Preghiera: dialogo con l’Altro
A Praga, d’inverno, ogni mattina trovo sul vetro della finestra due centimetri di ghiaccio. Devo toglierlo per poter vedere fuori. La preghiera ha lo stesso compito: permette di vedere fuori di sé, e quindi di conoscere. Se non vedi, non conosci.
Il cuore dell’uomo è come il motore di un’automobile, che spinge. Ma a volte l’uomo non sa dove andare: la preghiera è come i tergicristalli della macchina, che allontanano la pioggia e permettono finalmente di vedere.
La mia esperienza della preghiera affonda le sue radici molto lontano nel tempo. Non posso dire di essere stato in passato una persona particolarmente devota, ma ho sempre avuto la percezione che la preghiera fosse un’esperienza capace di farmi uscire da me stesso. Proprio per questo, non trovo definizione della preghiera migliore di questa: l’esperienza della gioia, quindi del rendimento di grazie, che è più forte anche del conforto o della richiesta di intercessione. Tutto ciò nulla toglie al fatto che la preghiera abbia in sé un valore di sostegno nel momento del dolore e della difficoltà. Ho sperimentato questo nella perdita di mio padre lo scorso anno. Durante l’ultimo mese della sua vita, ho celebrato la messa ogni giorno di fronte a lui, nella sua camera di ospedale. Il sacramento—che è il vertice della preghiera—è stato ciò che ha sostenuto quegli attimi di dolore sconfinato. Ma è la parola “gratitudine” che identifica sinteticamente l’evento della conoscenza di Dio. La gratitudine nasce dal fatto che la preghiera, permettendo di vedere, permettendo un dialogo, permette di avere un “Tu” a cui dire: «io sono contento». Quando scopri che quel “Tu” è Colui che ti fa, la gioia diventa irrefrenabile. Infatti, puoi scoprire così anche l’altro uomo. C’è un aspetto del dialogo semplice fra uomini che è già una forma di preghiera. Ma quando poi scopri il vero dialogo con l’Altro, provi qualcosa che la parola gioia non è sufficiente descrivere. è quasi un’esperienza di euforia.
Nell’immagine, don Luigi Giussani con alcuni ragazzi di Gs durante un ritiro a Varigotti nei primi anni sessanta. Foto di Elio Ciol – tutti i diritti riservati
Praga
La realtà che contiene tutto
Ogni mese i missionari della Fraternità san Carlo si incontrano in conferenza telefonica. L’ultimo incontro ha avuto a tema questa domanda: «Come nella vita l’adesione alla “realtà tutta intera” si traduce in reale cammino di conoscenza al Mistero?». è la domanda che don Carrón ha posto a tutti i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione durante gli ultimi esercizi.
L’affermazione «adesione alla realtà tutta intera» si è impressa nella mia mente per una semplice constatazione: la realtà che mi tocca è sempre particolare, è sempre un frammento della totalità. E da qui nasce insistente un’altra domanda, che da sempre accompagna la mia vita, se, cioè, esista una realtà che possa investire la mia esistenza intera, che possa investire tutto il mio essere; una realtà che contenga tutto. Questa realtà nella mia vita c’è: è l’eucarestia. Non sono io ad aderire alla realtà tutta intera. C’è un frammento umile e silenzioso della realtà che mi attira tutto a sé, che, se riceve la mia attenzione, getta luce su tutta la mia esistenza. L’eucarestia mi fa così comprendere che i fatti che mi segnano maggiormente sono un dono totale.
Nei tempi recenti, accadimenti di questo tipo sono stati due: il pellegrinaggio di Chestochova, che ho guidato per la seconda volta, e la grave malattia che ha colpito mio padre. In tutti e due questi fatti ho visto che la donazione di sé realizza la persona ad un livello altrimenti impensabile. L’ho visto nei milleduecento ragazzi che ho accompagnato. «Giorno dopo giorno – mi ha detto una dei ragazzi -, è avvenuta una essenzializzazione di me. Le mie domande si sono raccolte in una sola domanda: la domanda di Cristo. Il cammino è servito a maturare questa intuizione, a far spazio a una semplificazione di me». L’ho visto, in maniera ancora più impressionante, nel modo con cui mio papà e mia mamma stanno vivendo il dramma della malattia di mio padre. Questi deve essere accudito continuamente. Ho visto per giorni interi riaccadere davanti a me il racconto dell’ultima cena, della lavanda dei piedi, dell’istituzione dell’eucarestia. Gesù era mia madre che lavava mio padre. Ho celebrato, per giorni, davanti a mio papà nel letto e a mia mamma che gli teneva la mano. Così ho imparato a celebrare l’eucarestia, semplicemente stando di fronte al dolore. Non ho mai visto servire e lasciarsi servire con una tale umiltà. L’umiltà dei poveri, l’umiltà di chi ha lavorato tutta una vita senza protestare, senza fare polemiche, l’umiltà di chi chiede solo a Dio che la prova non superi le nostre deboli forze.
Ci sono fatti nella vita che hanno la forza di strappare il velo dell’apparenza. Da questo velo strappato entra una luce che è così forte che a volte ci abbaglia e ci fa paura, talmente noi siamo posti nella menzogna. Occorre l’umiltà di una arresa. Occorre una energia di arresa che ci faccia accogliere quella luce che illumina i fatti più drammatici della nostra povera esistenza. Questa energia mi viene dal Mistero celebrato, che, usando delle mie povere mani, trasforma il pane e il vino in Gesù presente.
* missionario a Praga (Repubblica Ceca)
Sotto il cielo di Praga: una comunione contagiosa che riempie di senso
Caro don Massimo,
quanti miracoli in questo tempo di Natale sotto il cielo della glaciale Praga!
La comunione vissuta con Andrea e con tutti voi è il miracolo più grande, ed è ormai diventata contagiosa: come una calamita attira le persone che incontriamo e vince sull’individualismo.
La sera di capodanno ho accettato l’invito dei ragazzi di Praga e Brno, e ho voluto provare insieme a loro a vivere questa serata nella memoria di ciò che è veramente la nostra amicizia, e non come un divertimento senza senso e fine a se stesso. Ancora una volta ho dovuto seguire e imparare dai ragazzi.
Il pomeriggio del 31 dicembre tutti – anche chi non frequenta regolarmente la chiesa – hanno aderito al mio invito alla Messa e all’adorazione eucaristica nella nostra nuova parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Vysehrad. Per accettare di stare mezz’ora in silenzio davanti all’Eucaristia è stato per tutti sufficiente fidarsi e far proprie le ragioni di un altro di cui non dubitavano.
A mezzanotte siamo andati sui bastioni della fortezza di Vysehrad per guardare i fuochi d’artificio e per brindare al nuovo anno. Sotto il cielo stellato vedevamo Praga trasformata dalla birra e dal vino, e una folla ubriaca che lasciava da parte per qualche ora la vita di tutti i giorni col pretesto di festeggiare.
Alzando il bicchiere di spumante ho chiesto ai ragazzi: “Cosa abbiamo noi da festeggiare? Per quale motivo siamo qui ora? Molti di coloro che sono con noi ora non sanno perché festeggiano, ma noi lo sappiamo!”.
Dopo pochi minuti eravamo davanti alla chiesa dei SS. Pietro e Paolo, e i ragazzi mi chiedevano di cantare insieme il Non nobis. Le persone si fermavano ad ascoltarci, colpite dalla bellezza, anche se forse non sapevano perché cantavamo. Noi invece lo sapevamo. Era un preghiera, per ringraziare del dono più grande che abbiamo ricevuto quest’anno: la bellezza e l’amore che si incontrano in Cristo Gesù.
Mentre tutti volevano dimenticare la monotonia della vita quotidiana, noi abbiamo continuato a cantare insieme La strada, Povera voce e alcuni canti cechi, per far memoria di Colui che la nostra vita quotidiana l’ha trasfigurata.
Caro don Massimo, rivivendo queste esperienze penso a quanto ci hai domandato in questo tempo di Natale: chi è Dio? e chi è l’uomo? e a quanto ci hai detto, che Dio è comunione che per comunicarsi ha scelto la strada della sua nascita in una culla a Betlemme, e l’uomo è il viator chiamato a percorrere questa strada.
Dio è questo bambino nella culla che in ogni istante rinasce per me, per accompagnarmi, amandomi, sulla strada della vita. L’uomo sono questi ragazzi uguali a tutti gli altri, con le stesse paure e gli stessi problemi, che cercano come tutti, ma che hanno capito una cosa: che sono amati.
Chiedo al Signore di poter avere sempre la fede e la forza e la gioia per continuare a comunicare questo stesso amore che ricevo anch’io.
Tanti auguri di un anno pieno di Grazie.
Tuo don Stefano Pasquero
da don Stefano Pasquero – Praga (Repubblica Ceca)
Aprile 2006
Caro don Massimo,
dallo scorso mese di novembre il cardinale di Praga, Vlk, ci ha nominato viceparroci della parrocchia universitaria del SS. Salvatore.
Non è stato semplice lasciare la parrocchia di S. Mattia, dove negli ultimi anni erano nati diversi bei rapporti con i giovani.
Ci sembrava di dover ricominciare in un ambiente molto al di sopra delle nostra portata. La parrocchia del SS. Salvatore, infatti, è molto conosciuta in Repubblica Ceca per la presenza del prof. Halik, l’attuale parroco. E’ soprannominato “il professore” proprio per la sua grande cultura e la sua retorica. Halik insegna nelle facoltà di sociologia e filosofia e le sue opinioni trovano spazio sui più importanti quotidiani e canali televisivi del Paese.
Nella chiesa del SS. Salvatore abbiamo incontrato molti giovani e sia io sia Andrea abbiamo da subito cercato di costruire un rapporto personale con loro. Ci siamo infatti resi conto che l’amicizia che questi ragazzi vivevano all’interno di piccoli gruppi non sempre era frutto di una comunione vera. Le attività che svolgevano erano quasi sempre il risultato di un impeto personale, sicuramente buono e apprezzabile, ma spesso senza ragioni adeguate.
Abbiamo intuito che la principale novità che potevamo portare era la nostra unità e un’amicizia vissuta secondo il carisma del movimento di Cl. In questi anni la profondità d’amicizia in Cristo che abbiamo cercato di vivere ha sempre sconvolto le persone che abbiamo incontrato.
Due settimane fa alcuni studenti ci hanno invitato a una gita tra i boschi e a celebrare la messa all’aperto.
Abbiamo immediatamente accettato, consapevoli che sarebbe stata una grande occasione per stringere con loro un rapporto d’amicizia. Dopo una camminata di oltre tre ore, immersi nel meraviglioso paesaggio boemo ancora imbiancato di neve, ci siamo fermati nei pressi di un ceppo tagliato all’altezza giusta per fungere da altare. Abbiamo così celebrato la Messa sotto la neve, che è caduta per tutto il tempo della celebrazione. I cinque ragazzi presenti hanno accompagnato la liturgia con il canto, sottolineando il miracolo che stava accadendo in quel momento; certamente il miracolo della presenza di Cristo nell’Eucarestia, ma anche il miracolo che da essa scaturiva: l’unità tra noi.
Io e Andrea siamo tornati commossi, certi del fatto che con quei cinque ragazzi era nato qualcosa di nuovo. E’ il sorgere di un’umanità diversa, frutto della libertà e dell’affezione che nascono dalla nostra fede e a cui ci ha sempre educato don Giussani.







