che alimenta l’amicizia.
III
La terza esperienza. Mi sono chiesto che cosa significa essere missionari. Che cosa deve fare un missionario, dove deve andare? Che cosa c’è di straordinario in lui perché sia chiamato “missionario”? Penso che il missionario non debba fare nulla di straordinario per essere tale, non debba andare da nessuna parte, se non a quella in cui è mandato. Si può essere missionario vicino casa o agli estremi confini del mondo. Ciò che è importante è che la nostra azione prosegua l’azione dello Spirito in noi. Allora si è missionari. Dio agisce continuamente nella nostra vita, attraverso le persone che ci fa incontrare, attraverso gli avvenimenti che fa accadere, attraverso dei fatti. Egli ci parla continuamente e muove e sommuove continuamente la nostra esistenza. Ecco dove nasce la missione. La missione non è altro che vivere con gli altri quello che Dio vive con noi. Se noi vivremo proseguendo l’azione che Dio fa in noi, nella nostra persona e nella nostra comunità, allora saremo missionari; altrimenti saremo soltanto attivisti stanchi e, prima o poi, tragicamente delusi. Per poter proseguire l’azione di Dio in mezzo agli uomini, però, dobbiamo metterci sulla lunghezza d’onda di Dio, cioè concretamente ascoltarlo. E per ascoltarlo, per poter entrare nella sua azione, dobbiamo fare silenzio. Il silenzio è fondamentale. All’inizio necessariamente è anche assenza di parola. Poi, nel tempo, quando si è diventati grandi, il silenzio convive con le parole. Ma innanzitutto occorre che ci siano nella giornata dei momenti in cui facciamo silenzio, in cui diciamo una Ave Maria pensando alle parole che diciamo, in cui diciamo l’Angelus pensando alle parole che diciamo, guardando l’Avvenimento presente che esse indicano. Questo è il silenzio: guardare quello che gli altri non sanno più vedere. Allora, il silenzio ci rende capaci di ascoltare Dio, non perché diventiamo visionari, non perché abbiamo delle apparizioni, non perché siamo dotati di poteri spirituali magici. Tutto ciò non c’entra nulla! A ognuno è concesso di entrare nella lunghezza d’onda di Dio, nell’azione di Dio: nel silenzio e, soprattutto, nella liturgia. La liturgia è la scuola in cui Dio ci parla, ci trasforma, ci rinnova, ci insegna come dobbiamo agire.
IV
Da ultimo, un quarto insegnamento che è venuto a me dalla vita di questa Fraternità: ho imparato che è possibile la riforma della vita, che è possibile rinnovare la vita, che diventare maturi e poi vecchi non significa andare verso qualcosa di negativo, ma, all’opposto, significa andare verso la giovinezza. È possibile camminare verso qualcosa di più grande, di più vero, di più letificante. Penso a questa Fraternità, e allo stesso Movimento di Cl, come a un’opera che Dio ha voluto per la riforma della Chiesa. Penso a don Giussani come a un riformatore della vita della Chiesa. In questo senso, ho scritto un libro che uscirà nel mese di febbraio su don Giussani riformatore della vita della Chiesa, anticipatore e realizzatore delle riforme del Concilio Vaticano II.
Ma l’insegnamento che a me viene più profondamente da tutto questo è la risposta alla domanda: vuoi riformare il mondo? vuoi riformare la vita? Lascia che il tuo essere sia riformato. Riforma te stesso. Lascia che il Signore dia continuamente ogni giorno nuova forma alla tua esistenza.
Sarebbe fin troppo facile annodare questi fili con la persona di san Carlo, il cui nome un’ispirazione improvvisa mi ha fatto associare a questa Fraternità. Egli è stato un grande riformatore, un grande liturgo. Egli è stato colui che realmente attingeva quotidianamente dalla consuetudine con Cristo, soprattutto con Cristo crocifisso ed eucaristico, la forma della sua azione. Egli è stato colui che ha lasciato sanare se stesso da Cristo, donandosi continuamente e senza riserve per il suo popolo. E in questo ha trovato la sua felicità, come spero possiamo anche noi trovare la nostra. Amen.
Ordinazioni sacerdotali e diaconali
Sabato 21 giugno 2008, alle ore 15.30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore, S. Ecc. mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, ha ordinato presbiteri don Accursio Ciaccio, don Stefano Don, don Gabriele Foti, don Franco Soma.
Accursio tornerà in missione ad Attleboro, dove ha trascorso l’anno di diaconato.
Stefano Don è in missione a Roma, in una parrocchia del quartiere Magliana.
Gabriele lavora nella curia centrale della Fraternità.
Franco insegnerà religione in una scuola di Washington.
Nella stessa celebrazione sono stati ordinati diaconi Daniele Dizione e Pietro Rossotti.
nella foto, il momento della prostrazione (Foto Masi)
Don Julian Carron ha scritto i suoi auguri agli ordinati (leggi in pdf)
Gli auguri di Carrón
Don Julián Carrón, successore di don Giussani alla guida della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha inviato un messaggio d’auguri agli ordinandi presbiteri e diaconi. Leggi il messaggio
Ordinazioni 2007
Sabato 23 giugno presso la basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha ordinato 3 sacerdoti e 4 diaconi della Fraternità san Carlo.
Andrea Marinzi: milanese di 30 anni, vive da un anno presso la casa di Bologna insieme a don Nicola Ruisi. Ha studiato Economia Aziendale all’università Cattolica di Milano, da settembre scorso insegna religione presso un liceo e una scuola media del capoluogo emiliano.
Federico Ponzoni, 32 anni, milanese, ha studiato Filosofia alla “Statale” di Milano, continuerà la sua missione a Santiago del Cile dove ha trascorso l’anno di diaconato. Dal dicembre scorso insegna Filosofia nel “Nostra Senõra de Lourdes”, un liceo della capitale del paese latino-americano.
Michiel Peeters, olandese, ha studiato Giurisprudenza e Lingue Slave. Attualmente sta conseguendo la licenza in Scienze ecclesiastiche Orientali presso il P.I.O (Pontificio Istituto Orientale). Dopo l’ordinazione continuerà la sua missione a Novosibirsk, capitale della Siberia.
Nella stessa celebrazione sono stati ordinati diaconi Accursio Ciaccio, Stefano Don, Gabriele Foti e Franco Soma.
Allargare la ragione
Come è possibile studiare diritto, etica, filosofia, se in queste materie non è possibile alcuna conoscenza oggettiva, come vogliono farci credere oggi? Perché frequentare corsi di teologia se fede e ragione non hanno niente a che fare l’una con l’altra? Come è possibile fare politica se non c’è nessuna base su cui mettersi d’accordo? Con queste domande gli studenti della Pontificia Università Lateranense (che comprende le facoltà di Filosofia, Teologia e Giurisprudenza) hanno partecipato all’incontro dal titolo “Allargare la ragione”, organizzato dai seminaristi della Fraternità San Carlo assieme ad alcuni compagni, lo scorso 3 maggio.
Per discutere sulla crisi attuale del rapporto tra fede e ragione e sull’invito di Benedetto XVI a scoprire una nuova razionalità, che permetta il dialogo tra le culture e la convivenza civile, sono stati invitati il Rettore della Lateranense Mons. Rino Fisichella e il Senatore Marcello Pera. Il laico Pera ha subito denunciato la fuoriuscita dal campo della ragione, ristretta al linguaggio matematico-empirico, di dimensioni essenziali della vita, quelle che più interessano l’uomo. L’etica, la religione, il diritto, la bellezza, la politica sono così confinati nell’individualità e nella irrazionalità. È questo percorso di impoverimento della razionalità che ha determinato il divorzio tra ragione e fede, l’allontanamento della modernità dal cristianesimo, impoverendo la ragione. L’allargamento degli spazi della razionalità cui invitava il Papa, allora, risulta più che mai necessario. Il senatore ha affermato di aver iniziato un programma di ricerca per capire che cosa ciò significhi. Mentre sarebbe ingenuo cercare di tornare indietro alla vecchia alleanza tra fede e ragione, è altresì impossibile applicare alle problematiche odierne il concetto di ragione matematico-scientifico. Per proseguire in questo cammino, allora, ritiene indispensabile il dialogo intelligente con la Chiesa, con il cristianesimo religione del Logos, della ragione, per trovare vie nuove.












Mira il tuo popolo, o bella Signora… È stata una vera espressione di popolo la processione della statua della Madonna della Medaglia miracolosa alla quale alcuni seminaristi hanno partecipato sabato 20 gennaio all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.
Non è facile entrare in questa cappella e rimanere indifferenti. La comunione dei Santi attorno alla Vergine sta sulla parete di fondo, e accoglie il primo sguardo di chi entra. L’iconostasi orientale fiorisce qui in un mosaico che tutto avvolge e che racconta la comunione della Chiesa. E’ questo il vero tema centrale ribadito da ogni singolo tassello che p. Rupnik ha incastonato insieme al suo atelier di artisti. Lo dicono le figure rappresentate –Dio è raffigurato nei tre angeli: tre perché è in se stesso compagnia!-, lo dicono nei loro sguardi, nei loro movimenti. Ma lo dicono anche le macchie di colore usate, le linee, i materiali. Pietre di diversa provenienza sono tagliate in diverse dimensioni, con diverse finiture, hanno orientazioni e sporgenze diverse. Ciascuna esalta l’equilibrio dell’armonia complessiva, eppure (ciascuna lo fa) senza perdersi in essa: «A ciascuno è dato un dono in vista dell’utilità comune» (1Cor 12,7).