Educazione: compagnia in cammino
Chi ci vive lo sa: a Roma, l’inverno regala certe fredde mattine di sole che mettono subito di buon’umore. E di ottimo umore varco la soglia dell’Istituto Sant’Orsola, storica scuola di Roma, nel quartiere nomentano. Oggi è l’open day: porte aperte per accogliere chi, come me, si trova tra le mani una responsabilità voluta nella sua grandezza: l’educazione di un figlio.
Nei corridoi della scuola, già gremiti, incontro don Matteo Stoduto, rettore dell’istituto dal 2003, impegnato a ricevere genitori e dare le ultime, preziose indicazioni ai tanti ragazzi coinvolti nelle attività della giornata. Dai bimbi dell’asilo ai giovani del liceo, ad ogni corridoio e in ogni classe i ragazzi accolgono i visitatori, spiegano, dialogano. Traspare un coinvolgimento inaspettato. «Questa giornata particolare – spiega don Matteo – è, in realtà, un’esperienza paradigmatica di scuola fatta “con” i ragazzi, che diventano protagonisti in ciò che apprendono, tramite la loro creatività. Al centro, la loro tensione verso ciò che viene proposto alla loro conoscenza, visto secondo diverse discipline e diversi punti di osservazione».
E, in effetti, tra immagini del Giudizio universale, presentazioni di Vivaldi, gallerie di immagini dal Macbeth, progetti di design, pannelli su Ulisse e letture di Dante, quello che si respira è un’apertura ai diversi aspetti dell’espressione umana, della fede e della ragione.
Di fronte alla grandezza che si intravede, affiora di nuovo l’urgenza che mi preme da tutte le parti: qual è la strada per educare mia figlia, e verso dove? «Lo strumento migliore per educare i propri figli, le persone che ci sono affidate – risponde don Matteo – è condividere con loro la crescita del nostro rapporto con la realtà».
Mentre don Matteo mi parla, il pensiero torna al composto entusiasmo e allo stupore con cui, pochi minuti prima, un ragazzo di prima media, illustrandomi le tecniche per realizzare un erbario – con foglie raccolte a Villa Torlonia, polmone verde del quartiere -, mi ha fatto sentire il sorprendente odore di formaggio del frutto della magnolia. E penso che proprio quella freschezza, quella generosità del cuore ad aprirsi sempre, ogni giorno, a ciò che ci è stato donato, proprio questo è ciò che vorrei trasmettere con l’educazione. «Si gioca tutto nel rapporto tra chi educa e chi è educato, tra padre e figlio. L’apertura al mondo matura quando il ragazzo diventa consapevole di essere guidato da una autorità che lo accompagna, da un adulto che percorre in prima persona la strada dell’imparare. Così, l’educazione è ricerca comune del senso di ciò che ci circonda e di noi stessi». E non sfugge un accenno alla complessa realtà dei ragazzi di oggi. Il commento di don Matteo non lascia spazio a repliche: «Che cosa guardano i nostri ragazzi? Guardano gli adulti che siamo, ciò che li aspetta, ascoltano la nostra proposta, esplicita o implicita, colgono e assorbono il senso che diamo alla vita».
Certo, a volte sembra che una distanza incolmabile ti separi da chi vorresti condurre su questa strada. E, soprattutto, il tempo di una vita sembra quasi troppo lungo, guardato attraverso il prisma del rapporto genitore-figlio. Ma, incalza don Matteo, «ci sono esigenze profonde che ci uniscono, a prescindere dalla generazione cui apparteniamo. Facendoci incontro ai ragazzi, ai loro desideri più autentici, diventiamo compagni in un cammino in cui ognuno dà il suo contributo, in una avventura che sembrerebbe non finire mai».
Certi squarci che si aprono sulle nostre domande più profonde spaventano, disorientano. «Dove poggiare le nostre forze?», chiedo infine. «La roccia su cui poggiare è l’Incarnazione. Il bene, il bello, il buono, il giusto si sono incarnati in un uomo, Gesù Cristo, da cui è scaturita una nuova storia, una società diversa, che esiste e che, se si ha la fortuna di conoscerla, cambia la vita a tal punto che non se ne può fare a meno».
nella foto: studenti del liceo artistico Sant’Orsola in laboratorio.







