Da Taiwan a Rimini in trenta. «Ci piace stare con questi preti»
Nove anni di lavoro per la traduzione de “Il senso religioso” in cinese. E allo stand San Carlo compaiono occhi a mandorla e ideogrammi
I loro occhi a mandorla osservano felicemente spaesati i pannelli della mostra sul Samba: qualcuno scatta foto, gli ideogrammi segnano gli appunti sui block-notes. Sono una trentina i taiwanesi arrivati ieri in Fiera, in occasione della presentazione de Il senso religioso in mandarino, che sarà oggi alle 15 (A2): ad accompagnarli don Emmanuele Silanos e don Paolo Costa, sacerdoti della San Carlo da anni sull’isola. «La traduzione del libro è stata un lungo lavoro» racconta don Emanuele, spiegandoci come, nel 2000, un taiwanese iniziò il lavoro basandosi sull’edizione inglese. «All’inizio non capiva, finché non è arrivato al decimo capitolo, e ha capito tutto. Diceva: “È il libro della mia vita”». Il lavoro però si ferma, e tra bozze e revisioni, solo quest’anno è arrivato alla pubblicazione. «I problemi più grossi erano legati alla lingua, che manca di astrattezza: alcune parole come “evidenza” o “esperienza elementare” erano difficili da tradurre».
Un aiuto alla traduzione è arrivato poi da due professoresse dell’università Cattolica di Taipei: Chen-Hsin Wang e Ci-Han Lü, che hanno conosciuto in università i due sacerdoti (anche loro professori), e ne sono diventate amiche. Anche le due docenti sono in giro per la Fiera, e domani parteciperanno alla presentazione del libro. «Siamo venute per seguire questi sacerdoti – spiega Chen-Hsin – ho saputo che ogni anno vengono al Meeting 800mila persone: volevo sapere cosa li attrae. Non avevo mai visto nulla di simile; è un evento per tutti, giovani e anziani. Ho deciso di portarci anche mio figlio, che non è cattolico». Anche lei racconta del lavoro di traduzione: «Più entravo nel lavoro più mi sentivo coinvolta. Il libro fornisce quel pensiero che rende Comunione e Liberazione straordinaria, perché si parte dall’umano e da un’esperienza comune a tutti».
E infatti, il gruppo arrivato a Rimini è eterogeneo: alcuni parrocchiani dei due sacerdoti, ma anche una decina di studenti dell’università Cattolica di Taipei, di cui tanti non cattolici: buddisti, taoisti, protestanti, ecc… A spingerli, il desiderio di seguire quei sacerdoti. «Ero in Italia lo scorso anno con don Emmanuele, quando ci fu un tifone a Taiwan – racconta Nadia, taoista, – non me ne interessavo, credevo non c’entrasse con me. Lui invece voleva sapere se la mia famiglia stesse bene, e durante una messa ha fatto pregare per le vittime. Mi ha stupito che si preoccupasse tanto». Poi Nadia si ferma in Italia: 8 mesi a Venezia per studio. «Ero triste, era difficile; ma don Emmanuele mi chiamava spesso, e io trovavo coraggio». Torna a Taiwan, e non lo molla più: inizia a seguire la Scuola di Comunità. «Quando mi ha chiesto se volevo venire qui non c’ho pensato troppo, e ho accettato: mi piace stare con loro».
Chiude Silanos, spiegando cosa vuol dire stare in missione a Taipei: «È andare a vedere il mondo da una posizione più alta, e conoscere Cristo coi loro occhi. Loro però non sanno chi ha fatto questa Bellezza: quindi noi glielo dobbiamo portare».
pubblicato sul Quotidiano Meeting del 25 agosto 2010
Tre alberi a Taipei
L’estate scorsa sono tornato in Italia. Ho partecipato con la mia famiglia alle vacanze in montagna della comunità del movimento di Imola. C’erano anche molte maestre e molti bambini della scuola che frequentano i miei nipoti, la San Giovanni Bosco.
Ogni giorno le maestre trascorrevano diverse ore con i bambini a preparare uno spettacolo per la sera conclusiva: «La favola dei tre alberi». Si tratta di una storia che non conoscevo. I protagonisti sono tre alberi che hanno grandi desideri per il futuro. Ostacolati dalle circostanze della vita, alla fine realizzano i loro sogni in maniera imprevista e superiore alle aspettative: tutti i desideri si compiono in Gesù.
Un primo albero voleva diventare uno scrigno per contenere tesori; il suo sogno sembra infranto quando viene trasformato in una mangiatoia, ma sarà la mangiatoia che accoglie il bambino Gesù. Il secondo albero voleva diventare una nave per solcare l’oceano e trasportare re importanti. Diviene invece una barca di pescatori puzzolente di pesce. Un giorno, però, trasporta Gesù con i suoi discepoli. Il terzo albero desiderava essere l’albero più alto del mondo cosicché chiunque, guardandolo, pensasse a Dio. Viene invece tagliato per farne assi. Diventerà la croce di Gesù: l’albero della vita per cui abbiamo ricevuto la salvezza. Tutti gli uomini, guardando la croce, pensano a Dio.
Questa favola mi commuove ogni volta che la racconto. Tornato a Taipei, l’ho raccontata a tutti, comprese le maestre del catechismo domenicale della parrocchia, che accoglie un gran numero di bambini. Abbiamo realizzato la recita per Natale. Il risultato è stato bello e coinvolgente. Il cuore umano è ovunque lo stesso: ciò che comunichiamo colpisce anche i nostri amici taiwanesi. L’educazione, infatti, è portare l’altro a conoscere ciò che ha affascinato te. Solo chi è commosso muove.
Un caro saluto a tutti,
Paolo
Tre matrimoni e un battesimo
Caro don Massimo,
ogni due giovedì ho proposto agli anziani della parrocchia di trovarsi insieme. Dico per loro una messa e poi preghiamo un po’, ci spostiamo nel centro parrocchiale e lì chiacchieriamo, scherziamo e poi pranziamo insieme. Vengono una dozzina di persone più la Gao e sua sorella che preparano da mangiare e fanno da segreteria del gruppo.
Una di queste volte ho fatto raccontare al Signor Qing (80 anni) e a sua moglie la storia del loro matrimonio. L’ho fatto apposta perché sapevo da Paolo che i due non si erano mai regolarmente sposati in chiesa (la moglie ha ricevuto il battesimo solo un anno e mezzo fa, dopo essere guarita da una malattia durante la quale ha visto in sogno Gesù che l’ha invitata a farsi battezzare). Ho poi scoperto che tanti anziani cattolici sono nella stessa situazione del signor Qing, in quanto a quel tempo erano militari e per un’oscura legge di Chiang Kai Shek non potevano sposarsi in chiesa.
Quel giorno, al termine del racconto che i due hanno fatto, li ho ringraziati dicendo che mi avevano commosso e proponendo loro di fare una bella festa insieme agli altri anziani e di sposarsi finalmente in chiesa: loro, commossi, hanno finalmente accettato. A quel punto mi sono commosso davvero e ho pensato a Bertolina e ai due vecchi siberiani che facevano il loro viaggio di nozze tornando a casa a piedi dalla chiesa del villaggio…
Il giorno dopo siamo andati a casa della signora Yang per la preghiera in famiglia. Il marito (81 anni), mezzo sordo, non è cattolico. Chiacchieravamo con lei e la Gao mi sussurra che anche loro due non si sono mai sposati in chiesa, essendo anche il marito della Yang un ex militare. Allora propongo anche a loro di sposarsi. La Yang mostra la sua sorpresa, ma commossa dice di sì. A quel punto però, il vecchio Qing (sempre presente…) parte al contrattacco e si impunta nel voler convertire il marito della Yang, il quale però, non capisce quello che l’altro gli sta dicendo, un po’ perché il loro dialetto cinese non è lo stesso e soprattutto perché il Yang Bei Bei è sordo come una campana. Allora il Qing gli si mette vicino e urla. Niente da fare: l’altro non sente. Eppure il Qing non molla. Prende carta e penna e scrive, con mano lenta e tremolante, i suoi caratteri cinesi su un foglio volante, mentre noialtri presenti mangiamo, parliamo, scherziamo. Alla fine, il vecchio Yang legge l’invito a battezzarsi che il suo quasi coetaneo ed ex commilitone gli fa leggere: e, nell’incredulità’ generale, dice di sì, vuole il battesimo. Spiega che, quando era giovane, avrebbe voluto farlo, ma quando era sotto le armi non ha mai avuto il tempo e, in seguito, non ha mai più trovato nessuno che glielo proponesse, prima che lo facesse il vecchio Qing…
Nei giorni scorsi, infine, ho scoperto che anche la Maestra Luo (80 anni) e suo marito (un ex colonnello dell’esercito di Chiang) non sono ancora sposati…
Così il 29 di novembre festeggeremo il nostro patrono San Francesco Saverio e in quel giorno ci saranno anche tre matrimoni e un battesimo: età media, 80 anni…
Un abbraccio grande,
Lele
PS: Lo dici tu a Francesco Bertolina, che, stavolta, ho fatto meglio di lui?
L’ultimo ponte
“Mi ami tu?”
In febbraio abbiamo preso parte all’incontro di Comunione e Liberazione dell’Asia, tenutosi a Manila, capitale delle Filippine. Tutti gli amici del movimento di Cl, provenienti da diversi paesi dell’Asia, sono rimasti sorpresi, insieme a noi, dalla testimonianza corale del fatto che, pur nella diversità delle situazioni in cui si vive, il movimento cresce e conosce nuove persone, partendo dal cambiamento dell’io della persona.
In Corea, a Manila, a Giakarta o a Taiwan, il cambiamento dell’io parte dalla risposta personale alla domanda che Cristo pone a ognuno di noi, attraverso le circostanze e gli accadimenti in cui egli ci immette: «Mi ami tu più di costoro?». La risposta a questa domanda è aderire alla forma con cui lui ci ha presi, seguire la strada condotti da qualcun altro, senza porre impedimento all’azione dello Spirito. Questa strada per noi, concretamente, è la forma del movimento. Siamo qui a Taiwan in missione, per parlare di Cristo e per comunicarlo con la sensibilità e l’accento che abbiamo conosciuto nel movimento di Cl, rispondendo all’invito di Giovanni Paolo II ad andare in missione, e ad andare in Asia, continente che non conosce ancora Cristo.
Parlare in cinese a un popolo che non conosce Cristo è una sfida grande e affascinante. Sappiamo di essere mandati qui per la Cina, ma non possiamo parlare alla Cina se non parliamo in cinese ai cinesi che incontriamo.
In questi anni di missione a Taipei, l’università e la parrocchia sono stati i luoghi dove abbiamo incontrato le persone e dove abbiamo proposto l’esperienza della fede in Cristo, attraverso la compagnia del movimento. Senza progetti troppo articolati, la nostra compagnia si sta dilatando. Negli ultimi tempi, inoltre, l’impegno missionario mio e dei miei confratelli si sta ampliando, con il servizio al movimento in Australia, per Emmanuele, nelle Filippine per Paolo Costa, nella Cina continentale, dove io sono andato, per ora solo una volta, ad incontrare gli amici. Senza nessuna pretesa ci siamo mossi e Cristo si sta manifestando nel tempo. Alcuni passi visibili di questo cammino sono stati la messa per don Giussani del febbraio scorso – primo gesto pubblico del movimento qui a Taiwan -, la vacanza con gli adulti, e poi il gesto che facciamo in università, il primo piccolo happening con i nostri studenti. Tutto ciò nasce dalla risposta alla domanda di Cristo «Mi ami tu più di costoro?» e rende innanzitutto noi stupiti per l’azione che il Signore compie nella nostra vita e nella vita degli altri.
nella foto: La Thuile, agosto 2009. Un gruppo di responsabili di Cl dell’Asia con don Julián Carrón (al centro).
Caro Ke Shen Fu…
Taipei (Taiwan), domenica 20 settembre: nel quartiere di Taishan, ha avuto luogo la cerimonia ufficiale in cui don Emmanuele Silanos, missionario della San Carlo, è diventato parroco di San Francesco Saverio, subentrando al suo confratello don Paolo Costa. Al momento del “discorso ufficiale”, Emmanuele ha letto una sua lettera a Paolo, che riportiamo integralmente:
Taishan, Domenica, 20 settembre 2009
Caro Ke Shen Fu (= Caro don Paolo Costa),
il primo giorno che sono arrivato a Taiwan, tu mi hai dato un nome nuovo, un nome cinese. Il nome che mi ha dato è il più bello che potevi scegliere. Il mio cognome è Xiè, che vuole dire “grazie”. Il mio nome è “Cheng En” che vuole dire “ricevere un dono, una grazia”. Il senso del nome per intero è “grazie per il dono che ho ricevuto”. Penso che non ci potesse essere un altro nome migliore di questo per esprimere il significato della mia vita, della mia storia.
Infatti credo che se una persona desidera di fare il prete missionario, non la fa perché pensa di essere una persona particolarmente brava o coraggiosa, o perché crede di essere speciale, di essere un santo. No. Uno decide di fare il prete perché vuole ringraziare per i doni grandi che ha ricevuto e vuole farne partecipi gli altri.
Oggi allora voglio ringraziare. Innanzitutto Dio, che mi ha dato la vita e la fede. Poi la mia famiglia, che mi ha educato amandomi ma anche rispettando la mia libertà. Mio padre, che mi ha fatto conoscere la bellezza della realtà. E mia madre e le mie sorelle, che mi hanno amato e “preferito” (ndt: non c’ è una traduzione della parola cinese che ho usato e che indica l’amore preferenziale e “tenero” della madre verso il figlio).
Poi don Giussani e il Movimento di Comunione e Liberazione, che mi hanno fatto conoscere il fascino irresistibile della fede. E la Fraternità San Carlo, attraverso cui ho capito che quella del prete è la vocazione più bella per me. E nella Fraternità ricordo in particolare te, don Paolo Costa, e Bo Shen Fu (don Paolo Cumin), che sin dall’inizio mi avete accolto, aiutato, sopportato.
E soprattutto il nostro superiore, Kang Shen Fu (don Massimo): se sono qui oggi è grazie a tutto quello che ho imparato da lui quando ero suo segretario e grazie al fatto che, conoscendo il mio desiderio di venire in missione qui, mi ha mandato a Taiwan.
In particolare voglio poi ringraziare il nostro arcivescovo Giovanni Battista Hong, che oggi mi da l’incarico di seguire questa parrocchia, nonostante sia arrivato da poco e il mio cinese non si ancora perfetto. E’ come un papà che non solo non ha paura di affidare responsabilità ai suoi figli, ma anzi li incoraggia e li sostiene.
Ma il dono più bello, oggi, sono le persone di questa parrocchia. Da quando sono arrivato mi hanno accolto, aiutato, accompagnato, a volte perdonato e ascoltato con pazienza il mio “broken chinese”. Attraverso di loro ho trovato qui a Taiwan tanti nuovi padri e madri.
Da oggi devo essere io il loro padre. Dovrò ascoltare le loro parole, consolarli, accompagnarli, aiutarli. Non so se ne sono capace ma voglio imparare a farlo come hanno fatto gli altri parroci prima di me: come Li Shen Fu, come Pei Shen Fu, e, soprattutto, come te, don Paolo. Di certo io non so parlare così bene, e soprattutto non so parlare così a lungo…, come te. Non so cantare così bene come te, e soprattutto non amo salire sul palcoscenico e farmi vedere come te… Così come non sarò mai così “robusto” come sei tu… eppure, in ogni caso, noi ci assomigliamo molto, tanto che un sacco di gente, qui a Taiwan, si confonde quando ci vede e non sa distinguerci. Quando, all’inizio, la gente non riusciva a distinguere quale fossi io e quale fossi tu, mi arrabbiavo molto. Spesso, infatti, i nostri studenti, i nostri amici, i nostri parrocchiani e persino la gente che incontriamo per la strada ci dice: “Hmm, ma quanto siete uguali, quanto vi assomigliate. Siete gemelli? Siete fratelli?”… E io ho sempre fatto fatica a trattenere la mia rabbia… Mi arrabbiavo perché avevo sempre pensato che tu fossi molto diverso da me, e che io fossi molto più bello di te!
Ma adesso, caro Costa, desidero imparare da te, imparare la tua passione, la tua saggezza, il tuo coraggio, per poter guidare, accompagnare, amare queste persone come lo hai fatto tu finora.
Ecco perché spero che, in futuro, sempre più gente mi dirà: “Tu assomigli molto a Costa, sei proprio uguale a lui”.
Grazie Paolo del tuo esempio, grazie della tua amicizia. Oggi io prego per te, tu prega per me.
L’Ultimo Ponte
Il nuovo documentario della Fraternità San Carlo è ora disponibile in vendita online presso Itacalibri. E’ anche possibile scaricare una versione in bassa risoluzione, con sottotitoli in italiano, da questo sito. Oltre a essere in alta qualità, il dvd contiene anche otto lingue in sottotitoli.
Il dvd è la storia di tre missionari a Taiwan – Paolo Cumin, Paolo Costa ed Emmanuele Silanos – che vogliono essere compagnia alle persone che incontrano nella loro missione a Taipei. Aiutano a costruire ponti fra le persone, e fra Dio e gli uomini.
Il vento di Dio
Il vento di Dio from Fraternità san Carlo on Vimeo.
Chiusura dell’anno paolino a Taiwan
Un grande Concerto dedicato alla chiusura dell’Anno Paolino si terrà il 28 giugno, vigilia della solennità dei Santi Pietro e Paolo, nella parrocchia di San Paolo dell’Arcidiocesi di Tai Pei. La parrocchia dedicata all’Apostolo per eccellenza ha voluto infatti celebrare la Festa Patronale nella giornata di domenica 28 giugno con una solenne Eucaristia nella mattina che sarà presieduta da Sua Ecc. Mons. Hong Shan Chuan, Arcivescovo di Tai Pei, ed il grande Concerto del pomeriggio. I parrocchiani confermano: “vogliamo un concerto very Rome perché siamo una delle poche chiese che possiedono l’organo”. Dal 19 al 27 giugno la parrocchia sta celebrando la Novena dedicata a San Paolo e alla chiusura dell’Anno Paolino. Oltre al parroco, p. Paolo Costa, FSCB (Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo), anche le suore della Congregazione di Nostra Signora della Cina prestano servizio pastorale nella parrocchia, che gestisce anche un asilo (Ming Yuan Kindergarten), la Cappella dell’Immacolata Concezione dell’Università Cattolica di Fu Ren, e Le Sheng Provincial Leprosarium. (NZ) Agenzia Fides, 23/06/2009
Taipei. Musica d’oriente
Caro don Massimo,
in questi ultimi mesi siamo stati, si può dire, sorpresi dalla musica. A settembre, nella nostra parrocchia di san Paolo c’è stato un concerto di musica rinascimentale: un coro locale ha voluto regalarci alcuni canti polifonici, tratti dalle opere di Pierluigi da Palestrina. Ci ha commosso al punto che abbiamo pensato di fare un piccolo concerto al mese, per invitare la gente a visitare la nostra chiesa. In ottobre abbiamo offerto un concerto d’organo grazie alla disponibilità di un nostro parrocchiano, organista professionista. Per il mese di novembre ho pensato di proporre, attraverso la mia voce e la mia interpretazione, accompagnata di volta in volta da organo, piano e chitarra, le canzoni che ho imparato nel movimento, dedicate alla Madonna.
Al concerto c’erano duecentotrenta persone, compreso il pastore battista (con la consorte) che abita dietro la nostra chiesa.
La prima parte era dedicata a Maria nel Vangelo: l’Ave Maria gregoriano, Altissima Luce, I wonder, Salve Regina, Voi ch’amate lo criatore. I testi delle canzoni, tradotti in cinese, sono stati proiettati insieme a quadri di pittori italiani a noi cari. La seconda parte era dedicata a Maria nella devozione popolare. Ho cantato Salve Regina gregoriano, Como busca, Virgen Morenita, Romaria, Ave Maria Stella del Mattino, La Virgen de Guadalupe. Alla fine tutti insieme abbiamo cantato due canti in cinese.
Il pastore protestante, in prima fila, prendeva appunti sul suo quadernetto; la gente è stata molto contenta della serata. Ho detto a tutti che, sebbene non sia un professionista della musica, ho voluto condividere ciò che ho di più caro, che ho imparato grazie al movimento di Cl di cui faccio parte, anche e soprattutto attraverso i canti. Spero di aver trasmesso quanto importanti sono per me la bellezza della musica e del canto per la nostra immedesimazione con Cristo.
Sabato 29 novembre l’arcivescovo Hong San Chuan è venuto alla parrocchia di Tai Shan per celebrare la Messa del nostro patrono, san Francesco Saverio. Quest’anno ricorre anche il 45° anniversario della parrocchia. Anche questa volta la chiesa era piena. Un diacono benedettino e un seminarista hanno aiutato per la liturgia. I chierichetti erano quattro bambini: don Lele Silanos li istruiva da un mese su come maneggiare l’incenso, la mitria, il pastorale, la croce astile, le candele…
La chiesa era bellissima: avevo comprato un nuovo altare, un confessionale, oltre che fioriere, acquasantiere e credenza in stile cinese. Avevo anche fatto dorare il calice, la pisside, il turibolo e navicella: tutti dettagli che, forse, ho notato solo io, ma ci tenevo che tutto fosse bello e ordinato. Durante la messa il vescovo ha battezzato due adulti e cresimato cinque parrocchiani tra cui Ilario (A Long) e Monica (Meixiang). Dopo la messa ci siamo fermati in chiesa per presentare la nostra storia attraverso foto e canti, come avevamo fatto con te, quando sei venuto a trovarci.
Nel mezzo di questa presentazione abbiamo proiettato dicei minuti del film Il vento di Dio con i sottotitoli in cinese. Il vescovo mi ha chiesto, un po’ incredulo e stupito, se è vero che noi scriviamo lettere al superiore generale e che lui ci risponde. Gli ho spiegato che è lui che ci spinge a farlo, perché la comunione è anche comunicazione…
La giornata si è conclusa con la cena all’aperto, con balli aborigeni e canti insieme. Mi ha colpito vedere i volti felici di questi adulti rinati nel battesimo o confermati nella cresima: gente normale che sta cambiando grazie all’incontro con Cristo. E mi commuove sempre il vescovo, che si stupisce di noi e ci incoraggia.
Ho conosciuto Giuseppe (Li Hong Jie) al dipartimento di italiano, dove studia, anche se non ha corsi con me. è cieco da quando era piccolo, a causa del parto prematuro e di complicazioni successive. Siamo andati insieme ad uno spettacolo teatrale messo in scena dagli studenti del primo anno. Ci sediamo vicini e, parlando con lui, scopro che ha studiato in una scuola protestante, partecipava alle loro preghiere, ma non è mai stato battezzato perché i suoi genitori, sebbene non siano contrari, non parteciperebbero con lui a questa nuova vita. Mi racconta che ha cominciato anche a dubitare della verità del Vangelo: «Per esempio, come facciamo a credere che i ciechi vedono?», mi ha chiesto. «Crediamo che i ciechi vedono perché anche oggi vediamo accadere gli stessi miracoli: chi non conosce Gesù è nel buio e brancola senza sapere la direzione. Noi sappiamo la meta». Poi gli ho detto che per conoscere Gesù occorrono degli amici, e gli ho proposto di essere mio amico, dal momento che mi ha detto che fa fatica a essere coinvolto dagli altri studenti. Durante lo spettacolo gli ho fatto la cronaca di quello che vedevo e capivo, poi siamo usciti a cena: era molto felice. L’ho accompagnato al suo dormitorio e gli ho fatto toccare le statue del presepe una a una. Sul presepe c’era una scritta che gli ho letto non senza commozione: «Nelle tenebre è brillata la vera luce: Gesù Cristo». Senza sapere che Cristo è la Luce che illumina la nostra vita, siamo tutti come ciechi, o anche peggio. Sono certo che Giuseppe sia «un altro dono di Dio» alla nostra vita.
Ti abbraccio,
Paolo
Nella foto: un momento di balli nella parrocchia di san Francesco Saverio a Taipei. Da destra, don Paolo Cumin e don Paolo Costa, in missione nella capitale di Taiwan insieme a don Emmanuele Silanos.
Diario di viaggio: Taiwan
Questo viaggio a Taiwan è stato rinviato più volte, l’ultima per l’elezione di Pezzi all’episcopato. Ora finalmente può avvenire.
Parto con Carlo alle 13 con un aereo della Cathay (il volo Alitalia era stato cancellato qualche tempo fa). Arriviamo alle 10 del mattino, le 4 di notte in Italia.
È la terza volta che viaggio verso la Cina. La prima ho visitato Pechino e Shangai. Penso sia stato ormai una decina di anni fa. Ero accompagnato da Atta. La seconda volta ho raggiunto Taiwan. Ero accompagnato da Lele che adesso è in
missione proprio qui. Fu un viaggio galeotto, per dirla con Dante. Allora non avevamo ancora la parrocchia. Insegnavamo all’università. Adesso i due compiti si assommano.
Ho l’impressione che Taiwan sia sempre più attratta nell’orbita del continente. È nell’ordine delle cose che sia così, con la trasformazione dell’economia della Repubblica popolare.
Taiwan è stata durante questi decenni, dopo la guerra, un’enorme portaerei americana nel Mare cinese. Ha ancora la stessa necessità degli anni cinquanta e sessanta?
2 aprile
Pioggia e dormire
3 aprile
Al mattino incontro della casa. La mia introduzione vuole innanzitutto sottolineare il mio grazie e il mio stupore rinnovato per il loro sì, per aver accettato e per continuare ad accettare di essere qui.
In secondo luogo, questo stupore grato deve diventare fuoco. Ricordo santa Caterina. Il fuoco non è un dato temperamentale, ma il dono dello Spirito Santo.
Spiego cosa vuol dire l’invocazione allo Spirito: vieni.
3/4/5/6 aprile
In vacanza con Lele in un albergo alla periferia di Taipei, tra il verde delle colline e le cascate d’acqua. È un albergo molto moderno, elegante, con una infinità di servizi, frequentatissimo in questi che sono giorni di vacanza per onorare i morti. Uffici e scuole sono chiusi. Si dovrebbe andare nei cimiteri a pulire le tombe.
Accanto all’albergo c’è un santuario della Madonna, raccolto, silenzioso. Andiamo lì a pregare e a celebrare la messa.
Parlo ore e ore con Lele (abbiamo due anni da ricuperare) e cerco anche di dormire. Sono naturalmente ancora sballato con i fusi orari.
Taiwan è ora divisa tra i blu, soprattutto di origine cinese, favorevoli a rapporti con la Cina continentale, anche se dicono no all’annessione, e i verdi (niente a che fare con i nostri) che sono soprattutto taiwanesi favorevoli all’indipendenza. Il paese è nel limbo, ma scivola verso l’abbraccio con la grande Repubblica. A che condizioni?
7 aprile
Alcune altre notizie di approfondimento di quanto scrivevo ieri.
Il santuario della Madonna. È nel nord dell’isola, in un luogo veramente piacevole e aspro assieme. Sono colline di pietra coperte dalla vegetazione tropicale dalle mille sfumature di verde. Cascate d’acqua risuonano tra i boschi, ora in parte visitabili perché sono stati scavate delle scale.
Nel 1980 cinque scalatori (buddisti) si persero in quelle forre e stavano morendo quando videro una piccola statuetta di Maria lasciata da un missionario scalatore. Cominciarono a pregare. La loro candela, l’unica cosa che avevano, nonostante i venti, non si spense più finché apparve loro una Donna ad indicare la strada del ritorno. Si convertirono al cattolicesimo.
Sul posto ora sorge un santuario, con una grotta tipo Lourdes e camere per l’accoglienza. L’ho segnalato ai nostri tre come possibile luogo per la giornata mensile.
Ho trovato in un articolo di padre Criveller, Dalla parte di Taiwan, su Mondo e missione di marzo 2008, una sintesi chiara ed equilibrata sulla situazione politica di Taiwan.
Ieri ho preso un caffè con il presidente del consiglio pastorale (aborigeno), il vice (taiwanese), altri laici e una suora (della tribù Akka): cinque lingue in sette.
L’incontro della casa ha per tema la parrocchia.
Innanzitutto una relazione di Costa sulla storia di questa parrocchia nata nel 1956 (la diocesi è nata nel 1952! Siamo al tempo di San Paolo), poi sul loro arrivo, i lavori di ristrutturazione della casa, la nascita del coro, della caritativa, della catechesi,…
Parlano anche Cumin e Lele. Poi una visita alle opere parrocchiali. Consiglio di ristrutturare anche i locali ancora disastrati. Infine raccolgo in un mio intervento conclusivo le linee di lavoro in parrocchia.
8 aprile
Ieri sera incontro in audioconferenza con tutte le case del mondo sul tema del silenzio.
Qui fa caldo, ma soprattutto c’è una grandissima umidità. In casa si azionano un po’ i ventilatori e per qualche momento anche l’aria condizionata.
Alle 17,30 incontro con gli universitari all’università cattolica.
È un bel gruppetto di 10-14 ragazzi. Si incontrano ogni settimana sotto la guida di Cumin. È iniziata anche la caritativa. Sono tutti studenti dei nostri tre e parlano italiano.
Ma l’incontro è naturalmente in cinese. Il tema è l’amicizia. Si canta in cinese e in italiano.
Lele fa un corso sulle canzoni: Mina, Battisti, Vasco Rossi,… con video tratti da Youtube. Costa e Cumin lezioni di lingua e letteratura.
9 aprile
Intermezzo narrativo
Sono le quattro di notte. Non dormo ed esco in terrazza. Il giorno è stato caldo. 90 per cento di umidità. Cominciano i preparativi per il mercato che occupa interamente il vicolo davanti alla nostra chiesa. È interamente abusivo, ma nessuno ha l’autorità per mandarlo via. Dalle 7 del mattino alle due e mezza del pomeriggio è tutto un gridare, un offrire merci: animali uccisi, verdura, frutta, oggetti vari, ferramenta, stoviglie, prodotti per la pulizia della casa, …
Adesso, alle quattro, si sentono solo le urla degli animali che vengono uccisi. I locali che danno sulla strada si aprono e diventano il retro delle bancarelle che si apriranno più tardi. Alle due e mezza passano gli spazzini e tutto scompare, come se non ci fosse mai stato, fino alla mattina successiva. Ogni mattina della settimana. Con il mercato si apre anche il cancello del nostro cortile che dà sulla chiesa, casomai a qualcuno venisse in mente di entrare. E infatti a poco a poco arrivano i bambini a giocare coi nomi, qualche mamma,…
Ci sono dei giochi acquistati per loro: uno scivolo, un’altalena,…
I bambini hanno occhi grandi. I nasi piccoli, le ciglia corte, gli zigomi pronunciati esaltano gli occhi, che ti scrutano. Noi europei dobbiamo sembrare loro molto strani, forse degli esseri inferiori. Per un popolo che per seimila anni ha pensato di essere non solo il centro del mondo, ma tutto il mondo che conta, chi possono essere gli altri? I Greci pensavano che i barbari fossero ad oriente, i cinesi forse pensano che i barbari siano ad occidente.
C’è una regalità nello sguardo dei bambini, una regalità felice. L’altro giorno al ristorante io e Lele abbiamo fatto il segno della croce, prima di mangiare. Poi ci siamo alzati per prendere dei piatti al buffet. Al ritorno il bambino del tavolo vicino faceva delle prove per vedere se riusciva ad imitare il nostro segno. E poi, mi ha detto Lele, ha parlato tutto il tempo coi genitori per capire che esseri strani fossimo.
Stamattina ho pensato di offrire biscotti ai bambini nel cortile. Nessuno li ha presi. Avranno pensato: da uno straniero, non si sa mai.
10 aprile
Incontro la signora Gao, che è una factotum in parrocchia. Insegnante di tedesco, sposata a un ingegnere spaziale, madre di due figli, è l’unica cristiana della sua famiglia.
Parliamo di Duccio, che, con i suoi quadri, illustra le pareti della Chiesa e dei vari tipi di orchidee che ci sono in Cina. Lei si occupa dei fiori in chiesa e le orchidee della chiesa sono bellissime, molto diverse da quelle che si trovano in Italia.
Sta aiutando Costa nella revisione della traduzione de Il senso religioso. Costa le legge l’attuale traduzione cinese, poi le spiega in cinese cosa don Giussani voleva dire con l’italiano e lei corregge il cinese. Miracoli dello Spirito Santo.
11 aprile
Un lungo incontro della casa che, a partire dal lavoro in università, ha coinvolto un giudizio su tutta la nostra presenza qui, soprattutto su annuncio, catechesi, scuola di comunità, sacramenti.
Mi sono trovato davanti una mole tale di questioni che ho rinunciato a parlare, rimandando il mio intervento.
Cena con Vincenzo e Flora – la fidanzata che sposerà in ottobre – in un buon ristorante cinese.
12 aprile
Incontro con il gruppo “storico” di CL, un frutto bellissimo e miracoloso di questi anni.
L’incontro è stato filmato e sarà in futuro un bel documentario sulla nascita di una chiesa.
13 aprile
E’ domenica. Messa parrocchiale con un bel gruppo di persone, 60-70. Fra loro cinesi venuti dal continente anni fa, taiwanesi, aborigeni. Questi ultimi sono i cattolici più profondi, venuti alla fede direttamente dallíanimismo senza passare da buddismo, confucianesimo o taoismo.
Alla fine della messa, il presidente del consiglio pastorale traccia la storia della parrocchia (27 battesimi negli ultimi tre anni!) e presenta due emozionanti testimonianze. Sarà interessante leggerle per intero quando verranno tradotte.
La messa è accompagnata dai canti eseguiti da un coro appassionato e intonato. Qualche salmo musicato (Il Signore è il mio pastore, Come la cerva anela…) e canti melodici popolari.
Alla fine pranzo preparato da un catering. Si ferma una cinquantina di persone. Il cibo è per almeno 200. Ma chi vuole ha il suo sacchetto per portare a casa ciò che resta.
14 aprile
Con il treno superveloce (qui tutto è organizzato, pulitissimo, in orario) ci portiamo al sud dell’isola dove vive il cardinale Paolo Shan, vescovo emerito della diocesi dove ora risiede. Ha 85 anni. E’ ancora molto vitale. Ha un cancro ai polmoni e gira a parlare di come vivere nella fede la malattia. Ha così incontrato migliaia di persone in 50 conferenze.
15 aprile
Visito all’Università Cattolica la mostra che Costa ha allestito. Attraverso artisti europei medievali e moderni illustra la vita di Gesù e gli Atti degli Apostoli. E’ collocata in un corridoio. La gente passa e qualcuno si interroga. Poi ancora un incontro con il gruppetto di universitari. Parlo io brevemente sull’attesa dell’uomo e su Gesù. E’ difficile tradurre anche le cose più semplici.
16 aprile
Incontro della casa. Oggi parlerò esclusivamente io sul tema dell’inculturazione.
17 e 18 aprile
Due giorni che voglio dedicare al riposo per prepararmi al viaggio di ritorno e a tutto ciò che mi attende. Qui piove in modo torrenziale e nei periodi in cui la pioggia si ferma per un po’, c’è un’umidità molto alta.
Abbiamo raccolto una ricchissima serie di testimonianze durante questo viaggio: interviste a Costa, Lele, Cumin (filmate), interviste a molte persone della comunità di CL e comunità parrocchiale (filmate), tre incontri della casa (registrati), due testimonianze di convertiti durante la festa parrocchiale… Insomma tanto materiale che basterebbe per scrivere un libro.
18 aprile
Siamo alla fine della nostra, mia e di Carlo, permanenza a Taiwan.
Domani mattina ultimo incontro della casa, dedicato ai rapporti tra le persone della casa e poi, nel pomeriggio, aeroporto e… via.
ADDIO TAIPEI.
Mi congedo dal diario di viaggio con un secondo inserto narrativo (e riflessivo).
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Taipei. La presenza eucaristica ci rende ogni luogo familiare, amico. Qui, dalla nostra casa si va direttamente in chiesa. Attorno è tutto il rumore del mercato e della gente, qui c’è silenzio e riposo. Certo, è un silenzio che butta di nuovo in mezzo alla gente a cui siamo mandati.
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Sulle panche delle chiese spesso ho trovato le corone del rosario. Vengono lasciate perché chi entra ne approfitti.
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Cosa resta di questo mio viaggio a Taiwan? Le conoscenze, certo, le esperienze… Oggi molto si può leggere, molto si può vedere attraverso tanti strumenti. Nessuno di loro può sostituire la conoscenza in presa diretta che solo il viaggio permette, soprattutto la conoscenza delle persone e del loro rapporto con la realtà locale.
Ma infine neppure questo giustificherebbe pienamente un viaggio così lungo. Ciò che resta è soltanto la carità. Solo la carità giustifica, spiega e valorizza tutto. La carità che mi spinge a incontrare i miei fratelli, a sostenerli, incoraggiarli, correggerli.
Il Natale di Taiwan
Salgo sull’autobus, incrocio lo sguardo dell’autista taiwanese e rimango perplesso. Indossa un cappello da Babbo Natale che mal si adatta alla sua divisa ma, soprattutto, ai tanti “santini taoisti” che tiene sul cruscotto assieme alla consueta statuina di un “grasso Buddha che sorride”, simbolo di prosperità e ricchezza. Mi verrebbe da chiedergli: «Cosa c’entra quel cappello? E, soprattutto, sa cos’è il Natale?», Invece pago il biglietto e mi siedo, pensando: «Forse lui è ancora più perplesso perché è costretto a mettersi in testa quel ridicolo copricapo di cui farebbe volentieri a meno».
In questi giorni Taipei si è riempita di immagini e colori che lontanamente richiamano alla mente il Natale. Alberelli addobbati, palline colorate, Babbi Natale e, soprattutto, renne. Improvvisamente, a dicembre, Taiwan si scopre popolata da un incalcolabile numero di questi quadrupedi nordici: le vedi ovunque, di tutti i colori: verdi, rosse, blu. Renne di pezza o di carta, con o senza slitta; pubblicizzano videogames o cellulari, maglioncini o cibo d’asporto. La loro presenza sembra confortare almeno un po’ i commessi dei negozi e le cameriere dei ristorantini, anche loro obbligati dalle circostanze a vestirsi con il cappello rosso e bianco che piace tanto agli stranieri. Ma c’è anche chi si diverte molto a “fare come nei film americani”, a canticchiare la versione cinese di “Jingle Bells” e a scambiarsi regali. Spesso ho sentito dire: «Non sono cristiano ma l’atmosfera del Natale mi piace molto». Oppure: «Peccato che a Taiwan non ci sia mai la neve, altrimenti sarebbe ancora più bello». Il 25 dicembre, però, è un giorno come gli altri. Lo capiamo già la mattina presto quando siamo svegliati, come sempre, dal chiasso della gente che popola il mercato in mezzo al quale sorge la nostra casa. Chi va al lavoro, chi a scuola, chi al tempio ad offrire ai propri dèi riso o pasta; chi, per la strada brucia soldi finti per i propri antenati. La festa vera, qui a Taiwan, è il capodanno cinese, che cade in febbraio. Così i segni natalizi velocemente spariscono, come i “Babbi Natale” che guidano il bus. Può, però, capitare che qualcuno di questi elementi, sbadatamente, sopravviva al cambiamento di stagione. Ad esempio, a giugno, può capitare di ritrovarsi a pranzare in una tavola calda in compagnia di una renna verde di peluche, sistemata sul tavolo. Questo sembrerebbe essere il Natale a Taiwan.
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Da un paio di mesi abbiamo invitato i nostri studenti universitari alla caritativa. Il sabato pomeriggio ci prendiamo cura dei bambini del vicolo dietro casa nostra. Sono un “piccolo esercito” (almeno così sembrano), costituito da una ventina di ragazzini tra i due e i quattordici anni, tutti, ovviamente, non cristiani. Quando abbiamo iniziato eravamo solo noi tre sacerdoti. Poi hanno cominciato a venire anche gli studenti. L’incontro inizia con una canzone, poi stiamo con loro: giochiamo insieme o li aiutiamo a fare i compiti; disegniamo o mangiamo la merenda. Alla fine recitiamo l’Ave Maria alla Madonna, che non sanno bene chi sia, ma hanno capito che è una persona buona, come la mamma. I nomi cinesi di questi bambini ancora fatico a ricordarli. Così, per me, ci sono la “bimba giudiziosa” e il suo fratellino “Ti-Ti-Guang-Tou” che ripete allo sfinimento la stessa nenia incomprensibile; c’e’ il “piagnone”; e poi il mitico “ombrellaio”, il più piccolo e per questo bersaglio delle angherie altrui. Quando lo attaccano si difende parlando rigorosamente in dialetto taiwanese, in modo che il “Shen Fu” (cioè il prete) non possa capire cosa dice. È lui che un giorno è corso fuori dalla chiesa dicendo a don Paolo Costa: «Shen fu, sai chi ho visto? Ho visto Gesù! Noi non sappiamo se “l’ombrellaio” abbia davvero visto Gesù, ma di certo a questi piccoli taiwanesi sembra così strano che tre stranieri si interessino a loro per farli giocare, cantare, disegnare. Qualche settimana fa quattro di loro hanno scritto una lettera a Gesù e alla Madonna, in cui si sono presentati raccontando ognuno qualcosa di sé. Alla fini li hanno ringraziati perché si sentono voluti bene.
Per noi stare con loro è l’occasione di fare memoria del miracolo più grande che ci è capitato: il fatto che Lui si è fatto presente, nostro compagno, diventando come noi. Come ci ha insegnato don Giussani, facciamo la caritativa per imparare dai bambini a rivivere quell’evento straordinario: che Uno più grande di noi si è fatto Bambino per condividere la nostra vita. Questo è il Natale di Taiwan.
Gli “strani” amici di Vincenzo
TAIPEI – A Taishan, quartiere nord-ovest di Taipei (la capitale di Taiwan), la domenica è un giorno come un altro. I chioschi del mercatino all‘aria aperta che circonda, e quasi nasconde, la parrocchia di san Francesco Saverio sono pieni di gente. La lunga strada dove vivono i missionari della Fraternità san Carlo è un arcobaleno di colori e un misto di profumi. Tra le bancarelle c’è di tutto: verdure, pesce fritto e galline uccise e spennate al momento. Fa un certo effetto passare da questa confusione alla calma e all’ordine della loro parrocchia. Saranno una sessantina le persone che tutte le domeniche partecipano alla messa del mattino; meno di una decina quelle che si fermano anche dopo la celebrazione per il corso di catechismo tenuto dal parroco, don Paolo Costa. A guardare i numeri sembrerebbe che il cristianesimo qui non sia in grado di attrarre nessuno, ma poi bastano le storie di alcune persone per raccontare ciò che essi non riescono a dire. Tra queste c’è quella di Lin Huai Min, Vincenzo per gli amici italiani, un ragazzo taiwanese di 28 anni che oggi lavora per una casa editrice a Taipei. La sua storia la racconta in italiano, una lingua che ha studiato a Taiwan ed approfondito a Siena, dove ha vissuto quasi un anno.
Vincenzo comicia parlando di Andrea e Cecilia, due persone del movimento di Cl che lui ha conosciuto all’Università cattolica di Taipei dove si è laureato. “Andrea – racconta Vincenzo – insegnava una delle materie più inutili che io abbia mai studiato: geografia italiana. Quel professore ci proponeva, però, qualcosa che valeva molto di più di quello che ci spiegava a lezione: l’amicizia con lui”. Vincenzo nell’amicizia non ci credeva più: durante il secondo anno di università uno dei suoi più cari amici era morto in un incidente stradale e da allora in poi aveva sempre creduto che qualsiasi rapporto, prima o poi, sarebbe stato destinato a finire. Nel tempo però si è ricreduto. “Alla fine di ogni lezione Andrea mi invitava a cena a casa sua. Inizialmente queste persone mi sembravano così strane. Fino ad allora un mio insegnante non mi aveva mai invitato a mangiare da lui. Poi percepivo le differenze che c’erano tra di noi. La più sciocca: io mangio il riso, loro gli spaghetti. Cosa mai ci poteva essere in comune tra di noi? Al terzo invito, incuriosito, ho accettato e sono andato a cena da loro due e ho scoperto nel tempo che con loro potevo parlare anche delle cose più profonde. Oltre le differenze, c’era qualcosa di più grande che ci univa: il fatto che abbiamo le stesse domande, che cerchiamo le stesse risposte, che vogliamo andare nella stessa direzione”.
Quando Andrea e Cecilia sono tornati a vivere in Italia, Vincenzo ha cominciato a frequentare i missionari della san Carlo, che nel frattempo avevano aperto una casa a Taipei. Il primo ad arrivare è stato don Paolo Cumin, anche lui insegnante all’Università di Vincenzo. “Anche con Paolo potevo parlare di tutto: dal calcio alla politica, dal cinema agli spaghetti, che anche con loro ho continuato a mangiare, visto che mi invitavano spesso a cena. Stando con loro mi rendevo conto che potevo tenere insieme studio e amicizia, lavoro e tempo libero. In realta’ questi sacerdoti non mi hanno mai detto niente, ma da solo mi accorgevo che era la fede a dare senso anche all’amicizia che vivevano tra di loro e con gli altri. Così in me è nato il desiderio di approfondire la mia conoscenza del cristianesimo. Per questo ho cominciato una catechesi con Paolo Cumin e dopo un anno ho ricevuto il battesimo. Ricordo ancora di averlo chiesto il giorno del mio compleanno: quell’anno volevo farmi un regalo che sarebbe durato tutta la vita”. Un po’ come l’amicizia che viveva con quelle persone con cui ancora si incontra a mangiare gli spaghetti.









