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Dal TG Meeting

8 settembre 2010 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Al Meeting 2010

1 settembre 2010 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

«I miei padri, oggi, sono i miei amici»

meetIMG_9794Aldo Cazzullo, inviato di punta del Corriere, mette il dito sulla piaga. Don Massimo la cicatrizza. Esempi. Ci sono anche padri negativi? «Certo, ci sono i limiti di tutti i padri e ci sono figure profondamente negative. Ma chi le ha incontrate può essere aiutato, attraverso altri padri, a riscoprire il proprio padre biologico, a perdonare e ad accogliere». La Chiesa ha fatto tutto il possibile sulla vicenda dei preti pedofili? «Ha fatto molto, ma il punto è chiedersi perché sono accadute queste cose, e vedo pochi luoghi dove questo accade». Perché la Chiesa insiste sul celibato? «Ci sono molte ragioni di opportunità, ma la vera motivazione è che la verginità è un modo di amare le cose più profondamente». Perché gli italiani non vogliono più fare i preti? «Il calo delle vocazioni è un dato di fatto, ma ciò che è preoccupante è la mancanza di riflessione sulle ragioni».
La presentazione del libro “Padre” di don Massimo Camisasca, dedicato al sacerdozio, va al cuore dei travagli della Chiesa, perché è il libro stesso che affronta questa sfida. Robi Ronza, introducendo il dibattito, dice che il punto di domanda del sottotitolo (Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?) lo inquieta un po’. Lo stesso don Massimo racconta di assistere ad episodi di ostilità nei confronti dei sacerdoti.
Ma al tempo stesso dalla Sala Neri si sprigiona una grande serenità, come quella che nasce dalla lettura del libro. Il padre è quello che aiuta il figlio ad entrare nella realtà, e don Massimo scrive della paternità perché sente «l’assenza di padri», che genera persone sole e ripiegate in sé stesse. Il padre e quindi il sacerdote spalanca il figlio al senso della sua esistenza. Nello stesso tempo deve riconoscere che il figlio non gli appartiene, è questa è la scoperta (e il sacrificio) più grande. Come si diventa padri? «Scoprendosi figli»; don Massimo riconosce che, se ha avuto un padre biologico e un padre spirituale (don Giussani), i suoi padri, oggi, «sono i miei amici». L’amicizia, tema trascurato, è invece la chiave per ripartire. Come nella Fraternità San Carlo, fondata da don Massimo e basata, oltre che sulla missione, sulla vita comune.

1 settembre 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Canti e confessioni. E’ festa alla San Carlo

PM_20100824_3325Compie venticinque anni il prossimo mese ma sembra che la festa sia già cominciata. Siamo allo stand della Fraternità san Carlo, presente al Meeting in A1, e nata nel 1985 dal desiderio di alcuni sacerdoti e seminaristi di poter continuare, andando in missione, l’esperienza di Comunione e Liberazione. Hanno cominciato in sette, oggi sono in 160. Da Roma si sono ramificati nel mondo con ventuno case.
Passando accanto al loro stand è impossibile rimanere indifferenti. È un luogo vivo, popolato da molte persone di età e nazionalità diversissime. Per tutti i sette giorni di Meeting dalle 12 fino alle 19 si alternano, ogni ora, testimonianze di missionari che raccontano la propria esperienza, fiorita in qualche sperduto angolo del mondo:    dal    Cile    alla    Russia,    dall’Africa a Taiwan. C’è anche un documentario video che racconta la “giornata tipo” di un sacerdote della Fraternità e la missione che ogni giorno viene svolta in Palestina. Dopo alcuni anni in cui una mostra presentava la vita di un santo (san Giuseppe, san Pietro…), oggi con pannelli di foto e frammenti di lettere di alcuni missionari si testimonia la storia di un’esperienza che dura da venticinque anni.
Ecco cosa scrive don Gerry: «Domenica scorsa, dopo la messa delle dieci, stavo incontrando un gruppo di ragazzi del catechismo. Hanno suonato alla porta: era una bambina piccola. Quando ho aperto mi ha detto: “Ciao Gesù”. Io l’ho invitata ad entrare. Lei doveva solo dire una cosa a sua sorella. Prima di andarsene mi ha ripetuto ”Ciao Gesù! Ci vediamo domenica prossima”. Ho cercato di immagina-
re perché mi avesse salutato in quel modo. Il motivo, in realtà è molto semplice. Quando io dico ai bambini del catechismo: “Gesù ti ama, Gesù ti salva, Gesù ti perdona”, quei bambini vedono me. Io sono chiamato ad essere Cristo per gli altri.»
E poi ci sono seminaristi che continuamente, fuori dallo stand, invitano a conoscere l’esperienza della san Carlo offrendo la loro rivista (Fraternità&Missione) oppure semplicemente dialogano con qualche curioso. I sacerdoti talvolta confessano anche. Ogni sera inoltre, allo stand si canta e si suona insieme.
«Siamo qui per fare esperienza di Cristo. Lo vogliamo testimoniare e incontrare nel volto della gente che è venuta qui» così risponde Jonah Lynch, vicerettore del seminario della San Carlo, spiegando la ragione della loro presenza al Meeting. «Non mi importa intrattenere relazioni sociali – ribadisce Lynchma voglio unicamente incontrare Cristo attraverso l’altro». Il risultato è che arrivando al loro stand si viene accolti da persone contente, che trattano chiunque incontrano con simpatia e affetto.
Infine, il libro. Oggi alle 19 in sala Neri sarà presentato Padre. Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?, scritto da Monsignor Massimo Camisasca, che della Fraternità San Carlo è superiore generale. Con l’autore ci saranno Aldo Cazzullo, inviato del Corriere della Sera, e Robi Ronza, giornalista e grande amico del Meeting. Il libro è stato scritto in occasione della proclamazione da parte di Benedetto XVI dell’anno sacerdotale, che si è chiuso a giugno. Don Massimo affronta i problemi del sacerdozio in Occidente nel mondo contemporaneo, e traccia le linee di una riforma. Alla luce della quale sono trattati molti momenti propri della vita cristiana (preghiera, amicizia, verginità…).

pubblicato sul “Quotidiano Meeting” di oggi

foto di Paola Marinzi

26 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Da Taiwan a Rimini in trenta. «Ci piace stare con questi preti»

3_cinesiNove anni di lavoro per la traduzione de “Il senso religioso” in cinese. E allo stand San Carlo compaiono occhi a mandorla e ideogrammi

I loro occhi a mandorla osservano felicemente spaesati i pannelli della mostra sul Samba: qualcuno scatta foto, gli ideogrammi segnano gli appunti sui block-notes. Sono una trentina i taiwanesi arrivati ieri in Fiera, in occasione della presentazione de Il senso religioso in mandarino, che sarà oggi alle 15 (A2): ad accompagnarli don Emmanuele Silanos e don Paolo Costa, sacerdoti della San Carlo da anni sull’isola. «La traduzione del libro è stata un lungo lavoro» racconta don Emanuele, spiegandoci come, nel 2000, un taiwanese iniziò il lavoro basandosi sull’edizione inglese. «All’inizio non capiva, finché non è arrivato al decimo capitolo, e ha capito tutto. Diceva: “È il libro della mia vita”». Il lavoro però si ferma, e tra bozze e revisioni, solo quest’anno è arrivato alla pubblicazione. «I problemi più grossi erano legati alla lingua, che manca di astrattezza: alcune parole come “evidenza” o “esperienza elementare” erano difficili da tradurre».
Un aiuto alla traduzione è arrivato poi da due professoresse dell’università Cattolica di Taipei: Chen-Hsin Wang e Ci-Han Lü, che hanno conosciuto in università i due sacerdoti (anche loro professori), e ne sono diventate amiche. Anche le due docenti sono in giro per la Fiera, e domani parteciperanno alla presentazione del libro. «Siamo venute per seguire questi sacerdoti – spiega Chen-Hsin – ho saputo che ogni anno vengono al Meeting 800mila persone: volevo sapere cosa li attrae. Non avevo mai visto nulla di simile; è un evento per tutti, giovani e anziani. Ho deciso di portarci anche mio figlio, che non è cattolico». Anche lei racconta del lavoro di traduzione: «Più entravo nel lavoro più mi sentivo coinvolta. Il libro fornisce quel pensiero che rende Comunione e Liberazione straordinaria, perché si parte dall’umano e da un’esperienza comune a tutti».
E infatti, il gruppo arrivato a Rimini è eterogeneo: alcuni parrocchiani dei due sacerdoti, ma anche una decina di studenti dell’università Cattolica di Taipei, di cui tanti non cattolici: buddisti, taoisti, protestanti, ecc… A spingerli, il desiderio di seguire quei sacerdoti. «Ero in Italia lo scorso anno con don Emmanuele, quando ci fu un tifone a Taiwan – racconta Nadia, taoista, – non me ne interessavo, credevo non c’entrasse con me. Lui invece voleva sapere se la mia famiglia stesse bene, e durante una messa ha fatto pregare per le vittime. Mi ha stupito che si preoccupasse tanto». Poi Nadia si ferma in Italia: 8 mesi a Venezia per studio. «Ero triste, era difficile; ma don Emmanuele mi chiamava spesso, e io trovavo coraggio». Torna a Taiwan, e non lo molla più: inizia a seguire la Scuola di Comunità. «Quando mi ha chiesto se volevo venire qui non c’ho pensato troppo, e ho accettato: mi piace stare con loro».
Chiude Silanos, spiegando cosa vuol dire stare in missione a Taipei: «È andare a vedere il mondo da una posizione più alta, e conoscere Cristo coi loro occhi. Loro però non sanno chi ha fatto questa Bellezza: quindi noi glielo dobbiamo portare».

pubblicato sul Quotidiano Meeting del 25 agosto 2010

25 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Appuntamento al Meeting!

meetingLa Fraternità san Carlo vi dà appuntamento al Meeting di Rimini (22-28 agosto 2010), presso lo stand nel padiglione A5 della Fiera di Rimini.
In particolare, vi segnaliamo la presentazione del libro “Padre”, di Massimo Camisasca, in programma per giovedì 26 agosto, alle ore 19, presso la Sala Neri.

4 agosto 2010 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Meeting 2009

14 settembre 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Allo stand, Meeting 09

3 settembre 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Don Giussani, Meeting 2009

27 agosto 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Mostra al Meeting – p. Aldo

Proponiamo qui sotto l’intervista che padre Aldo Trento ha concesso a Erika Elleri del Meeting di Rimini, disponibile anche sul sito del Meeting. E’ la presentazione della mostra che p. Aldo ha curato assieme a un gruppo di amici di Paraguay, sulle riduzioni gesuitiche del Paraguay.

Alla scoperta delle riduzioni

Una moderna riduzione, così si può considerare l’opera di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo ad Asunción, in Paraguay dal 1989. Di questa avventura ne abbiamo parlato con lui. di Erika Elleri

Padre Aldo, come sono nate le riduzioni? E qual’era il loro scopo?
Il fine delle riduzioni è riassunto in questa frase di Ignazio de Loyola: non erano altro che “piccole Compagnie di Gesù nate nella selva, forme di vita nuova che hanno permesso ai guaranì di passare dalla situazione culturale, economica sociale, primitiva alla civiltà.” In sintesi, la provincia di Paraguaya, che andava dalla Bolivia del sud alla Terra del fuoco, era una regione dove erano penetrati dapprima i francescani nel 1537 ad Asunción, poi gli agostiniani. Ma il punto determinante era stato raggiunto con i gesuiti quando il cugino di Sant’Ignacio de Loyola (un francescano), aveva chiesto ai gesuiti di aprire una forma di vita gesuitica nella grande provincia delle Indie, dando inizio a quella che sarebbe stata l’esperienza delle riduzioni. Nel Natale del 1609 era sorta la prima riduzione della Compagnia di Gesù ad opera di San Ignacio Guazú, a sud dell’attuale Asunción. Per comprendere l’inserimento degli indios guaranì nelle riduzioni, prima di tutto bisogna capire la concezione guaranitica della vita. Per loro Dio, Tupa, era colui che aveva creato l’uomo immortale. All’arrivo della vipera la terra era stata contaminata e il guaranì era diventato mortale. Da quel momento essi avevano incominciato a peregrinare alla ricerca della terra senza il peccato. All’annuncio dei missionari che la terra senza il male era la Vergine Maria dalla quale era nato il fiore della passione simbolo di Cristo, i guaranì avevano aderito spontaneamente al cristianesimo perché era il compiersi della attesa del cuore. Il punto di evangelizzazione dei gesuiti era che gli indios incontrassero l’avvenimento di Cristo e non la morale cristiana, perché la morale cristiana cozzava contro una concezione cannibalistica e poligamica della vita.

“Una vita felice per Dio e per il Re. L’avventura quotidiana nelle riduzioni del Paraguay” è il titolo della mostra. Potrebbe spiegarci meglio l’entità di questa avventura e come verrà sviluppata nella mostra?
L’avventura quotidiana fa riferimento a come ogni istante era vissuto all’interno delle riduzioni. Vogliamo mostrare come la circostanza vissuta secondo la coscienza che la realtà è fatta da Dio, ha generato nel 1600 un’economia, una politica, un sistema giudiziario, economico, industriale, educativo, sanitario e tutto quello che avete voi oggi in Europa. L’idea che abbiamo è quella di ricostruire una riduzione e che si possa vedere, attraverso un percorso, come si viveva la quotidianità nelle riduzioni e mostrare come vivere così si possibile ancora oggi. Questa è l’avventura che vogliamo proporre.

Perché è interessante parlare di riduzioni oggi?
Perché le riduzioni sono l’esempio di come il cristianesimo vissuto crei una forma nuova di civiltà, di economia. Tuttavia, se don Giussani che fu colui che mi propose di andare in Paraguay, non ci avesse detto “andate e rivivete quei contenuti”, io non mi sarei mai messo sicuramente sulle orme dei gesuiti. Come dice papa Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, la fede è destinata a terminare”. All’interno delle riduzioni c’era un nuovo sistema di proprietà, di economia, di architettura, di urbanistica, avevano portato gli ospedali in America Latina e persino la scuola elementare obbligatoria, la donna incinta era tutelata e anche i lavoratori. Qual è stata la ragione della distruzione delle riduzioni? Prima di tutto siamo nell’epoca dei regimi autoritari, della monarchia assoluta che non poteva accettare quello che si contrapponeva al progetto politico dei Borbone. Non dimentichiamo che la crisi è iniziata con il regno dei Borbone che trattavano l’America Latina come una sorta di loro giardino. Mentre tutti gli altri dovevano importare dall’Europa, l’opera gesuitica aveva raggiunto il suo massimo splendore. Producevano dieci volte più di quello che mangiavano, quindi esportavano e avevano flotte mercantili. Per cui alcuni gruppi organizzati, non potendo sopportare quello che si era generato dalla fede, avevano atteso l’occasione giusta e cercato la motivazione per eliminarli, e l’accusa più grande era stata quella di aver cercato di creare una monarchia. Quindi è stato proprio questo a portare alla distruzione delle riduzioni: il non accettare che la fede diventasse la forma di civiltà.

Anche la leggenda nera delle conversioni forzate degli indios si colloca in questo contesto?
Mi domando come avrebbero potuto dei missionari, un sacerdote e dei fratelli laici tenere in piedi un territorio più grande della Francia se quegli indios fossero stati obbligati? Come avrebbero potuto degli indios convertiti forzatamente esprimere quell’arte, quell’architettura, quella pittura, quelle sculture cui perfino Voltaire, Chateaubriand, Montesquieu hanno dovuto inginocchiarvisi davanti? A volte l’ideologia impedisce di vedere la realtà. All’interno delle riduzioni non tutti erano battezzati: i gesuiti facevano una battaglia contro gli altri evangelizzatori, non si dovevano battezzare gli indios se non ne erano coscienti. Quindi si pretendeva una coscienza di quello che era l’avvenimento cristiano, almeno nelle linee essenziali.

Che differenza c’è tra come tu accogli i malati nella tua clinica e come i padri gesuiti accoglievano gli indios nelle riduzioni?
I gesuiti accoglievano gli ammalati come accoglievano Cristo. Io faccio lo stesso. È impressionante leggere i diari dei gesuiti del tempo da cui trapela la passione per la gloria di Cristo. Era gente innamorata di Cristo e a loro non importava fare strutture, esse crescevano perché cresceva la coscienza di Dio come colui che fa la realtà. Per me e la mia opera è la stessa cosa, nasce dalla stessa coscienza. D’altra parte come avrebbe potuto un indio, che è fatalista e a cui non importa niente del lavoro, fare quelle opere d’arte se non ci fosse stata una passione grande, immensa per Cristo? Sarebbe stato impossibile. A parte il progetto della riduzione di Sant’Ignacio Guazú, tutti gli altri progetti li aveva fatti San Rocco González nel momento in cui era tormentato da una profonda depressione. E lui diceva: “in questo tormento in cui sono vissuto psicologicamente, la certezza di patire ancora per la compagnia di Gesù e Cristo sono le uniche forze che mi permettono di andare avanti”. Io sono stato nelle stesse sue condizioni, ma con dei supporti umani enormi. Rocco Gonzalez era solo e affidato nella realtà con questa coscienza e ha dato inizio a tutte le riduzioni. Per questo dobbiamo tornare a quel punto lì.

Domenica 23 agosto – sabato 29 agosto 2009
UNA VITA FELICE PER DIO E PER IL RE. L’AVVENTURA QUOTIDIANA
NELLE RIDUZIONI DEL PARAGUAY

A cura di: Padre Aldo Trento.
Con la collaborazione di: Ana Burro, Ferdinando
Dell’Amore, Norma Gimenez, Marcos
Isfran, Victoria Palacios, Claudia Palazon
Cesar Rojos, Eduardo Zavala.

5 agosto 2009 | Categorie Articoli Recenti, Primo piano | Commenti disabilitati 

Concerto al Meeting 2008

21 luglio 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Innanzitutto Uomini

19 luglio 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Meeting 2008

17 luglio 2009 | Categorie Multimedia | Commenti disabilitati 

Nairobi. Sentieri di speranza

IMG_2321Carissimi,
sono tornato dal mio primo pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso 9 dicembre. Non vi ero mai stato e non avevo mai guidato un pellegrinaggio. L’agenzia keniota non è efficiente come quelle a cui siete abituati in Italia: la guida era musulmana, il gruppo molto eterogeneo, e ho dovuto portare pazienza per le molte distrazioni sul nostro cammino, dallo shopping alle fotografie. Ho capito che, senza una guida, è fin troppo facile dimenticarsi il significato di quello che si sta facendo, che è innanzitutto un gesto di conversione, di preghiera e di immedesimazione con Gesù.

Il nostro decanato ha ospitato l’incontro internazionale della comunità di Taizè. Alcune migliaia di giovani da tutto il Kenya e da altri paesi del mondo sono stati ospitati dalle parrocchie. Anche la proverbiale ospitalità africana è stata messa a dura prova dalla grandezza dell’evento: nella nostra parrocchia si sono presentati ottanta giovani e alcuni sacerdoti quando ne aspettavamo al massimo cinquanta! Il tema dell’incontro di Taizè era «Pellegrinaggio della fiducia», e veramente i parrocchiani hanno dato fiducia a noi e ai fratelli di Taizè, accogliendo in casa dei giovani sconosciuti, di altre tribù o di altri paesi, cosa che ha aiutato a vincere i pregiudizi e a vivere una fraternità. è stato un avvenimento di unità, di carità e di speranza.
A noi era affidata l’organizzazione della mattina dei tre giorni in cui i ragazzi di Taizè sono stati con noi. Abbiamo celebrato la Messa (sapevamo che non era nel programma del pomeriggio perché, essendo una comunità ecumenica, prevede solo dei momenti di preghiera comuni) e l’incontro con le nostre realtà caritative, tra cui il Meeting Point di Rose Busingye.
Il tema di questi incontri era «cercare insieme sentieri di speranza»: certamente sentire dei malati di AIDS parlare liberamente di sé e del proprio presente, così drammatico eppure così pieno di letizia e speranza, è stato un grande insegnamento per i giovani, così pieni di incertezza.

Abbiamo partecipato, per la prima volta insieme a cinque giovani della parrocchia, alle vacanze di CL del Kenya. Quest’anno alla vacanza hanno partecipato anche trenta ragazzi di Kampala, accompagnati da Rose e da Corrado Corradini. Sono orfani o vittime dell’AIDS, sostenuti da AVSI o incontrati da Rose tramite il Meeting Point. Ci hanno stupiti per la loro gioia di vivere, per l’entusiasmo e l’unità fra di loro, che hanno espresso in molti modi: nei giochi, nella gita nella foresta e soprattutto nei canti. Cantano divinamente ogni tipo di canzone, dai canti montagna a quelli popolari italiani a quelli ugandesi o inglesi. Stupisce vedere dei giovani così uniti. Il coro è uno strumento potentissimo di espressione della fede. Guardando loro cantare non potevamo che dire: è un miracolo! Come fanno dei ragazzi a cantare così bene? è la gioia dell’incontro con Cristo che li ha liberati e li ha resi spettacolo al mondo.
Rose è veramente tutta piena della presenza di Cristo e ogni cosa che ci ha detto è stata una testimonianza di lui. Ci ha parlato dell’importanza di appartenere alla casa: tornare alla sera a mangiare e stare con le sue compagne nella casa dei Memores Domini è ciò che salva anche tutto il lavoro del Meeting Point. Senza appartenere, anche il resto, prima o poi, stanca. Chiedo al Signore di essere un testimone come Rose. Quando uno è testimone, prima o poi un miracolo accade intorno a te, un popolo nasce o rinasce, come è successo con i malati di AIDS o gli orfani di Kampala.

La domenica di Cristo Re coincide, nella nostra parrocchia, con il «giorno del raccolto».
Tutto è iniziato dai parrocchiani che desideravano ringraziare, con offerte, delle cose buone (qui le chiamano «benedizioni») che hanno ricevuto durante l’anno. Ciò avviene ad ogni messa, con le offerte per noi preti, e la prima domenica del mese (Charity Sunday) con quelle per le opere caritative, in particolare il Meeting Point.
In questo modo le attività caritative della parrocchia sono un’opera di tutti i fedeli, non solo degli assistenti sociali o di noi preti e di qualche volontario. Vogliamo, cioè, che la carità diventi compito dell’intera comunità parrocchiale, dalle piccole comunità di quartiere alla parrocchia nel suo complesso. Questa educazione alla carità ha il suo momento culminante nel «giorno del raccolto». Ogni piccola comunità ha portato la sua offerta in processione (denaro, cibo o cose utili ai poveri); inoltre ognuna rappresentava anche un dono dello spirito o una virtù, che sono le offerte più gradite a Dio. è stato un evento di popolo, una vera festa, e anche una raccolta molto fruttuosa.
Infine la bella notizia: finalmente il pavimento è completato, levigato, lucidato e pulito. Stiamo celebrando nella chiesa nuova, che è uno splendore. Sia lodato il Signore! Un abbraccio,
Giuliano

Nella foto: don Giuliano Imbasciati con alcuni piccoli parrocchiani di Kahawa Sukari.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Libertà e offerta

080922-mons-ritwL’inizio in terra brasiliana, in una parrocchia enorme nel cuore di una delle favelas di Salvador de Bahia, non è stato dei più semplici. Tre mesi senza riuscire a fare niente, anche per via della lingua, finché un giorno, al termine della messa, l’invito ai presenti a partecipare a un incontro di catechesi che si sarebbe tenuto nei giorni successivi. Al momento stabilito, quando ormai quasi non ci sperava più ecco arrivare due, con dietro un gruppettino. “Cosa siete venuti a fare?” Cercavano l’incontro: si chiamavano Giovanni e Andrea. Il segno era evidente. Così è nata la Scuola di Comunità e oggi questi, e i loro amici, sono quasi tutti ancora nel Movimento, adulti, laureati e con figli.
“La cosa importante che ho vissuto in missione – dice Monsignor Zendron -è stata la valorizzazione di quello che incontravo sul posto”; per questo inizialmente dice di aver fatto fatica: “perché volevo sistemare le cose come volevo io. L’altro pericolo – aggiunge – é quello di tanti altri missionari che dicono: noi dobbiamo andare lì, dobbiamo rispettare tutto, non dobbiamo annunciare niente perché hanno già tutto loro”. L’appartenenza al Movimento gli è stata di grande aiuto a capire alcune cose: “La prima è che devo tenere presente alcuni dati della realtà, quindi le caratteristiche del popolo, come si esprime”. E’ dentro questo che si deve fare l’annuncio: “Quando faccio l’annuncio vedo che le persone non lo rifiutano, ma vengono dietro. L’importante che l’annuncio non venga fatto perché è il mio lavoro, perché sono prete e adesso vescovo, ma che nasca da quello che io ho incontrato. La forma in cui uno poi lo vive dipende da Dio e dagli incontri che uno fa”.

Una delle realtà con cui la chiesa latino americana deve fare i conti, è la politica. Lì, anche i preti possono sentirsi spinti ad assumersi in prima persona incarichi politici in nome della loro comunità. La condizione, facendo questa scelta, è che non possono più celebrare la santa messa pubblicamente e quindi, se sono parroci, debbono rinunciare alla loro missione pastorale. Fin dall’inizio del suo mandato il nuovo vescovo ha dovuto fronteggiare questa situazione. Racconta così la sua esperienza. “Uno, che era già sindaco e che mi raccontò la sua storia, si aspettava da me una ramanzina, invece l’ho valorizzato, spiegandogli che c’era un fatto più importante dell’essere sindaco che ci univa: è il sacramento dell’ordine. E che volevo essere sua amico”. Dopo quel colloquio lui ha comunque accettato la candidatura, ma non si sta impegnando tanto, e adesso “sto pregando perché non vinca”. Ai parrocchiani di un altro prete, intenzionato a candidarsi, ha detto: “La chiesa rispetta la libertà, ma ogni scelta ha delle conseguenze, per cui da oggi il vostro parroco non può più celebrare messa e fare niente che abbia a vedere con la vita pastorale” ed ha poi aggiunto: “Ma anche voi dovete fare una scelta, e a partire dalla scelta che fate ci saranno conseguenze. Se voi pensate che un prete sindaco vi aiuti più di un prete parroco, io vi mando un prete a celebrare la messa solo la domenica. Per il resto, arrangiatevi, non ho più preti”. Dopo questo discorso lui che era primo in lista, in tre giorni è andato al terzo posto!: “Quando le cose sono spiegate bene, se non c’e’ ideologia, la gente capisce”.

Vivere in una favela comporta anche dei rischi, e don Guido ne ha corsi tanti. La vicenda più drammatica è stata quando ad un semaforo è stato aggredito e sequestrato da una banda di malviventi: “sono arrivati con le pistole, mi hanno messo nel bagagliaio. Sei ore con una pistola puntata contro. Mi hanno preso un po’ di soldi”. E’ stata un’esperienza drammatica ma utile “mi ha aiutato a guardare tutta la mia vita senza paura; più che pensare a come sarebbe finita pensavo a tutto quello che ero riuscito a vivere fino a quel momento”. Non ha comunque perso il sorriso Monsignor Zendron; pensando alla possibilità che un simile fatto si ripeta ci scherza sopra: “Adesso mi sono fatto regalare una macchina con un bagagliaio più grande!”.

Conclude, raccontando alcune esperienze significative vissute in questi ultimi tempi di ritorno in Italia: l’incontro con un’ammalata completamente paralizzata tranne un leggero movimento degli occhi (“ti guarda ed esprime tutto”), poi quello con i carcerati di Padova al Meeting di Rimini: “Questa donna, i carcerati, io nel bagagliaio, sono tre circostanze contrarie alla libertà. In realtà sono situazioni di grande libertà. Una delle cose fondamentali, per me importantissima anche come vescovo, è che la libertà non ci è data dalla circostanza, ci è data da una appartenenza. Solo se riesco a capire questo ha un senso tutto quello che ci viene chiesto nella comunità”. “Affronto tutto, anche le cose più difficili, che immediatamente non desidero con animo grande. Per questo libertà e offerta coincidono. Libertà è offerta: la libertà è la conseguenza dell’offerta, anche nelle cose di tutti i giorni”.

17 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

la verità nell’arte

Questo mio intervento potrà sembrare a qualcuno una provocazione. E in effetti lo è. Parlando d’arte non parlerò né di quadri, né di brani musicali, né di libri. Parlerò di uomini e donne. E per di più, volendo rivelare la loro bellezza, mi attesterò spesso sul loro dolore, le loro fatiche, le loro contraddizioni. Perché nella notte più scura brillano ancor più le stelle, come sta scritto all’ingresso dell’abbazia di Subiaco. E’ una frase molo usata, lo so, ma mi è sembrata, nella sua semplicità, una buona introduzione a ciò che desidero comunicarvi: l’arte può mostrare la verità dell’uomo e del mondo senza cancellare nulla del suo dramma, ma illuminando la speranza che può vivere in ogni condizione umana.

Cosa è l’arte? Essa è per me una modalità privilegiata di guardare la realtà. La definirei così: uno sguardo sulla realtà che sa vedere ciò che normalmente gli uomini non riescono a scorgere. Non importa se essa sia un romanzo, una poesia, una scultura, una musica o altro. Detto con altre parole: l’arte è un occhio che sa vedere dove i nostri occhi non vedono. «L’arte», ha scritto un mio amico, «è il tentativo di eternare le cose. Rivela la profondità delle cose, che non ha fine». Simenon, il padre del Commissario Maigret, ha scritto che la letteratura ha lo scopo di «rivelare il peso delle cose».

Ma non è sufficiente dire questo. Ogni conoscenza dell’uomo che vada al di là della pura descrizione del dato sensibile è in fondo un atto che rivela ciò che a prima vista non abbiamo saputo riconoscere. L’arte fa vedere sì la realtà secondo una profondità mai vista, ma soprattutto rivelando in essa qualcosa che attrae, che colpisce, che lega a sé. E’ una conoscenza che si realizza attraverso l’attrattiva. Non con la stringenza del ragionamento, con l’inevitabilità di una legge scientifica o altro, ma generando una corrispondenza profonda tra ciò che sei, ciò che senti, ciò che attendi e ciò che hai davanti nell’atto artistico. In questo senso l’arte è una forza che trascina dentro la realtà, per rivelarla. Non importa quale realtà (sia essa bella o brutta, piacevole o spiacevole, lontana o vicina, passata o presente…) e non importa neppure come si generi questo rapporto (se attraverso l’emozione, il sentimento, la fantasia…).

Appare chiaro a questo punto il luogo in cui tale rapporto si realizza: esso è l’uomo. Senza l’uomo non c’è arte e non c’è disvelamento della realtà. Senza l’uomo la realtà è muta e incapace di relazione. Non solo non vi è arte senza l’uomo, ma anche non vi è arte che in un modo o in un altro non abbia l’uomo come suo contenuto. Certo non tutta l’arte è «figurativa», ma possiamo dire che l’arte è incomprensibile se non parla di noi e a noi. È sempre in rapporto all’uomo che essa diventa un’epifania della realtà. Dio, il mistero sommo il cui nome non può essere pronunciato e il cui volto non può essere visto prima della morte, diventato uomo ha accettato di essere raffigurato. Ma già all’inizio del mondo, l’uomo era stato definito immagine e somiglianza del mistero. Dunque: al centro dell’arte sta l’uomo. Questa è la chiave per leggere la storia dell’arte occidentale, non solo dopo Cristo; essa ha sempre avuto questo presentimento. Nell’arte greca, etrusca, andando indietro fino alle incisioni rupestri o ai dipinti nelle grotte della Spagna e della Francia. Non è assolutamente senza ragione ricordare che il cristianesimo è la glorificazione dei sensi. Esso ha rappresentato un’apertura positiva alle parole, alle immagini, ai colori, alle cose. Gesù arriva a dire: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono» (Lc 10, 23-24).

Questo può spiegare la scelta che ho voluto compiere in questo mio intervento: parlare dell’arte come strada verso la verità, non attraverso l’esposizione di un’estetica, ma attraverso una serie di flash, di illuminazioni reali che mi sono venute incontrando, direttamente o attraverso il racconto di amici, alcune persone sparse nel mondo e a noi contemporanee. Nella loro vita, particolarmente in alcuni momenti di essa, ho visto, anche dentro la drammaticità, il male, il dolore, una luce che indicava la strada verso una verità più grande. Quando Gesù ha parlato di sé, della sua identità personale, identificandosi alla Verità (Gv 14,6) stava vivendo i momenti più drammatici della sua esistenza, quelli a cui potrebbero essere applicate le parole del profeta Isaia: «Non v’è in lui bellezza alcuna…» (Is 53,2). Eppure, l’arte di duemila anni ha saputo rivelare la luminosità di quelle ore e qualcosa della sua infinita, sconfinata verità.

“La bellezza della verità comprende offesa, dolore e anche l’oscuro mistero della morte,” ha scritto Ratzinger al Meeting 2002. (p. 14 “La Bellezza”)

Quando Dostoievski ha scritto: «La bellezza salverà il mondo» (L’idiota) non voleva darci una definizione, neppure aprire in noi una voragine di sentimenti. Come ha fatto Dante nella Commedia, Dostoievski è passato attraverso gli abissi infernali per arrivare alle anime più pure e più trasparenti dei suoi romanzi che non vivono lontane da questo mondo di male, ma immerse in esso.

Un primo flash.
Il 1 aprile scorso, facendo zapping davanti al televisore, ho ascoltato un frammento di un’intervista a Gino Paoli, un famoso autore italiano di musica pop. Diceva: «Non sono ateo. L’ateo è l’altra faccia del credente, ha bisogno di Dio per negarlo. Io non ho bisogno di niente e di nessuno. Però adesso vedo i ciclamini, la distesa di ciclamini spuntati all’improvviso nel parco della mia casa. E mi vien voglia di ringraziare qualcuno che non c’è». Lascio a voi questa apertura: il ringraziamento nasce anche in chi si dice agnostico, dallo sguardo di un semplice prato fiorito. Corriamo a Nairobi, in Africa.

Regina è una ragazza che vive nella periferia della capitale del Kenia, in una baracca. Si è mantenuta vendendo latte ai passanti. È all’ultimo stadio dell’aids. Ormai non cammina più. Incontra Alfonso Poppi, un missionario che si prende cura di lei, che l’accoglie, la fa partecipare agli incontri di un gruppo di malati che si trovano settimanalmente attorno a lui per scoprire quanto di grande essi possano ancora dare agli uomini del mondo proprio attraverso la loro malattia. La sua vita rinasce in profondità, si riempie di luce. Vuole ricevere la prima comunione. Il 12 gennaio 2005 è il giorno di quella festa. Si canta in tutti i dialetti: in kikuyu, in acioli, in luganda, in luo, in latino. Alcuni vecchi gridano, tra gli ululati delle donne: «Regina, Regina». È incredibile la gioia e la pace che si sperimenta in quel luogo. Alla sera don Alfonso annota: «Chi sei tu Signore che fai felici i diseredati?».
Nello stesso gruppo di malati ci sono anche Alex e Consolata. Alex ha avuto dei figli da un’altra donna, poi morta di aids. Da alcuni anni hanno scoperto anche loro di essere sieropositivi. La malattia li spinge a poco a poco fuori dalla società. Poi l’incontro con il meeting point, luogo di raduno per quei malati, la riscoperta della gioia, il desiderio di sposarsi. La festa riempie i vuoti dei loro volti scavati e delle loro cicatrici. Tra il battere dei tamburi e i canti, una festa di popolo accompagna il loro «sì».
Regina, Alex, Consolata hanno avuto, attraverso un incontro, il dono di sperimentare quella profondità delle cose che nulla può togliere e che solo sapersi amati dischiude. Un altro flash, questa volta in America Latina.

Mi scrive un mio amico, Martino, un missionario, da Santiago del Cile: “Ho visitato una parte della barraccopoli che attraversa il territorio della nostra parrocchia. Tra le catapecchie, a lato della ferrovia dismessa, rigagnoli di acqua stagnante e moltissimi cani. A un certo punto sono entrato in una casa di legno, la porta era talmente bassa che mi sono dovuto piegare per poter entrare. Il pavimento era la nuda terra. Nell’unico locale, due letti in disordine, un fornellino, tre bambini sporchi, una televisione accesa, e un cane che stava mordendo un enorme osso con brandelli di carne sanguinolenti. L’odore era insopportabile. Il padre dei bambini, un uomo solo di circa 50 anni, ha accettata la mia presenza. Improvvisamente, in quel disastro di miseria, ho scorto in un angolo una piccola riproduzione di un quadro di Van Gogh: un padre in ginocchio con le braccia spalancate che vuole accogliere il figlio che corre verso di lui. Quell’uomo l’aveva appesa a una parete di legno. Lo teneva lì, gli ricordava ogni giorno quella bellezza che sta nel cuore di ogni uomo.”
Qui la luce di Van Gogh è diventata non solo illuminazione, ma vera profezia di ciò che in realtà accadeva davanti agli occhi di Martino. La realtà, anche quella più dura, è più grande di ogni arte possibile.

Passiamo ora a Novosibirsk nel cuore della Siberia. Creata per essere disabitata, da qualche secolo è popolata dai discendenti dei deportati e dei lavoratori delle miniere. Ci sono anche gli eredi dei deportati di Stalin, tedeschi, che hanno continuato a cantare nella loro lingua, anche se ora non la capiscono più. Francesco Bertolina ha scovato in questi ultimi 15 anni tante di queste persone. La maggior parte del suo tempo la passa a fare compagnia a loro, a rimetterli assieme. Mi scrive: “La prima volta che arrivai a Reshoty, una donna mi raccontò di quella notte del ’68. Dopo trent’anni di isolamento era miracolosamente passato un sacerdote tedesco, ma il suo fidanzato non era in paese e così non si è potuta sposare. Solo dopo tanti anni hanno potuto ricevere da me la benedizione per il tanto atteso matrimonio. Presero gli anelli che da tempo custodivano gelosamente, e avverarono il loro sogno. Lei era raggiante di luce, lui visibilmente commosso. Il viaggio di nozze fu il ritorno dalla chiesa alla casa: mi offrii per accompagnarli in pulmino, ma loro decisero di andare a piedi “così” dissero “sarebbe stato un viaggio più lungo.”
Anche qui la luce della tenerezza, sboccia da un lungo sacrificio pieno di sguardi e di attesa.

Ed ora l’America. Vincent era cappellano in un ospedale americano. La sua vita si è incrociata con una infinità di altre esistenze segnate nello stesso tempo dalla malattia e dalla luce. Annie, una di queste pazienti, apparteneva a una antica famiglia protestante del New England. Dotata di un forte spirito, di una nobiltà d’animo, portato fino allo stoicismo, non riusciva a credere che quella malattia toccava proprio a lei. Le pareva che le fossero state tolte l’indipendenza e la dignità. Era depressa e irritabile non solo per il dolore ma soprattutto per l’ingiustizia di quel dolore. “Io le parlavo del Signore, – mi racconta Vincent – di come denudato sulla croce fosse sottoposto agli spasimi, alla perdita del dominio sul proprio corpo.
Un giorno entrai. Mi accorsi che lei era prossima alla fine. Mi inginocchiai prendendo la sua mano nella mia “Non riesco a respirare,” mi disse, “Non posso tirare il fiato.” Deve essere terribile. “Il tuo respiro è rotto? E’ come un milione di pezzi?” “Si, è rotto.” “Il tuo respiro è spezzato per noi. Ogni volta che tu inspiri o espiri, con il tuo respiro affannato stai respirando con Gesù e il suo corpo spezzato. Stai salvando il mondo, lo stai facendo davvero.”
Mi guardò, guardò i suoi figli, tornò a guardarmi, alzò lo sguardo al cielo. I figli, conclude Vincent, mi scrivono ancora, perché da quel momento in poi c’è stata solo luce.”

Ad Asuncion, la capitale del Paraguay, intorno ad Aldo Trento è nata una clinica per malati terminali. Sta suscitando l’attenzione dei medici in tutto il paese, e anche in altri parti dell’America latina per le cure che vengono utilizzate. Ma non è questa la cosa più rilevante. Qui le persone non possono essere guarite dal punto di vista fisico, ma sono spesso guarite di dentro. Una volontaria mi ha raccontato: “faccio la farmacista. Qui nella clinica mi occupo dell’aspetto estetico. Cerco di rendere gradevole il fisico dei pazienti, soprattutto il volto. Quando un malato si guarda allo specchio, è il momento della verità. Sapendo che sta per morire, una persona si guarda e deve potersi riconoscere in un volto dignitoso, anche abbellito.”
Le persone che arrivano qui alla clinica molto spesso vivono per le strade, abbandonate, o sono sole, disperate. Uno di loro che aveva tentato il suicidio mi dice: “Grazie, sono felice perché mi sento ancora utile fino al punto che posso tornare a pensare ai miei 5 bambini e voglio impegnarmi per loro.” Cosa è successo, gli ho chiesto. Lui: “Mi sento amato. Così ho scoperto che l’amore esiste.” Quando il cancro si impadronisce del corpo, tutto sembra crollare e finire. Ma quando la
malattia porta a incontrare un amore, la vita stessa, così ferita, rinasce.

Questi uomini e queste donne a un certo punto hanno cominciato a guardare in modo diverso a se stessi e a ciò che a loro era accaduto. Emblematicamente quel padre nella bidonville di Santiago del Cile aveva una riproduzione di Van Gogh nel suo tugurio. Ogni opera d’arte è il frutto di uno sguardo nuovo che l’artista si trova ad avere. Allo stesso modo ogni uomo e ogni donna può essere un’artista che sa scoprire la luce anche nelle pieghe più riposte e drammatiche della propria esistenza. E diventa così generatore di una vita nuova intorno a sé, una vera e propria creazione poetica.

Desidero, infine, farvi incontrare Giampiero Caruso. Anche lui vive a Novosibirsk, come Bertolina. Visita regolarmente diversi carceri. Una di massima sicurezza. Sono 2200 persone stipate in spazi molto stretti. Incontra chi desidera vederlo. Di solito 15 persone. Mi racconta “all’inizio ho paura. Ma quando comincio a guardarli a uno a uno, è come se vedessi la mia stessa umanità: bisognosa, mendicante. Comincio con qualche domanda. Come vi chiamate? Da quanti anni siete qui? Quanti ve ne restano ancora da scontare? Il primo a rispondere quella volta fu un uomo che parlava a fatica, stentava a tenere sollevata la testa. Mi colpisce la profonda tristezza che rivelano i suoi occhi blu, e quel capo sempre ripiegato su se stesso. Sono di fronte a probabili assassini, stupratori, ladri. Abbiamo parlato per tre ore di libertà, di speranza, di fede. Mi sentivo nudo di fronte a loro. Non potevo dire delle frasi fatte ma dovevo parlare di me, della libertà che io vivo, della speranza che ho. Ho detto che l’uomo non coincide con i propri limiti, che essi non sono l’ultima parola, che noi siamo oggetto di misericordia, ed è questa l’origine della nostra libertà. Mi accorgevo di balbettare. Quell’uomo che faceva fatica a tenere alzato il capo ha cominciato a sobbalzare quando mi ha sentito dire che la fede è il culmine della ragione. Ha cominciato a ribattere, a farmi domande, spesso in modo polemico e scettico. E’ giunta presto l’ora di andar via, anche se mi accorgo che sono passate tre ore. Li saluto a uno a uno, e quell’uomo, quando gli appoggio una mano sulla spalla, si alza e tirandomi verso di sé, mi abbraccia. Poi mi dice “torni presto, l’aspetto.”

In questa espressione, “torni presto, l’aspetto” sta per me il succo del nostro incontro. In ogni opera d’arte c’è il presentimento di un oltre, una promessa fatta ad ogni uomo e anche l’invito alla fedeltà, a tornare, a rileggere, riascoltare, guardare di nuovo. Domandare, ancora una volta.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Verso il Meeting

“Maestro, dove abiti?”

Se cerco nella mia memoria la frase che più mi colpii nel primo ascolto di don Giussani, trovo la sua lettura del primo capitolo del quarto Vangelo. Precisamente, l’incontro con Gesù di Andrea e Giovanni, i primi che lo seguiranno. È un testo che don Giussani ha commentato un’infinità di volte sempre in modo nuovo e sorprendente, parlando di appunti, di frammenti rimasti nella memoria dell’evangelista a distanza di decenni dal primo incontro. Non solo le parole, ma il tono di voce stessa di Gesù, sembra risuonare ancora oggi: «Chi cercate?». E quei due, dice l’evangelista, andarono dietro a Lui che aveva detto loro: «Venite e vedrete». E stettero con lui quel giorno, ricorda ancora l’evangelista e annota anche l’ora.

Il racconto prosegue. Giovanni e Andrea corrono dagli amici più cari a dire: «Abbiamo trovato il Messia». (Gv 1,41). Avevano riconosciuto in Gesù il Cristo atteso da secoli. I loro occhi avevano visto in quell’uomo, nelle sue parole, nei movimenti del suo volto e delle sue mani l’iniziale compimento della loro attesa di felicità. All’opposto una scrittrice dei nostri tempo, Marguerite Yourcenar ha fotografato con una terribile frase la sua esistenza: «La vita è una sconfitta accettata».
Quando ho conosciuto, un anno fa, il titolo del Meeting di Rimini di questo agosto 2007 ho pensato che non si può mai disgiungere la verità dal luogo, dalla “casa” in cui essa abita. Certo la verità ci attende, ma prima ancora siamo stati trovati da lei ed abitiamo in lei. Com’è possibile riconoscere la casa in cui abitiamo, com’è possibile che il nostro anelito alla verità trovi finalmente la strada per realizzarsi? Ricordiamo tutti la frase di Kafka citata tante volte da Giussani: «C’è una meta, ma non una via».
Un giorno, leggendo il commento di sant’Agostino al Vangelo di Giovanni una frase mi ha folgorato: «È nella tua umanità che Tu sei la via». È questa la “casa” per cui siamo stati fatti, la “casa” dove noi scopriamo, a poco a poco, la vera vita in cui siamo liberati dalla paura, dal turbinio delle opinioni, o peggio ancora, dal terrore che nulla sia vero e nulla, infine, esista.
«Maestro, dove abiti?», immedesimandoci con la vita di Gesù entriamo nel mistero dell’Essere. «Venite e vedrete». Gesù non ha indicato agli apostoli un insieme di cose da sapere o da fare. Li ha coinvolti in un rapporto con Sé. Così accade ancora oggi. Può essere anche un solo amico o una comunità numerosa, quel rapporto, quella “casa” in cui scopriamo a poco a poco la verità. Qualunque esso sia, tale segno è fondamentale. Non possiamo eluderlo. Colui che ha fatto ogni cosa, vuole servirsi di esso per raggiungermi. Se c’è una sola ragione per cui la Chiesa esiste è proprio quella di essere segno della presenza di Cristo che mi raggiunge ed attende il mio sì. Con molta pazienza perché, come nel caso di Andrea e Giovanni, quando chiediamo: «Maestro, dove abiti?», Egli si mostra sempre sulla porta di casa per accoglierci.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

Aspettare insieme

“Aspettare insieme”, edito dalla Marietti, raccoglie l’epistolario tra David Gritz, giovane ebreo francese morto in un attentato a Gerusalemme nel 2002, e Jonah Lynch, prete missionario della Fraternità san Carlo.

Di seguito vi proponiamo un breve stralcio dell’intervento di don Jonah alla presentazione del libro durante il Meeting di Rimini 2008.

“L’amicizia è possibile solo tra persone che cercano Dio. Altrimenti ci può essere al massimo connivenza, complicità, una convergenza di interessi, ma non amicizia.
Dicendo questo non nego l’amicizia con uno che si professa ateo o agnostico, o che appartiene a una religione diversa dal ristianesimo. Solo se quella professione è vissuta come ricerca, però, la persona ha la forza spirituale di vivere una vera amicizia.
Dio stesso è amicizia. E’ Trinità, è comunione. E’ unità dei diversi: il Padre non è il Figlio, che non è lo Spirito.
Ma sono uno, un solo Dio,Padre, Figlio,e Spirito Santo. Un inizio della comprensione di questo supremo mistero si può trovare proprio nell’esperienza dell’amicizia umana”. (Rimini, 26 agosto 2008)

16 luglio 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

L’inizio

Questo volume raccoglie i testi di tre mostre che la Fraternità san Carlo ha presentato a Rimini nell’ambito del “Meeting per l’amicizia tra i popoli”. Brevi pannelli ci consegnano tre ritratti a colori brillanti, che ci avvicinano le più importanti figure del Nuovo Testamento: Pietro, Giovanni, e Paolo. Questi testi consentono di entrare senza troppi preamboli nel cuore della loro personalità, di conoscerne il temperamento, le doti e i difetti, e di seguire il dipanarsi delle loro esistenze, “sconvolte” dall’incontro decisivo con il Maestro. Attraverso tutto ciò è, dunque, il volto di Gesù ad essere messo in vivo rilievo. Un invito a chi desidera immergersi nel fascino dell’inizio.

Fraternità san Carlo, L’inizio, Ancora Editrice, Milano 2001 – 11,35 euro – pagine: 125

16 luglio 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Comunione e liberazione. I

Il 2005 ha visto la scomparsa di due grandi protagonisti della storia della Chiesa: Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani. Proprio a questi due uomini e al loro particolare rapporto d’amicizia è dedicato il primo capitolo del terzo volume della storia di Comunione e Liberazione, scritta da don Massimo Camisasca e in uscita nelle librerie.
Il libro copre gli anni tra il 1976 e il 1984, con un’appendice scritta da Roberto Fontolan per il periodo 1985-2005.
Nel 1978 Cl accoglie con gioia l’elezione del papa polacco: “Ammiriamo – scrive in un comunicato il consiglio nazionale di Cl – con gratitudine felice la giovinezza e la libertà della Chiesa”.
È l’inizio di un legame speciale. Il 18 gennaio 1979 don Giussani è ricevuto per la prima volta in udienza. Si tratterà del primo di un lunga serie di incontri. Uscito dall’udienza don Giussani dichiara: “Serviamo Cristo in questo grande uomo con tutta la nostra esistenza”. Anche il papa mostra una spiccata simpatia per il sacerdote di Desio e per i suoi ragazzi. Ogni mese, nel cortile di San Damaso o – d’estate – a Castelgandolfo, i ciellini allietano il pontefice con i loro canti. Diversi sono gli incontri che gli universitari e i centri culturali di Comunione e Liberazione organizzano per far conoscere il magistero del Papa, con il quale c’è una piena sintonia nel porre Cristo, Redemptor hominis, al centro della storia e della cultura umana.
Il 29 settembre 1984 è il giorno dell’udienza in Aula Nervi, per il trentesimo anniversario della nascita di Cl. Il papa, riproponendo l’invito di Gesù ai suoi discepoli, lascia ai ciellini una consegna: “Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace che si incontrano in Cristo redentore”. Cl, già all’epoca presente in alcuni Paesi stranieri, raccoglie le parole di Giovanni Paolo II e si diffonde in oltre 70 Stati del pianeta.
Il periodo 1976-84 è contraddistinto anche da una rinnovata presenza di Cl in università, con l’appello di Giussani ai suoi studenti di mettere al primo posto la fede in Gesù Cristo e non lasciarsi vincere dalle ideologie. Sono anche gli anni dell’appoggio alla rivolta di Solidarnosc in Polonia, della battaglia in difesa della vita e contro l’aborto (1981), della nascita di opere culturali, come il Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini, riflesso della quella passione di don Giussani per l’incontro tra gli uomini.

Massimo Camisasca

Comunione e liberazione. Il riconoscimento (1976-1984)
Appendice 1985-2005

Edizioni San Paolo 2006
pp. 328 – euro 18,50

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16 luglio 2009 | Categorie Libri | Commenti disabilitati 

Tra un aereo e l’altro. Diario di viaggio

nakuru25-26 gennaio

Si avvicina la conclusione della mia permanenza a Nairobi. Ho visto tante persone, ho incontrato tante situazioni di povertà e di fede, di gioia e di malattia, di pena e di speranza. Soprattutto ho passato molte ore con i nostri quattro preti, con le loro responsa-bilità. Ho visitato la parrocchia, i suoi gruppi, le scuole che ab-biamo creato.
Lascio con la convinzione che la strada imboccata è quella giu-sta, la strada dell’educazione. E non solo per noi, ma per l’Africa. Stiamo facendo qualcosa di utile non solo per la Chiesa, ma as-sieme per questi popoli.
Spero che il mio diario sia stato utile a chi voleva avere notizie di me e anche forse ragione di qualche riflessione.
Mi attendono la preparazione delle valigie e i saluti.
Ciao Nairobi, ciao Africa.

24 gennaio
Siamo di ritorno, dopo due giorni passati sul lago Nakuru, uno dei tanti laghi vulcanici della Rift Valley, famoso per le decine di migliaia di fenicotteri rosa che ne popolano le rive.
Abbiamo girato con la Toyota nella savana e nella foresta: antilopi, gazzelle, zebre, rinoceronti, bufali, babbuini, iraci, iene e lungo il lago pellicani, marabù e i fenicotteri rosa.
Abbiamo fatto l’incontro della casa in questo paradiso terrestre sapendo che, ahimè, è solo un oasi in un mondo ben diverso.
Qui a Nairobi è iniziato il Social Forum contro la globalizzazione, in realtà contro Bush, numero uno del terrore, come dicono i cartelli. Le migliaia di persone che sono qui a Nairobi non vengono dall’Africa, vengono dall’Occidente. Tutto in realtà sembra molto vecchio, anni settanta, con il miraggio della rivoluzione. Mi sembra più interessante la strada dell’educazione che noi abbiamo scelto. Creare nuove classi dirigenti attraverso il lavoro lungo, difficile, ma affascinante dell’educazione. Salvare i poveri anche attraverso la conversione dei cuori e delle menti dei ricchi e dei potenti.
Oggi incontro tra noi su questi temi: giovani, scuola, educazione. Domani probabilmente giornata di vacanza. Venerdì incontro sull’amministrazione e nella notte il ritorno in Italia.
Intanto oggi pranzo con i malati di Aids al nostro meeting point, che li raduna e si prende cura di loro.

22 e 23 gennaio

Gita ad un parco nazionale. Il diario riprenderà mercoledì.

20 gennaio

Visita al quartiere di Wendani. È, oltre a Kahawa, l’altro quartiere di cui si compone la parrocchia. In questi ultimi tempi cominciano a sorgere palazzoni, isole strane in mezzo a baracche, in un quartiere in cui mancano le fognature, in cui le strade fanno spavento.
Don Alfonso conosce moltissime persone, saluta ed è salutato, speso si ferma a chiedere notizie dell’uno e dell’altro. In una delle baracche più povere, andiamo a trovare una donna che stringe al petto un bambino. È tutto pelle e ossa, deforme, piccolino. Ha 16 anni, non parla, colpito da varie malattie. La madre cerca di dargli un po’ di semolino da mangiare, ma non riesce a deglutire nulla. È sostenuto dalle nostre adozioni a distanza.
Visitiamo il dispensario gestito dalla nostra parrocchia. È sabato mattina, per questo, mi spiegano, c’è una piccola coda. I malati più frequenti sono quelli affetti da malaria, tubercolosi, oltre alle persone che si sottopongono al test per l’HIV.
Il dispensario manca di attrezzature un po’ evolute. Pomeriggio: riposo. Alla sera leggo qualche pagina di Claudel.

19 gennaio

Al mattino visita alla scuola La Carovana. vicina alla nostra casa/chiesa/asilo, è la scuola primaria (8 anni di cui finora cinque sono realizzati). sono due prefabbricati in lamiera, molto resistenti e funzionali, con uffici, cucina, sala refettorio e incontri. I bambini al solito sono meravigliosi. Cantano, scherzano, giocano, ridono. Sembrano proprio felici di essere in questa scuola. Come ho scritto giorni fa, le classi dalla quinta all’ottava in futuro si trasferiranno insieme all’Otunga, quando il liceo verrà costruito, in un terreno sempre entro i confini della parrocchia, a circa due chilometri.
Verso mezzogiorno, partecipo all’incontro settimanale dei ragazzi (giovani) handicappati, soprattutto mentali. E’ affidato a Giuliano che gode di buone collaborazioni. Commuove sentire l’esperienza di queste persone, prima completamente isolate, che ora rifioriscono, almeno nel sorriso, perché possono partecipare alla vita di altri amici. Anche nella notte, la presenza di chi ama apre spiragli di luce.

18 gennaio

Giornata passata interamente in casa. Il mattino lo dedico a parlare con le persone della casa, ricevendole una per una; il pomeriggio si tiene l’incontro telefonico con vari responsabili della Fraternità sul tema: il lavoro. Cena con le due case dei memores Domini.

12 gennaio 2007
Continuo, nel tempo libero, a preparare le lezioni che farò in Germania sul femminile nella Chiesa. Leggendo i libri di Ra-tzinger sul tema ho potuto notare, tra l’altro e quasi per inci-dens, alcuni mutamenti del suo pensiero, come alcune linee di continuità.
Sarebbe interessante uno studio su Ratzinger al Concilio e la sua teologia fino ai primi anni ’70, senza avere tesi pre-costituite da difendere, ma con lo scopo di vedere esattamen-te la realtà alla luce dei suoi scritti (anche posteriori).
Ho preparato l’omelia per la messa che presiederò domenica: mi aspetto con gioia canti e balli. Forse l’inculturazione sta già avvenendo e noi non ce ne accorgiamo.
Verso mezzogiorno visito l’asilo parrocchiale che avevo inaugurato cinque anni fa. I bambini, che ora sono al numero massimo tollerabile dai locali, mi aspettano nel prato antistante, cantiamo e balliamo assieme, vogliono essere presi in braccio e fotografati, mi fanno dei regali (i loro disegni). Poi pranzo con loro: un bel piatto di riso e fagioli. I più grandicelli (cinque anni) servono a tavola i più piccoli.
Questi bambini sono di un’allegria a noi oramai sconosciuta. La loro educazione è la cosa più grande che si possa fare per l’Africa.

10 gennaio 2007

Al pomeriggio, con Alfonso e Carlo, visito una delle case delle suore di Madre Teresa a Nairobi. È situata in un quartiere poverissimo (baracche di latta per lo più, latrine che corrono a cielo aperto, montagne di rifiuti maleodoranti qua e là con la gente che vi cerca qualcosa da vendere…). Prima celebro la messa con loro e parlo brevemente dei miei incontri con Madre Teresa. Poi visito i tanti padiglioni della casa: ospita più di trecento persone, bambini piccolissimi abbandonati, bambini più grandicelli handicappati mentali e/o fisici, donne malate mentali (gli uomini, mi dicono, sono in un’altra casa).
Qui c’è anche il noviziato per l’Africa (attualmente 57 novizie).
È un concentrato dei mali del mondo che attraverso le suore diventa una manifestazione della capacità della fede di rendere umana anche la condizione più terribile.
Alla sera, dopo cena, in casa, leggo agli altri preti un capitolo de I promessi sposi.

8-9 gennaio 2007

Riprendo il mio diario.
Al mattino abbiamo avuto, tutti assieme, una lunga conversazione durata tre ore sul tema della evangelizzazione. Io, dopo aver esposto il significato del mio viaggio e della mia lunga permanenza tra loro, mi sono limitato ad ascoltare e prendere appunti. Ho sentito da tutti e quattro i nostri preti il racconto dei vari campi di missione che li vedono impegnati. Mi hanno parlato delle piccole comunità (Jumuja) che compongono la parrocchia, 10-20 persone ognuna. Con ciascuna di esse uno di loro si incontra settimanalmente. Un momento molto proficuo, in cui la gente si mostra disponibile ad ascoltare e parlare. Naturalmente si raggiungono così uno, due centinaia di persone. E gli altri? Le messe domenicali sono molto frequentate. Penso che la gente sia anche attratta dalla bellezza della chiesa che abbiamo appena costruito.
Si è proposta una catechesi sistematica a tutta la parrocchia (scuola di cristianesimo), con andamento incerto e con esiti altalenanti. Va ripensata. Occorre un lavoro di preparazione più intenso, più lungo, più corale.
Questo momento va ripensato con gli stessi collaboratori. Dobbiamo entrare nel loro linguaggio e riesprimere con loro ciò che li affascina.
Un buon sussidio è offrire a tutti coloro che vengono a messa un piccolo testo scritto (il succo dell’omelia? Un giudizio su ciò che accade? Una breve frase che presenti ciò che verrà approfondito nella scuola di cristianesimo? Forse tutte e tre le cose).
Certamente non ci si può limitare a rispondere a delle domande occasionali. Partendo pure da esse, occorre arrivare a una proposta sistematica e critica. Senza di ciò non c’è pensiero maturo, adesione convinta e libera.
Abbiamo poi parlato della liturgia come strada all’evangelizzazione, dei canti, delle danze. Siamo arrivati così a parlare dell’evangelizzazione legata alla celebrazione dei sacramenti, soprattutto battesimo e matrimonio. Sono poi passati a raccontarmi la vita delle diverse comunità o movimenti presenti in parrocchia: Azione Cattolica, CL, Carismatici, Incontri matrimoniali (un movimento che conosco, nato in Spagna da una costola delle Equipes di Notre Dame)…
Ci sono quattro scuole di comunità in parrocchia, con andamento quindicinale.
Don Valerio si è inserito in tutto questo dialogo parlando della nostra casa come fonte dell’evangelizzazione. E’ proprio così? Abbiamo coscienza del valore sacramentale della casa? Siamo veramente “assieme” nell’azione? O siamo soli? E’ vera la nostra passione per gli uomini o ci limitiamo ad erogare servizi? Siamo chiusi nella parrocchia o aperti a tutti gli uomini che incontriamo?
Agapitus ha svolto un intervento molto importante su questo tema: dialogo in casa e fuori casa. Generare altre persone che siano nostri veri collaboratori. Ha poi parlato della sua missione con i bambini (600 alla domenica!). Si è poi passati alle attività sociali: le adozioni a distanza come strada per accompagnare le famiglie ad educare i loro figli; il dispensario medico e le sue prospettive; il meeting point per i malati di aids (70 malati); la cura degli handicappati mentali e fisici.
Alla fine ho rinviato ogni mio commento al giorno successivo.

Durante il giorno scrivo le meditazioni che terrò in Germania in marzo alle nostre missionarie su: il lato “femminile” dell’esperienza cristiana.
Alla sera incontriamo il board della Fondazione Urafiki, da cui è nata la scuola elementare e media (Carovana) che ci vede impegnati in prima fila. Assieme all’asilo intitolato a Emanuela Mazzola e al liceo intitolato al Cardinal Otunga, rappresentano una linea completa di scuole molto promettente.

Ma di questo parleremo più avanti.

6 gennaio 2007
Parto con Carlo, alla mattina presto, per Nairobi via Zurigo. Non c’è infatti un volo diretto dall’Italia, non c’è più da molti anni; la prima volta che venni a Nairobi, nel 1991, c’era ancora l’Alitalia che faceva servizio via Gedda. Poi sono sempre dovuto andare al nord per raggiungere il sud. E tutto ciò non mi comunica un’impressione esaltante dell’Italia.
Viaggio per la quinta volta verso Nairobi.
Nel 1991 venni a cercare un insegnamento per Vincent Nagle all’università cattolica. Allora tutto saltò perché Vincent si ammalò e alla fine lo mandai in America. Nel 1991 a Nairobi di noi c’era solo don Valerio.
Il secondo viaggio, nel 1996 (se ricordo bene), fu per visitare la casa che nel frattempo era nata, con Roberto Amoruso.
Il terzo, nel 2001, fu per l’inaugurazione dell’asilo. Ai due si era aggiunto Alfonso Poppi, dopo venti e più anni di Uganda. Ci era stata affidata la parrocchia di saint Joseph dove siamo ora, alla periferia ovest di Nairobi. Avevamo messo in piedi una baracca per chiesa e cominciammo a costruire l’asilo, dono della famiglia Mazzola. Ora c’è anche la chiesa, una immensa capanna che domina il quartiere, la nostra casa e i locali per le attività sociali. E’ nata la scuola media e quella superiore. Ma di tutto questo parlerò più avanti, quando le visiterò.

***

Dall’aeroporto a casa, Nairobi mi appare quella di sempre, eppure diversa. Nuovi quartieri (ha ora tre milioni di abitanti e più), qualche strada asfaltata in più. Non c’è più Daniel arap Moi, il presidente tanto temuto. C’è meno corruzione? Sta crescendo qualcosa di nuovo? Cercherò di capirlo.
Arriviamo a casa nostra intorno alle 20 locali. E’ veramente bella, come l’avevamo progettata insieme. Dalle terrazze la vista imponente della chiesa. Che gioia essere stati committenti di una cosa così grande e bella! Chissà che giusto orgoglio nella popolazione.

17 gennaio
Mattino in nunziatura. Due ore di colloquio con il nunzio mons. Alain Lebeaupin. Parliamo di tantissimi temi.
Verso mezzogiorno, con Valerio e Carlo, andiamo allo slum di Gitega, il più grande slum di tutta l’Africa: un milione di persone! Vi si trova una scuola primaria realizzata da alcuni volontari del movimento. Ci accolgono con canti e danze. La scuola prende il nome del famoso testo di E. Saint-Exupery: Il piccolo principe. Mi sembra un’opera di grande significato, in un contesto così drammatico, come un raggio di luce in mezzo a un degrado inimmaginabile.
16 gennaio
Giornata interamente dedicata alle scuole. Al mattino visito la scuola professionale san Kizito, nata dal movimento e seguita da don Valerio fin dall’inizio (1992-93). Forma falegnami, elettricisti, idraulici, fabbri, sarti, elettrotecnici, elettronici, carrozzieri…
È veramente una scuola modello, ammirata in tutto il Kenya. Ogni corso dura due anni. Ogni anno circa 200 ragazzi ottengono il diploma. Accanto alla scuola, utilizzando le sue professionalità, è nato un mobilificio che offre mobili di legno massiccio a case e hotel in tutto il paese. Parlo a un gruppetto di studenti del mio incontro con don Giussani e del valore del lavoro.
Poi passo a visitare il liceo Otunga nato due anni fa sempre dal movimento. Si trasferirà presto in un nuovo stabile in costruzione nella nostra parrocchia, dove confluirà anche la scuola media Carovana (le elementari rimarranno dove sono, accanto all’asilo E. Mazzola).
Nel pomeriggio incontro gli insegnanti dell’asilo e della scuola elementare Carovana. Parliamo delle loro esperienze di educatori e dei miracoli che si manifestano nei bambini che vivono un rapporto non autoritario da parte dei loro insegnanti. L’uscita dal formalismo e dall’autoritarismo è veramente una strada nuova per l’educazione qui, in Africa.
15 gennaio
Giornata di passaggio. Mi riposo ancora un po’ dopo una domenica così intensa. Al mattino dedichiamo due ore a prendere in considerazione le rispettive responsabilità nel movimento. Riprendo i temi delle mie precedenti conferenze. Al pomeriggio leggo, ancora Ratzinger, (Fede, verità, tolleranza che sarà – più o meno – il tema del prossimo meeting di Rimini e il libretto di Scola su Giussani. Qualche scorribanda in biblioteca su Claudel e Danielou). Alla sera surrealistica visione di don Camillo e Peppone.

16 luglio 2009 | Categorie Articoli Recenti | Commenti disabilitati 

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