Mostra al Meeting – p. Aldo
Proponiamo qui sotto l’intervista che padre Aldo Trento ha concesso a Erika Elleri del Meeting di Rimini, disponibile anche sul sito del Meeting. E’ la presentazione della mostra che p. Aldo ha curato assieme a un gruppo di amici di Paraguay, sulle riduzioni gesuitiche del Paraguay.
Alla scoperta delle riduzioni
Una moderna riduzione, così si può considerare l’opera di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo ad Asunción, in Paraguay dal 1989. Di questa avventura ne abbiamo parlato con lui. di Erika Elleri
Padre Aldo, come sono nate le riduzioni? E qual’era il loro scopo?
Il fine delle riduzioni è riassunto in questa frase di Ignazio de Loyola: non erano altro che “piccole Compagnie di Gesù nate nella selva, forme di vita nuova che hanno permesso ai guaranì di passare dalla situazione culturale, economica sociale, primitiva alla civiltà.” In sintesi, la provincia di Paraguaya, che andava dalla Bolivia del sud alla Terra del fuoco, era una regione dove erano penetrati dapprima i francescani nel 1537 ad Asunción, poi gli agostiniani. Ma il punto determinante era stato raggiunto con i gesuiti quando il cugino di Sant’Ignacio de Loyola (un francescano), aveva chiesto ai gesuiti di aprire una forma di vita gesuitica nella grande provincia delle Indie, dando inizio a quella che sarebbe stata l’esperienza delle riduzioni. Nel Natale del 1609 era sorta la prima riduzione della Compagnia di Gesù ad opera di San Ignacio Guazú, a sud dell’attuale Asunción. Per comprendere l’inserimento degli indios guaranì nelle riduzioni, prima di tutto bisogna capire la concezione guaranitica della vita. Per loro Dio, Tupa, era colui che aveva creato l’uomo immortale. All’arrivo della vipera la terra era stata contaminata e il guaranì era diventato mortale. Da quel momento essi avevano incominciato a peregrinare alla ricerca della terra senza il peccato. All’annuncio dei missionari che la terra senza il male era la Vergine Maria dalla quale era nato il fiore della passione simbolo di Cristo, i guaranì avevano aderito spontaneamente al cristianesimo perché era il compiersi della attesa del cuore. Il punto di evangelizzazione dei gesuiti era che gli indios incontrassero l’avvenimento di Cristo e non la morale cristiana, perché la morale cristiana cozzava contro una concezione cannibalistica e poligamica della vita.
“Una vita felice per Dio e per il Re. L’avventura quotidiana nelle riduzioni del Paraguay” è il titolo della mostra. Potrebbe spiegarci meglio l’entità di questa avventura e come verrà sviluppata nella mostra?
L’avventura quotidiana fa riferimento a come ogni istante era vissuto all’interno delle riduzioni. Vogliamo mostrare come la circostanza vissuta secondo la coscienza che la realtà è fatta da Dio, ha generato nel 1600 un’economia, una politica, un sistema giudiziario, economico, industriale, educativo, sanitario e tutto quello che avete voi oggi in Europa. L’idea che abbiamo è quella di ricostruire una riduzione e che si possa vedere, attraverso un percorso, come si viveva la quotidianità nelle riduzioni e mostrare come vivere così si possibile ancora oggi. Questa è l’avventura che vogliamo proporre.
Perché è interessante parlare di riduzioni oggi?
Perché le riduzioni sono l’esempio di come il cristianesimo vissuto crei una forma nuova di civiltà, di economia. Tuttavia, se don Giussani che fu colui che mi propose di andare in Paraguay, non ci avesse detto “andate e rivivete quei contenuti”, io non mi sarei mai messo sicuramente sulle orme dei gesuiti. Come dice papa Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, la fede è destinata a terminare”. All’interno delle riduzioni c’era un nuovo sistema di proprietà, di economia, di architettura, di urbanistica, avevano portato gli ospedali in America Latina e persino la scuola elementare obbligatoria, la donna incinta era tutelata e anche i lavoratori. Qual è stata la ragione della distruzione delle riduzioni? Prima di tutto siamo nell’epoca dei regimi autoritari, della monarchia assoluta che non poteva accettare quello che si contrapponeva al progetto politico dei Borbone. Non dimentichiamo che la crisi è iniziata con il regno dei Borbone che trattavano l’America Latina come una sorta di loro giardino. Mentre tutti gli altri dovevano importare dall’Europa, l’opera gesuitica aveva raggiunto il suo massimo splendore. Producevano dieci volte più di quello che mangiavano, quindi esportavano e avevano flotte mercantili. Per cui alcuni gruppi organizzati, non potendo sopportare quello che si era generato dalla fede, avevano atteso l’occasione giusta e cercato la motivazione per eliminarli, e l’accusa più grande era stata quella di aver cercato di creare una monarchia. Quindi è stato proprio questo a portare alla distruzione delle riduzioni: il non accettare che la fede diventasse la forma di civiltà.
Anche la leggenda nera delle conversioni forzate degli indios si colloca in questo contesto?
Mi domando come avrebbero potuto dei missionari, un sacerdote e dei fratelli laici tenere in piedi un territorio più grande della Francia se quegli indios fossero stati obbligati? Come avrebbero potuto degli indios convertiti forzatamente esprimere quell’arte, quell’architettura, quella pittura, quelle sculture cui perfino Voltaire, Chateaubriand, Montesquieu hanno dovuto inginocchiarvisi davanti? A volte l’ideologia impedisce di vedere la realtà. All’interno delle riduzioni non tutti erano battezzati: i gesuiti facevano una battaglia contro gli altri evangelizzatori, non si dovevano battezzare gli indios se non ne erano coscienti. Quindi si pretendeva una coscienza di quello che era l’avvenimento cristiano, almeno nelle linee essenziali.
Che differenza c’è tra come tu accogli i malati nella tua clinica e come i padri gesuiti accoglievano gli indios nelle riduzioni?
I gesuiti accoglievano gli ammalati come accoglievano Cristo. Io faccio lo stesso. È impressionante leggere i diari dei gesuiti del tempo da cui trapela la passione per la gloria di Cristo. Era gente innamorata di Cristo e a loro non importava fare strutture, esse crescevano perché cresceva la coscienza di Dio come colui che fa la realtà. Per me e la mia opera è la stessa cosa, nasce dalla stessa coscienza. D’altra parte come avrebbe potuto un indio, che è fatalista e a cui non importa niente del lavoro, fare quelle opere d’arte se non ci fosse stata una passione grande, immensa per Cristo? Sarebbe stato impossibile. A parte il progetto della riduzione di Sant’Ignacio Guazú, tutti gli altri progetti li aveva fatti San Rocco González nel momento in cui era tormentato da una profonda depressione. E lui diceva: “in questo tormento in cui sono vissuto psicologicamente, la certezza di patire ancora per la compagnia di Gesù e Cristo sono le uniche forze che mi permettono di andare avanti”. Io sono stato nelle stesse sue condizioni, ma con dei supporti umani enormi. Rocco Gonzalez era solo e affidato nella realtà con questa coscienza e ha dato inizio a tutte le riduzioni. Per questo dobbiamo tornare a quel punto lì.
Domenica 23 agosto – sabato 29 agosto 2009
UNA VITA FELICE PER DIO E PER IL RE. L’AVVENTURA QUOTIDIANA
NELLE RIDUZIONI DEL PARAGUAY
A cura di: Padre Aldo Trento.
Con la collaborazione di: Ana Burro, Ferdinando
Dell’Amore, Norma Gimenez, Marcos
Isfran, Victoria Palacios, Claudia Palazon
Cesar Rojos, Eduardo Zavala.
La missione della Fraternità san Carlo in Paraguay
La Fraternità san Carlo è presente in Paraguay con tre sacerdoti: Aldo Trento, Paolo Buscaroli ed Ettore Ferrario. I tre sacerdoti vivono nella capitale Asunción e sono impegnati nella parrocchia di S. Rafael. Qui di seguito una breve descrizione delle opere e delle iniziative nate negli anni.
La Casa della Divina Provvidenza, dedicata a san Riccardo Pampuri. Aperta nel maggio del 2004, accoglie malati terminali abbandonati che, non potendo sostenere il costo delle cure mediche, sarebbero destinati a morire senza assistenza. La clinica ha ventisette posti letto e finora ha ospitato quattrocentocinquanta pazienti.
Il Centro di Aiuto alla Vita assiste le famiglie povere dal punto di vista medico, farmaceutico e alimentare. Come la clinica anche quest’opera può sostenersi grazie al volontariato e alla carità cristiana. Negli ultimi due anni sono state assistite più di seimila persone, spesso bambini. Molto intensa l’attività di distribuzione di vestiti.
La Fattoria Padre Pio (Granja). Realizzata per l’educazione dei giovani, spesso ex detenuti, o che provengono da situazioni di indigenza. I ragazzi allevano animali e lavorano la terra, producendo ortaggi per la Casa della Divina Provvidenza e per il Centro di Aiuto alla Vita
Collegio Pai Alberto. Scuola materna ed elementare aperte nel 2003. Vengono accolti circa centocinquanta bambini, ai quali si offre un’educazione cattolica. La scuola offre anche libri, quaderni, matite e mette a disposizione dei computer. L’istruzione dei bambini viene garantita grazie ai fondi raccolti con le adozioni a distanza.
Café letterario Van Gogh. Realizzato per aiutare i giovani a conoscere la bellezza della cultura attraverso approfondimenti letterari e musicali. Nel Café letterario sono presenti un bar e numerosi libri e dischi da poter leggere o ascoltare.
Pizzeria ‘O sole mio’. Vera e propria pizzeria all’interno della parrocchia. È una possibilità di lavoro per ragazzi bisognosi e d’incontro per la gente della parrocchia. Lo staff, costituito da 6-7 persone, ha costituito una società cooperativa con distribuzione interna degli utili. Questa è una vera esperienza di micro-impresa.
Editoria. Stampa del bollettino parrocchiale e pubblicazione di una ventina di libri, che non si trovano nel mercato locale.
Negozio di articoli artigianali. Articoli religiosi e non, locali e provenienti anche dall’Italia.
Policonsultorio. È un ambulatorio aperto quattro anni fa, che si sostiene grazie all’opera volontaria di circa duecento medici. Finora sono stati assistiti più di quattordicimila ammalati.
Testimonianze dal Paraguay
Asunción (Paraguay)
La Betlemme del Nuovo Mondo
di Aldo Trento
«Il Verbo si è fatto Carne. E pose la sua tenda in mezzo a noi» (cfr. Gv 1,14). Ogni giorno questo avvenimento accade nella clinica. Ogni giorno è come rivivere quanto accaduto a Betlemme, non solo per la Presenza Eucaristica, il cuore di questo pezzo di mondo in cui la speranza cristiana trasforma il dolore e perfino la morte in un cammino preferenziale alla vita, ma per il modo in cui la libertà di ogni ammalato, dopo alcuni giorni di convivenza con noi, accoglie serenamente la volontà buona del Mistero.
Magda ha passato la vita sulla strada, a prostituirsi. Ma in poche settimane di permanenza fra noi, accade in lei un cambiamento radicale: «Padre, il cancro non mi spaventa, mi spaventano i miei peccati. Però adesso ho incontrato Gesù, e Gesù mi ha cambiato la vita. Ho solo un dolore: chi si occuperà dei miei bambini? Il mio compagno, che un giorno, quando il cancro mi stava già portando alla morte, mi ha scaricato in un ospedale dicendomi che non gli servivo più, l’ho già perdonato come Gesù ha perdonato me».
Sono ventisette i pazienti che, come lei, ogni giorno vivono con me l’Avvento, aspettando il dies natalis chiamato impropriamente la morte, ma in ognuno c’è sempre la certezza della presenza di Gesù ad aiutarli a capire che la morte non è una cosa brutta, ma il Natale definitivo. «Padre, non ho mai avuto nessun amico, solo l’Aids, perché grazie a questa terribile malattia sono arrivata qui e qui ho incontrato Cristo. Adesso la morte non mi fa più paura».
La stella di Betlemme brilla giorno e notte sopra la clinica, che è diventata un segnale luminoso di speranza per me e per il mondo.
La missione con i più giovani
di Ettore Ferrario
Carissimo don Massimo,
un po’ di tempo fa sono rimasto colpito da Julio, un universitario che alla fine della scuola di comunità mi ha rivolto questa domanda: «Ettore, è possibile che io non abbia mai nulla da raccontare quando ci vediamo? O non vivo nulla oppure sono terribilmente distratto». Gli ho risposto che per imparare a giudicare realmente ciò che si vive ci vuole pazienza; gli ho dato ragione sul fatto che a volte ci si può distrarre. L’ho invitato, però, a guardare al suo desiderio di vivere intensamente la giornata, il suo studio, la vita in università, ricordandogli che stiamo insieme per aiutarci a vedere i segni della presenza di Cristo nella nostra quotidianità.
Sono molto contento perché mi sto affezionando molto a questi giovani, all’unità che vivo con loro; a quella Presenza che è più reale di quelle facce; a quella Presenza che li ha messi insieme per desiderare qualcosa di più grande.
Siamo ormai vicini alla Pasqua. Con i ragazzi ho approfondito un testo sulla quaresima che affronta il tema dell’autorità. Mi sono accorto quanto sia urgente in questo Paese, forse più che in altri luoghi di missione, una guida autorevole che sappia muovere l’io senza però sostituirsi mai a lui nel modo di affrontare la vita. Abbiamo discusso la frase “Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”. Parlandone con loro ho compreso la provocazione del Vangelo: il potere dello Stato non può arrogarsi diritti che competono soltanto a Dio, non può assorbire il cuore dell’uomo. L’autorità non può pretendere di diventare il centro affettivo: il cuore cerca qualcosa d’infinito.
Vostro in Cristo
Ettore
Il “giro d’Italia di padre Aldo”
Belluno, Agordo, Roma, Rimini. Infine Cagliari. Sono le tappe del “giro d’Italia” di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità san Carlo in Paraguay. Il sacerdote da una settimana sta attraversando la penisola per raccontare la sua esperienza in America Latina, dove vive con don Paolino Buscaroli e don Ettore Ferrario. Pochi giorni fa ha parlato al teatro Tarkovsky di Rimini davanti ad una platea di ottocento persone. Il tema dell’incontro era la carità. Un tema molto caro a questo sacerdote di origini bellunesi che insieme ai suoi confratelli ha dato vita ad una clinica per malati terminali, a una scuola, a un policonsultorio. Opere nate tutte grazie al sostegno di amici e benefattori. Per padre Aldo nulla comunque sarebbe sorto senza l’intervento decisivo della Provvidenza.
«In questi anni – ha spiegato – ho scoperto che la prima legge dell’economia è la Provvidenza. Non mi sono mai preoccupato di cosa fare per ottenere i fondi per realizzare le opere, perché i soldi inaspettatamente sono sempre arrivati, ma ho sempre pensato allo scopo per cui queste opere nascevano. E lo scopo è quello di rendere presente alle persone che incontriamo l’abbraccio di Cristo. Un abbraccio che io per primo ho sentito su di me attraverso la persona di don Giussani. È solo grazie a quell’abbraccio che ho avuto la forza di impegnarmi in qualcosa di veramente significativo e di andare al fondo del significato della carità».
Ma cos’è la carità? Padre Aldo si guarda bene dal confonderla con l’assistenzialismo. «La carità – dice – non è un insieme di cose da fare, ma è uno sguardo pieno di amore. Uno sguardo di amore alla vita, ai bisogni della gente, alla loro umanità. Quando riceviamo i malati nella clinica la prima medicina che diamo loro è l’amore: stiamo attenti ad ogni dettaglio, ad esempio, cambiamo spessissimo la biancheria e ci preoccupiamo che a loro non manchi nulla. Possono sembrare solo dettagli, ma attraverso questi gesti molte persone messe a dura prova dalla vita cominciano a sentirsi volute bene; cominciano ad accettare anche il peso della morte e del dolore. Questo è possibile solo perché incontrano Cristo».
In questi giorni il sacerdote ha avuto modo di toccare con mano la carità nei suoi confronti. In particolare pensa al rapporto di amicizia nato con Gianni Contini, un imprenditore per anni a capo di una grande azienda internazionale, che in questi giorni lo sta accompagnando in lungo e in largo per l’Italia, curando ogni particolare del suo viaggio. «Ci siamo conosciuti ad Asunción, quando era venuto a trovarci. E da allora non ci siamo più lasciati. Sorprende vedere la gratuità con cui si è messo a mia disposizione, l’amore con cui lui e la sua famiglia mi hanno accolto nella loro casa. Il suo è un esempio da cui io per primo imparo cos’è la gratuità».
Aldo poi pensa allo sguardo della gente che ha incontrato. «Negli occhi di molte persone ho visto una grande solitudine. Mi ha colpito in particolare un ragazzo di diciotto anni. Era molto triste, voleva raccontarmi della sua vita, ma non c’era il tempo per farlo. Ad un certo punto si è avvicinato a me, ringraziandomi per la mia testimonianza e ha voluto darmi un bacio. Dietro quel bacio c’era una tristezza che però non annientava la speranza».
Una speranza oltre il dolore
Prima di terminare gli studi, tre giovani studentesse di medicina, Anna, Chiara e Marianna, sono state in Paraguay, dove hanno svolto per due mesi uno stage alla “san Riccardo Pampuri”, la clinica per malati terminali gestita dai missionari della Fraternità san Carlo. Tornate a casa raccontano la loro esperienza attraverso la storia di Adolfo, 40 anni, morto dopo una settimana di ricovero a causa di un tumore al colon. «È inspiegabile – dice Chiara – pensare a come sia cambiata la sua faccia entrando in ospedale. Quando ero andata a trovarlo insieme all’assistente sociale, prima del suo ingresso in clinica, era triste ed arrabbiato. Invece è morto con un sorriso ed una letizia inspiegabili. La sua faccia non era quella di un uomo che stava per morire, ma di una persona che lì dentro aveva iniziato a vivere». Le ragazze dopo questo stage non possono che paragonare la loro esperienza in Paraguay alle altre simili svolte negli ospedali italiani. «Nonostante dal punto di vista medico ci sia una distanza incredibile, ci rendiamo conto che la scienza e la conoscenza, senza l’amore, non servono a rispondere ai bisogni della gente. Ogni malato in questa clinica si ricorda innanzitutto il modo in cui è stato trattato, poi il risultato delle cure». Alla san Riccardo Pampuri i pazienti muoiono con le unghie dipinte e la pelle profumata, il viso rasato e i capelli in ordine.







