Cento case, cento madri…
S
ono le otto di sera e stiamo viaggiando da sei ore. L’Italia è un paese stupendo, ma lungo! Mancano ancora due ore a casa e ci va bene che questa sera non c’è traffico. Ho fame e c’è da fare benzina: al prossimo autogrill ci fermiamo. L’aria è frizzantina, pensare che fino a pranzo eravamo con la neve alle ginocchia. Ho ancora in mente gli amici che ci hanno salutato quando siamo partiti. è stato un week-end intenso, come quasi tutti quelli dell’anno: fra celebrazioni di messe, incontri, pranzi e cene abbiamo davvero incontrato tanta gente. Quante belle storie di fede genuina, drammatica in certe situazioni, abbiamo ascoltato. Sono queste storie che aiutano la mia fede a crescere.
Tanti ci ringraziano perché passiamo nelle loro chiese e nelle loro case raccontando la storia della nostra vocazione o quanto l’appartenenza alla Fraternità abbia cambiato la nostra vita, senza rendersi conto che siamo noi debitori per la loro testimonianza e per l’aiuto a organizzare gli incontri. Ogni tanto mi torna in mente il Vangelo: avrete cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri…
Da quasi quattro anni giro l’Italia: quante case mi hanno accolto, quante tavole mi hanno ospitato, quanti letti sono stati preparati per me! Tante volte spostando i componenti della famiglia da una stanza all’altra pur di lasciare il letto al prete di passaggio. E prima di addormentarmi è sempre stato curioso osservare i segni del padrone della stanza: le foto, i poster di cantanti e giocatori. Tante volte ho cercato di immaginare i desideri di coloro che in quelle stanze ci vivono, pregando che la loro vita possa compiersi.
E quanti posti belli mi sono stati donati: montagne ardite, paesaggi lunari, città incastonate sulle montagne, perle colorate dal mare blu. Spero che tutta quella bellezza possa rimanere nel mio animo. Oggi, ogni volta che qualcuno nomina un luogo, oltre alle caratteristiche del posto mi tornano in mente i volti e l’amicizia con tante persone che vi abitano. Ogni tanto i sacerdoti della mia casa mi sfidano a ricordare i nomi dei parroci di paesi o città che incontriamo quando percorriamo un’autostrada, sapendo che magari ho bussato alle porte delle canoniche della zona per le giornate missionarie. Tante volte riesco a rispondere alla sfida: devo ringraziare la buona memoria che Dio mi ha donato, ma anche l’accoglienza che ho spesso ricevuto da tutti quei sacerdoti.
Chissà se la memoria mi supporterà in Kenya, dove andrò ad abitare fra qualche mese. Già imparare i nomi della gente sarà un’impresa. Per quanto ho potuto vedere durante un breve soggiorno, sarà un’esperienza di grande valore, a partire dalla vita in casa. Per fortuna nei quattro anni di lavoro in Italia ho vissuto in via Boccea. Ho imparato moltissimo dai superiori, dal lavoro comune con loro e con i miei compagni di avventura, Ubaldo prima e Gabriele poi. A loro va la mia gratitudine.
Sì, in Africa la vita sarà diversa, a partire dal fatto che avrò una stabilità maggiore, senza essere sempre in viaggio. I paesi, i nomi, i volti conosciuti e amati in questi anni verranno con me, con la preghiera che il Signore li ricompensi per quanto ho ricevuto. Sono certo che gli amici faranno lo stesso per me, chiedendo a Dio che io possa vivere la mia vocazione senza riserve.
Bon, ecco l’autogrill. Facciamo presto, però, a casa ci aspettano.
“Crescendo” a scuola
«Crescendo» è un’occhiata veloce ad un mondo in costruzione. Dai bambini dell’asilo ai malati di aids, dalle problematiche sociali del Kenya ai giovani che imparano un mestiere, al centro della cura delle persone c’è l’educazione ad uno sguardo nuovo sull’uomo e sul mondo.
In poco più di mezz’ora, l’occhio agile della telecamera ci introduce nel ritmo di vita che anima il quartiere di Kahawa Sukari di Nairobi, ci accompagna a conoscere le persone affidate a quattro missionari della Fraternità san Carlo.
Proponiamo il documentario all’attenzione di insegnanti e presidi perché fornisce numerosi spunti pedagogici. La qualità intrinseca del film aiuta a veicolare temi che si prestano a essere trattati trasversalmente a diverse discipline: l’educazione, il lavoro, lo sviluppo, la violenza tribale, la malattia, la fede, l’amicizia. Il tutto senza rischiare di annoiare, portando lontano dai luoghi comuni che vedono nell’Africa solo povertà, malattia, disperazione. A ogni scena si rimane sorpresi della bellezza di ciò che si vede e si sente.
Sono a disposizione tre seminaristi della Fraternità che hanno vissuto un periodo di formazione presso la missione di Nairobi, che possono approfondire i temi del video con le classi o in un incontro più grande.
Per informazioni sul film e sulla nostra proposta, è possibile telefonare allo 06.61571444, scrivere a pr@sancarlo.org
In Africa, dove rinasce il cuore dell’uomo
Caffè e zucchero, periferia di Nairobi. Qui c’è ancora la fattoria della baronessa Karen Blixen. Una zona strappata alla savana che in lingua locale è chiamata Matopeni, ovvero «dove c’è fango». Qualche anno fa c’era solo una cappella in legno e lamiera. Oggi, una chiesa grande e bella, con un campanile altissimo e un tetto a capanna che protegge più di mille persone, inaugurata il 29 marzo di quest’anno. Intorno alla chiesa, come sue emanazioni naturali, scuole, case di accoglienza, case di sacerdoti.
Qui vivono e lavorano don Alfonso Poppi, don Valerio Valeri e don Giuliano Imbasciati. Troviamo la parrocchia di Saint Joseph, un territorio vasto e diversificato, e il sostegno alle scuole che nascono poco a poco, grazie all’Avsi e a cooperative di genitori e insegnanti disposti a mettersi in gioco. E poi l’istituto professionale San Kizito, dove si formano meccanici, falegnami, elettricisti, tecnici informatici; il liceo Cardinal Otunga (compianto arcivescovo di Nairobi, scomparso nel 2003); la scuola primaria Urafiki (significa “amicizia”), quella de La Carovana, l’asilo Emanuela Mazzola. Nate per mettere alla prova il metodo educativo di don Luigi Giussani, in un Paese, una città dove si è capito che tocca scommettere sull’educazione per guadagnarsi il futuro. Non a caso il Kenya è in testa a tutte le classifiche: il 95 per cento dei ragazzi frequenta la scuola primaria, il 50 per cento quella secondaria.
«Ma è una corsa all’educazione accademica, che chiede un taglio netto con le radici, la dimenticanza del passato. Che produce uno straniamento, culturale e umano», spiega don Alfonso Poppi, uno che il mestiere di educatore lo conosce bene. E adesso ha quarant’anni di Africa addosso, come una malattia, del cuore, incantato dalla sua bellezza.
La storia di questo missionario varrebbe un libro corposo. Dopo la laurea in chimica, voleva fare il professore di matematica e fisica. Poi l’incontro con i ragazzi di Comunione e Liberazione, l’invito di don Giussani ad andare in Africa, dove i primi, soprattutto medici, partiti negli anni 60, avevano conosciuto l’umanità di un missionario comboniano veterano dell’Africa, padre Tiboni. «Mi resi disponibile immediatamente, con un amico di Bergamo che studiava in facoltà con me, ma si temeva che il Governo di Idi Amin Dada avrebbe espulso i sacerdoti e i volontari, e dovetti aspettare tre anni, per arrivare a Kitgum». Poppi, modenese verace, diventa sacerdote in Uganda, «perché lì avevo trovato la risposta totale alla mia vita, la pienezza del mio essere uomo». Padre Tiboni – spiega don Alfonso – «aveva dato vita a un seminario per vocazioni adulte. Mettiamoci un po’ di terzomondismo anni 70, le letture di Charles de Foucauld, la scelta del “diventare come loro”. Magari era una sensazione un po’ idealista e confusa, ma vera. Se stai in un Paese come l’Uganda ti ci vuole una vita per capire la sua gente».
Don Alfonso studia e impara presto la lingua e le culture acholi, sul campo, di capanna in capanna, non sui libri. «Ma diventare sacerdote – continua – significa vivere l’esperienza della comunità, non solo avere una formazione teologica. Un gomito a gomito che ti impedisce di sognare idealmente. La Chiesa è comunità, è confronto quotidiano, come nel matrimonio. Così è stato per me in seminario. Io e il mio amico, i soli due bianchi, più dieci africani, di diverse tribù. Nella diocesi invece il sostegno della comunità è venuto a mancare. Tante parrocchie, lontane, disunite, si viveva in solitudine e se si aggiunge il rischio della vita! Ricordo un lungo periodo nascosto nei boschi, tra soldati, profughi. Do l’assoluzione a tutti, mi dicevo, ma chi la dà a me? Certo il buon Dio ci avrebbe pensato, ma avevo bisogno io di un luogo e un’esperienza da proporre, per essere missionario».
Nel 1985 nasce la Fraternità San Carlo. Nel 1993 don Poppi ottiene di farne parte, e ritrova una casa. In tutti questi anni di lontananza e pericoli la sua prima casa non l’ha mai lasciato. Famiglia di Sorbara, papà produttore di Lambrusco, naturalmente, allegro, spiritoso, amante della compagnia. Mamma capace di affezione, sacrificio, donazione totale. La scelta del figlio dev’essere stata difficile da accettare. «Forse – commenta -, ma a me hanno fatto capire che la mia vocazione sarebbe diventata la loro, e mi hanno sempre sostenuto. “Ho imparato da mio padre, ora imparo da te”, mi disse il babbo il giorno dell’ordinazione. Era l’Assunta del 1980. E quando mamma si ammalò gravemente fu lei a mandarmi via dal suo capezzale, a dirmi di tornare alla mia missione».
Uganda è guerra, odi etnici, povertà. E malattia. Verso la metà degli anni 80 l’aids diventa di pubblico dominio, non lo si può più nascondere, cresce la paura. Comincia il lavoro nelle scuole, tra la gente, un lavoro di educazione, che propone anzitutto un cambiamento nelle abitudini sessuali, nel rispetto per le donne. Oggi anche molti medici confermano che è l’unica strada, tra lo scandalo di chi cerca soluzioni più facili. E in Uganda ha dato i suoi frutti. Nasce il Meeting Point, il suo simbolo l’Icaro slanciato verso il cielo di Matisse, con quel cuore rosso che sembra pulsare. La perla più preziosa, il cuore dell’uomo, che sa cercare e conoscere la verità anche nelle circostanze più terribili. Il Meeting Point, noto oggi in tutto il mondo, è uno dei pochi luoghi dove gli ammalati di aids “guariscono”, riprendono comunque fiducia e speranza. Rose Busingye, l’infermiera che strappa alle donne malate la fiducia e la malattia, ha commosso molti. Don Poppi ne è cappellano per dodici anni: «È cominciato con un ammalato in fase terminale che ha chiesto di me. Un uomo chiuso, ostile. Che mi ha permesso una comunione estrema e totale. Così ho conosciuto l’aids e accompagnato tante persone sole e ferite dal male. Perché è sempre dalla realtà che bisogna partire, è la realtà che ti parla, cioè Dio che ti viene incontro. E va abbracciato».
Dopo venticinque anni di Uganda, Poppi viene chiamato in Kenya, a Nairobi. Il cardinale vuole dei missionari, c’è da far crescere una parrocchia, da aprirne altre. «È stato più difficile per me lasciare il nord Uganda che l’Italia. Sembrava poi che me la svignassi, per sfuggire alla guerra, alle rappresaglie, nel periodo più buio. Ma la vocazione era alla fraternità, la fedeltà a un carisma, non a un luogo geografico. Questo ho spiegato alla mia gente. Non avete fatto domanda per avermi. Ora Chi mi ha mandato mi vuole da un’altra parte».
Dall’Africa rurale alla metropoli. Da una cultura di accoglienza, di solidarietà, di legami radicati, di amore per la natura alle divisioni, alla solitudine di genti di diverse tribù e storie, in quartieri improvvisati e disumani. Ma don Alfonso si era formato e reso africano, e l’hanno capito subito. «Padre, mi dicono dopo la mia prima messa, da lei abbiamo risentito cose vecchie, ma come rifatte nuove, più fresche. Ha proprio ragione Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio, quando dice che il luogo privilegiato della missione sono le grandi città. Lì si gioca il futuro dell’Africa, nella mescolanza necessaria di tribù e etnie, lì la nostra occasione per testimoniare e far vivere la Chiesa e rendere le persone soggetto di un’esperienza che abbraccia la loro tribalità, ma insieme la supera, la fa entrare in una dimensione “cattolica”. La parrocchia è il luogo dell’apertura, dove la fede diventa supporto solido per incontrare l’altro. Questo è il nostro imperativo. Possiamo vivere in un buco, ma abbracciando il mondo».
Pensare che don Alfonso non sognava affatto di fare il missionario. Non era un tipo avventuroso, ma l’incontro con l’avvenimento cristiano «mi ha fatto capire che se è per me, è per tutti, a qualunque latitudine. Rivivere con la fede l’umanità africana è straordinario. Tutti i valori di quella cultura sono esaltati. Quello che il Papa ha detto in Angola, in Camerun, io l’ho visto, lo vedo. L’indomabilità, la generosità, la positività anche tra i più poveri, gli ammalati. La rinascita del cuore dell’uomo».
(da L’Osservatore Romano, 22 ottobre 2009)
Consacrazione St. Joseph a Nairobi
Fedeltà e coraggio
Si parla tanto di inculturazione nella Chiesa. E non sempre a proposito. Taluni infatti intendono «inculturazione» come una cancellazione del passato, delle radici ebraiche, greche e latine che hanno comunque segnato i primi secoli della storia cristiana, a favore di una traduzione del cristianesimo nelle culture nuove, che in realtà sono molto spesso antichissime, dei popoli non ancora raggiunti dal vangelo. Dal punto di vista storico, la questione è indubbiamente complessa, perché il cristianesimo è stato spesso portato in oriente, in Africa, o in America, attraverso vicende che si sono confuse con la colonizzazione. Ma, al di là del giudizio storico che si può dare su di essa, non possiamo dimenticare i benefici che la fede cristiana ha portato a milioni di uomini, benefici che non riguardano solo la vita futura ma anche quella presente, perché il cristianesimo è stato molto spesso una energia di umanizzazione.
Inculturazione allora può voler dire qualcosa di più vero. Non la cancellazione del passato, delle radici, ma la necessità che esse fioriscano in nuove sintesi, incarnandosi dentro nuove culture, nuove lingue, nella storia di nuovi popoli. Ma cosa deve restare dell’antico? E cosa del nuovo? Che cosa deve cadere? Che cosa deve essere sacrificato perché contrario al vangelo e alla vita portata da Gesù?
In questa prospettiva, l’inculturazione è la nuova parola con cui viene descritta una dinamica permanente della storia della Chiesa, quel dinamismo che vediamo vivere in Gesù. Forse è proprio lì, nel vangelo, che dobbiamo cercare le strade principali per una autentica missione cristiana, per la nascita di una nuova sintesi presso nuovi popoli.
Tutto ciò è per noi di fondamentale importanza, è la stoffa del nostro essere missionari. Moltissimi di noi sono italiani, ma una minoranza importante proviene da altri paesi. I più di noi vivono in paesi che non sono la propria patria, parlando un’altra lingua, incontrandosi e scontrandosi con altre lingue, culture e sensibilità. La prima cosa che viene alla mente pensando al Verbo di Dio che si è fatto uomo è che Dio ha voluto stare con noi, immergersi nella nostra stessa condizione, parlare la lingua di un piccolo popolo, entrare dentro le sue leggi e le sue usanze. Così dobbiamo fare anche noi. Dobbiamo immergerci nella vita di coloro a cui siamo mandati. Studiare la loro lingua, studiarla bene, approfonditamente, per poter entrare nel loro pensiero, conoscere la loro storia.
Eppure Gesù non ha condiviso in tutto la condizione umana. San Paolo dice: «Eccetto il peccato». Poi noi sappiamo che anche delle leggi del suo popolo egli ha fatto una cernita, e soprattutto ha proposto un criterio per discernere il bene dal male: la sua stessa persona. In questo modo, egli voleva uscire dal particolarismo giudaico, e si proponeva come verità per ogni uomo. Allo stesso modo, entrare dentro le culture e la vita dei popoli non vuol dire che tutto in loro sia bene, che ogni usanza, ogni costume, ogni tradizione vada necessariamente seguita e valorizzata. C’è una pietra di paragone, quello che Gesù è stato ed è. Quello che ha vissuto e vive oggi, attraverso la sua Chiesa. Le sintesi nuove non possono procedere che attraverso tentativi, e quindi attraverso errori. Rimane vero che esistono due criteri fondamentali per verificarle: la tradizione secolare della Chiesa, che vive nella fede del popolo cristiano, e il giudizio dell’autorità. Non bisogna perciò avere paura di valorizzare canti, musiche, racconti, esperienze artistiche… ma tutto deve essere posto al vaglio di questa domanda: tutto ciò fa incontrare Cristo? Lo fa incontrare veramente, efficacemente, in modo convincente e affascinante? Fa incontrare una esperienza autentica della vita, che non censura nessun aspetto dell’uomo?
La fedeltà e il coraggio sono dunque le caratteristiche principali di una vera inculturazione. Per questo essa è più opera dello Spirito che vive all’interno della comunità che di singole capacità intellettuali o morali.
Il cristianesimo è come lo sbocciare di fiori nuovi e il maturare di frutti nuovi su un tronco pre-esistente. La missione consiste infatti nel richiamare i cuori delle persone a qualcosa che accade tra loro, così come è accaduto tra noi. Per questo è necessaria la pazienza di una condivisione della loro vita, di ciò che vi è di più profondo e di autentico nel loro modo di essere.
è possibile vivere al livello degli altri ed essere nello stesso tempo significativi per loro? Che cosa ci permette di farci tutto a tutti senza sparire, alienandoci in essi, ma costituendo quel sale per la vita altrui di cui ha parlato Gesù? Soltanto lo Spirito di Cristo può operare tutto ciò. è lui che opera la rivoluzione, facendo sì che ciò che era opposto si unisca, ciò che era lontano diventi vicino, ciò che era nemico divenga fratello, ciò che è incomprensibile sia penetrato. E così tutto ci appartenga.
Alla luce di queste considerazioni appare molto chiaro che, assieme allo Spirito, il vero attore dell’inculturazione è ogni singola persona, segnata dall’incontro con Cristo. È in lei, nella sua vita quotidiana che la storia del popolo cristiano si incontra con nuove visioni e nuovi progetti, crea e purifica. L’inculturazione vera passa attraverso l’educazione. Passa attraverso qualcosa che ricevo dai miei padri, dai miei maestri e qualcosa che io a mia volta trasmetto ai miei figli, ai miei fratelli, ai miei discepoli.
Durante il mese di maggio la Chiesa ci invita a guardare a Maria. In lei possiamo scorgere l’unità di tutte le linee che ho cercato di tracciare. Educando suo Figlio, Maria ha aiutato il più grande passaggio che sia avvenuto nella storia dell’uomo.
Nell’immagine: la Madonna raffigurata in un disegno di Americo Mazzotta da cui è stata realizzata una statua che si trova nella parrocchia di St. Joseph a Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).
Nairobi. Sentieri di speranza
Carissimi,
sono tornato dal mio primo pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso 9 dicembre. Non vi ero mai stato e non avevo mai guidato un pellegrinaggio. L’agenzia keniota non è efficiente come quelle a cui siete abituati in Italia: la guida era musulmana, il gruppo molto eterogeneo, e ho dovuto portare pazienza per le molte distrazioni sul nostro cammino, dallo shopping alle fotografie. Ho capito che, senza una guida, è fin troppo facile dimenticarsi il significato di quello che si sta facendo, che è innanzitutto un gesto di conversione, di preghiera e di immedesimazione con Gesù.
Il nostro decanato ha ospitato l’incontro internazionale della comunità di Taizè. Alcune migliaia di giovani da tutto il Kenya e da altri paesi del mondo sono stati ospitati dalle parrocchie. Anche la proverbiale ospitalità africana è stata messa a dura prova dalla grandezza dell’evento: nella nostra parrocchia si sono presentati ottanta giovani e alcuni sacerdoti quando ne aspettavamo al massimo cinquanta! Il tema dell’incontro di Taizè era «Pellegrinaggio della fiducia», e veramente i parrocchiani hanno dato fiducia a noi e ai fratelli di Taizè, accogliendo in casa dei giovani sconosciuti, di altre tribù o di altri paesi, cosa che ha aiutato a vincere i pregiudizi e a vivere una fraternità. è stato un avvenimento di unità, di carità e di speranza.
A noi era affidata l’organizzazione della mattina dei tre giorni in cui i ragazzi di Taizè sono stati con noi. Abbiamo celebrato la Messa (sapevamo che non era nel programma del pomeriggio perché, essendo una comunità ecumenica, prevede solo dei momenti di preghiera comuni) e l’incontro con le nostre realtà caritative, tra cui il Meeting Point di Rose Busingye.
Il tema di questi incontri era «cercare insieme sentieri di speranza»: certamente sentire dei malati di AIDS parlare liberamente di sé e del proprio presente, così drammatico eppure così pieno di letizia e speranza, è stato un grande insegnamento per i giovani, così pieni di incertezza.
Abbiamo partecipato, per la prima volta insieme a cinque giovani della parrocchia, alle vacanze di CL del Kenya. Quest’anno alla vacanza hanno partecipato anche trenta ragazzi di Kampala, accompagnati da Rose e da Corrado Corradini. Sono orfani o vittime dell’AIDS, sostenuti da AVSI o incontrati da Rose tramite il Meeting Point. Ci hanno stupiti per la loro gioia di vivere, per l’entusiasmo e l’unità fra di loro, che hanno espresso in molti modi: nei giochi, nella gita nella foresta e soprattutto nei canti. Cantano divinamente ogni tipo di canzone, dai canti montagna a quelli popolari italiani a quelli ugandesi o inglesi. Stupisce vedere dei giovani così uniti. Il coro è uno strumento potentissimo di espressione della fede. Guardando loro cantare non potevamo che dire: è un miracolo! Come fanno dei ragazzi a cantare così bene? è la gioia dell’incontro con Cristo che li ha liberati e li ha resi spettacolo al mondo.
Rose è veramente tutta piena della presenza di Cristo e ogni cosa che ci ha detto è stata una testimonianza di lui. Ci ha parlato dell’importanza di appartenere alla casa: tornare alla sera a mangiare e stare con le sue compagne nella casa dei Memores Domini è ciò che salva anche tutto il lavoro del Meeting Point. Senza appartenere, anche il resto, prima o poi, stanca. Chiedo al Signore di essere un testimone come Rose. Quando uno è testimone, prima o poi un miracolo accade intorno a te, un popolo nasce o rinasce, come è successo con i malati di AIDS o gli orfani di Kampala.
La domenica di Cristo Re coincide, nella nostra parrocchia, con il «giorno del raccolto».
Tutto è iniziato dai parrocchiani che desideravano ringraziare, con offerte, delle cose buone (qui le chiamano «benedizioni») che hanno ricevuto durante l’anno. Ciò avviene ad ogni messa, con le offerte per noi preti, e la prima domenica del mese (Charity Sunday) con quelle per le opere caritative, in particolare il Meeting Point.
In questo modo le attività caritative della parrocchia sono un’opera di tutti i fedeli, non solo degli assistenti sociali o di noi preti e di qualche volontario. Vogliamo, cioè, che la carità diventi compito dell’intera comunità parrocchiale, dalle piccole comunità di quartiere alla parrocchia nel suo complesso. Questa educazione alla carità ha il suo momento culminante nel «giorno del raccolto». Ogni piccola comunità ha portato la sua offerta in processione (denaro, cibo o cose utili ai poveri); inoltre ognuna rappresentava anche un dono dello spirito o una virtù, che sono le offerte più gradite a Dio. è stato un evento di popolo, una vera festa, e anche una raccolta molto fruttuosa.
Infine la bella notizia: finalmente il pavimento è completato, levigato, lucidato e pulito. Stiamo celebrando nella chiesa nuova, che è uno splendore. Sia lodato il Signore! Un abbraccio,
Giuliano
Nella foto: don Giuliano Imbasciati con alcuni piccoli parrocchiani di Kahawa Sukari.
Kenya. La luce che squarcia le tenebre
Don Giuliano Imbasciati e don Valerio Valeri, missionari in Kenya, raccontano i drammatici fatti che hanno scosso il paese in questo periodo: le violenze, l’arrivo dei rifugiati scacciati dalle loro case e ora accampati in varie città. Oltre al caos, in queste righe, è raccontata l’esperienza del perdono che, come un fiore raro, è sbocciato sul deserto del dolore e della disperazione.
Nairobi, 7 gennaio 2008
Caro don Massimo,
ti ringrazio per aver chiesto a don Valerio di non lasciarmi solo in questo momento di tensione e di violenza nel paese. È stato un segno di carità nei miei confronti e di responsabilità di fronte alla situazione. Dio ci chiama a stare vicini alla nostra gente, non a fuggire. Quando il lupo si aggira tra le pecore, il pastore deve difenderle. La nostra parrocchia ha reagito in modo esemplare a quello che succede nel paese rispondendo alla nostra proposta di pregare nell’adorazione eucaristica; anche i giovani, che hanno mostrato maturità, vi partecipano.
Caro don Massimo, quando tu chiedi nella tua preghiera che possa nascere una nuova generazione che sia protagonista di un futuro più luminoso, penso ai bambini e ai ragazzi che frequentano le nostre scuole; penso ai giovani della parrocchia, che vivono insieme come fratelli e che spero sapranno costruire una nazione più unita. Penso a John (nome di comodo), cui sono stati uccisi due fratelli e un cugino nella Rift Valley. In certi posti ancora vige l’anarchia e la vendetta. Lui non può fare nulla per salvarli, perché le strade sono bloccate e, se va là, rischia la vita. Può solo pregare e perdonare, come ha fatto sabato quando abbiamo detto la messa a casa sua con la jumuia (una delle tante piccole comunità in cui è articolata la vita della parrocchia). Mi ha impressionato vedere che in lui non c’era una briciola di odio, ma solo dolore, accettazione di quanto gli era accaduto e perdono. I suoi figli ricorderanno per sempre questo esempio del padre e lo imiteranno, se dovesse succedere a loro una cosa simile, Dio ce ne scampi.
La gente della parrocchia in questi giorni viene più numerosa a messa perché capisce che bisogna pregare Dio più intensamente per il dono della pace. In molti si sono dati da fare per raccogliere cibo e vestiario per i rifugiati, in maggioranza Kikuyu scacciati dalle loro case da altre tribù e ora accampati in varie città. Stanno arrivando anche a Nairobi, scaricati da camion. Una signora di Eldoret, con un bambino, è venuta in parrocchia in cerca di aiuto sabato sera; un signore, invece, è giunto da Mombasa ieri mattina. Dobbiamo essere pronti ad aiutare queste persone. Gli aiuti materiali che raccogliamo, li consegniamo ad agenzie come la Croce Rossa, le uniche autorizzate ad andare in certe zone off limits. Abbiamo aperto questa iniziativa della jumuia St. Peter a tutti i parrocchiani, che hanno risposto generosamente. Anche la diocesi di Nairobi si è mossa ad organizzare gli aiuti agli sfollati.
Nonostante tutto possiamo ancora sperare, come dice il Papa nella sua ultima enciclica, che ho riletto in questi giorni, perché «la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’amore e grazie ad esso hanno per esso un senso e una importanza». La nostra speranza è una certezza, come diceva don Giussani e come dice anche il Papa: la certezza che Cristo ha vinto il mondo e il male, per cui «posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita o per il momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più niente da sperare».
Un abbraccio
tuo
Giuliano
Nairobi, 15 gennaio
Carissimo Paolo,
negli scontri tribali nella Rift Valley sono stati uccisi due fratelli e un nipote del nostro amico John (nome di comodo). Giuliano è rimasto molto colpito dalla sua testimonianza durante la riunione della jumuia: non ha avuto parole di vendetta, ma di perdono. John ha parlato dell’incidenza reale del cristianesimo nella vita quotidiana: esso ha veramente la forza di cambiare il modo di giudicare la vita e di eliminare dal nostro cuore il desiderio di vendetta. Un desiderio di vendetta che ancora, a quanto pare, non ha abbandonato questo Paese.
Noi continuiamo a pregare, nell’ora di adorazione che abbiamo ogni giorno prima della messa, e abbiamo chiesto alle famiglie di dire il rosario e la preghiera di don Massimo nelle loro case.
Anche voi continuate a pregare per noi.
Grazie a Dio in casa stiamo bene e siamo sereni, nel Signore.
A presto
Valerio
Verso un cammino di pace
Carissimi amici, molti chiedono come stiamo, come è la situazione, se corriamo pericoli… La situazione del paese è drammatica: dopo i risultati delle elezioni sono scoppiate proteste in diverse parti del paese, soprattutto in alcuni slums (baraccopoli) di Nairobi e in altre città, come Kisumu, Eldoret… Ma soprattutto sono iniziate delle epurazioni tribali, in alcune parti del paese. Sono state incendiate case, uccise persone: oggi si parla di quasi 200.000 persone che hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in chiese o caserme della polizia. Non si intravede per ora una via di uscita. Ma sta crescendo fra la gente una solidarietà che va oltre l’appartenenza tribale (ci sono molti casi in questa nostra zona di Kikuyu che aiutano Luo) e una condanna sempre più esplicita dei politici che stanno usando la violenza per affermare il loro potere. E un grande desiderio di ritornare a una vita normale. Nella nostra zona e parrocchia non ci sono stati episodi di violenza: la gente si sta mobilitando per raccogliere viveri da portare alle persone che sono senza casa. Dietro suggerimento di don Massimo, ogni giorno facciamo un’ora di adorazione prima della messa e molte persone della parrocchia partecipano a questo gesto di preghiera. Per tutti è chiaro che solo il Signore può cambiare i cuori e volgerli verso un cammino di pace. Sosteneteci con la vostra preghiera. Buon anno e il Signore conceda anche a noi un “Buon anno” per il nostro paese. don Valerio Valeri
Per la pace nel Kenya
Preghiera per il Kenya
“Offriamo questa adorazione per impetrare dal Signore il dono della pace tra i popoli del Kenya, in particolar modo tra i Kikuyu e i Luo, che si stanno scontrando e uccidendo. Chiediamo al Signore la conversione del cuore: soltanto infatti attraverso di essa si puo’ realizzare la pacificazione tra i popoli, tra le famiglie e tra le tribu’. Senza la conversione, il nostro spirito è accecato dagli odi, avvelenato dal passato e da rancori ancestrali che occupano il nostro presente. Senza perdono, l’uomo viene dominato dal proprio passato e chiama giustizia il tentativo, disumano, di placare con il sangue la propria sete. Chiediamo a te, Signore, che l’Africa non sia ancora una volta bagnata dal sangue dei popoli, e ti chiediamo soprattutto che i battezzati vivano il loro Battesimo come fonte di perdono e di riconciliazione, e una nuova generazione possa crescere e guidare questa nazione verso un presente e un futuro più luminosi. Ti chiediamo che i nostri parrocchiani, i nostri amici, le famiglie che circondano la nostra Parrocchia, gli insegnanti e gli scolari delle nostre scuole possano partecipare di questo dono dello Spirito che è fonte di riconciliazione e di perdono. Ti chiediamo di fermare gli animi di coloro che vogliono soltanto dominare, e di fermare la morte che nasce dalla loro volontà di vendetta e prevaricazione. L’Africa ha già troppo sofferto perché debba ancora una volta essere segnata da queste piaghe che difficilmente poi si rimarginano. Per l’intercessione di tua Madre, e di san Giuseppe, Patrono della Chiesa, chiediamo a te, o Signore, di benedire questi popoli e di convertirli alla tua verità. Amen”
L’AFRICA, SPERANZA PER IL MONDO
Come un padre, vuole conoscere da vicino i propri figli e il luogo in cui vivono. Per questo don Massimo ha deciso di trascorrere un periodo di permanenza più lunga (circa un mese) nelle case dei missionari della san Carlo. Il primo capitolo di un libro appena cominciato è stato il viaggio a Nairobi, in Kenya, nella parrocchia di Kahawa Sukari, dove vivono Valerio Valeri, Alfonso Poppi, Giuliano Imbasciati e Agapitus Angii. Il secondo, ancora da scrivere, riguarderà la sosta in Germania, dove il sacerdote andrà nel mese di marzo.
Cosa ti ha più colpito di questo continente immenso?
Tornando a casa mi sono portato questo giudizio: l’Africa di oggi è l’Europa della mia giovinezza. L’Africa è un continente giovane: le strade sono piene di bambini. Nelle facce della gente è sempre possibile intravedere un sorriso, nonostante le tragedie, le divisioni etniche, la mancanza di un’adeguata classe dirigente. Questo continente ha la possibilità di rifiorire ed ha molto da dare al resto del mondo. Il riscatto di questa terra dipende moltissimo dall’azione della Chiesa e dal suo effettivo ruolo educativo nei confronti della società civile e in particolare dei leader di domani. Per questo sono molto felice del fatto che i nostri missionari abbiano deciso di intraprendere in Africa un’importante azione educativa, creando un asilo ed una scuola elementare. Questo permetterà ai più piccoli di capire che il Mistero per loro ha in mente qualcosa di grande, nonostante le evidenti difficoltà che vivono tutti i giorni.
Ma perché dici che l’Africa è un continente giovane, mentre l’Europa è un continente vecchio?
All’inizio del ventesimo secolo i cristiani in Africa erano 10 milioni. Oggi sono 160 milioni. Inoltre va detto che l’Africa è un continente in costante cambiamento. Basta fare un salto all’inizio del diciannovesimo secolo, quando gli inglesi invasero il Kenya nella speranza di costruire una ferrovia che potesse collegare l’Uganda all’Oceano. La ferrovia avrebbe dovuto attraversare il territorio che oggi tutti conosciamo come Kenya. Da allora il Paese ha fatto moltissimi passi in avanti. Ma non possiamo pretendere che essi avvengano nel giro di una notte.
Ma per te non c’è speranza per l’Europa?
Il semplice fatto che il tasso di natalità nel Vecchio continente sia così basso dimostra che in Europa non ci sono le basi per un futuro. In Africa avviene il contrario, visto che l’aborto è illegale in tutto il continente. Per “l’intellighenzia” europea questo è la dimostrazione che l’Africa sia un Paese arretrato. Invece questo aspetto dovrebbe spingere gli intellettuali a riflettere sul significato della santità e della vita. E soprattutto su quanto queste parole – santità e vita – siano ancora in grado di comunicare qualcosa
Io ho visitato le abitazioni più povere che sono vicine alla nostra parrocchia. Sono fatte in lamiera e, tra l’altro, sono veramente piccole. Un giorno sono andato con don Alfonso a trovare una donna molto povera. Non sono riuscito a rendermi conto realmente di quanti anni avesse, tanto era segnata dalla sofferenza. La cosa che mi ha più colpito è che non si lamentava. Lei mi ha detto che aveva moltissimi figli, che erano strati costretti a lasciare la città per cercare un lavoro. In braccio ne aveva uno, il più piccolo, affetto da una grave malattia che gli aveva deformato tutto il corpo. Quella madre, nonostante il dramma che viveva, quel bambino l’aveva accettato con tutte le conseguenze che questo atto d’amore comportava. Pensa che, nonostante avesse sedici anni, fosse costretta ancora ad imboccarlo.
Durante la mia permanenza nella capitale keniota sono andato a trovare anche le Missionarie della Carità, l’ordine nato da Madre Teresa di Calcutta. Lì a Nairobi hanno una casa per bambini affetti da handicap. Le suore accolgono con loro quei bambini che, altrimenti, sarebbero costretti a vivere in strada. Stando lì ho incontrato una mamma che inizialmente voleva abbandonare suo figlio perché non poteva mantenerlo. Ma quando ha saputo che le suore avrebbero potuto ospitare solo il bambino e non lei, la sua decisione è stata immediata: tenere il suo bambino. La storia di questa donna è una grande testimonianza di rispetto, di amore alla vita. Tornando in Italia mi sono portato con me un insegnamento grande su cosa sia realmente la speranza. Quello che bisogna capire è che l’Africa è un continente pieno di potenzialità, ma il cambiamento non può avvenire all’istante. Ciò che è più necessario non sono tanto delle opere sociali quanto un’educazione. Il mio viaggio mi ha dato una grande conferma: la scelta di costruire in Kenya un asilo e una scuola elementare è stata quella giusta.
Tra un aereo e l’altro. Diario di viaggio
25-26 gennaio
Si avvicina la conclusione della mia permanenza a Nairobi. Ho visto tante persone, ho incontrato tante situazioni di povertà e di fede, di gioia e di malattia, di pena e di speranza. Soprattutto ho passato molte ore con i nostri quattro preti, con le loro responsa-bilità. Ho visitato la parrocchia, i suoi gruppi, le scuole che ab-biamo creato.
Lascio con la convinzione che la strada imboccata è quella giu-sta, la strada dell’educazione. E non solo per noi, ma per l’Africa. Stiamo facendo qualcosa di utile non solo per la Chiesa, ma as-sieme per questi popoli.
Spero che il mio diario sia stato utile a chi voleva avere notizie di me e anche forse ragione di qualche riflessione.
Mi attendono la preparazione delle valigie e i saluti.
Ciao Nairobi, ciao Africa.
24 gennaio
Siamo di ritorno, dopo due giorni passati sul lago Nakuru, uno dei tanti laghi vulcanici della Rift Valley, famoso per le decine di migliaia di fenicotteri rosa che ne popolano le rive.
Abbiamo girato con la Toyota nella savana e nella foresta: antilopi, gazzelle, zebre, rinoceronti, bufali, babbuini, iraci, iene e lungo il lago pellicani, marabù e i fenicotteri rosa.
Abbiamo fatto l’incontro della casa in questo paradiso terrestre sapendo che, ahimè, è solo un oasi in un mondo ben diverso.
Qui a Nairobi è iniziato il Social Forum contro la globalizzazione, in realtà contro Bush, numero uno del terrore, come dicono i cartelli. Le migliaia di persone che sono qui a Nairobi non vengono dall’Africa, vengono dall’Occidente. Tutto in realtà sembra molto vecchio, anni settanta, con il miraggio della rivoluzione. Mi sembra più interessante la strada dell’educazione che noi abbiamo scelto. Creare nuove classi dirigenti attraverso il lavoro lungo, difficile, ma affascinante dell’educazione. Salvare i poveri anche attraverso la conversione dei cuori e delle menti dei ricchi e dei potenti.
Oggi incontro tra noi su questi temi: giovani, scuola, educazione. Domani probabilmente giornata di vacanza. Venerdì incontro sull’amministrazione e nella notte il ritorno in Italia.
Intanto oggi pranzo con i malati di Aids al nostro meeting point, che li raduna e si prende cura di loro.
22 e 23 gennaio
Gita ad un parco nazionale. Il diario riprenderà mercoledì.
20 gennaio
Visita al quartiere di Wendani. È, oltre a Kahawa, l’altro quartiere di cui si compone la parrocchia. In questi ultimi tempi cominciano a sorgere palazzoni, isole strane in mezzo a baracche, in un quartiere in cui mancano le fognature, in cui le strade fanno spavento.
Don Alfonso conosce moltissime persone, saluta ed è salutato, speso si ferma a chiedere notizie dell’uno e dell’altro. In una delle baracche più povere, andiamo a trovare una donna che stringe al petto un bambino. È tutto pelle e ossa, deforme, piccolino. Ha 16 anni, non parla, colpito da varie malattie. La madre cerca di dargli un po’ di semolino da mangiare, ma non riesce a deglutire nulla. È sostenuto dalle nostre adozioni a distanza.
Visitiamo il dispensario gestito dalla nostra parrocchia. È sabato mattina, per questo, mi spiegano, c’è una piccola coda. I malati più frequenti sono quelli affetti da malaria, tubercolosi, oltre alle persone che si sottopongono al test per l’HIV.
Il dispensario manca di attrezzature un po’ evolute. Pomeriggio: riposo. Alla sera leggo qualche pagina di Claudel.
19 gennaio
Al mattino visita alla scuola La Carovana. vicina alla nostra casa/chiesa/asilo, è la scuola primaria (8 anni di cui finora cinque sono realizzati). sono due prefabbricati in lamiera, molto resistenti e funzionali, con uffici, cucina, sala refettorio e incontri. I bambini al solito sono meravigliosi. Cantano, scherzano, giocano, ridono. Sembrano proprio felici di essere in questa scuola. Come ho scritto giorni fa, le classi dalla quinta all’ottava in futuro si trasferiranno insieme all’Otunga, quando il liceo verrà costruito, in un terreno sempre entro i confini della parrocchia, a circa due chilometri.
Verso mezzogiorno, partecipo all’incontro settimanale dei ragazzi (giovani) handicappati, soprattutto mentali. E’ affidato a Giuliano che gode di buone collaborazioni. Commuove sentire l’esperienza di queste persone, prima completamente isolate, che ora rifioriscono, almeno nel sorriso, perché possono partecipare alla vita di altri amici. Anche nella notte, la presenza di chi ama apre spiragli di luce.
18 gennaio
Giornata passata interamente in casa. Il mattino lo dedico a parlare con le persone della casa, ricevendole una per una; il pomeriggio si tiene l’incontro telefonico con vari responsabili della Fraternità sul tema: il lavoro. Cena con le due case dei memores Domini.
12 gennaio 2007
Continuo, nel tempo libero, a preparare le lezioni che farò in Germania sul femminile nella Chiesa. Leggendo i libri di Ra-tzinger sul tema ho potuto notare, tra l’altro e quasi per inci-dens, alcuni mutamenti del suo pensiero, come alcune linee di continuità.
Sarebbe interessante uno studio su Ratzinger al Concilio e la sua teologia fino ai primi anni ’70, senza avere tesi pre-costituite da difendere, ma con lo scopo di vedere esattamen-te la realtà alla luce dei suoi scritti (anche posteriori).
Ho preparato l’omelia per la messa che presiederò domenica: mi aspetto con gioia canti e balli. Forse l’inculturazione sta già avvenendo e noi non ce ne accorgiamo.
Verso mezzogiorno visito l’asilo parrocchiale che avevo inaugurato cinque anni fa. I bambini, che ora sono al numero massimo tollerabile dai locali, mi aspettano nel prato antistante, cantiamo e balliamo assieme, vogliono essere presi in braccio e fotografati, mi fanno dei regali (i loro disegni). Poi pranzo con loro: un bel piatto di riso e fagioli. I più grandicelli (cinque anni) servono a tavola i più piccoli.
Questi bambini sono di un’allegria a noi oramai sconosciuta. La loro educazione è la cosa più grande che si possa fare per l’Africa.
10 gennaio 2007
Al pomeriggio, con Alfonso e Carlo, visito una delle case delle suore di Madre Teresa a Nairobi. È situata in un quartiere poverissimo (baracche di latta per lo più, latrine che corrono a cielo aperto, montagne di rifiuti maleodoranti qua e là con la gente che vi cerca qualcosa da vendere…). Prima celebro la messa con loro e parlo brevemente dei miei incontri con Madre Teresa. Poi visito i tanti padiglioni della casa: ospita più di trecento persone, bambini piccolissimi abbandonati, bambini più grandicelli handicappati mentali e/o fisici, donne malate mentali (gli uomini, mi dicono, sono in un’altra casa).
Qui c’è anche il noviziato per l’Africa (attualmente 57 novizie).
È un concentrato dei mali del mondo che attraverso le suore diventa una manifestazione della capacità della fede di rendere umana anche la condizione più terribile.
Alla sera, dopo cena, in casa, leggo agli altri preti un capitolo de I promessi sposi.
8-9 gennaio 2007
Riprendo il mio diario.
Al mattino abbiamo avuto, tutti assieme, una lunga conversazione durata tre ore sul tema della evangelizzazione. Io, dopo aver esposto il significato del mio viaggio e della mia lunga permanenza tra loro, mi sono limitato ad ascoltare e prendere appunti. Ho sentito da tutti e quattro i nostri preti il racconto dei vari campi di missione che li vedono impegnati. Mi hanno parlato delle piccole comunità (Jumuja) che compongono la parrocchia, 10-20 persone ognuna. Con ciascuna di esse uno di loro si incontra settimanalmente. Un momento molto proficuo, in cui la gente si mostra disponibile ad ascoltare e parlare. Naturalmente si raggiungono così uno, due centinaia di persone. E gli altri? Le messe domenicali sono molto frequentate. Penso che la gente sia anche attratta dalla bellezza della chiesa che abbiamo appena costruito.
Si è proposta una catechesi sistematica a tutta la parrocchia (scuola di cristianesimo), con andamento incerto e con esiti altalenanti. Va ripensata. Occorre un lavoro di preparazione più intenso, più lungo, più corale.
Questo momento va ripensato con gli stessi collaboratori. Dobbiamo entrare nel loro linguaggio e riesprimere con loro ciò che li affascina.
Un buon sussidio è offrire a tutti coloro che vengono a messa un piccolo testo scritto (il succo dell’omelia? Un giudizio su ciò che accade? Una breve frase che presenti ciò che verrà approfondito nella scuola di cristianesimo? Forse tutte e tre le cose).
Certamente non ci si può limitare a rispondere a delle domande occasionali. Partendo pure da esse, occorre arrivare a una proposta sistematica e critica. Senza di ciò non c’è pensiero maturo, adesione convinta e libera.
Abbiamo poi parlato della liturgia come strada all’evangelizzazione, dei canti, delle danze. Siamo arrivati così a parlare dell’evangelizzazione legata alla celebrazione dei sacramenti, soprattutto battesimo e matrimonio. Sono poi passati a raccontarmi la vita delle diverse comunità o movimenti presenti in parrocchia: Azione Cattolica, CL, Carismatici, Incontri matrimoniali (un movimento che conosco, nato in Spagna da una costola delle Equipes di Notre Dame)…
Ci sono quattro scuole di comunità in parrocchia, con andamento quindicinale.
Don Valerio si è inserito in tutto questo dialogo parlando della nostra casa come fonte dell’evangelizzazione. E’ proprio così? Abbiamo coscienza del valore sacramentale della casa? Siamo veramente “assieme” nell’azione? O siamo soli? E’ vera la nostra passione per gli uomini o ci limitiamo ad erogare servizi? Siamo chiusi nella parrocchia o aperti a tutti gli uomini che incontriamo?
Agapitus ha svolto un intervento molto importante su questo tema: dialogo in casa e fuori casa. Generare altre persone che siano nostri veri collaboratori. Ha poi parlato della sua missione con i bambini (600 alla domenica!). Si è poi passati alle attività sociali: le adozioni a distanza come strada per accompagnare le famiglie ad educare i loro figli; il dispensario medico e le sue prospettive; il meeting point per i malati di aids (70 malati); la cura degli handicappati mentali e fisici.
Alla fine ho rinviato ogni mio commento al giorno successivo.
Durante il giorno scrivo le meditazioni che terrò in Germania in marzo alle nostre missionarie su: il lato “femminile” dell’esperienza cristiana.
Alla sera incontriamo il board della Fondazione Urafiki, da cui è nata la scuola elementare e media (Carovana) che ci vede impegnati in prima fila. Assieme all’asilo intitolato a Emanuela Mazzola e al liceo intitolato al Cardinal Otunga, rappresentano una linea completa di scuole molto promettente.
Ma di questo parleremo più avanti.
6 gennaio 2007
Parto con Carlo, alla mattina presto, per Nairobi via Zurigo. Non c’è infatti un volo diretto dall’Italia, non c’è più da molti anni; la prima volta che venni a Nairobi, nel 1991, c’era ancora l’Alitalia che faceva servizio via Gedda. Poi sono sempre dovuto andare al nord per raggiungere il sud. E tutto ciò non mi comunica un’impressione esaltante dell’Italia.
Viaggio per la quinta volta verso Nairobi.
Nel 1991 venni a cercare un insegnamento per Vincent Nagle all’università cattolica. Allora tutto saltò perché Vincent si ammalò e alla fine lo mandai in America. Nel 1991 a Nairobi di noi c’era solo don Valerio.
Il secondo viaggio, nel 1996 (se ricordo bene), fu per visitare la casa che nel frattempo era nata, con Roberto Amoruso.
Il terzo, nel 2001, fu per l’inaugurazione dell’asilo. Ai due si era aggiunto Alfonso Poppi, dopo venti e più anni di Uganda. Ci era stata affidata la parrocchia di saint Joseph dove siamo ora, alla periferia ovest di Nairobi. Avevamo messo in piedi una baracca per chiesa e cominciammo a costruire l’asilo, dono della famiglia Mazzola. Ora c’è anche la chiesa, una immensa capanna che domina il quartiere, la nostra casa e i locali per le attività sociali. E’ nata la scuola media e quella superiore. Ma di tutto questo parlerò più avanti, quando le visiterò.
***
Dall’aeroporto a casa, Nairobi mi appare quella di sempre, eppure diversa. Nuovi quartieri (ha ora tre milioni di abitanti e più), qualche strada asfaltata in più. Non c’è più Daniel arap Moi, il presidente tanto temuto. C’è meno corruzione? Sta crescendo qualcosa di nuovo? Cercherò di capirlo.
Arriviamo a casa nostra intorno alle 20 locali. E’ veramente bella, come l’avevamo progettata insieme. Dalle terrazze la vista imponente della chiesa. Che gioia essere stati committenti di una cosa così grande e bella! Chissà che giusto orgoglio nella popolazione.
17 gennaio
Mattino in nunziatura. Due ore di colloquio con il nunzio mons. Alain Lebeaupin. Parliamo di tantissimi temi.
Verso mezzogiorno, con Valerio e Carlo, andiamo allo slum di Gitega, il più grande slum di tutta l’Africa: un milione di persone! Vi si trova una scuola primaria realizzata da alcuni volontari del movimento. Ci accolgono con canti e danze. La scuola prende il nome del famoso testo di E. Saint-Exupery: Il piccolo principe. Mi sembra un’opera di grande significato, in un contesto così drammatico, come un raggio di luce in mezzo a un degrado inimmaginabile.
16 gennaio
Giornata interamente dedicata alle scuole. Al mattino visito la scuola professionale san Kizito, nata dal movimento e seguita da don Valerio fin dall’inizio (1992-93). Forma falegnami, elettricisti, idraulici, fabbri, sarti, elettrotecnici, elettronici, carrozzieri…
È veramente una scuola modello, ammirata in tutto il Kenya. Ogni corso dura due anni. Ogni anno circa 200 ragazzi ottengono il diploma. Accanto alla scuola, utilizzando le sue professionalità, è nato un mobilificio che offre mobili di legno massiccio a case e hotel in tutto il paese. Parlo a un gruppetto di studenti del mio incontro con don Giussani e del valore del lavoro.
Poi passo a visitare il liceo Otunga nato due anni fa sempre dal movimento. Si trasferirà presto in un nuovo stabile in costruzione nella nostra parrocchia, dove confluirà anche la scuola media Carovana (le elementari rimarranno dove sono, accanto all’asilo E. Mazzola).
Nel pomeriggio incontro gli insegnanti dell’asilo e della scuola elementare Carovana. Parliamo delle loro esperienze di educatori e dei miracoli che si manifestano nei bambini che vivono un rapporto non autoritario da parte dei loro insegnanti. L’uscita dal formalismo e dall’autoritarismo è veramente una strada nuova per l’educazione qui, in Africa.
15 gennaio
Giornata di passaggio. Mi riposo ancora un po’ dopo una domenica così intensa. Al mattino dedichiamo due ore a prendere in considerazione le rispettive responsabilità nel movimento. Riprendo i temi delle mie precedenti conferenze. Al pomeriggio leggo, ancora Ratzinger, (Fede, verità, tolleranza che sarà – più o meno – il tema del prossimo meeting di Rimini e il libretto di Scola su Giussani. Qualche scorribanda in biblioteca su Claudel e Danielou). Alla sera surrealistica visione di don Camillo e Peppone.









