Tutto è nato dalla caritativa
L’amore al popolo a cui siamo mandati è uno dei fondamenti della missione. Non è possibile però un amore alla gente, al Paese in cui svolgiamo la nostra opera, se non custodiamo in noi stessi la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Essere grati rende possibile partire per la missione e ci permette di portare quella sofferenza che è inevitabile corollario della partenza. Ricordo di aver vissuto profondamente, ormai otto anni fa, questo aspetto che caratterizza l’inizio di ogni missione: la coscienza della mia fragilità di fronte al distacco da ciò che avevo di più caro, dagli amici, dai superiori, dalla famiglia, dalla mia terra. La gratitudine mi ha permesso di attraversare quello “strappo” doloroso e di sperimentare la carità di Cristo per la mia vita. La gratitudine è una sorta di alimento che consente di superare le obiezioni alla missione, soprattutto nelle fasi iniziali.
Una di queste obiezioni può scaturire dalla diversità dei posti a cui siamo mandati rispetto alle nostre origini. Il Cile, dove attualmente vivo, è il paese economicamente e socialmente più stabile dell’America del Sud, ma conserva ancora alcuni contrasti che caratterizzano la società latinoamericana. C’è, ad esempio, una Santiago “bene”, più ordinata, e una parte della città, dove invece le case sono piccole, con tetti di lamiera, tutte attaccate, con piccole viuzze… L’incontro con quartieri meno belli di quelli in cui abbiamo vissuto può generare in noi avversione, difficoltà. Anche questa esperienza può però diventare occasione di una coscienza più profonda della vicinanza di Cristo a noi. Ricordo, in proposito, un episodio accaduto a un mio confratello. Chiamato a visitare un ammalato arrivò in una casa di una favela. La casa era un luogo molto povero, quasi invivibile. Al momento della benedizione il cappuccio dell’aspersorio si staccò, finendo sotto l’unico mobile dell’unica stanzetta. Dovette perciò chinarsi per raccoglierlo. Il suo pensiero è stato: «Ecco, il Signore ha voluto che mi inginocchiassi su questo pavimento, per fare memoria di come egli si è inginocchiato sulla mia vita, di come egli mi ha abbracciato e abbraccia così misteriosamente la vita di quest’uomo».
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Dietro la passione per le persone, dietro i fatti della missione c’è sempre, nella mia esperienza, l’unità vissuta con i superiori e con i fratelli della mia casa. Negli otto anni di missione che ho vissuto in Argentina e in Cile, ho costatato che la comunione porta frutti intorno a noi. La casa è la prima compagnia, un luogo di misericordia. Spesso le persone ci fermano in parrocchia dicendoci quanto siano colpite dall’accento di unità, di sintonia che vedono tra noi. E questo si trasmette anche nelle omelie, nell’amministrare i sacramenti, nei momenti, insomma, in cui siamo di fronte alle persone. Dall’unità vissuta nella casa si irraggia una forza generatrice che compie passi decisivi nella nostra opera missionaria.
L’unità con gli altri mi ha aiutato a rischiare con i giovani. Non nasce nulla, se non si rischia. In molti casi, si tratta di smuovere una terra indurita, non fertile. Occorre prendere gli attrezzi e cominciare a lavorare, anche senza prospettive allettanti… A Santiago, per esempio, il nostro incontro con i giovani è nato attraverso una caritativa, che ho proposto nonostante io stesso nutrissi dubbi sulla possibilità di quel gesto. Appena arrivato, la nostra immensa parrocchia (novantacinquemila abitanti, divisa in svariate cappelle) mi strattonava tra decine di incontri, riunioni, catechesi. Tutto sembrava suggerirmi di non proporre un gesto che rischiava di rimanere disatteso. Sono partito proponendo un momento che non si identificava con nessuno degli incontri già previsti. Era una proposta libera. Forse inizialmente ha coinvolto poche persone. Ora posso dire che è stata una decisione che sta portando molti frutti.
Andiamo in caritativa in un ospizio, vicino alla parrocchia. Un giorno, qualche tempo fa, vi ha preso parte, quasi casualmente, una ragazza. Si è presentata con i capelli che le coprivano gli occhi, poiché non aveva il coraggio di mostrarli. Apparteneva a una delle bande della periferia. Quel sabato mattina la sua presenza ha suscitato la perplessità di tutti, anche la mia. Invece è rimasta, è cresciuta e, dopo alcuni mesi, ha stupito tutti presentandosi a scuola di comunità con il volto scoperto, mostrando a tutti i suoi begli occhi neri. In una lettera, ci spiegava come l’incontro con Cristo avesse reso possibile il coraggio di mostrare se stessa.
Nella foto, un ritiro con i giovani in Cile.
Santiago del Cile
Chiamati a guardare Cristo
Caro don Massimo,
la Scuola di Comunità in questi ultimi tempi mi sta aiutando molto a cercare e a riconoscere la presenza di Cristo in ogni circostanza. Le circostanze sono opache se non sono capace di riaffermare sempre che mi manca il Tu di Cristo.
Prima di Pasqua sono entrato nella chiesa principale della nostra parrocchia, un sabato pomeriggio, per andare alla catechesi dei ragazzi. Ho intravisto in fondo alla chiesa, seduta in un angolo, una giovane donna, che mi è parso subito che stesse soffrendo. L’ho solo guardata. Anche lei ha incrociato il mio sguardo. Dopo qualche minuto, è uscita dal tempio, nel quale si stava celebrando un battesimo e mi ha chiesto di parlare con lei. Ho lasciato momentaneamente ai catechisti la responsabilità dei giovani che mi stavano aspettando e mi sono seduto a parlare con lei. Mi ha detto di essere la mamma di tre bambine che in quello stesso momento stavano ricevendo il battesimo. Ma, per il fatto di essere drogata e alcolizzata, le bambine erano state affidate alla nonna. Ha saputo per caso del battesimo ed era lì, solo per vederle da lontano; ed esse, di tanto in tanto, si giravano e alzavano la manina per dire: “Mamma sono qui”. Poi si è messa a piangere e mi ha chiesto di confessarla. L’ho fatto. E pensavo tra me: “Chi sta veramente conoscendo Cristo in questo istante, o meglio, chi lo sta conoscendo più a fondo?”. Questa donna ferita, che se ne sta in fondo al tempio, come il pubblicano, o tutti coloro che in questo momento stanno superficialmente vivendo la cerimonia del battesimo?”. Dopo la confessione ella era molto commossa e mi interrogava: “Perchè Cristo mi ha perdonato e gli uomini non mi perdonano?”. Ed io non sapevo che cosa rispondere… Anch’io sono richiamato, come dicevo, in questo tempo a guardare Cristo, a cercarlo dentro le circostanze della vita, a riconoscerlo come Colui che in tutte le cose mi manca.
Tuo, Martino
nella foto: don Martino De Carli con alcuni giovani parrocchiani.
Dammi vita
Santiago del Cile, ottobre 2008.
Caro don Massimo,
mi rendo conto di come sia faticoso e difficile il lavoro dell’insegnante, sempre in bilico tra la tentazione di irrigidirsi dietro regole e disciplina e la possibilità di sfidare la libertà dei ragazzi con una proposta bella e convincente.
Mi sento un motore ancora in rodaggio, lasciato fermo per qualche tempo: serve una scintilla dall’esterno per ripartire, per risvegliare il mio cuore e la mia ragione. Te ne racconto una capitata qualche giorno fa in classe.
Una mattina, cercando di stimolare un’attenzione sempre più rara, inizio la lezione con questa domanda: “Avete mai pensato al fatto che in questo momento, in questo preciso istante non vi state dando da soli la vita?”. Non provoco nessuna reazione. Qualche timido “no” sussurrato. “Anche se lo volessi, non posso aggiungermi nemmeno un capello, e immaginate quanto mi piacerebbe.” Risatine, occhiate alla mia testa quasi pelata, ma nulla più. “Ci pensate che non possiamo aggiungerci nemmeno un minuto di vita?”. La risposta è laconica, secca e annoiata: “No”. Non mi scoraggio e insisto: “Al mattino, cominciando una nuova giornata, vi è capitato di pensare che quel giorno era un regalo, una bella occasione, che non era scontato esserci anche quella mattina?”. “No”, mormorano. “Nemmeno qualche volta?”, mi lancio, un po’ incredulo. Ma non c’è niente da fare, nessuna risposta, nessuna scintilla. Domando loro se si siano mai sorpresi per la presenza delle persone care: “Avete mai pensato che anche la presenza amorevole della vostra mamma è un dono?”. Anche stavolta la risposta è un rotondo “no”. Non so se per compassione verso il mio sguardo deluso o per un sincero desiderio di capire, uno di loro chiede di approfondire il fatto che non siamo noi a darci la vita. “Se vedi un fiume secco, cosa pensi?”, chiedo. “Che non c’è una fonte che gli dà l’acqua”. “Bene. E se invece è un gran fiume, con molta acqua?” “Che deve esserci una fonte grande che gliela dà”. “Adesso immaginate che questo fiume, con tanta acqua, che scorre veloce fino al mare, si trovi in un periodo di siccità, d’estate. Niente più cascate e rapide, pesci che saltano, bambini che fanno il bagno nelle sue pozze. Immaginate che questo fiume potesse pensare, e parlare, come facciamo noi. Cosa chiederebbe alla sua fonte?”
In fondo, a destra, si alza una mano: “Dammi vita”.
Mi ha commosso. Grido anch’io, in classe: “Dammi vita! Dammi vita!”, sorpreso dalla risposta del ragazzo, dalla scoperta sempre nuova, fatta insieme a lui, di una domanda che è anche la mia.
Un abbraccio
Marco
(nella foto, don Marco Aleo con i ragazzi della parrocchia a Santiago del Cile)







