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L’annuncio dell’appartenenza

naglecolorIl papa è venuto a Betlemme a maggio dell’anno scorso. Dopo aver salutato la folla, ha cominciato l’omelia con le parole dell’angelo riportate nel vangelo di Luca: «Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia» (cfr. Lc 2, 10). C’è qualcosa di straordinario in questo annuncio. Dopotutto, la gioia non è una di quelle emozioni che possono facilmente essere provocate o manipolate. La gioia, più delle altre emozioni, è infatti un sentimento che deve sorgere da qualcosa di profondo e originale. Non la si può generare artificialmente. Affinché sia un «annuncio di grande gioia», qualcosa di profondo in noi deve riconoscere la bontà di queste notizie. Quando l’angelo dice che porta un annuncio di gioia, deve voler dire che ciò che annuncia è capace di farci riconoscere, dall’intimo del nostro cuore, che «questo è buono, questo mi dà vita».
In un mondo dominato dalla politica della paura, della reazione, e dell’ira, dove la comunità cristiana sta scomparendo, quale possibilità c’era che la gioia divampasse? Eppure, il giorno dopo, nella piazza davanti alla chiesa della Natività, è scoppiata la gioia. Dopo tutte le minacce e i lamenti, chi avrebbe detto che la gioia potesse erompere proprio lì? Nello stesso luogo, e provenendo dallo stesso evento annunciato dall’angelo, la gioia, il riconoscimento di una presenza vivificante, ha illuminato i volti delle migliaia di persone radunate lì. Era come la luce di una stella brillante. Una cosa del genere non si può inventare. Solo la presenza di Uno che convince il cuore del bene può creare quella luce. La nostra unità con il papa nella fede ha permesso, persino a chi è arrivato pieno di obiezioni e pregiudizi, di riconoscere quella presenza e di risponderle.
Per tutte queste ragioni, io sono continuamente riportato al Natale, a quell’annuncio di gioia nel mezzo di circostanze che non promettevano nulla di buono.
Un giorno ero in visita a una povera signora anziana. è ammalata, sola, e non ha soldi per le medicine. Nonostante il suo dolore, è soprattutto preoccupata per sua cugina, che ha un cancro alla gola. Ad un certo punto, le ho chiesto di pregare. Alla fine, ha cominciato a piangere e insisteva che non piangeva per il dolore, ma per la gioia. Diceva di non riuscire a spiegarsi perché piangesse. Io, invece, sì: piangeva perché riconosceva quella presenza annunciata duemila anni fa, quella stessa presenza che stavamo annunciando l’uno all’altra nella nostra testimonianza reciproca: «Ecco, oggi è nato il Salvatore, Cristo il Signore».

27 gennaio 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Attraverso il muro: il trailer

7 gennaio 2010 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Intervista di Paolo Rodari a don Jonah Lynch

22 dicembre 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Attraverso il muro, speranza in Israele

attraversoBOXPIATTOA volte la speranza della pace passa attraverso la storia di un’unica vocazione. «Sei nato ebreo, sei diventato cattolico, e hai studiato l’islam… tu devi andare laggiù, quello è il tuo posto!» Questo il lapidario commento della madre ebrea di don Vincent Nagle, missionario in Terra Santa, alla notizia della sua nuova missione.

Nagle è il protagonista del documentario «Attraverso il Muro. Missionario in Terra Santa», il racconto breve e avvincente di una missione al servizio delle piccolissime comunità cristiane a Nablus e Ramallah. Con uno stile veloce quasi da videoclip, l’obbiettivo del film maker Giacomo Prestinari ci porta nelle strade e nelle case di una terra sempre in primo piano nei media, ma raramente raccontata con l’equilibrio speranzoso di questo filmato. Assieme al protagonista, attraversiamo più volte il muro di divisione.

«Ieri ero con degli amici nella chiesa del Santo Sepolcro, la chiesa costruita sul luogo dove Gesù è stato deposto dopo la sua morte, e dove è risorto. Notavamo tutti questi muri costruiti dentro la chiesa, che separano le aree riservate alle differenti confessioni cristiane. Ho detto loro: vedete, queste mura che ci dividono, sono anche le mura che ci permettono di condividere lo stesso luogo», racconta il missionario.

In fondo, ciò che divide è anche ciò che unisce. Su tutti i lati delle mura di divisione ci sono persone bisognose di affetto e di sostegno. «Per i musulmani, sono un cristiano; per gli ebrei sono un arabo. Cosa posso fare?» è la domanda bruciante a Nablus. Risponde un arabo cristiano a Betlemme, intervistato nel filmato: «Vivo in uno stato ebraico, e in un villaggio musulmano, e devo vivere da cristiano».

Il documentario finisce con un quadro toccante che svela il motore segreto di questa missione. Nel luogo in cui Pietro è stato perdonato da Gesù dopo averlo tradito, nell’episodio narrato dal vangelo di Giovanni (capitolo 21), Vincent racconta la sua esperienza analoga. Conclude: «Ma, anche di fronte a tutte le obiezioni possibili, perfino di fronte al tradimento, il più orribile e disgustoso tradimento, nonostante tutto, rimane una voce instancabile che dice: Allora? Tu, seguimi».

Il tutto è impreziosito da una colonna sonora realizzata ad hoc da Roland Satterwhite, musicista americano che vive e lavora a Berlino. Attraverso il suono del violino, uno strumento comune alle tre culture incontrate nel filmato – quella araba, quella ebraica, e quella americana del missionario – si percepisce che la convivenza è possibile, pur con tutte le differenze di questi popoli.

«Attraverso il Muro» è disponibile in DVD su www.dischiespartiti.com e altri siti di vendita online. La prima proiezione pubblica avrà luogo il 20 dicembre prossimo a Milano.

Press room

trailer

colonna sonora

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11 dicembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Milano, 20 dicembre: la prima di “Attraverso il muro”

_DSC0640Il nuovo film “Attraverso il muro. Missionario in Terra Santa”, documentario sulla missione di don Vincent Nagle a Gerusalemme, sarà proiettato, in prima assoluta, a Milano, dopo la Santa Messa di Natale con gli amici della Fraternità. La celebrazione sarà presieduta da don Massimo Camisasca e inizierà alle ore 16 presso la chiesa di sant’Ignazio di Loyola, in piazza don Luigi Borotti 5 (ex via Pisani Dossi 25, quartiere Feltre).

25 novembre 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Gerusalemme

21 luglio 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Per confermarci nella nostra fede

nagleFin dal mese di novembre sono stato coinvolto tangenzialmente con la vista del Papa in un incontro con il patriarca Fouad e alcuni sacerdoti. Nell’incontro si percepì un’atmosfera un po’ tesa quando venne espressa con calore la posizione degli oppositori. L’opposizione si basava sul paragone fra la visita di Benedetto XVI e quella di Giovanni Paolo II del 2000. La visita di Giovanni Paolo II si era svolta in un momento di celebrazioni, un momento pieno di speranza in special modo per la comunità cristiana. Il processo di pace basato sugli accordi di Oslo, una strada verso la realizzazione dello stato palestinese, aveva fatto notevoli progressi. Anche se si era in stallo c’era e i palestinesi sentivano di essere sulla strada giusta. Inoltre era l’anno 2000, anniversario della nascita di Cristo, e c’era la sensazione generale che tutto potesse portare a un periodo di pace e di fraternità e anche la comunità cristiana locale aveva fatto investimenti nel campo del turismo. Anche se i palestinesi pensavano che la visita del papa sarebbe stata monopolio dei media israeliani per fare la loro propaganda, c’era una sensazione che potesse portare a una nuova speranza. La visita del papa era insomma l’acme di questa positività.
Oggi, non si vede un briciolo di questa positività nella comunità cristiana. I motivi risiedono in parte nella situazione dei palestinesi, che è peggiorata sia perché è scomparsa l’idea di uno stato palestinese sia per la posizione sempre più intransigente di Israele, con la costruzione del muro che divide le famiglie ecc. Oltre a tutto questo, e molto più grave, è il massiccio esodo della comunità cristiana a seguito della seconda intifada. I cristiani sono una minoranza davvero ridotta e le speranze di pace e di ritorno alla normalità sono scomparse. Nell’attesa della visita del papa, questo era il pensiero predominante: “Che cosa c’è mai da festeggiare?”. “Israele vuole usare come propaganda la visita del papa per trovare approvazione alla propria posizione e usare la presenza del papa per giustificare la politica che sta conducendo?” In generale l’opinione nei confronti di questa visita era decisamente negativa. E poi venne la guerra a Gaza.
Come potete capire, da un punto di vista umano non c’era motivo di essere contenti per questa visita: ma i miei amici e e il patriarca mi ricordarono subito che noi cominciamo da qualcosa che viene prima. Improvvisamente fui pieno di gioia e mi fu chiaro che dovevo vivere per saper riconoscere l’Altro che è la mia speranza. Il viaggio del papa aveva questo senso: confermarmi e confermarci nella nostra fede. Dovevo usare questo strumento: “Vieni, santo Padre, ti sto aspettando!”.
Come potevo comunicarlo ai miei parrocchiani della città di Nablus stretta sotto assedio?
La comunità negli ultimi 15 anni è passata da circa 5000 abitanti a circa 600. La città è chiusa dal 2003. Molti giovani sono morti per le strade di questa città, davanti agli occhi di tutti, ma un numero maggiore di persone è scomparso nelle prigioni israeliane, senza una sentenza, solo una detenzione senza termine. Bramano di vedere un segno qualsiasi che faccia vedere un progresso verso la libertà. I giornali e la televisione dievano che il Papa sarebbe venuto solo per essere gentile con gli ebrei.
Più di un mese fa, alla messa di Pasqua ho chiesto al prete che è venuto a cantare (sono capace ormai di recitare la messa in arabo, ma a cantare non ce la faccio ancora) di dire alla fine della messa due parole sulla prossima visita papale. Lui ha detto: “Sono contro la visita del Papa e so che anche voi lo siete. Ma lui sta per arrivare e noi siamo arabi e cristiani, perciò dobbiamo dargli il benvenuto”. Ho pensato che non fosse di grande aiuto.
Da quel giorno, in ogni omelia, pregai soltanto per la visita del Papa. Per esempio: “Quando Gesù ripete la benedizione “la pace sia con voi” è o non è colui che è in grado di darci la pace? La pace è soltanto l’esito di un processo politico o militare o è un dono di Dio? La pace viene da Dio e perciò abbiamo bisogno di riconoscere questo dono, cioè abbiamo bisogno di riconoscere Cristo per condividere il dono della pace con tutti. Perciò abbiamo bisogno di essere aiutati nella nostra fede. Abbiamo bisogno che il Papa venga”. Molti di quelli che mi seguono furono confortati da queste mie parole, ma mi accorgevo che molti, in particolar modo il consiglio pastorale che è molto attivo politicamente, non le apprezzarono. La loro conclusione era: “Tu non sei palestinese e quindi non puoi capire” La tensione faceva venire mal di stomaco.
Temevo che nessuno sarebbe venuto alla messa a Betlemme, invece riempimmo due pullman con più di cento persone. In tutta la parrocchia siamo solo 250. E la mia gente alla messa era felice, veramente felice. Hanno veramente visto che c’è qualcosa che viene prima. Non abbiamo bisogno di esiti politici, o di aver successo nei mezzi di comunicazione, non abbiamo bisogno di ottenere una vittoria militare. Quando lui viene ci rende felici. E il nostro cuore mutato rende possibile camminare in modo diverso, portando il dono che abbiamo ricevuto.
Quando il papa fu lì tra noi, quando udimmo e ascoltammo le sue parole di compassione e di saggezza, quando fummo spettatori della sua testimonianza di fede, non era più in questione cosa avrebbero detto i giornali, ma di cosa aspettava il nostro cuore. Mentre accanto al Papa partecipavo ai vari avvenimenti, non ero presente alla televisione, era chiaro che si andava al cuore del problema. Il problema, il nocciolo della questione era Dio e l’uomo cambiato nell’incontro con Cristo, e l’uomo cambiato da questo incontro può costruire un mondo più umano.
All’inizio del suo discorso alla comunità cristiana di Gerusalemme disse queste parole “ Cristo è risorto, alleluia”. Si è dovuto fermare a causa del lungo applauso che accolse questa dichiarazione. Poi continuò dicendo “ La comunità cristiana di questa città deve aggrapparsi saldamente alla speranza consegnata dal vangelo acclamando la promessa della definitiva vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato, dando testimonianza alla potenza del perdono.”
A Betlemme ha detto ai cristiani Cristo ha portato un regno che non è di questo mondo, ma un regno che è capace di cambiare questo mondo, perché ha il potere di cambiare il cuore, di illuminare l’intelligenza e di rafforzare la volontà”, Al presidente Abbas ha detto: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Al presidente Perez ha detto: “La sicurezza è un problema di fiducia, è alimentata dalla giustizia e dall’integrità, e viene cementata dalla conversione del cuore, che ci stimola a guardare l’altro negli occhi così da riconoscere l’altro come mio simile, io fratello, mia sorella”.
Forse la gente non sapeva che aspettava la visita del Papa, ma quando è venuto hanno capito che era venuto per loro. Questo è stato per me evidente nella messa a Nazaret, che è stata un vero record di partecipanti cristiani in Terra Santa. La gente per riuscire a prendere posto prima che la polizia chiudesse è rimasta sveglia tutta la notte e il sole ormai era cocente. Ciononostante, quando, dopo la comunione, che per molte persone è stato un momento doloroso perché non sono riuscite ad averla, fu chiesto di osservare un minuto di silenzio per ringraziare Dio della comunione ottenuta attraverso il Figlio, accadde un miracolo. In mezzo a quella folla enorme scese il silenzio, si riuscì a sentire il canto degli uccelli, anche degli uccelli che cantavano lontano da lì. Niente altro. Fu un segno che dopo tutto il rumore, la tensione, lo scetticismo e le critiche e le discussioni eravamo alla fine semplicemente grati di questa comunione. E quando nella vita uno incontra una vera gratitudine, è di nuovo pronto a ricominciare, a ripartire di nuovo.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

L’amico di Israele

gerusalemmeIl viaggio-pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa si è sviluppato lungo tre momenti: la Giordania, Israele, e i territori palestinesi.
Innanzitutto la Giordania. Il papa ha sentito la necessità, dopo quattro anni dall’inizio del suo pontificato, di affermare la linea che lo muove nel confronto del dialogo interreligioso. Nella prefazione al libro del senatore Pera, aveva scritto che il dialogo fra le religioni va vissuto anzitutto come dialogo della ragione, come alleanza per la difesa dell’umano. Da questo punto di vista, papa Benedetto continua un aspetto del dialogo inter-religioso di Giovanni Paolo II. Mette in secondo piano il pregare insieme, il dibattito teologico, senza ovviamente trascurarlo, e mette in primo piano l’alleanza per la civiltà, tema caro ad Obama e a Zapatero ma riletta dal papa in modo assolutamente originale. Non come messa tra parentesi dalla fede, ma come scoperta della fecondità che il rapporto fede-ragione dà nella lotta contro il nichilismo e l’espressione tragica delle guerre di religione.
Ecco allora la necessità di sostenere l’Islam moderato. Il papa non entra nel dibattito se esista o meno una radice di tale posizione moderata nel Corano. Probabilmente no. A lui interessa rilevare, come faceva Giovanni Paolo II, che l’Islam moderato esiste nello scenario religioso e culturale di oggi. Con lui bisogna lavorare, perché oltre alla pace si possono trovare utili alleanze sul tema della vita e del futuro dell’umanità. Senza dirlo, senza metterlo esplicitamente a tema, Benedetto XVI lavora per una evoluzione interna dell’Islam, per un suo illuminismo che lo possa salvare da una chiusura nella violenza e nell’anti-storia.
I rapporti tra Santa Sede ed ebrei sono forse destinati a restare problematici fino alla fine dei tempi. Non manca, tra i secondi, chi nota quali grandi passi siano stati compiuti nella seconda metà del secolo passato, con l’accoglienza nelle comunità religiose di tanti ebrei perseguitati, con la pubblicazione di Nostra Aetate durante il Vaticano II, con le iniziative di Giovanni Paolo II. Per altri, tutto ciò sembra non bastare. E occorre sempre tutto precisare e riaffermare. D’altra parte la storia passata è così drammatica! Le immense ferite così difficili da rimarginare!

Benedetto XVI ha dedicato molta parte della sua vita di studioso e insegnante di teologia a riaffermare la “necessità” degli ebrei all’identità cristiana. Ma chi ha letto i suoi libri? Chi conosce i suoi discorsi? Tutto infine sembra consegnato ai titoli dei giornali.

Eppure la tela della compassione e, perché no?, dell’amore reciproco va tessuta ogni giorno. Instancabilmente. Il “mistero” di Israele, di un popolo a cui Dio si è così strettamente legato – anche quando esso era tentato di scrollarsi di dosso quel giogo e solo un piccolo resto restava fedele – il mistero di Israele rimane uno dei più grandi eventi della storia, che tutti ci interroga e scuote.

Come è stato notato da molti, parecchi commentatori ebrei aspettavano il papa al varco. Ogni papa ha la sua penitenza da fare. Benedetto XVI dev’essere per forza legato a delle gaffe, anche se questa volta i testi erano controllati al millesimo. Ma chi sa leggere veramente, in profondità, ha capito. Anche il doloroso coraggio di un papa che proviene dal popolo tedesco e che non ha esitato a parlare dei delitti dei suoi connazionali contro il popolo ebraico.

Per quanto riguarda i territori palestinesi, la posizione della Santa Sede è ben nota. Assieme al diritto alla sicurezza per Israele, il diritto alla patria per i palestinesi. Benedetto XVI ha coniugato più volte queste esigenze, che non sono per lui solo di ordine politico, ma che attengono ai diritti più profondi degli uomini e dei popoli.

Infine, il suo viaggio è stato un invito pressante ai cristiani perché restino in Terra Santa, un incoraggiamento affinché quel due per cento di discepoli di Cristo non diminuisca. È un’esperienza assolutamente particolare vivere in Terra Santa. Tutte le chiese sarebbero terribilmente impoverite se i discepoli di Gesù non fossero più lì a ricordarci che Egli è vissuto davvero sulla terra, che ha camminato su quelle pietre, che ha visto il verde della Galilea e i deserti della Giudea.

pubblicato su ilsussidiario.net, il 18 maggio 2009

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Diario di viaggio in Terra Santa

Tra la grotta della speranza e il muro delle divisioni

15 febbraio

terrasantaDi nuovo a Gerusalemme. E’ la terza volta che vengo qui. Vengo per stare un po’ con Vincent, che è qui da settembre. Ad attendermi all’aeroporto c’è una famiglia italiana. Con loro vado da Tel Aviv a Gerusalemme. Vedo tanti villaggi nuovissimi che dieci anni fa non c’erano; vedo anche il muro.
Poi arrivo a Gerusalemme, dove si sono incontrati il cielo e la terra, gli angeli e i demoni. La divisione che vi regna è il segno di questa lotta, ma anche il suo lato affascinante, come compresenza di popoli e religioni, tradizioni e spinte verso il futuro.
Solo Roma può avvicinarsi come fascino a Gerusalemme, come concentrazione di storia, come simbolo di tutta la grandezza e la debolezza dell’uomo.
«Ah, Gerusalemme, Gerusalemme…»
16 febbraio
Di pomeriggio sono andato con Vincent al muro del pianto. Alla sera cena con monsignor Twal al Patriarcato.
La mattina mi sono incontrato con un sacerdote siciliano che sta concludendo il dottorato allo studio biblico francescano da Sant’Anna al Santo sepolcro. E’ venerdì. Si temono scontri alla spianata del tempio. La tensione è altissima. Tutte le porte, le strade sono presidiate. E’ possibile vedere con chiarezza gli arabi che provocano la polizia. Io sono sereno.
Prego lungo la via dolorosa e al Santo Sepolcro. I pellegrini sono pochissimi. La basilica è deserta. Occasione ideale per pregare. Ma certo dispiace questo deserto soprattutto se paragonato alle folle di un tempo.
Pomeriggio e sera a Betlemme, dedicati innanzitutto alla visita dove abita Vincent, un’elegante villetta alla periferia del Paese. Poi si va all’università cattolica, sorprendente struttura finanziata dai cattolici, con grande attrezzature, voluta da Paolo VI, gestita dai Fratelli delle scuole cristiane: 70% degli studenti sono musulmani. Vengo accolto dal rettore e da alcuni studenti che mi illustrano l’università attraverso un video.
Con Vincent celebro la santa messa nella basilica della Natività. Mi muovo a piedi, le botteghe sono chiuse: oggi è venerdì. La maggioranza di questo paese ora è musulmana, un tempo Betlemme era a prevalenza cristiana. All’arrivo ci aveva accolti una sassaiola tra una gruppo di ragazzi e una camionetta della polizia israeliana. Il muro incombe sul Paese. Gli insediamenti stringono Betlemme come in un assedio.
17 febbraio
Con la mattina si conclude la mia breve visita. Ho trovato un paese cambiato, in
peggio, abitato da due popoli che hanno imparato a temersi, a combattersi. Non potrà venire da loro la pace. Solo dall’esterno. Ma non sembra che nessuno abbia vero interesse a ciò. Salgo Monte degli Ulivi, prima al Dominus flevit, poi agli eremi francescani accanto al Getzemani. E’ il posto che amo di più a Gerusalemme, dove la vista della città toglie il respiro.
Ho voluto visitare gli eremi francescani pensando di venir qui in futuro a passare qualche giorno di silenzio. Infine il ritorno a Roma. Rispetto a 10 e 20 anni fa ( i miei precedenti viaggi) mi ha colpito la tensione, l’inimicizia, la divisione tra ebrei e palestinesi e, in un altro campo, l’accresciuta presenza degli ortodossi greci e russi e della diaspora.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

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