La speranza oltre il pianto
Prima dell’estate, in uno dei villaggi in cui svolgo la mia opera pastorale è tragicamente morta una giovane mamma. Si è addormentata con la sigaretta accesa, e il principio di incendio l’ha soffocata. Ha lasciato tre bambini, avuti da tre uomini diversi. Si era fatta battezzare, insieme a sua madre, due anni fa. Aveva dentro di sé il forte desiderio di disintossicarsi dall’alcol. Ne abbiamo parlato insieme molte volte, anche durante i tanti incontri di catechesi in preparazione al battesimo. L’avevo sentita al telefono pochi giorni prima che morisse, voleva sapere a che ora avrei celebrato la messa dell’Ascensione…
Nel rapporto con quella ragazza, che era animata da buone e sincere intenzioni – rimaste, purtroppo, tali – è emersa dentro di me la percezione che il Signore mi faceva intravedere i limiti di quella persona per mostrarmi i miei.
La notizia della sua morte mi è giunta all’improvviso, e ho pianto. Ho pianto per il legame che si era instaurato con lei, in cui mi ritrovavo anche io stesso mendicante e bisognoso. Ho pianto per i suoi tre bambini. Essi vivevano già da due anni in un orfanotrofio a circa duecento chilometri di distanza, però trascorrevano con lei l’estate. Il giorno dopo, sono partito alla volta del villaggio della donna, con l’intenzione di passare prima all’orfanotrofio. Durante il viaggio avrei comunicato ai bimbi la terribile notizia; ma in che modo, e quando?
Ho pregato mentre andavo all’orfanotrofio. Sapevo che la direttrice aveva tenuto all’oscuro i piccoli, i quali, tra l’altro, non erano affatto sorpresi che io passassi a prenderli, dato che era il penultimo giorno di scuola. La più piccola, di otto anni, si è seduta in macchina e subito mi ha detto: «La mamma sarà contenta che oggi arriviamo!». Sono molto affezionati a me, mi parlano liberamente. A un tratto, mentre guardavamo dai finestrini il paesaggio stupendo, di un verde intenso causato dalle piogge continue, ho detto loro che Dio è grande, ci ha dato un mondo così bello. Ho iniziato a parlare del creato, del Creatore, aiutandomi con delle domande: «Chi ha creato tutto questo? Chi ha creato noi?».
Poi, a poco a poco, ho spostato il discorso sulla vita, e sulla morte, ricordando loro la morte e i funerali del nonno, accaduti due anni prima: «Dov’è ora il nonno? Chi lo sa?… Ma in Paradiso si piange?…».
Era giunto il momento: ho fermato l’auto, ho detto loro che la loro mamma stava volando verso il cielo e che c’era bisogno di pregare tanto per aiutarla in quel volo. Ho cercato di fare capire loro che quello che avrebbero visto di lì a poco era solo il corpo della loro mamma: ella è morta a questa terra, ma la sua anima vive ancora e un giorno, quando Dio vorrà, la rivedremo.
Dopo un lungo momento di silenzio, durante il quale i bimbi si sono guardati piangendo, la piccolina, sorprendendomi, mi ha detto: «Mamma ora sta con il nonno in Paradiso». Quelle parole esprimevano la certezza nata in loro: la mamma non c’era più, non potevano più vederla, ma è viva. Questa certezza li ha accompagnati durante il funerale e nei giorni seguenti, in cui sono dovuti rimanere ancora all’orfanotrofio in attesa che la zia sbrigasse le pratiche per l’adozione.
Proprio quella certezza è il dono più grande che il Signore mi ha fatto, in questa vicenda. E ha colpito tutti coloro che l’hanno vista. Per esempio, una signora del paese, amica della zia, mi ha chiesto un passaggio verso Novosibirsk proprio mentre stavo riportando i piccoli all’orfanotrofio. «Non capisco come mai non piangano per la loro mamma», mi ha detto meravigliata, «io piangerei in continuazione». Le ho risposto che nei cuori di quei bimbi si è sostituita al pianto la certezza della vita eterna e la speranza, immensa, di poter rivedere la madre in cielo.
Il vento di Dio
Il vento di Dio from Fraternità san Carlo on Vimeo.
Siberia
da don Gabriele Azzalin – Novosibirsk (Siberia)
4 febbraio 2006
Carissimo don Massimo,
qui nei villaggi della steppa siberiana è semplice vedere cosa voglia dire che Dio si è mosso per raggiungerci, che si è fatto uomo. La scorsa settimana Francesco ed io siamo andati in sei villaggi diversi. A Bjeloje, dopo la messa, ci siamo fermati a parlare con Baba Palina nella sua casa. L’anziana donna è nata in una famiglia di tedeschi del Volga, deportati da Stalin negli anni Trenta in Siberia. Palina si ricorda bene la notte in cui la polizia segreta del dittatore è arrivata in casa e ha arrestato suo padre. Da quel giorno non lo avrebbe più visto. La fede cattolica le è stata trasmessa dalla madre, che le ha insegnato a pregare in tedesco. Ancora oggi, Palina recita il rosario e le altre preghiere in questa lingua. Dalla madre aveva ricevuto la certezza che un giorno o l’altro un sacerdote sarebbe ritornato nel villaggio. E così è stato con don Francesco.
Mentre le parlavamo, sembrava che in nessun modo Palina volesse guardare verso la macchina fotografica per fare una foto insieme. Quando uno degli ospiti glielo ha fatto notare, lei ha risposto: “Certo che non guardo chi fa la foto, perché io guardo là“. E ha indicato il Gesù Bambino che io e Francesco ci portiamo dietro ad ogni viaggio. Dobbiamo fare come lei e imparare a guardare Gesù.
Tornando al villaggio di Polovinnoe ci siamo fermati lungo la strada in un luogo buio, perché Francesco ha detto che valeva la pena rinfrescarsi per vedere le stelle. Il cielo era limpido ed enorme. Rivolti verso la Croce del Nord, che sembra voglia abbracciare tutto e tutti, abbiamo recitato l’Angelus. Stando con Francesco si impara a guardare, ascoltare e ad essere umili nel riconoscere la propria pochezza amata dall’immenso amore di Dio.
Ciao,
don Gabriele







