Preti smarriti tornate al silenzio
Pochi. Vanitosi. Carrieristi. «Attivisti», vale a dire persi nell’azione minuta, nei convegni, quando non in tv, e dimentichi della liturgia e della loro vera missione. È un ritratto pieno di severità, oltre che di amore, quello che Massimo Camisasca dipinge dei sacerdoti nel suo nuovo saggio, Padre (pagine 221, 16) che le edizioni San Paolo mandano ora in libreria. L’autore è il biografo di don Giussani, lo storico di Cl – di cui è «ambasciatore» in Vaticano – il fondatore della fraternità San Carlo Borromeo che riunisce in case comuni sacerdoti da Roma alla Siberia, dall’Uruguay all’Africa nera. Nell’anno che la Chiesa dedica al sacerdozio, Camisasca ha scritto un libro molto «ratzingeriano». «Il prete – spiega l’autore – oggi è ucciso dalla sua proiezione verso l’esterno. È ucciso dall’attività, dai convegni, dai documenti. È molto spesso segnato negativamente dalle tecnologie. Occorre che il sacerdote riscopra il valore positivo del silenzio, della lettura, dello studio. Che ritrovi il proprio legame con il passato per potersi slanciare nel futuro. Che scenda in profondità nel determinare la propria agenda. Invece la vita del prete oggi è spesso parcellizzata in un’infinità di piccole risposte, che lo esauriscono e gli danno l’impressione di una vita sciupata e non donata». Per il prete, scrive Camisasca, «l’ancora della vita non può essere l’attività, l’azione. L’agire, il fare, l’operare sono realmente una fonte di alimentazione soltanto se, al fondo del nostro essere, noi sappiamo nutrirci continuamente del rapporto con Dio. Altrimenti l’azione ci svuoterà, ci stancherà e, dopo averci inebriato, ci distruggerà». Da qui, sostiene Camisasca, lo smarrimento. La ricerca di fama. L’abbaglio della superficialità. E anche lo sbandamento. Il cui rimedio, secondo Camisasca, non va cercato nel mettere in dubbio il celibato dei preti. «Il libro dedica molto spazio alla questione affettiva, che ha un ruolo fondamentale nella vita dei sacerdoti. Ma sono profondamente convinto – dice l’autore – che l’abolizione del celibato non porterebbe nessun bene alla vita dei preti. All’opposto, introdurrebbe nella loro vita problemi che l’appesantirebbero. Il celibato non è l’esclusione né degli affetti né della sessualità, ma è un uso diverso di essi. Il celibato non nasce dal disprezzo della vita familiare: le due vocazioni sono nate per integrarsi e sostenersi a vicenda. Non nasce dal disprezzo della sessualità. Ha, in ultimo, una sola ragione: la scelta di Gesù di essere interamente per il Padre e per i suoi». Sostiene Camisasca che, «perché sia possibile una vita affettiva matura, occorre che ci sia un padre. I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e seminaristi: i preti devono fare l’esperienza di essere figli, per poter diventare padri del loro popolo. Alla radice della solitudine del prete c’è spesso un’agenda del vescovo troppo occupata in dibattiti, riunioni, incontri, che tolgono possibilità al prete di essere in contatto con lui». Fondamentale anche il tema dell’amicizia: «La Chiesa ne ha ancora molta paura. Ma non si arginano le patologie se non si aiuta lo sviluppo di una vita sana. Le amicizie morbose e negative, che non sono perciò propriamente amicizie, non devono chiuderci al valore essenziale di quei legami di preferenza che aprono all’amore per gli altri e ci aiutano a capire chi sia Dio». La crisi c’è e Camisasca non la nega. «Alla morte di Montini, nel ‘78, i sacerdoti diocesani erano oltre 41 mila. Al termine del grande pontificato di Wojtyla, che per molti ha coinciso con una rinascita della Chiesa e per taluni con un aumento del suo potere, erano 33 mila. Un quarto in meno. Il 60% dei sacerdoti italiani è stato ordinato prima del ‘78. Un clero invecchiato. Chiediamoci cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato Giovanni Paolo II». I rimedi? «Occorre educare i giovani nei seminari a distaccarsi da una sessualità percepita solo come strada verso un godimento effimero; aiutarli a non temere la solitudine, il sacrificio, il dolore; aprire loro gli orizzonti mondiali cui li chiama una vocazione così concreta come il sacerdozio (in Africa e in Asia le vocazioni sono in grande aumento). E occorre che i preti tornino a studiare. Il silenzio, la riflessione non sono la negazione della vita attiva, ma la loro condizione. Fondamentale è il recupero della liturgia: se il sacerdote non ritrova il senso vero della liturgia nella sua vita non può ritrovare se stesso. La liturgia non è un’azione in cui il prete deve farsi notare. Non è il luogo della sua creatività personale, non è uno spettacolo. Non nego la positività del Vaticano II; dico che contemporaneamente è avvenuto un impoverimento da cui dobbiamo risollevarci».
dal Corriere della Sera – 18 febbraio 2010 – pag. 39
“Autogol averlo attaccato. Arginava il dissenso al Pdl”
Don Camisasca (Cl): non è un immorale che ha fatto il moralista
ROMA – «Il caso Boffo è un singolare esempio di eterogenesi dei fini. Boffo non è stato per niente un moralizzatore. All’ opposto, ha mostrato gli aspetti positivi del governo Berlusconi. E ha fatto argine a un’ onda di preoccupazione e di dissenso verso il centrodestra, presente in alcune diocesi e in settori della Chiesa italiana. Ma ora chi potrà fermare questo dissenso? Si finisce per ottenere l’ opposto di quello che si era voluto. La scaltrezza, quando è disgiunta dalla verità, finisce per ritorcersi contro la propria origine». Don Massimo Camisasca, «ambasciatore» di Cl in Vaticano, biografo di don Giussani, fondatore della fraternità San Carlo – presente in venti Paesi – ed ex cappellano del Milan di Sacchi, riflette sul caso Boffo. «Le sue dimissioni da direttore del quotidiano dei cattolici italiani, che ha guidato con grande intelligenza e professionalità per anni, hanno destato in me una serissima preoccupazione e un desiderio di reazione. E sono sicuro che lo stesso vale per moltissimi cattolici e uomini pensosi del nostro Paese. Dove siamo arrivati con l’ uso della carta stampata? È possibile che la battaglia politica e i rapporti fra le persone, che dovrebbero svolgersi attraverso dibattiti anche aspri con la forza del ragionamento, debbano ridursi a battaglie in cui l’ arma è l’ ascolto delle telefonate, lo spionaggio fotografico quando non addirittura la pura invenzione, la calunnia per la calunnia?». Oltretutto, sostiene Camisasca, «nel caso di Boffo si è andati ben aldilà di tutto questo. Si è voluto colpire un esponente di punta del mondo cattolico perché da immorale avrebbe fatto il moralista. Ma così non era. Dino Boffo ha avuto su di sé un carico enorme di responsabilità: direttore di Avvenire, della televisione Sat 2000, della rete di duecento radio private Inblu. Si trattava di dare spazio adeguato al magistero del Papa e a quello variegato dei vescovi italiani. Boffo ha creato un giornale che, come ha scritto Ferrara, “bisognava” leggere». Un giornale non certo nemico di Berlusconi, anzi, attento a coglierne «la sintonia su alcuni temi cari alla Chiesa», e in grado di fronteggiare il malumore dei vescovi e dei settori del mondo cattolico ostili al centrodestra. «Feltri non si è reso conto che la sua uscita avrebbe creato problemi alla maggioranza, e in particolare a Berlusconi». Nessuno, dice Camisasca, «immagina un mondo politico e giornalistico fatto di angeli. Sarebbe ora però di capire che gli eccessi, da qualunque parte vengano, finiscono per erodere il consenso e la credibilità. C’ è un valore sociale e umano delle virtù che sarebbe buona cosa tornare a considerare, al di là di ogni clericalismo. Lo richiamava il Papa nell’ udienza di mercoledì scorso». E la Chiesa, è davvero divisa? «I vescovi stanno certo riflettendo e non mancheranno i momenti in cui faranno ascoltare la loro voce. Non si tratta assolutamente di privilegiare un campo piuttosto che un altro, di cambiare alleanze come potrebbe pensare qualcuno abituato a leggere le posizioni della Chiesa in chiave di destra o di sinistra. Occorre riconoscere gli uomini che sono in grado di operare politicamente, garantendo una traduzione legislativa di ciò che la Chiesa segnala essere il bene non della propria parte ma dell’ uomo concreto. Politici che sappiano guardare avanti, che non si fermino a combattere su quanti stranieri dobbiamo o non dobbiamo accogliere, ma sappiano chiarire agli italiani quali sono le linee essenziali della nostra identità che uno straniero è chiamato a rispettare. Allo stesso modo occorrono legislatori capaci di esprimere – su bioetica, fine vita, uso degli embrioni, attuazione della 194, scuola – ciò che, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, è necessario se si vuole avere una generazione di giovani meno insicura, meno infelice, meno violenta. Si tratta di inventare qualcosa di nuovo in continuità e discontinuità con l’ antico. L’ Italia è un cantiere alla ricerca di statisti. Uomini come De Gasperi non possono appartenere solo al passato. Anche la nostra generazione se li merita». Quanto alla Chiesa, «ha bisogno di una riforma della vita sacerdotale e della vita episcopale. Meno documenti, manifestazioni e convegni. Abbiamo necessità di sacerdoti e di vescovi più legati alle necessità profonde del loro popolo. Tanto più aumenterà la santità dei sacerdoti e dei vescovi, tanto più aumenterà la loro capacità di governo, il loro fiuto nelle cose del mondo, l’ edificazione di tutto il popolo». E Cl che ruolo ha avuto in questa storia? «Per quanto ne sappia io, nessuno. Se non esprimere affetto e solidarietà a Boffo, e sconcerto per l’ operato del Giornale». Aldo Cazzullo RIPRODUZIONE RISERVATA
fonte: corriere.it – pubblicato su Il Corriere della Sera, del 9 settembre 2009, pag. 14 – in pdf.







