Incontro alle persone
Intervista a Giovanni Brembilla, missionario a Città del Messico dal 2005: insegnamento, educazione, fede
Giovanni, sei in missione a Città del Messico da cinque anni. Qual è secondo te l’impatto della fede nella vita sociale del paese?
Spesso, quando si pensa alla realtà sociale dei paesi latinoamericani e a ciò che la missione cristiana può operare, si pensa al problema della fame, della povertà, e alle opere sociali connesse. Ora, se è vero che nella mia parrocchia ci sono famiglie che vivono solo di tacos e fagioli, è anche vero che certo attivismo animato da buoni propositi qui in Messico è frenato da uno stato onnipresente, che ha profonde ingerenze nel sociale. Soprattutto, però, la fame qui è anche di altra natura: abbiamo fame di libri, abbiamo fame di capacità di giudizio, di dibattito e di confronto. La maggior parte della gente non può permettersi i libri, molto costosi, e spesso la mancanza di abitudine alla lettura genera una mancanza di giudizio sulla realtà.
Tu sei un insegnante. I tuoi alunni leggono?
I ragazzi ricevono una educazione che non li aiuta certo a maturare un atteggiamento di giudizio. Per esempio, di recente la mia scuola ha partecipato ad una sorta di gara. Sono state illustrate alcune tesi e, a un certo punto, è stata lanciata una monetina per decidere chi dovesse sostenere una certa tesi piuttosto che un’altra. Avevamo fatto un lavoro di preparazione insieme ai miei ragazzi… e invece: una opinione assegnata con una monetina! Un altro esempio: per una settimana culturale ho proposto la mostra su La rosa bianca. Dopo la proiezione del film, una ragazza, stupita, mi ha detto: «Morire per un ideale… A noi insegnano a cambiarli continuamente!». Insomma, c’è una forte sete di verità, di giudizio. Quando i ragazzi incontrano qualcosa di vero, se ne accorgono, eccome!
Come affronti questa sete? Che cosa provoca in te?
Quando qualcosa non funziona, non bisogna stroncare, ma mantenere la porta aperta a un’altra possibilità. E’ un processo lento. Del resto, l’ho vissuto anch’io e lo vivo tuttora. In questi cinque anni, ho vissuto un cammino faticoso, in cui ho dovuto aprirmi, abbandonare il mio schema educativo “classico”. Il mio è stato un lavoro di comprensione, nel senso etimologico del termine, in cui ho cominciato ad accogliere la persona che ho davanti, con tutta la sua storia, accettando ciò che non va con un abbraccio gratuito. E’ vero, l’America Latina non è la Cina, culturalmente è molto più vicina a noi. Ma questo cammino è necessario. E per me è stato ed è essenziale la vicinanza dei miei fratelli della casa.
Vedi un cammino simile anche nelle persone che ti sono affidate?
I messicani sono persone di compagnia, ma a volte un carattere festaiolo, espansivo, può essere un modo per soffocare qualcosa che non si vuole far emergere. E’ un cammino lento, che qualcuno comincia a fare. Bisogna che ognuno di noi prenda coscienza della ferita che ha. Tutto si gioca nel camminare insieme, senza schematizzare, senza avere timore. Poi, ognuno ha i suoi tempi.
Quali sono le strade che percorri ogni giorno?
Be’, sono fortunato. Per esempio, ho la passione della storia e, oltre ad insegnarla, ne parlo spesso. Una donna della parrocchia, che penso abbia fatto solo le elementari, un giorno mi si è avvicinata e mi ha chiesto: «Com’è che lei sa così tante cose della nostra storia, più di noi?». Quando parli alle persone della loro storia, indicando luoghi concreti, delle loro città, della loro terra, ne restano incantate e si illumina di una luce nuova anche la storia ufficiale. L’amore al particolare ti porta ad aprirti all’universale. Se uno non ama il campanile del proprio paese, non potrà amare il mondo. Non sarà disposto ad amare una terra lontana undicimila chilometri dal campanile del suo paese. Io sono bergamasco, ma ormai non lascerei mai Città del Messico.
Sei un insegnante, ma soprattutto un prete. Che atteggiamento vedi nella società nei confronti della fede?
Questa gente sta compiendo un passo importantissimo, anche grazie alle beatificazioni e canonizzazioni di persone messicane. La maggioranza delle chiese antiche nei paesi sono dedicate a san Francesco D’Assisi, a san Domenico di Guzman, a san Luigi di Tolosa… Mettiamoci nei loro panni: chi è per loro san Francesco D’Assisi? Io ho incontrato san Francesco d’Assisi studiando a scuola la letteratura italiana, la storia dell’arte… Non ho conosciuto san Francesco, ma è la mia storia. Oggi, invece, con le canonizzazioni cominciano ad esserci santi che i messicani hanno conosciuto. Quando hanno canonizzato Raffaele Guízar Valencia, vescovo di Veracruz, alcuni parrocchiani ci dicevano: «Era nostro prozio!». Una signora che gestisce un autosalone, vicino alla parrocchia, aveva messo un manifesto che recitava: «Rafael Guízar Valencia è nostro zio». La santità è qualcosa che c’entra con la vita. La storia ha sradicato il cristianesimo dalla società. E’ diventato un impegno privato. Veramente profetico è stato Giovanni Paolo II, che con le beatificazioni e canonizzazioni ha permesso che la gente si riavvicinasse ai testimoni. Ci ha fatto vedere che il cristianesimo non è credere in qualcosa che è successo duemila anni fa e basta, ma è qualcosa che continua nella storia.
La festa della dipendenza
Durante la quaresima e la settimana santa, io, Paolo, Julián non abbiamo perso l’occasione per muoverci in questo grande Messico, tra gli esercizi del Clu, le vacanze con i ragazzi di Gs, la missione in Chiapas. Senza un giorno di sosta tra un appuntamento e l’altro, la quaresima si è conclusa con un unico grande viaggio nella ricerca del volto di Cristo e nella scoperta dei suoi molti lineamenti.
Vi racconto, in particolare, il nostro triduo pasquale in Chiapas, in un pueblito di indios sotzil. Da Città del Messico, viaggiamo tutta la notte e tutta la mattina e mentre entriamo in questa regione cerco di tenere gli occhi bene aperti. Il paesaggio è nebbiolina leggera e montagne che, per la forza con cui sono gettate in alto, lasciano scoperti i loro fianchi e mostrano che la roccia sopravvive sotto la foresta. Terra rossa finissima.
Finalmente arriviamo al pueblito. Si chiama “Matazanos”, come un frutto che si trova qui. Se ne contano poche piante, a dire la verità, ma è un villaggio così povero che anche dieci alberi da frutta sono una ricchezza.
Siamo accolti con grande festa, dagli adulti lieti per il regalo di avere un sacerdote per la settimana santa e per la Pasqua, e dai bambini che diventano subito nostri amici e non ci lasceranno fino all’ultimo istante. Da queste parti passa un frate francescano una volta al mese, celebra la messa e consacra le ostie che poi un ministro della comunione distribuisce alla gente le settimane successive. Questo è il centro della loro vita: la presenza del Santissimo. La corrente che è arrivata sei mesi fa, e l’acqua solo poco tempo prima, non fanno certo concorrenza all’eternità di Dio. Sono poveri, e forse proprio per questo sanno molto bene ciò che è necessario per la vita, e lo curano con attenzione: l’angolo più sicuro della casa è riservato al mais (che insieme ai fagioli è quasi l’unico cibo disponibile), ma il vero spettacolo è vedere iniziare la liturgia. Tutto il villaggio è presente, cantando pregando e rimanendo in silenzio. Quasi non parlano spagnolo, ma non è necessario spiegare loro nulla, sanno già tutto di ciò che sta succedendo e di ciò che bisogna fare. La fede è stata custodita come il bene più prezioso, viva, come la roccia di queste montagne.
Per la notte del sabato i ragazzi hanno addobbato a festa la cappella, con un tappeto di foglie e con i colori degli abiti tradizionali. È più bella di tutte le loro case: qualcuno gli avrà detto che così si costruisce una cattedrale?
Alla veglia, tutto il pueblo è sveglio e lì presente. Non c’è nessuna distinzione tra la comunità sociale e la comunità della Chiesa: gli uomini lavorano insieme, le donne lavorano insieme, i bambini crescono insieme, giocano insieme, si ammalano insieme (hanno tutti la varicella!). La vita non ha un’altra dimensione, se non quella della comunione. E non è la stessa cosa nel villaggio vicino: dove Cristo non è il centro, la sola altra possibilità è la divisione.
Questo è il primo segno della resurrezione di Cristo: che la realtà ferita dal peccato originale possa scoprire la comunione, che nasca la comunione. È la vittoria sulla morte. Non è sufficiente la povertà materiale: è necessario riconoscere qual è il tesoro della vita; poi sì, si può fare festa.
Sulla strada del ritorno passiamo attraverso i territori del subcomandante Marcos, e ci sono alcuni cartelli che dicono “Attenzione, state entrando in zona zapatista, territorio indipendente”. Nel pueblito di Matazanos non c’è nessuna ombra di zapatismo, né di teologia della liberazione: nessuno convincerà questa gente che è indipendente. Lo sanno benissimo, sono poveri e sanno benissimo che tutta la loro vita è dipendenza. Dipendenza da Cristo che è risuscitato, e guai a togliergliela. Ben lungi da ogni tipo di risorgimento ogni giorno festeggiano la comunione, che è la festa di Cristo risorto, che è la “festa della dipendenza”.







